mercoledì 4 maggio 2016

I Moti di Milano del maggio 1898

Nei primi giorni del maggio del 1898 Milano fu scossa da quattro giorni di violenze tremende; l'Italia era in una pesante recessione economica e le condizione della popolazione drammatiche. A milioni emigravano continuamente verso il nord e sud America e i fortunati che avevano un lavoro nelle grandi città del nord Italia dovevano sottostare ad orari pesanti e paghe risicate, avevano quindi gioco facile le propagande socialista, anarchica e repubblica.
Una serie di cause esterne ed interne, la guerra Ispano-Americana tra USA e Spagna, che comportò il blocco navale e il fermo delle esportazioni di grano verso l'Europa, tre, quattro anni filati di pessimi raccolti per il clima rigido e poi poco piovoso, la Questione Meridionale mai risolta e una costante emigrazione verso l'estero ma anche verso Milano e Torino, la guerra doganale con la Francia, causata dall'occupazione della Tunisia da parte francese e dalla "ripicca" italiana che si alleò col suo storico rivale, la Germania, le casse dello Stato vuote a causa delle guerre coloniali dell'epoca Giolittiana e la montante paura da parte delle classi dirigenti delle nascenti proteste e rivendicazioni socialiste, fecero sì che nella primavera del 1898 la situazione degenerasse.
Il Governo Di Rudinì, pesantemente screditato dagli scandali che avevano coinvolto il suo predecessore Francesco Crispi, riuscì a salvare il bilancio dello Stato con una rigida politica di tagli al già misero stato sociale.
Il governo, consapevole di essere seduto su una bomba e della sua incapacità di modificare il trend, nel dicembre del 1897 richiama per il febbraio del 1898 oltre 40.000 riservisti in tutti i battaglioni del Paese.
In Emilia e in Romagna iniziarono ai primi di gennaio del 1898 le prime proteste popolari di piazza. Il governo passò immediatamente alla repressione più dura mandando l'esercito nelle strade. Alla fine del mese il prezzo della farina, e del pane, aumentarono a causa della guerra Ispano-Americana; subito dopo scoppiano tumulti e manifestazioni e scioperi nelle Marche, in Campania e Sicilia, Ancona e Umbria vengono poste sotto lo stato d'assedio.
A febbraio l'esercito spara a Palermo sui manifestanti, causando 5 morti. Pochi giorni dopo, sempre in Sicilia, a Modica, altri 5 morti cadono a terra.
Marzo vede Bassano del Grappa posta sotto controllo militare, in Emilia vengono arrestati centinaia di socialisti e anarchici.
In aprile si ribellano le popolazioni di Ferrara, Faenza, Pesaro, Napoli, Rimini, Molfetta, Benevento e Palermo. Bari viene posta sotto lo stato d'assedio. La situazione nelle Puglie fu aggravata da un pessimo raccolto dei cereali.
Nel mese di maggio la situazione si aggrava di giorno in giorno.



Fiorenzo Bava Beccaris (Fossano, 17 marzo 1831 – Roma, 8 aprile 1924)
Il 1° maggio si tengono centinaia di manifestazioni popolari. L'esercito spara a Molfetta causando 7 morti; nei pressi di Ravenna altri 6 ammazzati. Cadono manifestanti uccisi dall'esercito anche in Emilia e in Toscana.
Il 2 maggio vengono assaltati mulini e panetterie ad Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto.
Già il 3 maggio il governo impone la censura al telegrafo e ai dispacci e inizia il controllo della carta stampata.
Nello stesso giorno vennero assaliti mulini e panetterie a Napoli e Torre Annunziata, le truppe accorse prese a sassate e colpi di rivoltella. Altre manifestazioni ad Avellino e Nocera Inferiore.
Il 4 maggio avvengono manifestazioni di massa in diverse decine di città di tutta la penisola.

