domenica 29 marzo 2015

I Martiri di Gorla del 20 ottobre 1944




L’incursione aerea del 20 ottobre 1944 era già stata programmata dal febbraio del 1944 dal Comando della 15° Air Force degli Stati Uniti d’America che individuava negli stabilimenti milanesi del nord est un obiettivo strategico da colpire. “Due gruppi arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono regolarmente il bombardamento; il gruppo che doveva attaccare la Breda era composto da 35 aerei. Gli aerei procedevano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Gli aerei procedevano senza scorta di caccia e, del resto, non ce n'era bisogno: la reazione contraerei era prevista nulla, come in effetti fu; non apparvero aerei nemici. I bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portavano ciascuno 10 bombe da 500 libbre”.



Gli aerei si presentarono dopo una navigazione regolare e in formazione stretta e assunsero rotta verso la Breda ma a questo punto tutto cominciò ad andare storto. Le bombe del "group leader", aereo di testa della prima ondata, vennero sganciate prima per un corto circuito dell'interruttore di lancio.
Il "deputy leader" sull'aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei lo fecero e le bombe caddero sparpagliate sulle campagne circostanti: solo alcuni arrivarono a sganciare le bombe sul bersaglio, o vicino, perché molte caddero sullo stabilimento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti. La seconda ondata d'attacco era rimasta distanziata: assunta la rotta d'attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15° sulla destra.
Quando il "leader" della formazione s'accorse dell'errore era troppo tardi e tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per liberarsi subito del carico, sganciarono le bombe immediatamente a sud est del bersaglio e presero la rotta del ritorno. Il comando criticò ampiamente l'operato del 451° Group, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. Non risulta però nessuna eco da parte degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.



A Gorla la Scuola Elementare “Francesco Crispi” aveva due turni per la presenza di molti bambini del quartiere; in quella mattina tersa e luminosa erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio andavano a scuola nel pomeriggio per cui all'ora dell'attacco non erano a scuola. Pochi gli assenti o perché malati o perché, vista la bella giornata, avevano deciso di marinare la scuola. Al momento del piccolo allarme quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari perché scendessero nel rifugio; altre cercarono di informarsi prima per sapere se si trattava delgrande o del piccolo allarme. 
Quando alle 11.24 suonò la sirena per la seconda volta i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio, altri si trovavano ancora sulle scale; in quel momento gli aerei erano già in vista. 
A questo punto alcuni bambini più svelti di altri decisero di fuggire dalla scuola per raggiungere casa. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al piano terreno. 
Per tutti gli altri il destino fu diverso: una bomba s'infilò nella tromba delle scale e scoppiò provocando il crollo dell'edificio, delle scale e anche del rifugio facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie. Anche parecchi genitori che al momento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli perirono nel crollo





“Scrivo una pagina dolorosissima nella storia della parrocchia. Giornata limpidissima serena, d’autunno in brevi istanti fu tramutata in una giornata di lutto e di pianto e di desolazione. Alle 11.15 suonò il piccolo allarme, non se ne fa caso, e pochi minuti dopo il grande allarme. Squadriglie di numerosi quadrimotori inglesi e americani vengono rapidamente da Sesto S. Giovanni, lanciando sul rione bombe a tappeto innumerevoli. In pochi minuti, molti fabbricati della parrocchia son ridotti ad un cumulo di rovine. Davanti alla gradinata della chiesa è caduta una bomba che fortunatamente ha fatto cadere solo i vetri della parte Ovest e squassata la bussola della porta d’entrata nonché i vetri della casa parrocchiale e dell’oratorio maschile. Esco dal recinto dell’oratorio, spettacolo più raccapricciante si presenta al mio sguardo. Mamme che disperate corrono alla vicina scuola dove una bomba caduta sul fabbricato e precisamente nella tromba delle scale seppellisce più di 200 tra bambini ed insegnanti sotto le macerie. Si inizia l’opera di salvataggio ma tranne i primi e non più d’una decina che vengono estratti ancor vivi, tutti escono deformi cadaveri maciullati a cui si amministra dai Sacerdoti della parrocchia e da quelle limitrofe l’Estrema Unzione e l’assoluzione sotto condizione. Alle 15 giunge sua Eminenza l’’Arcivescovo a consolare le mamme e rendersi edotto dell’orribile catastrofe. Il Parroco in quel momento è assente per un funerale in parrocchia. Si rimane sulle macerie fino a tarda ora della sera, mentre i vigili del fuoco lavorano tutta notte ad estrarre i corpi delle vittime.”



Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e soffocante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tragedia e diedero l'allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone lo sforzo maggiore dei soccorsi fu concentrato sulla scuola elementare dove incominciarono ad accorrere i padri e le madri dei ragazzi. La Prefettura di Milano fu informata quasi subito dell'avvenimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono i militi dell'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuoco, gli operai delle fabbriche circostanti (molti erano i padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara a tutti la dimensione della tragedia.
Dalle macerie venivano estratti quasi soltanto dei morti; molto attivo in quei momenti fu un giovane sacerdote, Don Ferdinando Frattino che con il suo deciso intervento negli scavi contribuì a salvare molti bambini: gli scolari morti furono 194 più tutte le maestre, la direttrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze spesso drammatiche e commoventi dei bambini, ora divenuti adulti, che a qualsiasi titolo riuscirono a sopravvivere.

Nel frattempo un'altra scuola elementare a Precotto era stata distrutta dalle bombe, ma qui tutti i bambini erano già nel rifugio; anche qui accorsero i genitori che, con l'aiuto dei vigili del fuoco e di Don Carlo Porro (sacerdote molto attivo nei soccorsi) riuscirono ad estrarli vivi dalle macerie.
Molte altre zone della città furono colpite; alcuni quartieri furono gravemente danneggiati compreso un gruppo di case popolari della fondazione "Crespi Morbio" (viale Monza). 

In totale i morti accertati in città furono 614 oltre a tutti i feriti e alle numerose case distrutte. Alcune bombe caddero anche sullo scalo merci di Greco avvalorando per anni l'opinione che questo fosse il reale bersaglio dell'attacco. Altra ipotesi diffusa per anni fu di attribuire il massacro agli inglesi, giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano la fama di essere "buoni". Gli uffici funebri in Duomo, nonostante le proteste di parecchi parenti delle vittime, divennero un mezzo per attaccare gli Alleati con la propaganda e fomentare l'odio dei milanesi. I funerali furono celebrati nella chiesa di Santa Teresa, a Gorla.



Le mamme avevano gli occhi sbarrati dal dolore. «Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata per ore, e il mio bambino era là sotto. Era di venerdì, soltanto alla domenica mio marito l'ha trovato all'obitorio, tutto nudo ma bello, l'ha riconosciuto dai capelli che erano biondi. A fianco a lui c'erano dei sacchi con pezzi di bambini».
Una delle mamme «con gli occhi sbarrati e instupidite dal dolore», come furono descritte all'epoca, simbolo delle 200 che hanno perso i loro figli per colpa della guerra, ha 87 anni. Vive a Bergamo da 32 e ogni anno si trova lì, in silenzio dignitoso, davanti al monumento in che ammonisce a lettere cubitali: «Ecco la guerra».

Piange ancora, 59 anni dopo, Gina Fiorentini, all'anniversario della più commovente strage italiana avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Li hanno chiamati angeli, creature innocenti. Col tempo si sono conquistati l'appellativo onorevole di «Piccoli Martiri di Gorla». Nella piazzetta alle spalle di viale Monza, a ridosso della Martesana, dove una volta c'era la scuola elementare Francesco Crispi, ci sono solo ricordi amari per una manciata di mamme ancora vive.

Dario Franchi nel 1944 era un alunno di prima elementare. «Aveva sette anni perchè ha dovuto ripetere, è stato bocciato. Non era colpa sua, sono io che ho scoperto che la maestra lo picchiava col righello e l'ho detto alla direttrice. Era buono Dario, e aveva paura di tutto. Degli aerei non ne parliamo, si tappava le orecchie, poverino.

Quella mattina è andato a scuola con i suoi compagni e io l'ho fermato sulla porta perchè ho visto che aveva l'orlo del grembiulino nero scucito. Gliel'ho attaccato di corsa e ho pensato «chi cuce indosso va nel fosso». Mio Dio, che pensiero mi è venuto, alle 11 e 25 la bomba me l'ha portato via per sempre». Gina Fiorentini faceva la sarta in casa, il marito l'operaio alla Breda. Alle 11 e 20 suona la sirena, ma solo la seconda, non quella che avvertiva per tempo dell'avvistamento degli aerei. Erano 100 bombardieri alleati diretti da Foggia alle fabbriche metalmeccaniche oltre la ferrovia di Greco, la Breda, la Falck, la Marelli. Uno di loro si stacca dal gruppo e sbaglia rotta, un errore di 22 gradi che gli impedisce di sganciare sull'obiettivo. Pur di liberarsi del carico, o chissà perchè, il pilota americano decide di sganciare dove si trova: sotto di lui vede case e strade, ma sgancia ugualmente. Una bomba centra la scuola di Gorla, le altre a tappeto radono al suolo l'area periferica di Milano che alla fine raccoglie 635 cadaveri.

