martedì 19 maggio 2020

"El Polentatt"

Nella foto si vede un uomo avvicinarsi ad una rivendita di polenta, "el Polentatt de San Clement", per la precisione.

La foto, risalente al 1880 circa, mostra come avveniva questo tipo di vendita take-away o fast-food, molto diffusa a Milano da secoli e secoli.
La polenta è uno dei piatti caldi più antichi dell'umanità. Era mangiata in Mesopotamia già millenni fa e da lì si diffuse lentamente nel Mediterraneo.

Ovviamente era un tipo di polenta molto diverso da quello odierno, non essendo noto in Eurasia il mais, autoctono delle Americhe.
La polenta era così cucinata con farine e battute di farro, orzo, segale, miglio o addirittura fave secche.
A Roma, durante il periodo repubblicano, era il piatto più comune in tutta la città.
La polenta era molto più economica rispetto al pane, un cibo per ricchi, e poteva essere accompagnato con altri semplici piatti diffusi nell'antichità, come pesce sotto sale o fritto o lessato, mitili cotti o verdure e formaggi.
I romani usavano per lo più il "far", il farro, per preparare la "puls"; "far" ci diede poi il termine farina e "puls" divenne polenta.

Circa tre millenni prima di Cristo, dall'altra parte dell'Atlantico, le popolazione degli altopiani del Messico odierno, iniziarono a selezionare e coltivare la pianta del mais, che intorno al 2.500 si diffuse sia nel Sud che nel Nord America. 
Gli Olmechi, circa un migliaio di anni a.C. iniziarono a selezionare varietà per il consumo umano e altre per quello animale.
Col ritorno di Colombo in Europa, nel 1493, arrivò anche il mais che ebbe un istantaneo successo, vista la facilità di coltivazione, l'ottima resa e la capacità di adattamento a climi molto diversi.
Nel giro di 30 anni il mais era diffuso in tutta la Penisola Iberica, la Francia Meridionale e il Nord Italia, in Val Padana.

Curioso il fatto che il mais in Italia fosse chiamato, e talvolta ancor oggi, "granoturco", pur provenendo dalla parte opposta del Mondo. Il suffisso "turco" indicava un'origine straniera, lontana e, con le carenze geografiche dell'epoca, tutto ciò che arrivava da fuori del Mediterraneo più prossimo, era "turco".
Negli stessi decenni arrivò anche il grano saraceno, segnatamente in Valtellina, da dove poi si diffuse lentamente nel Nord Italia. Anche in questo caso "saraceno" indicava una provenienza misteriosa, lontana; in realtà la pianta proveniva dalla Germania e dalla Svizzera, dove era stata introdotta da mercanti del Mar Nero, che a loro volta l'aveva presa in Himalaya.

I primi piatti di polenta di mais sono testimoniati in Friuli, intorno al 1550 e nel giro di pochi anni ebbe grande diffusione anche in Veneto e poi nel Bresciano e nella Bergamasca.
Con l'aumentare delle popolazione in Europa intorno al Tre-Quattocento, la coltivazione del mais andrò rapidamente a sostituire tutte le altre, o quasi.
La maggior parte del popolo aveva come unico piatto, durante tutto il giorno, polenta e forse un brodo o una zuppa di verdure calda.

Il mais ha però una grave carenza nutrizionale per l'uomo e, soprattutto di vitamina B e PP, carenza che provoca una malattia, la pellagra, che iniziò ad infestare la Pianura Padana e le valli alpine.
Ogni volta che arrivava la guerra, una carestia o una pestilenza, i contadini e le popolazioni più povere si nutrivano praticamente solo di polenta e la pellagra raggiungeva picchi di diffusione colossali tra il Seicento e la fine dell'Ottocento.
Il Nord Italia, Lombardia, Veneto e Friuli su tutti, era la zona più colpita dalla pellagra in tutto il continente europeo; il fatto che fossero sotto il controllo di Spagna o Austria o Francia non migliorò certo le cose, dato che le potenze occupanti si disinteressarono quasi totalmente del problema.
Fu solo dopo l'Unità d'Italia che il problema della pellagra venne studiato e affrontato a partire dal 1881, quando iniziarono a venire distribuiti e vendute frutta e verdura anche nelle aree dove normalmente non venivano prodotte o rivendute. Solo nei primi decenni del 900 la pellagra smise di infestare le valli alpine e le pianure venete.
Le popolazioni delle Americhe erano a conoscenza di questo problema legato all'eccessivo consumo di mais da secoli.
I conquistadores non riuscirono a capire perché gli indios fossero soliti cucinare il mais assieme a della cenere di calce; questo tipo di cottura era chiamato" nixtamalizzazione" (dalla lingua nahuatl "nextli", cenere di calce, e "tamalli", pasta di mais) e dopo una cottura in acqua e una notte a riposa, il mais sviluppa le vitamine PP, che prevengono la pellagra.
Il processo è in uso ancor oggi per preparare, tra gli altri piatti, le tipiche tortillas.

In Nord Italia la vendita della polenta rimase non accompagnata da altri alimenti sino a quando alcuni "polentatt" non riuscirono ad aprire delle loro attività commerciali in veri e propri negozi, e non solo come ambulanti o nei mercati.
Generalmente a Milano si trattava di una vetrina sola, che non permetteva l'accesso ai clienti, a cui erano venduti i cibi direttamente da un bancone che si affacciava su strada.
I "polentatt" iniziarono a vendere anche cibi per accompagnare la polenta.
Essendo quasi tutti bergamaschi gli "osei", gli uccellini, furono il primo accompagnamento, per la tipica "polenta & osei".
La tipica struttura di caccia usata nelle Alpi Orobie, il "roccolo", venne inventato e perfezionato solo tra Cinquecento e Seicento, e permetteva una cattura di una gran quantità di uccelletti vivi, che potevano poi essere trasportati a valle e anche a Milano.
Fu poi l'arrivo dello stoccafisso e del baccalà nel corso del Cinquecento, a portare ad una gran diffusione del merluzzo, che iniziò ad essere preparato fritto dentro enormi calderoni di, pessimo, olio bollente.
Anche i tipici pesciolini di fiumi e laghi, soprattutto le arborelle, venivano fritte e vendute con la polenta.
I "polentatt" milanesi divennero in sostanza dei veri precursori dello street-food e dei fast-food. Alcuni secoli prima.

Quando la farina di mais soppiantò totalmente le altre farine per la produzione di polenta, a fine del Seicento, i "polentatt" milanesi iniziarono a richiamare i clienti con una serie di grida che entrarono poi nei modi di dire della città, come quello della foto, "el Polentatt de la Madonina", che si trovava nell'omonima via di Brera.

"L'E' GIALDA E L'E' CALDA"

"DES DE POLENTA E TRENTA DE MERLUSS"

"DES DE POLENTA E VINTCINCH DE PESCARIA MENUDRA"

"QUINDES DE POLENTA, INCOEU LA MANGI VEDOVA"


Nel corso del Settecento aprirono parecchi "pulentatt" in tutta la città e le file, all'ora di pranzo, davanti ai loro negozi erano una consuetudine.
L'odore del pesce fritto era poi come un richiamo per tutti gli affamati.

Il prezzo della singola porzione di polenta, 2,5 soldi, era deciso dallo Stato, ed uguale per tutti i polentai di Milano, così come quello dei pesci e degli uccellini.
 
Fu così che divenne celebre in tutta la città il "Polentatt de Sant'Ambroeus", un polentaio ambulante che si piazzava tutte le mattine all'alba in quella che ai primi dell'Ottocento era Piazza Mercanti e oggi è Via Mercanti. 
Sino al 1832 era uno degli innumerevoli polentai e venditori di cibo che affollavano la vicinissima Piazza del Duomo; il sindaco Beretta fece demolire tutte le baracche e spegnere tutti i fuochi che deturpavano la piazza.
Il suo nuovo punto di vendita si spostò di pochi metri, davanti al Palazzo dei Giureconsulti, esattamente davanti alla statua di Marco Bruto.
Nel 1833 Marco Bruto fu sostituito da una nuova statua, raffigurante il Vescovo di Milano Ambrogio; il santo era raffigurato in toga e una mano sollevata indicando la Trinità.
Il "polentatt" che vi stava di fronte tutto il giorno non si lasciò sfuggire l'occasione... iniziò a vendere la polenta a 3 soldi. 
Quando le proteste dei clienti arrivarono alle orecchie delle guardie austriache, il polentaio indicò la statua e si giustificò: "me lo ha detto Sant'Ambroeus di venderla a 3 soldi".

