giovedì 5 marzo 2015

Le lavandaie dei navigli



I Navigli ricoprirono un ruolo fondamentale anche per la pulizia dei milanesi e le lavandaie ne erano le artefici. Nella foto si vede Vicolo Lavandai e il primo lavatoio pubblico di Milano: “El Brellin”; prende il nome dal panchetto dove le lavandaie si appoggiavano per lavare i panni con l’acqua derivata da un fontanile; la liscivia o il raro sapone si potevano acquistare nel negozio nei pressi del lavatoio stesso. La stessa bottega di articoli per la lavanda oltre a spazzole, candeggina, acqua calda e sapone vendeva anche una particolare liscivia denominata in milanese “ paltun”, che si otteneva facendo cuocere la cenere bianca di fuoco di carbone mischiata con olio, che aveva la caratteristica di rendere perfettamente bianchi gli indumenti lavati. Il lavatoio è di tipo coperto e non è alimentato direttamente dalle acque del Naviglio Grande ma da una roggia che passava sotto al Naviglio stesso e che si gettava poi nelle acque del canale




La pulizia del corpo dei Milanesi era in origine affidata alla cosiddetta “pulizia secca”, demandata cioè al cambio della biancheria; i frequenti cambi di abito, soprattutto degli indumenti bianchi, incrementavano il lavaggio a carico delle lavandaie.
L’eleganza e la moda si associavano all’igiene personale: si lavavano perciò più gli indumenti che le persone e questa usanza era poco frequente tra chi di indumenti non ne aveva abbastanza.
“Anziché abbattere il coperto del Figini o ampliare la piazza del Duomo – raccomandava lo storico Cesare Cantù – preferirei vedere costruiti i lavatoi, dove il pezzente potesse andare, torsi di dosso l’unica camicia e gli unici calzoni, vederli risciacquati, lisciati lì per lì, e rimetterseli partendo con la spesa di un soldo”.
I molti lavatoi costruiti lungo i Navigli, fuori dalla cerchia interna, servivano la città e i nuclei rurali da dove provenivano le lavandaie al servizio delle famiglie Milanesi.
I cambi d’abito erano molto frequenti soprattutto nella stagione estiva.
L’attività della lavandaie, costrette a lavare carponi “in posizione cioè incomoda senza alcuna difesa dall’inclemenza delle stagioni”, cresceva con l’aumento della popolazione di Milano e del contado.
Tra le mani delle donne che sciacquavano, strizzavano, sbattevano e coprivano di cenere gli abiti per la cosiddetta “imbiancatura”, non passavano semplici indumenti, ma anche la credibilità dei governanti di Milano: una grande responsabilità per le lavandaie, che conoscevano tutti i metodi ( “l’olio di gomito”) per restituirle al massimo del candore. Tra gli “ingredienti” più importanti del bucato erano utilizzati acqua corrente – quella dei canali milanesi – e un’energica sbattitura su una tavola di legno – il “brellin”. Nei casi più delicati si macerava preventivamente per 24 ore la biancheria con un misterioso impasto di escrementi di vacca e di bue e l’aggiunta di liscivia. Il sapone non esisteva e veniva sostituito di frequente da cenere e acqua bollente versate sopra un panno chiamato “ceneracciolo” disposto sopra i panni.









Nel frattempo la moda diventava sempre più ricercata e orientata verso il lusso: la vera novità della moda femminile – non visibile al pubblico – arrivava nel campo della lingerie, come attesta nel 1581 in un suo memoriale di protesta contro il lusso G.A. Trivulzio, che proponeva di limitare l’uso degli ziponi a un bustino di tela “tanto per tener suso li calzoni per chi li porta” e di proibire alle donne di portare calzoni di tanta spesa (le mutande) “ come dicesi che facciano”. 
Allora fare il bagno non era comunque un’abitudine molto diffusa. Tuttavia, la cultura rinnovatrice investiva anche la cura del corpo, per la quale alla pulizia secca si sostituì quella bagnata. Sono del Settecento immagini di donne intente a lavarsi, anche le parti intime, grazie ad un esclusivo strumento, che fa la sua comparsa in Francia, il bidet. Un segno dei tempi. Con la rivoluzione francese e la presa di coscienza, comune a tutti gli strati sociali, della necessità dell’igiene per combattere microbi e mortalità, l’acqua per lavarsi diventava indispensabile insieme al sapone, una tappa fondamentale sulla via della costruzione dei bagni e dei lavatoi pubblici, che avverrà a Milano più tardi, agli inizi del Novecento.
Dentro la città di Milano erano presenti 19 lavatoi: 11 sono sul Naviglio Grande; 3 sono sul Naviglio della Martesana; 5 sono sul Naviglio di Pavia. I materiali utilizzati per la costruzione dei lavatoi sono la pietra, il legno e il cemento.


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