Si arriva al 5 maggio quando sul Corriere della Sera esce un editoriale firmato da Domenico Oliva, molto duro contro il Governo Di Rudinì, accusato di aver mal gestito la situazione economica, di gravi ritardi e lo si accusa esplicitamente di essere responsabile dei disordini accaduti e dei possibili disordini che si temono per i giorni successivi. L'editoriale, certamente approvato dal direttore e azionista del Corriere, Eugenio Torelli Viollier è molto pesante, tenuto poi conto che Domenico Oliva era stato eletto nel 1897 deuptato proprio nelle fila della Destra Storica che governava in quei giorni, col palermitano Antonio Starabba, marchese di Rudinì quale Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nella stessa mattinata del 5 maggio il Prefetto di Milano comunica al generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante delle truppe presenti a Milano, che per il giorno successivo si temevano manifestazioni e disordini. Nelle stesse ore il Goveno Di Rudinì nomina generali del Regio Esercito come direttori di Pubblica Sicurezza delle città di Piacenza, Bologna, Ancona e Bari.
Bava Beccaris mobilita tutte le sue truppe, circa 3200 soldati con l'aggiunta di oltre 1000 agenti di polizia agli ordini della prefettura.
In tardo pomeriggio nella vicina Pavia scoppiano tumulti per ottenere una riduzione del prezzo delle farine e del pane. Nei tumulti durati sino a notte viene ucciso dai soldati il giovane studente universitario di Milano Muzio Mussi, figlio di Giuseppe Mussi, parlamentare dell'Estreme Sinistra (a dispetto del nome era un partito repubblicano, mazziniano e da cui nacque poi il Partito Radicale Italiano), e che sarà poi vice-presidente della Camera e sindaco di Milano per 4 anni. Nella notte continuano gli scontri a Pavia, portando alla morte anche l'operaio Barbieri e un soldato. Centinaia i feriti, alcuni per i colpi sparati dai soldati, la maggior parte per lancio di pietre e sassi.