Un' altro celebre polentaio, alcuni secoli prima, vendeva alla Vetra, accendendo il fuoco sotto la colonna con la statua di San Lazzaro. Accusato di blasfemia e poi d'essere un eretico, venne torturato e bruciato vivo proprio dove era solito vendere la sua polenta ai tanti poveri conciatori di panni del quartiere.
La leggenda vuole che lo stesso giorno in cui fu arso vivo, si sarebbe dovuto sposare e che il fantasma della sua amata, morta poi di dolore, girasse di notte per il Parco della Vetra.

Quando sul finire del Settecento la popolazione della città iniziò a diventare più benestante e a potersi permettere pranzi più sostanziosi nelle tante bettole, trani, osterie e trattorie, la clientela dei polentai iniziò ad essere composta quasi solo dagli strati più bassi e umili della popolazione e, soprattutto, dai tanti "magut" che calavano a lavorare ogni mattina a Milano dal contado.

E proprio uno di questi "magut" divenne il protagonista di una delle celebri "azioni" della Compagnia della Teppa, il gruppo di giovani milanesi che agitarono le giornate dei milanesi per alcuni anni durante la Restaurazione, tra il 1816 e il 1821.
Assaporata la libertà dei modi e costumi portata dai rivoluzionari francesi, un ritorno ai ritmi composti e rigidi degli austriaci, fu un vero shock per molti giovani milanesi.
I "teppisti" si ribellarono, in malo modo, sovente, contro questa rigidità, facendo tremendi e cattivi scherzi, bastonando i nobili che più erano legati al regime di Vienna, distruggendo ristoranti e osterie, molestando le mogli dei nobili e girovagando per la città perennemente ubriachi.

Una delle celebri imprese dei "teppisti" fu quella ai danni di un "magut" prepotente, che tutti i giorni saltava la fila dal "polentatt" dove si serviva.
Quel "magut" insolente e maleducato fu probabilmente notato da un qualche membro della banda mentre era in fila per comprare il suo pranzo e dopo qualche giorno un gruppetto di "teppisti" decise di dargli una lezione.
Solo loro potevano essere prepotenti!
Il gruppo era composto dal "Dotturin", un vero avvocato dedito alla delinquenza, "el Maghett", "el Tarantola", figlio di ricchissimi mercanti di verze e il "Macellarin", uno dei luogotenenti del Baron Bontemp, il fondatore e capo indiscusso della Compagnia della Teppa, al secolo il Barone Gaetano Ciani, ricchissimo industriale e banchiere.
Giunti al "polentatt", attesero l'arrivo del "magut" che, come sempre, con violenza saltò la coda e si piazzò davanti alla vetrina, dove sul bancone di legno si trovava una montagna di polenta bollente appena versata dal paiolo
 Mentre il "magut" faceva la sua ordinazione, i "teppisti" entrarono in azione.
Alcuni bloccarono il muratore, altri gli tagliarono i pantaloni facendoglieli cadere sino alle caviglie e tutti assieme lo sollevarono di peso, lo girarono e lo misero a chiappe nude, seduto nella polenta bollente, tra le urla del poveraccio e le risate di tutti i presenti.

Se i "teppisti" vennero quasi tutti arrestati nella primavera del 1821 e la Compagnia della Teppa assurse a leggenda, i "Pulentatt" di Milano continuarono il loro commercio per ancora un secolo circa.


Con l'Unità d'Italia e i nuovi regolamenti di igiene per la somministrazione e vendita di cibo e bevande, e la lotta contro la pellagra, tra il 1881 e il 1905, molti polentai dovettero cercarsi un nuovo mestiere. Resistettero in sostanza solo quelli non ambulanti, con una loro rivendita.
Un altro "colpo duro" ai polentai fu dato dall'apertura delle "Cucine Economiche" in vari punti della città, a partire dal 1880. Garantivano un pasto caldo, senza polenta, a prezzi bassissimi.
I pochi polentai rimasti iniziarono però a fare buoni affari, proprio per il loro numero ormai esiguo.
Sempre più palazzi infatti proibivano l'apertura di nuovi punti di vendita, a causa del pestilenziale odore di fritto che dall'alba al tramonto, intasava intere strade, finestre e soprastanti appartamenti.



Verso la fine dell'Ottocento i polentai diventarono sempre più spesso delle specie di moderne gastronomie, vendendo tanti piatti pronti.
La battaglia contro la pellagra fece comunque identificare la polenta con una malattia da combattere e la sua diffusione e consumo ebbe una battuta d'arresto tra le popolazioni del Nord, soprattutto durante il periodo Giolittiano.
La maggior parte dei polentai di Milano o chiusero o lentamente si riciclarono in "pizzicagnoli" o "gastronomie".
A fine anni Trenta del Novecento i veri e propri polentai di Milano erano una manciata.
Qualcuno sopravvisse per i primissimi anni del Dopoguerra, ma già negli anni Cinquanta erano praticamente scomparsi.

Alessandro Manzoni dedicò parecchie righe del Capitolo VI de I Promessi Sposi:

"... Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. 

Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. 
La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare. 
Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. 
La mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appetito che le doveva sopravvivere. 
Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. 
Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo : - volete restar servito? -, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone.
- Vi ringrazio, - rispose Renzo: - venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all'osteria, e lì parleremo -. 
La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. 
L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo..."

venerdì 15 maggio 2020

Lo sciopero delle "piscinine"

Un celebre ritratto di Emilio Longoni, del 1845: una "piscinina" attraversa la Galleria Vittorio Emanuele II, portando con lei il grosso scatolone contenente un abito, forse andando a fare una consegna presso una ricca cliente o forse tornando verso il laboratorio di sartoria ove lavorava.

A Milano e in Lombardia il pallino della moda non è cosa recente, dell'ultimo secolo, anzi, risale al XII secolo, quando Galvano Fiamma ricordava un'importante produzione ed esportazione di nastri e tessuti in seta, poi diventata un veoa e proprio settore industriale durante il Rinascimento, a partire dal decennio tra il 1440 e il 1450, quando i tessitori milanesi producevano panni, tessuti e vesti tra i più ricercati d'Europa, grazie ai bachi da seta che venivano allevati in Brianza e nell'area Lariana.
L'intero quartiere attorno all'odierna Piazza Vetra era dedicato alla produzione di panni e alla loro colorazione.
Con l'arrivo della dominazione spagnola l'industria si diffuse anche fuori Milano, comprendo tutto il territorio subalpino; nel Seicento, le sete milanesi e lombarde erano le più ricercate e care in tutto il continente.
Al contrario di quanto fu poi sostenuto per secoli e che viene analizzato solo da pochi anni, gli anni di dominazione spagnola non furono coincidenti con alcuna recessione economica nel territorio del ducato, anzi, Milano e la Lombardia si trovarono parte del colossale Impero di Carlo V, sui cui realmente non tramontava mai il sole. Un Impero che divenne un gigantesco mercato per le merci prodotte a Milano, soprattutto quelle sete che non avevano praticamente concorrenza.

La produzione di tessuti, panni e vestiti non cessò mai e sullo stimolo della Rivoluzione Industriale Britannica, anche a Milano, nel corso dell'Ottocento, i laboratori di produzione passarono da piccole realtà familiari o poco più, a grandi ed enormi laboratori con decine e decine, anche centinaia di lavoratori.
Nell'Ottocento le condizioni lavorative era spaventose. Tutti dovevano lavorare, bambini compresi. L'orario era lungo quanto la giornata di luce, 15-16 ore in estate, 10-12 in inverno, i luoghi di lavoro malsani, sporchi, umidi, gelidi in inverno torridi in estate, le paghe bassissime e soprattutto divennero presto a cottimo. Più producevi più guadagnavi.
Nel processo produttivo ultracapitalista e ultraliberista ottocentesco, il profitto e il guadagno erano i fari della società, ai cui vertici sedevano ancora le famiglie nobiliari e quelle dell'alta borghesia legata alle professioni, che avevano i capitali necessari per avviare le imprese.
La mobilità sociale, l'ascensore economico, che tanto riempiva, e riempie, le bocche degli ultraliberisti, era in realtà perfettamente inchiodato e fermo.
Se nascevi povero, morivi  povero. I ricchi, nobili o borghesi non si mangiavano tra loro e la concorrenza, in Italia, era praticamente assente.