Fanno in tempo a scendere in rifugio gli alunni della scuola elementare di Precotto e si salveranno tutti. Non ce la fanno invece quelli di Gorla. «Era una giornata limpida e quei delinquenti hanno sbagliato. Quando ho sentito il colpo forte sono uscita per strada, come tanti. Abitavo in via Asiago ed ero in ciabatte, subito incontro uno in bicicletta che mi dice la scuola di Gorla è venuta giù tutta, ci sono solo macerie. Ho creduto di impazzire. Mio marito non lo trovavo, nessuno rispondeva al telefono della Breda, credevo fosse morto anche lui e invece quando alle 4 e mezza sono tornata a casa, ero stata lì tante ore senza trovare il mio Dario e senza poter fare niente, mi viene incontro e ci siamo abbracciati forte. Aveva saputo cos'era successo solo poco prima, all'uscita dalla fabbrica».

Nove anni dopo la morte del suo bambino, Gina Franchi ha avuto un altro figlio e l'ha chiamato Dario: «Insegna ai ragazzi, è nato per insegnare. E' un uomo giusto».
Nella cripta dove riposano i 184 piccoli più i 20 che abitavano nelle vicinanze, neppure Gesù ha parole di pietà per gli errori umani: «E vi avevo detto di amarvi come fratelli».


Con la liberazione la fine di un incubo ma anche il carico di un’enorme responsabilità: la ricostruzione della dignità umana così fortemente provata dalle vicende e dalle atrocità belliche. Dopo la lenta faticosa ricostruzione di ciò che era andato perduto, case, scuole, fabbriche, luoghi di culto e ritrovo, venne eretto un monumento presso il ponte vecchio di Gorla ad opera dello scultore Remo Brioschi. Il sacrificio di 184 alunni e 14 maestri venne così ricordato insieme ad un accorato appello contro la guerra immortalato nell’immagine straziante della madre con il bimbo esanime in braccio. La piazza fu ribattezzata in quell’ occasione: Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla.
Il monumento, un blocco marmoreo sormontato da due pilastri, riporta una scritta a caratteri cubitali: “Ecco la Guerra”; ai piedi dei pilastri, la statua bronzea di una madre dolente che esibisce il figlio morto fra le proprie braccia. L’episodio si ricollega molto probabilmente a ciò che realmente accadde quando una madre, forse la prima madre, estrasse dalle macerie il corpicino del suo bambino e se lo portò via a dispetto di tutte le ordinanze. Sul pilastro di sinistra, in rilievo, un aereo sormonta la scuola ancora intatta mentre, su quello di destra, lo stesso aereo allontanandosi lascia sotto di sé il carico di distruzione. Sul retro del monumento due scale portano alla cripta che accoglie i resti dei piccoli alunni e delle loro insegnanti. L’abside della cripta è interamente occupata da un mosaico con il volto di Cristo; sotto il mosaico la vittima sacrificale: un bimbo, uno dei tanti innocenti caduti in quella terribile tragedia; verso di lui sembrano andare le mamme piangenti; in alto troneggia la scritta: ”Vi avevo detto di amarvi come fratelli”.




Il monumento fu voluto fortemente dai parenti. Il terreno dove sorgeva la scuola fu messo in vendita dal Comune dopo la tragedia e sarebbe stato, secondo quanto si diceva in giro, utilizzato per la costruzione di un cinema. I genitori allora decisero di istituire un Comitato e di fare un esposto al Comune; poi si recarono a Palazzo Marino dove, dopo molte insistenze, ottennero dal Sindaco Antonio Greppi la concessione del terreno su cui far erigere il monumento-ossario per tenere uniti i loro figli e ricordare al mondo il sacrificio delle vittime innocenti della guerra.
Il Comitato si adoperò in mille modi per procurarsi i fondi necessari per avviare i lavori. Si incominciò a scavare tra le macerie della scuola e a togliere ad uno ad uno i mattoni: ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto, ma il ricavato della vendita era troppo poco. Si iniziò allora a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte. I genitori contribuirono in parte alle spese anche se, subito dopo la guerra, i soldi erano pochi e la vita era davvero molto difficile per tutti; fu anche organizzata una serata di beneficenza al Teatro alla Scala. Con i fondi ricavati si poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi: le Acciaierie Falck offrirono materiali di ferro il cui ricavato della vendita permise di proseguire i lavori. La Rinascente offrì il marmo di Candoglia che avanzava dalla ricostruzione della sua sede distrutta dalla guerra: venne utilizzato per i loculi delle piccole vittime. In seguito, venne organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del monumento da dedicare ai piccoli martiri e ai loro insegnanti. Fra questi fu scelto quello dello scultore Remo Brioschi, che, commosso, aiutò il Comitato realizzando l’opera d’arte dietro un compenso minimo. Finalmente il 20 ottobre 1947 il monumento fu inaugurato durante l’annuale celebrazione del triste evento, avvenuto tre anni prima a perenne monito contro la guerra. 


Tutti gli anni, nel giorno del tragico anniversario, si tengono le celebrazioni cittadine per ricordare l’episodio luttuoso e per riflettere sulla stoltezza degli uomini.


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