In questo contesto lavorativo spaventoso si aggiunse una costante carenza di mano d'opera. Gli spostamenti tra i tanti Stati della Penisola erano difficili e spesso proibiti; la Milano austriaca ovviò al problema col modo più semplice: coinvolgere e cooptare nel mondo del lavoro "l'altra metà del cielo": le donne.
Relegate per millenni nelle case a far da mangiare, pulire, accudire, crescere figli, lavare, divennero in breve tempo delle solide braccia per aumentare la produzione.
Anzi, nel settore della produzione di panni, tessuti e vesti, nelle filande, nei laboratori di sartoria, le donne erano la maggioranza assoluta.

La rivoluzione sociale fu enorme e assolutamente non gestita in alcun modo.
Dal contado giungevano ogni anno a Milan migliaia di giovanissime donne in cerca di lavoro, che trovavano immediatamente. Vivevano in miseri appartamentini in gruppetti tra loro, tra sorelle, cugine o provenienti dallo stesso paesino o valle alpina, avevano uno stipendio e una libertà mai vista e conosciuta.
Questa libertà divenne presto anche sessuale; il numero di nascite illegittime a Milano esplose nel corso del XIX secolo, giungendo a livelli mai visti in Europa.

Ogni donna metteva al mondo una decina di figli, che per la maggior parte venivano abbandonati nei tanti orfanotrofi che esistevano in città; altri venivano affidati a mamme e nonne che stavano a decine o centinaia di chilometri di distanza.
Quando le donne non bastarono più a soddisfare la richiesta di mani, ecco pronti i loro figli. A 4, 5 anni si entrava in fabbrica, coi compiti ovviamente più basilari.

Non era una novità, certo, sin dal Rinascimento, nella zona della Vetra erano proprio i bambini più richiesti per la tintura dei panni, lavoro assolutamente malsano e dannoso per i polmoni, tanto che la mortalità era altissima.
Ovviamente donne e bambini, a parità di lavoro, ricevevano uno stipendio inferiore a quello di un uomo.
Questo nel quadro di un'Italia che si stava unendo, da lì a poco, e che vedeva la maggior parte delle donne del resto della Penisola, ancora felicemente recluse nelle loro case.


Accanto ai grandi laboratori e alle vere e proprie fabbriche, vi erano poi i laboratori casalinghi di sartoria. Alla fine del secolo, solo nei confini della Milano dell'epoca, vi erano oltre 600 sarte che svolgevano il lavoro a casa.
Questo portò ad un peggioramento del tenore di vita delle famiglie, con case più piccole per cedere posto al laboratorio, con i figli trasformati in fattorini o apprendisti, abbandonando da subito gli studi e senza nemmeno ricevere uno stipendio.


La maggior parte di questi microlaboratori di sartoria non lavoravano in proprio, ma come "sub appaltatori" di grossi laboratori, lavorando quindi a cottimo e portando le ore di lavoro a sfiorare le 16-18 quotidiane, sette giorni su sette. Peggio che in fabbrica, dove almeno la domenica non si lavorava.
La concorrenza tra le fasce di lavoratori più basse era ovviamente spietata, le truffe all'ordine del giorno, i sindacati inesistenti e i diritti dei lavoratori pura fantascienza.

Il tipico percorso di una ragazza nel mondo tessile milanese, segnatamente nella sartoria a domicilio, era abbastanza standardizzato.
Tra i 5 e 6 anni veniva mandata a lavorare da una sarta, che le insegnava a cucire. Per tre anni quello era il suo lavoro, ovviamente essendo apprendistato era non retribuito. Totalmente gratis.
Dopo quei tre anni passava a fare la "piscinina", cioè a consegnare abiti con l'immancabile baule di cartone o legno, raccogliere gli spilli in sartoria, fare le pulizie e soprattutto osservare cosa facevano le più grandi, già passate di livello.
Restavano "piscinine" sino ai 13-14 anni circa, quando, se ritenute all'altezza, potevano ambire al ruolo di "sedute", cioè a fare orli, unire panni, le attività più basilari in sartoria.
Dopo un altro anno potevano diventare "cucitrici" e ambire ad effettuare anche dei ricami e ad avere uno stipendio del tutto misero e ridicolo.

Solo con l'arrivo delle idee socialiste negli ultimi decenni dell'Ottocento, la nascita dei primi sindacati e i primi movimenti operai, iniziarono a circolare idee e proposte di diritti per gli schiavi che venivano chiamati lavoratori.
Si arriva così al 1899, quando un gruppo di donne dalle più svariate provenienze sociale ed economiche, Ersilia Majno Bronzini, Nina Rignano Sullam, Ada Garlanda Negri, Edvige Vonwiller Gessner, Adele Riva, Antonietta Pisa Rizzi, Jole Bersellini Bellini, Rebecca Calderini, fondano L'Unione Femminile di Milano.
Il suo programma va dalla proibizione della prostituzione, al diritto allo studio, il diritto di voto, la parità di salario uomo-donna, la fondazione di case rifugio per donne sole e di istituti di formazione per giovani donne, oltre che alla creazione del primo Asilo Mariuccia; per i più giovani chiedeva il diritto al gioco, la regolamentazione del lavoro dei bambini, l'istruzione obbligatoria.
L'Unione Femminile di Milano ebbe un tale successo che nel giro di pochi anni ebbe diffusione su quasi tutto il territorio nazionale.

E furono proprio alcune esponenti dell'Unione a prendere a cuore le vicende delle tante "piscine" che correvano con pesantissimi bauletti da una parte all'altra della città, senza ricevere paga e lavorando come muli per intere giornate.

Nel maggio del 1902 iniziarono a circolare per Milano voci di un clamoroso sciopero delle "piscinine".
I maggiori quotidiani presero l'indiscrezione come uno scherzo, pensando che fosse impossibile che dei bambini, anzi, delle bambine, potessero scioperare.



Le bambine iniziarono a radunarsi al Camposanto, la piazza che si trova alle spalle del Duomo, nell'area absidale. Lì pianificarono e organizzarono lo sciopero, che fu attuato il 22 giugno del 1902.
Circa 250 tra bambine e ragazzine, tra i 5 e i 14 anni circa, iniziarono a cantare l'Inno dei Lavoratori e marciare verso la Camera del Lavoro.
Una delegazione, guidata da una ragazzina di cognome Lombardi, fu ricevuta dal segretario della Camera Bellotti.
Le richieste delle "piscinine" erano chiarissime:
paga minima a 50 centesimi al giorno.
niente scatolone/baule da portare in giro.
nessun lavoro domestico o di pulizia presso i laboratori.

Il Corriere della Sera, nell'articolo che racconta lo sciopero, deride le ragazzine, le chiama "una nidiata di passere", sostiene che lo sciopero fosse guidato dai pericolosi socialisti ma alla fine deve riconoscere che le "piscinine" erano del tutto sfruttate per lavori che esulavano da un apprendistato, che nei fatti, mai facevano, svolgendo in realtà mansioni di fattorino, di domestica e di lavandaia. Senza apprendere mai niente.

Lo sciopero continuò per altri due giorni, con le piscinine, ormai oltre 300, che giravano il centro città cantando slogan socialisti e di emancipazione femminile.
La Camera del Lavoro dovette quindi scrivere a tutti i laboratori e sartorie per illustrare le richieste delle scioperanti, che intanto erano state lievemente modificate:
paga minima a 50 centesimi al giorno.
giornata lavorativa di 10 ore.
un'ora di pausa per pranzo.
straordinari pagati.
lavoro domenicale pagato 1 lira.
riduzione dello scatolone; 4 kg di peso massimo sino a 9 anni e 10 kg sino ai 12 anni.
nessun lavoro domestico o di pulizia presso i laboratori.

Il giorno 23 giugno ci furono anche i primi scontri fisici tra scioperanti e krumire! altre ragazzine e bambine assunte in fretta e furia dai Magazzini Bocconi di Piazza del Duomo, oggi La Rinascente.
Le scioperanti portavano un nastro rosso sul braccio e quando la direzione dei Magazzini Bocconi lo venne a sapere, fornì alle sue nuove "piscinine" un nastro identico.
Quando la truffa fu scoperta iniziarono a volare schiaffi e tirate di capelli!
Il 24 giugno il numero di scioperanti arrivò a 350, avendo reclutato, con le buone e con le cattive, anche molte delle krumire dei Bocconi.

Lo sciopero si concluse con la vittoria, su tutta la linea delle "piscinine".

Nel 1904 l'Unione Femminile di Milano fondò in via Monte di Pietà 9 la Scuola delle Piscinine, per insegnare alle bambine a cucire, rammendare, lavorare a maglia, ricamare.
Per fare in pratica quello che avrebbero dovuto fare le sarte presso le quali lavoravano come apprendiste e che invece le sfruttavano come sguattere e fattorine.

Se la situazione a Milano era decisamente migliorata, così non era nelle altre città italiane, dove le "piscinine" locali erano ancora sfruttate. Nel 1911 a Parma un gruppetto di ragazzine decise di scioperare, prendendo ad esempio quanto fatto a Milano quasi dieci anni prima.
Ma quando iniziarono a marciare per le vie della città dalle finestre furono gettati secchi di acqua gelida e da una caserma fu fatto uscire un cane feroce che in pochi attimi fece fallire lo sciopero.

Nel 1938 il regime fascista fece chiudere l'Unione Femminile di Milano, dato che diverse socie fondatrici erano milanesi di religione ebraica.
Fu ricostituita nel 1948.

La piscinina
di Piera Bottini

In Milan, tò territòri
mì te vedi sgambettà
e in del mezz di mè memòri
nò.. t'hoo nò desmentegaa

Cara bella piscinina
cont el nòmm pussee adattaa
per mej dì, de galoppina
sempr'in gir per la città

Cent e cent i tò mansion!
Tì, on niascin ben desgaggiaa
cont in man el scatolon,
per pòcch ghèi ben guadagnaa

Furba, svelta e maliziosa
te portavet bigliettin
per la Ròsa, la Graziosa
ai pontell di sò spincin

Te godevet del comprà
ai tosann la colazion
quand i tò manitt garbaa
sleggeriven i porzion.

Te battevet anch la fiacca,
sì... on quèi dì l'andava nò,
nò perchè te seret stracca...
ma el giugà 'l tentava anmò

Sbarattaa i tò oggitt
su i vedrinn illuminaa,
te vardavet i fiolitt
coi sò mamm accompagnaa.

Te sentivet nostalgia
per i banch de la toa scòla
maliziosa, desgaggiada.
ma pur semper 'na popòla.

Te regòrdi piscinina
con rispett e devozion,
perchè i sògn de tosettina
t'hinn restaa in del scatolon.

giovedì 14 maggio 2020

Il Palazzo del Banco Mediceo di Via dei Bossi




Nel 1421 nacque nella Repubblica di Firenze Pigello Portinari, figlio di un ricchissimo mercante, Folco, amico e socio in affari dell'uomo più potente della Firenze quattrocentesca, il banchiere e commerciante Cosimo De' Medici, detto il Vecchio o Pater Patriae.

Folco Portinari e il fratello Giovanni furono rispettivamente i direttori del Banco Mediceo di Firenze e Venezia e fidatissimi uomini della famiglia di Cosimo il Vecchio.

Alla morte di Folco, nel 1431, il giovane Pigello, assieme ai fratelli, fu praticamente adottato da Cosimo, diventato nel frattempo, de facto, il Signore di Firenze.


Gli fece completare gli studi e poi li assunse nel Banco Mediceo e a soli 14 anni venne mandato a imparare il mestiere di banchiere a Venezia.

Da decenni i rapporti tra il Ducato di Milano e Firenze erano pessimi; tra la fine del Trecento e il1402, sotto la guida di Gian Galeazzo Visconti, Milano intraprese quasi vent'anni ininterrotti di espansione e conquiste, riuscendo a controllare praticamente tutto il Nord Italia e buona parte del Centro della Penisola.
Il tentativo di riunificare buona parte della Penisola in uno unico stato fallì per la morte di Gian Galeazzo, colpito dalla peste.
Ma tra il 1399 e il 1402 Milano intraprese una discesa inarrestabile verso Sud, circondando praticamente Firenze. Vennero assoggettate prima Siena, Pisa, poi Perugia, Assisi; i comandanti delle armate dei Visconti attaccavano Firenze sin dal 1387, senza riuscire a sconfiggere in modo definitivo i mercernari inglesi assoldati dai toscani.
Gli inglesi erano comandati da John Hawkwood, noto in Italia come Giovanni Acuto. Fu per ben tre volte agli ordini dei Visconti e di Milano, attaccò Firenze e il Papa, poi divenne capitano delle truppe pontificie, poi tornò al soldo dei Visconti, per poi diventare addirittura comandante generale di Firenze.

E fu propio Giovanni Acuto a salvare Firenze dalla conquista da parte dei milanesi.
La morte del Visconti salvò la città toscana e infranse, per altri quattro secoli e mezzo la riunificazione italiana, lasciando presto il dominio a francesi, spagnoli e austriaci.
Filippo Maria Visconti, succeduto a Gian Galeazzo, non mollò comunque la presa su Firenze, scatenando un'altra lunga serie di battaglie e guerre, che lentamente portarono la Repubblica Fiorentina al dissesto economico, senza però farla crollare militarmente.

Nel frattempo il potere occulto di Cosimo De' Medici era continuato a crescere in modo incredibile. Pur non avendo quasi cariche nel governo della città, era il vero dominus di Firenze. 
Ereditato il Banco Mediceo dal padre nel 1420, aveva subito aperto una serie di filiali della banca nelle principali città d'Europa, Londra, Parigi e Bruges, aumentando ancor di più lo sterminato patrimonio del Banco e della famiglia.

Nel 1423 Milano invase la Romagna, continuando la politica espansiva per cercare di creare uno Stato Italiano; Firenze, su mandato di Cosimo, mandò le sue armate a combattere Milano per bloccarne l'espansione. Fu l'inizio di una nuova guerra, che vedeva Milano combattere contro i fiorentini in Romagna e contemporaneamente invadere il Regno di Napoli.



Nel 1425 il comandante delle truppe di Milano, Francesco Bussone, Conte di Carmagnola, tradì i Visconti e si schierò con Firenze e contemporaneamente convinse Venezia ad entrare in guerra contro Milano!
Nel giro di pochi mesi la guerra si spostò in Lombardia e alla fine i Visconti dovettero firmare la resa nel 1427; da lì iniziò il lento declino di Milano e contemporaneamente assurgeva a potenza locale Firenze, guidata, in modo nascosto, dai Medici.

Il declino di Milano non volle però dire fine delle guerre; le truppe milanesi, guidate un nuovo condottiero, Francesco Sforza, attaccarono e conquistarono Lucca nel 1432 e tutte le Marche e parte della Romagna nel 1435.
Per un breve momento sembrò che la morsa attorno a Firenze si stesse per richiudere, ma i soldi di Cosimo De' Medici riuscirono a ribaltare la situazione.
Giunto nel novembre 1436 nei pressi di San Miniato, il banchiere fiorentino incontrò il condottiero di Milano e i due raggiunsero rapidamente un accordo clamoroso.
Francesco Sforza tradì il Duca Filippo Maria Visconti e prese la guida delle armate di una nuova Lega Antiviscontea formata da Firenze, Venezia e il Papato.
L'accordo suggellò anche la nascita di una solida amicizia tra Cosimo e Francesco, che sopravvisse nonostante improvvisi cambi di fronte e tradimenti tra i due.
Il 29 giugno 1440 si svolse la celebre Battaglia di Anghilari, dove la Lega Antiviscontea baté definitivamente le truppe milanesi.
Nel 1441 infatti il disinvolto Francesco Sforza risaltò il fosso, sposò Bianca Maria Visconti, figlia del Duca e tornò a guidare le truppe milanesi.


Nel 1447 l'ultimo dei Visconti morì e Milano insorse, demolendo il Castello di Porta Giovia, cacciando i nobili e proclamando la Repubblica Ambrosiana, sogno di libertà popolare che durò solo tre anni, quando Francesco Sforza per conquistare la città la assediò per mesi, strinse e ruppe alleanze con Venezia e infine fu accolto dal popolo milanese, stremato da anni di guerra, carestie e miseria, che gli aprì le porte della città. Il 25 marzo 1450 divenne Duca di Milano.


Proprio per chiudere 40 anni di guerre tra Visconti e Medici, tra Milano e Firenze, venne siglato una sorta di patto "economico" tra le due città: il Banco Mediceo avrebbe aperto una sua filiale a Milano.
La nuova Milano, guidata dallo Sforza avrebbe così aperto le porte alla massima istituzione di Firenze, che aveva finanziato 40 anni di guerre che avevano mantenuto l'autonomia della città toscana.
Un accordo tra le due grandi rivali era utile ad entrambe. Tutte e due temevano ormai l'espansione in terraferma di Venezia, che oltre a tutto il Veneto aveva stabilmente occupato anche i territori di Bergamo e Brescia e puntava vero la Romagna e l'Emilia.
I Francesi, alla morte di Filippo Maria, avevano già cercato di entrare in Pianura Padana con l'alleanza dei Savoia ed erano miracolosamente stati fermati dalle truppe di Milano.
Gli Aragonesi, che controllavano il Sud Italia, volevano espandersi verso il Centro, puntando alla Maremma Laziale e Toscana, e all'Umbria.
Milano e Firenze dovevano quindi assolutamente allearsi per proteggere i rispettivi territori e interessi.

Cosimo De' Medici, artefice della vittoria fiorentina, decise di mandare a Milano il suo uomo più fidato, sia per affetto, considerandolo quasi un figlio, sia per capacità bancaria: Pigello Portinari.
Nel 1452 il Portinari giunse così a Milano, dove trovò ad attenderlo un altro "grande fiorentino" che fece grande Milano: Antonio di Pietro Averlino, detto il Filarete.
L'architetto toscano era stato mandato dal figlio di Cosimo, Pietro, proprio su richiesta di Francesco Sforza, che per suggellare la nascita di una nuova dinastia ducale, voleva avviare un'imponente serie di opere pubbliche.

Questo ovviamente non disdegnano la guerra, che immediatamente lo Sforza intraprese contro Venezia, che battè definitivamente a Ghedi, nell'agosto 1453.
Mentre il Filarete si dedicava a costruire la torre maestra del nuovo Castello Sforzesco, quella che fu poi chiamata Torre del Filarete, il Portinari iniziò ad avviare l'apertura della banca dei Medici e a prestare soldi allo Sforza stesso e ai nobili meneghini.

E' ignota la prima sede del Banco Mediceo, nel 1455 però i fiorentini ottennero una donazione dallo Sforza, che regalò loro una serie di edifici nel Sestiere di Porta Comacina, nella Contrada di San Tommaso in Cruce Sichariorum, corrispondente ad un intero isolato di edifici oggi in Via dei Bossi.
La donazione avvenne il 20 agosto 1455 a beneficio personale di Cosimo De' Medici, che affittò poi i palazzi... al suo stesso Banco Mediceo, facendosi pagare un cospicuo afffitto.

Gli edifici donati dallo Sforza erano di proprietà di Antonio Bossi dal 1420 e passarono poi ai figli Teodoro e Aluisio.
Bossi erano una nobile e antica famiglia di notai originari di Azzate, del Contado del Seprio, con un bue come simbolo, fedeli dei Visconti, che li infeudarono nel 1277 come Bossis de Acciate.

Scesi a Milano nel Trecento e rapidamente saliti al potere cittadino, sino a vedere Vassallino Bossi come uomo di fiducia del bieco e truce Bernabò Visconti.
I Bossi continuarono a vivere sotto le ali protettrici dei Visconti e dei loro signori della guerra, soprattutto Facino Cane, di cui Antonio Bossi fu consiglieri e cancelliere.
Lo stesso Antonio Bossi era uno dei soli 3 uomini nel Ducato a possedere le chiavi che davano l'accesso ai forzieri pieni di ori e denari del patrimonio personale dei Visconti, chiuso nel Castello di Pavia.
Il potente Antonio ebbe due figli, Teodoro e Aluisio.


Il primo divenne procuratore a Genova dei Visconti, poi, nel 1445 amministratore ducale del sale e insigne giurista del Ducato. Filippo Maria gli donò cospicui territori e rendite; il secondo fece pure lui carriera sotto l'ala protettrice dei Visconti.
 Giorgio Lampugnano, Innocenzo Cotta, Antonio Trivulzio e altri dei giureconsulti che formalmente guidavano la macchina politico-economica della città e aizzarono il popolo milanese a ribellarsi ai nobili e ai filo viscontei e a proclamare, in quel 1447, l'Aurea Repubblica Ambrosiana.

Quando però Filippo Maria morì, i due fratelli Bossi strinsero accordi con
In quell'epoca di tradimenti e complotti, dopo poche settimane Teodoro Bossi cospirava già per rovesciare la Repubblica e stringere un'alleanza con l'uomo forte che si apprestava a conquistare Milano, Francesco Sforza; stessa cosa stava tramando il Lampugnano.
Lettere cifrate tra i tre vennero però intercettate dal governo di Milano, che imprigionò il Bossi che sottoposto a tortura rivelò i nomi di tutti i complici che stavano organizzando l'ingresso dello Sforza a Milano. Lampugnano fu decapitato, come molti altri cospiratori. Il Bossi, condannato al carcere a vita venne avvelenato pochi mesi dopo, nell'aprile 1449.
Il fratello Aluisio in un qualche modo la scampò, sopravvisse alle "purghe" della Repubblica e, giunto in città lo Sforza, divenne suo fidato consigliere, tanto che nel marzo 1452 il Duca si spese per intimare a dei cugini del Bossi, residenti ancora ad Azzate, di saldare una serie di ingenti debiti.

Palazzo Bossi passò quindi ai Medici, che lo affittarono al Banco Mediceo e nel 1455 incaricarono Pigello Portinari di trasformarlo in un palazzo degno della potenza medicea.
Il Portinari ebbe facile scelta nell'affidare i lavori di ristrutturazione del palazzo al suo compatriota Filarete, che ebbe così l'occasione di portare il Rinascimento Fiorentino in Lombardia.
I lavori durarono circa 5 anni e mezzo e il palazzo fu parzialmente ricostruito, soprattutto la facciata che il tocco del Filarete trasformò nella più bella casa di Milano.
Secondo altre fonti l'architetto che guidò i lavori non fu il Filarete, che era impegnato a costruire il ciclopico Ospedale Maggiore, la Cà Granda, ma un altro genio fiorentino, Michelozzo Michelozzi, che era l'architetto di corte di Cosimo. Scarse sono però le prove di una sua presenza a Milano.

Nel frattempo il Portinari prese la cittadinanza milanese, nel 1456, si sposò nel 59 con Costanza Serristori ed ebbero quattro figli, Ludovico, Folco, Antonio e Benedetto.
Nel 1467 mentre guidava il Banco Mediceo, il Portinari comprò Villa Mirabello, la splendida villa di delizia che allora si trovava in aperta campagna e che sopravvive ancor oggi, esemplare monumento dell'architettura del Quattrocento, poco a nord della Maggiolina e Piazza Carbonari.

Il Portinari la comprò a ottimo prezzo da Pietro Vismara, la ristrutturò nel 1472, facendola affrescare da Bartolomeo da Prato.
Nel 1468 comprò una serie di enormi terreni posti a nord della villa, nei territori di Prato Centenaro e Niguarda e li accorpò ai giardini della magione.
E nello stesso anno il Portinari, mostrando tutto il suo potere e la sua relazione strettissima anche con il successore di Francesco, Gian Galeazzo Sforza, chiese al Duca di staccare i terreni di sua proprietà al Mirabello, dai Corpi Santi di Porta Nuova. Lo Sforza lo accontentò immediatamente e il Portinari poté risparmiare ingenti tasse sul possesso della villa e del colossale parco.

Nel corso degli anni il suo potere divenne enorme. Oltre a finanziare il Ducato, era anche consigliere economico dello Sforza e prestava soldi a lui personalmente e a tutti i principali esponenti della corte; fu anche stretto amico del Duca, ma non dimenticò mai di essere al servizio di Firenze e di Cosimo De' Medici, di cui servì gli interessi in ogni occasione.
Oltre a prestare denaro, il Banco Mediceo, nell'ottica voluta da Cosimo, doveva servire a garantire l'indipendenza e la ricchezza di Firenze.
Il Portinari quindi prestava denaro se gli interessi di Milano e di Firenze coincidevano, consigliava il Duca milanese per allinearlo alle politiche medicee e infine usava la ricchezza sconfinata del Banco per alterare il prezzo dei tessuti in Lombardia, favorendo l'importazione di tessuti da Firenze e sfavorendo la produzione locale e l'importazione dall'Inghilterra e da Venezia.

Il Banco Mediceo di Milano aveva un capitale di quasi 600.000 lire, ma la metà circa era impegnata direttamente da prestiti a Francesco Sforza, che in questo modo di legò sì ai Medici, ma li legò anche a sé stesso.
Lo Sforza, uomo tutt'altro che stupido, era perfettamente a conoscenza degli interessi medicei a mantenere l'alleanza e dell'influenza del Portinari nella politica economica del ducato, ma riteneva che il gioco valesse la candela, soprattutto perchè il Banco Mediceo, con la sua rete europea di filiali, i fidatissimi uomini del Medici sparsi nelle corti di tutto il continente, era non solo una ricchissima banca, ma anche una incredibile fonte di notizie.
La rete di comunicazione, tramite corrieri privati che a cavallo si spostavano da una capitale all'altra, in modo rapidissimo e segreto, permettevano a Firenze e Milano di essere a conoscenza svariati giorni prima di accadimenti importanti per l'economia e la politica.



La morte di un sovrano, una nuova invenzione, truppe alleate o nemiche in spostamento, finanziamenti a un re o un nobile, magari per armare un esercito, variazioni sui prezzi delle materie prime o dei prodotti manifatturieri... tutte queste notizie giungevano prima ai Medici e agli Sforza.

Quando i lavori in quella che era nota come Contrada de' Bossi terminarono, Milano rimase a bocca aperta, ammirando un vero capolavoro di architettura rinascimentale.


Fu mantenuto un probabile pre-esistente bugnato alla base del palazzo, seguito dal piano nobile, decorato da finestroni binati, ricchissime decorazioni, cornicioni e tondi con busti e rilievi in ceramica. Il fronte principale del palazzo era lungo 50 metri e alto 15.
La parte più scenica era però quella dedicata alle terracotte, che davano un tocco "milanese" all'edificio "fiorentino" e suggellavano così l'unione e l'amicizia tra i due stile e le due città.
Vi erano anche 16 medaglioni riportanti i busti dei Medici.
Nel cortile quadrato, porticato, si aprivano altre bifore.

Gli interni vennero decorati e affrescati da Vincenzo Foppa, allora il più importante pittore lombardo.
La committenza richiese al Foppa una serie di affreschi con tematiche "laiche" e non, come era consuetudine da secoli, tematiche religiose o auliche. Vi erano quindi affreschi di vita quotidiana che furono giudicati scandalosi all'epoca.



Di questo splendido ciclo di lavori del Foppa sopravvive solo un "giovane Cicerone che legge", conservato presso la Wallace Collection di Londra.
Negli anni successivi altri affreschi vennero aggiunti dal Zanetto Bugatto, insigne ritrattista e medaglista e poi pittore di corte sotto la guida proprio del Foppa.
Il Filarete scrisse un trattato con una descrizione perfetta del palazzo e dei disegni di rilievo.



A impreziosire la facciata vi era un maestoso portale d'ingresso, vero capolavoro di arte rinascimentale.

"Un decoro esuberante riveste le spalle, l’archivolto e il timpano del portale, riempiendo tutta la superficie con figure naturali e allegoriche, paraste scanalate, cornici, stemmi, emblemi e motti avviluppati da ornamenti vegetali; infine, entro clipei bacellati, i busti di profilo di Francesco I Sforza e della consorte Bianca Maria Visconti..."

Il nuovo palazzo divenne un punto di rottura nella storia dell'architettura milanese e lombarda, segnando un prima e un dopo.
La commistione tra Rinascimento Fiorentino e stile Gotico Lombardo, col suo uso delle terracotte, creò immediatamente capolavori assoluti quali la Cà Granda, la Torre del Castello Sforzesco, Palazzo Marliani in Monte Napoleone e Palazzo Fontana Silvestri in Corso Venezia.




Era contemporaneamente la casa privata della famiglia Portinari e la sede del Banco Mediceo.
Il fiorentino non si limitò però a guidare il Banco e a far ricostruire il palazzo di via dei Bossi, fu anche il committente di due altri capolavori della Milano dell'epoca: la Cappella Portinari della Basilica di Sant'Eustorgio, costruita tra il 1462 e il 68 e l'abside e il coro di San Pietro in Gessate, oggi davanti al Tribunale.
E proprio a Sant'Eustorgio si trova una pala con un ritratto del Portinari, in adorazione di San Pietro da Verona; la cappella, pensata come tomba per il banchiere, conservava anche una preziosa reliquia, il teschio di San Pietro martire, conservata dentro un sepolcro in marmo. Leggenda vuole, da secoli, che chi pone il capo sotto la monumentale arca di marmo contenente il teschio, sia guarito istantaneamente da emicranie di ogni tipo!
Anche in questo caso non si conosce con certezza il nome del progettista; si resta comunque nelle ristretta cerchia dei fiorentini di Milano, i soliti Filarete o Michelozzi, con altri che avanzano l'attribuzione a Guiniforte Solari. 
Gli affreschi, effettuati tra il 1464 e 68, furono anche in questo caso del Foppa.
Pigello Portinari continuò a vivere a Milano sino all’11 ottobre 1468, quando morì, probabilmente per malaria, malattia per la quale aveva sofferto per lunghi decenni.
Venne sepolto nella cappella che aveva fatto erigere a Sant'Eustorgio e una lapide ne ricordò la sepoltura per secoli, lapide andata poi perduta.
Villa Mirabello passò in proprietà alla vedova e al fratello Accerrito, che da decenni viveva a Milano lavorando al Banco Mediceo.
Nel 1499 il Mirabello passò in mano ai Landriani.


Una ventina d'anni dopo la morte del Portinari, il nipote di Cosimo De' Medici, Lorenzo il Magnifico, fu costretto a vendere il prezioso palazzo di Milano.
Le spese dei Medici erano infatti insostenibili anche per una famiglia così ricca. Un mecenatismo sfrenato, un ciclo di opere pubbliche colossali, acquisizioni di opere e arte di ogni genere, portarono quasi al fallimento il Banco Mediceo e i conti stessi dei Medici.
Nel 1486 il palazzo fu così venduto per 4.000 ducati a Filippo Eustachi che lo cedette immediatamente al cognato Alvise Terzago.
Entrambi erano ai vertici della corte degli Sforza e coll'acquisto del più nobile e bel palazzo di Milano, volevano suggellare il loro potere e il loro status sociale. Il Terzago spese la cifra enorme di 1.000 ducati per abbellire il palazzo, decorarlo e comprare preziosi arredi.
Ma una serie di vicissitudini portarono alla condanna per congiura del Terzago e dell'Eustachi dopo soli tre anni e il palazzo venne preso in dote dalla Camera Ducale

Tra gli acquisti del Terzago vi furono una serie di medaglioni in terracotta che andarono a decorare il cortile interno.
Saputo dei problemi del Terzago, Lorenzo il Magnifico cercò di far annullare la vendita del palazzo, inutilmente; il palazzo fu infatti donato da Lodovico il Moro a sua figlia Bianca e al marito Galeazzo Sanseverino.
Il Magnifico decise quindi di riacquistare il palazzo dai Sanseverino e rimase di proprietà dei medici per almeno un altro secolo. 
Nel Seicento, quando la decadenza della casata medicea stava iniziando, il palazzo fu ceduto ai Conti Barbò, ricca famiglia di origine bergamasca trasferitasi in quegli anni a Milano.
Fu in quel periodo che probabilmente iniziò la spoliazione delle decorazioni in terracotta del palazzo, rivenduti e dispersi in ogni dove. Molte modifiche furono effettuate per trasformare un palazzo per uffici in una dimora gentilizia, furono modificate la splendida facciata, gli interni e si persero praticamente tutte le opere pittoriche e i ricchissimi arredi accumulati dal Portinari e dal Terzago.

A fine del Seicento era diventato un anonimo palazzo del centro cittadino e un secolo dopo si salvava ormai solo il cortile interno, che aveva mantenuto l'aspetto originario e le decorazioni in terracotta, seppure i busti e i bassorilievi fossero ormai consumati dal tempo e dalla pioggia.
Nel 1802 i Barbò vendettero quel che restava del palazzo ad Agostino Pizzoli, che a sua volta, vent'anni dopo lo cedette a Carlo Vismara.
Durante la proprietà di quest'ultimo si sa che nel cortile erano ancora presenti 13 busti e teste poste sulle facciate e che furono restaurate dallo scultore Stefano Girola.
A metà dell'Ottocento, i busti e i medaglioni del cortile furono sostituiti da copie e gli originali probabilmente venduti a privati collezionisti.



Nel 1862 fu infine comprato dai fratelli Valtorta, che procedettero speditamente ad una totale ristrutturazione dell'edificio, praticamente irriconoscibile dopo i lavori.
Non fu l'unico scempio compiuto dai Valtorta che tra il 1862 e il 1864 procedettero ad una totale spoliazione di quel che restava di stucchi, decori, terracotte del palazzo, rivendendola sul mercato privato, soprattutto straniero.
Fu grazie all'intervento di Giovanni Mongeri, Presidente dell'Accademia di Brera, che una piccola parte dei beni vennero comprati dal Comune di Milano, impedendo la perdita definitiva di un vero patrimonio.




Era infatti appena nato lo Stato Italiano e il colossale patrimonio artistico, spesso di proprietà di Stati ormai spariti, veniva accaparrato da Musei stranieri.
I Valtorta misero in vendita il prezioso portale rinascimentale sul mercato, ma a comprarlo fu il maggior mercante d'arte di Milano, Giuseppe Baslini, per 23.000 Lire, nemmeno la metà del reale valore.
Il Baslini voleva sicuramente vendere il portale all'estero, probabilmente in Inghilterra, ma la campagna stampa mossa dal Mongeri, suscitò indignazione tra i milanesi e il Comune potè ricomprare il portale per sole 25.000 lire due anni dopo.
Il Baslini comprò dai Valtorta anche i busti e i medaglioni del cortile, venduti poi separatamente a privati e al Comune nel 1873.
Sempre i Valtorta avevano fatto staccare dal cortile l'unica opera sopravvissuta del Foppa, il "Cicerone bambino che legge"e lo misero all'asta, vinta ovviamente dal Baslini. L'affresco del Foppa fu rivenduto a Parigi e infine a Londra.
Altre terracotte furono comprate dal Comune di Milano, mentre parti delle finestre e varie colonne del porticato finirono a privati, segnatamente al pittore Giuseppe Bertini, che le installò nella villa di famiglia a Biumo Superiore, allora comune, oggi quartiere di Varese.
Dei 13 medaglioni con busti ben 8 furono comprati dal Comune, che oggi li conserva ai Musei del Castello Sforzesco.  I medaglioni furono poi attribuiti al Caradosso.
Nel 2014 per 3 medaglioni con busto, in terracotta quattrocentesca, sulla facciata del cortile di Villa Cagnola a Gazzada, è stata ipotizzata una relazione coi 5 scomparsi da Via dei Bossi e venduti a ignoti privati nel 1873.
Da un dipinto di inizio dell'800 si vede come la facciata non presentasse alcun medaglione con busto, che, dopo l'acquisto della villa da parte dei Cagnola, compaiono improvvisamente durante le opere di restauro condotte intorno al 1880.

Nel maggio 1900 fu inaugurato il nuovo Museo Archeologico di Milano, presso il Castello Sforzesco. Curatore fu l'onnipresente Luca Beltrami.
Nel cortile dell'elefante venne posto il Portale del Banco Mediceo e sotto i portici dello stesso cortile gli 8 medaglioni con busti e una serie di terracotte provenienti dallo stesso palazzo.

Nel novembre 1965 uno degli edifici annessi al Banco Mediceo, posto sul fondo della Via dei Bossi, venne demolito per costruire un nuovo edificio della Milano Assicurazioni. A diversi metri di profondità furono rinvenuti i pilastri e le mura perimetrali di un gigantesco Horreum della Milano Imperiale, un colossale magazzino del grano.
Nel 2006 la Casa d'Aste Christie's fece del palazzo di Via dei Bossi al 4 la sua nuova sede italiana, ospitando gli uffici; la sala d'aste fu invece posta a Palazzo Clerici, a poche decine di metri.


Disegni di rilievo di Palazzo del Banco Mediceo.




domenica 26 aprile 2020

La Chiesa e il Convento di Santa Marta e la mistica Arcangela Panigarola

Nell'odierna Piazza Mentana, tra il Cordusio e le Cinque Vie e via Torino, si trovavano il convento e la chiesa di Santa Marta, che diedero poi il nome alla strada principale della zona.
Il convento venne fondato da Simona da Casale nel 1345, diventata da poco vedova.
La sede era nel grande e ricco palazzo della donna, che nel giro di pochi mesi riunì un alto numero di donne che volevano condividere con lei una vita di preghiera e ritiro, ma fuori dalle strutture ufficiali della Chiesa.

La comunità prese il nome di Santa Marta ed ebbe una crescita a dir poco tumultuosa, tanto che la Curia Ambrosiana dovette prendere dei provvedimenti per aiutarla a garantirsi un futuro.
La scelta fu obbligata, entrare nei ranghi delle Chiesa; i vertici della comunità, guidata allora da Margherita Lambertenghi fecero loro la Regola Agostiniana nel 1405.
La comunità di Santa Marta annoverò tra le sue fila diverse donne che aveva visioni, delle mistiche, come Colomba de Suardi, Liberata da Giussano, Benedetta da Vimercate, Taddea da Ferrara, Veronica Negroni da Binasco, ma la più celebre fu Arcangela Panigarola.
Proprio per questo motivo, all'interno della comunità era nata una costola detta Confraternita dell'Eterna Sapienza.
Ludovico il Moro, con la consorte Beatrice d’Este era solito recarsi a Santa Marta per trascorre ore di preghiera e riflessione.


Nel 1428 era stata intanto creata la chiesa di Santa Marta, sempre in Piazza Mentana.
La modesta prima chiesa venne ricostruita nel 1522, con una struttura simile a San Maurizio in Corso Magenta, cioè con una doppi aula, una per i fedeli, l'altra per le consorelle della comunità di Santa Marta. La navata era unica con una larga volta a botte.


Nata a Milano nel 1468 come Margherita Panigarola,  era la figlia del cancelliere del Duca Gian Galeazzo Visconti, Gottardo Panigarola. Entrò nel monastero di Santa Marta il 27 luglio 1483, a 15 anni, obbligata dai genitori, e prese il nome di Arcangela, diventando rapidamente una figura di spicco nella comunità.
Fu maestra delle novizie, poi vicaria e infine priora della comunità a partire dal 1500.
Fu proprio grazie a lei, alla Panigarola,  che il convento divenne un punto di riferimento spirituale per tutta Europa e che nacque un fortissimo legame tra la Francia e il convento di Santa Marta
La Panigarola iniziò ad avere apparizioni mistiche apocalittiche sin dai primi anni di reclusione nel convento, che furono poi raccolti da Giovanni Antonio Bellotti in un volume chiamato Le Rivelazioni di Arcangela Panigarola.


Il Bellotti era l'abate dell'Ordine di Sant'Antonio di Grenoble; in Francia ebbe strette relazioni con Giovanna di Valois e con suo fratello, il re di Francia Carlo VIII.
Quasi certamente fu il Bellotti a parlare ai reali francesi della Panigarola e delle sue visioni e della Confraternita dell'Eterna Sapienza.

Tra i membri della Confraternita vi era il milanese Isidoro Isolani, domenicano di Santa Maria alle Grazie, notissimo teologo che scrisse autorevoli libri contro Lutero e i protestanti e divenne un alfiere del cattolicesimo in tutta il sud Europa.
L'Isolani, intorno al 1517, proprio per combattere il protestantesimo si fece interprete delle visioni apocalittiche della Panigarola, sostenendo la venuta di un nuovo Papa francese, con caratteri messianici e "angelici".
Il ritratto di questo "Papa angelico" era costruito su misura per Denis Briçonnet, potentissimo vescovo di Saint Malo e, soprattutto, figlio di Guillame, Abate di Saint-Germain-des-Prés, Arcivescovo  di Narbona, Cardinale di Albano, Cardinale di Frascati, Cardinale di Palestrina.
Guillame Briçonnet aveva lungamente tramato per cercare di salire al soglio pontificio negli anni precedenti, tanto che nel 1511 era stato deposto da cardinale e poi scomunicato da Papa Giulio II. Con l'ascesa al soglio pontificio di papa Leone X, ricevette nel 1514 il perdono papale ed il reintegro nel titolo di cardinale.

Denis Briçonnet visse a lungo in Italia, a Milano, dove incontrò e conobbe Arcangela Panigarola e gli altri confratelli dell'Eterna Sapienza.
La Panigarola e Briçonnet, poi diventato vescovo di Tolone, si scrissero per anni. La donna sollecitava il vescovo a diventare un alfiere della riforma della Chiesa, per lottare contro le accuse di Lutero.
Denis Briçonnet, assieme al fratello Guillame, con lo stesso nome del padre e anche lui vescovo, diventarono ambasciatori del Re di Francia per negoziare col Papa un nuovo Concordato.
Il loro lavoro fu esemplare, tanto da cancellare la Prammatica Sanzione e a firmare un nuovo Concordato tra Francia e Chiesa nel 1516.
I due fratelli servivano il Re di Francia ma non dimenticavano mai i consigli della monaca di Milano.

Anche Guillame fu infatti rapito dalle visioni della mistica, che voleva a tutti i costi trovare un nuovo Papa francese che riformasse Roma e la portasse a rivaleggiare con i Protestanti di Lutero.
Il 30 dicembre 1514 Leone X autorizzò Giovanni Antonio Bellotti alla pubblicazione delle Rivelazioni della priora Arcangela Panigarola, che ebbero grande diffusione a Milano, Roma e in Francia.
Tra i francesi che avevano contatti epistolari e ogni tanto scendevano a Milano, a Santa Marta, per incontrare la mistica Panigarola, vi erano i cugini Gaston de Foix e Odet de Grailly de Foix-Lautrec.

Gaston de Foix, duca di Nemours, conte di Étampes e visconte di Narbona e soprattutto nipote prediletto del Re di Francia, era un condottiero del Re di Francia Luigi XII e per lui portò la guerra nel Nord Italia, conquistandolo a spese degli spagnoli e nel giugno 1511, a soli 21 anni, fu nominato Governatore del Ducato di Milano e Comandante dell'Armata Reale in Italia.
Durante l'ultima, e decisiva battaglia di Ravenna, Gaston de Foix guidò i francesi ad un ennesima, travolgente vittoria, distruggendo l'intera armata spagnola, ma, a combattimento quasi terminato, fu colpito e ucciso.
La sua morte determinò un cambio radicale della guerra, che vide alla fine, dopo alcuni anni, i francesi ritirarsi dal nord Italia e gli spagnoli assicurarsi oltre due secoli di dominio in una delle regioni più ricche e prospere del Mondo.

Su suggerimento dell'Odet, il cugino del de Foix, per la sepoltura del condottiero fu chiesto un posto nella chiesa di Santa Marta. L'Odet chiese l'intercessione del Bellotti che ottenne da Papa Leone X di aprire la chiesa alle spoglie del de Foix.
Il re di Francia Francesco I commissionò per il condottiero il grandioso Monumento funebre allo scultore lombardo Agostino Busti detto il Bambaia, realizzato tra il 1515 e il 1523, che fu poi posto nella Chiesa di Santa Marta.
Negli stessi anni furono commissionati ai migliori pittori dell'epoca degli importanti affreschi, tele e pale per la chiesa.

Bernardino Zenale affresò le lunette di San Lazzaro, Santa Marta, Santa Maria Maddalena e Santa Marcella, mentre il Luini affrescò una stupenda Annunciazione; tutte opere che si sono salvate e sono oggi divise tra Brera e la Chiesa di Santa Maria di Piazza a Busto Arsizio.
Marco d'Oggiono dipinse invece la pala dell'altare, anch'essa a Brera.
A questi splendidi lavori si aggiunse quasi un secolo dopo una serie di opere di Bernardino Lanino, oggi conservati al Museo della scienza e della tecnica di Milano

Nel 1524, al tramonto della dominazione francese in Lombardia, una serie di battaglie tra spagnoli e francesi vide arrivare la peste nel Nord Italia, portata dai mercenari Lanzichenecchi svizzeri.


La peste entrò a Milano ai primi di luglio e il giorno 8 furono colpite le prime monache.
Tra la fine del 1924 e i primi giorni di gennaio morirono 27 monache di Santa Marta e il 17 gennaio 1525 morì la monaca visionaria, Arcangela Panigarola.
Morirono in totale circa 80.000 milanesi, due terzi degli abitanti.
Il convento e la chiesa di Santa Marta, così famose in tutta Europa per il loro strettissimo legame coi reali di Francia, furono assaltate e devastate dalle truppe spagnole.


Morta la Panigarola la Confraternita dell'Eterna Sapienza lentamente si spense; ciò nonostante l'importanza di Santa Marta a Milano rimase notevole, tanto che San Carlo Borromeo, e poi anche il cugino Federico, ne fecero la pietra di paragone per riformare tutti gli ordini monastici femminili del milanese.

Nel 1528 morì il Bellotti e l'incarico per un nuovo monumento funebre da dedicargli fu dato ancora al Bambaia, che iniziò i lavori prontamente. Anche il Bellotti doveva essere seppellito a Santa Marta.
Ma esattamente come col più celebre monumento, i lavori si interruppero e i marmi già realizzati andarono totalmente perduti.




Sotto la dominazione spagnola il convento continuò comunque ad attrarre donne devote, tanto che nel 1590 fecero preparare un progetto di allargamento degli spazi da Francesco Maria Richini.
Il progetto divenne esecutivo solo nel 1621 e in tre anni monastero e chiesa furono ristrutturati.

Nel 1798, con il ritorno dei francesi, questa volta rivoluzionari e guidati da Napoleone, la Chiesa di Santa Marta fu soppressa e una gran parte degli affreschi e delle opere vendute a privati o portate in Francia.

Si salvarono solo alcune opere del Luini, dell'Oggiono e del Lanino, portate a Brera.
La chiesa divenne parte dell'Istituto Tecnico Comunale e trasformata prima in laboratorio, poi in magazzino e infine demolita totalmente intorno al 1806.




L'opera più bella e rappresentativa presente a Santa Marta, lo splendido capolavoro del Bambaia, il Monumento funebre a Gaston de Foix, fu vittima del disprezzo degli spagnoli per i loro predecessori francesi.
Nel Seicento i marchesi Arconati comprarono varie parti del monumento, composta da numerose statute. Furono portati a Villa Arconati a Bollate. Fortunatamente il Comune di Milano riuscì a ricomprarli dagli eredi una trentina di anni fa.
La statua del condottiero sul letto di morte rimase nella chiesa sino alla sua demolizione, poi passò al Comune di Milano, che la mise al Castello Sforzesco, dove ancora si trova.
Assieme a questo si trovano le statue degli 11 Apostoli, due statute delle Allegorie di Virtù e 6 bassorilievi di grandi dimensioni-

Purtroppo non esiste una copia del progetto definitivo del Bambaia e probabilmente alcune parti del monumento andarono perse per sempre.




Altre sono finite in giro per mezza Europa.
Il Prado a Madrid ha un rilievo marmore con dei soldati, il Victoria and Albert Museum di Londra ha 3 statue femminili, raffiguranti Allegorie di Virtù e a Palazzo Madama ci sono dei pilastrini con armi e figure allegoriche. 
Altri di questi pilastrini sono conservati sia al Castello Sforzesco sia alla Pinacoteca Ambrosiana.
Anche il monastero venne soppresso nel 1799 e il prezioso ritratto di Gaston de Foix fu staccato e portato a Brera.
Stessa sorte seguirono una serie di importanti sculture che finirono però all'Abazia di Chiaravalle.
Le monache furono concentrate in una piccola ala e l'edificio dato alla Guardia Nazionale, che lo trasformò in una caserma.

Nel 1844 divenne sede del Museo di Storia Naturale, ma nell'estate 1861, furono definitivamente atterrati per aprire Piazza Mentana e costruire il Regio Istituto Tecnico di Santa Marta.

Inizialmente la piazza fu dedicata proprio alla santa, ma nel 1865 venne dedicata al luogo della battaglia di Mentana.
Nel 1880 venne posto in piazza il monumento ai Caduti di Mentana, opera del Belli.
Alla cerimonia di inaugurazione, il 3 novembre 1880, partecipò un anziano Giuseppe Garibaldi.




Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1902














 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1902

















Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1967.
 Figure di Apostoli del  Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.

 Figure di Apostoli del  Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.
Monumento funebre a Gaston d
  Figura di Apostolo del Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.

 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Secondo allestimento, 1950.
 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Secondo allestimento, 1950.

Bernardino Luini, Madonna con il Bambino, santa Marta, san Giovanni Evangelista














Bernardino Luini, Redentore benedicente.

Bernardo Zenale, Santa Marta e San Lazaro

Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli.






















Monumento ai caduti di Mentana, di Luigi Belli, 1880; poco prima dell'inaugurazione.

"El Polentatt"

Nella foto si vede un uomo avvicinarsi ad una rivendita di polenta, " el Polentatt de San Clement ", per la precisione. La fot...