La Pirelli in una foto dei primi anni 30


Il 6 maggio si svolse una assemblea durante la pausa pranzo davanti ai cancelli della Pirelli di Milano, nell'odierna Piazza Duca d'Aosta. Vi presero parte i circa 2400 operai della Pirelli e alcune migliaia di altre officine e laboratori delle zone di Porta Venezia e Porta Nuova. La manifestazione di solidarietà verso i caduti delle altre province vide la distribuzione di volantini da parte di un socialista.
Agenti del distaccamento di via Napo Torriani, che presidiavano la piazza, cercarono di arrestare il socialista, immediatamente iniziò una sassaiola contro i poliziotti.
Il socialista venne rilasciato ma furono arrestati tre dei lanciatori di pietre e condotti verso il commissariato di via Napo Torriani. Nel frattempo la quasi totalità degli operai della Pirelli era rientrato per l'inizio del turno pomeridiano. Rimasero quindi solo alcuni dimostranti che lanciarono innumerevoli sassi contro i poliziotti che dovettero estrarre le pistole e minacciare di fare fuoco. Fu solo l'intervento dell'Ispettore Vimercati che riuscì a fermare i suoi colleghi e a far riporre le pistole. I poliziotti fuggirono poi dentro il commissariato, che venne assalito dai manifestanti. Pochi minuti dopo due degli arrestati vennero rilasciati.
Fu trattenuto solo Angelo Amadio, di 19 anni, operaio della Pirelli, arrestato coi sassi in mano mentre li lanciava.
I manifestanti si diressero allora alla Pirelli, incitando gli operai ad uscire e ad assalire la questura per far rilasciare il loro compagno Amadio. Dovette intervenire quindi il commendatore Pirelli, che parlò alle maestranze e promise di recarsi presso la questura di Napo Torriani e tentare di far rilasciare l'Amadio.
Nel frattempo Angelo Amadio aveva confessato di aver lanciato delle pietre contro i poliziotti. Il Pirelli telefonò al Prefetto e al Questore cercando di far capir loro che non sarebbe riuscito a trattenere ancora per molto le migliaia di operai ancora in fabbrica.
Il Prefetto barone Antonio Winspeare diede carta bianca al Questore, che dopo aver avuto notizia della confessione dell'Amadio, decise che non poteva far rilasciare un reo confesso.
Contemporaneamente dal distaccamento di via Napo Torriani facevano notare che erano solamente in 45 tra poliziotti e carabinieri della vicina Stazione Centrale a far fronte ad alcune migliaia di operai pronti ad assaltare il comando per far rilasciare l'Amadio.
Viene immediatamente inviato un battaglione del 57° fanteria che si acquartiera nel vicino campo del trotter di piazza Andrea Doria, dove si trova l'attuale Stazione Centrale.
Contemporaneamente giungono in luogo i deputati socialisti Filippo Turati e Dino Rondani, che si incontrano col Pirelli e assicurano alla folla che faranno di tutto per far liberare l'Amadio e far calmare la situazione.
Turati e Rondani corrono a parlare in Tribunale col Regio Procuratore di Milano, nel frattempo suona la sirena che segnala le ore 18 e la fine del turno di lavoro della Pirelli e di tutte le fabbriche e officine del quartiere. Migliaia di operai si riversano nelle strade.
Le truppe del 57° fanteria vengono dispiegate con le baionette innestate lungo via San Gregorio all'uscita della Pirelli. Accorrono sul luogo migliaia di altri operai.
Quando la tensione è alta ecco tornare la carrozza con a bordo Turati e Rondani.
Turati, dal predellino, arringa la folla, comunicando che il Regio Procuratore ha concesso la liberazione dell'Amadio e che la Giunta Comunale ha deciso una riduzione del prezzo del pane.
Turati raccomanda tranquillità e incita tutti i presenti a tornare a casa in pace.
La folla esulta e in pochi minuti si disperde. Erano le 18:30 e i "moti" di Milano sembravano essere finiti prima ancora di iniziare.
I poliziotti schierati in via San Gregorio iniziarono a dirigersi verso la caserma di via Napo Torriani quando circa 300 manifestanti iniziarono a lanciar loro sassi e pietre. I poliziotti si rifugiarono nel commissariato dove rimasero barricati sotto un continuo lancio di pietre verso le finestre, la porta e l'edificio. Un tentativo di sortita andò a vuoto.
Fu così chiamato il battaglione del 57° che dal vicino Trotter si schierò alle spalle dei manifestanti.
Immediatamente vennero lanciate pietre contro i soldati che risposero con una salva sparata in aria.
La reazione delle folla fu un disastro. Centinaia di persone fuggirono in ogni direzione, molti verso via Napo Torriani, e proprio in quel momento i 45 tra poliziotti e carabinieri uscirono dall'edificio trovandosi una folla enorme correre verso di loro. Pensando di venire linciati aprirono il fuoco.
Il rumore degli spari indusse i soldati del 57° a sparare pure loro.
Dopo poche decine di minuti la piazza era deserta. Restavano per terra i corpi di Silvestro Restelli, 40 anni, operaio alla Pirelli, colpito in piena fronte, e dell'agente di polizia Violi, che si trovava in borghese infiltrato tra la folla, colpito all'inguine e morto dissanguato.
In fin di vita sono altri due operai delle Pirelli. Una dozzina di feriti per colpi di armi da fuoco vennero ricoverati negli ospedali. Sette i soldati colpiti al capo da sassi e portati negli ospedali.
Il corpo del Restelli venne issato a bordo di un tram e portato al Fatebenefratelli dai poliziotti. Constatatone il decesso i medici si rifiutarono di prenderne il corpo, i poliziotti lo ricaricarono dunque sul tram e si ritrovarono in Piazza del Duomo con un cadavere a bordo.
Il tram fu presto fermato da una folla di oltre 400 persone. Il corpo del Restelli fu preso dai manifestanti e issato sul tram per il Cimitero Monumentale dove fu portato.
Altre centinaia di persone si riversarono in Piazza del Duomo; fu così fatto arrivare un battaglione di soldati che sgomberarono la Galleria. Più volte fu suonato la tromba che annuncia lo scioglimento di assembramenti e minacciata la folla di aprire il fuoco.Vennero arrestati 13 manifestanti.
Anche a Pavia la tensione resta altissima con tutti i negozi chiusi, le officine in sciopero e gruppi di studenti universitari che iniziano ad unirsi agli operai nelle manifestazioni. La città viene militarizzata con l'invio di truppe da Alessandria.



Truppe schierate in Corso di Porta Venezia

All'alba 7 maggio iniziano a girare voci a Milano di orde di operai e contadini affamati pronti a marciare su Milano da Pavia e dal contado per mettere a ferro e fuoco la città. Ne è testimone diretto Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, che allora è un giovane studente universitario con vaghe simpatie socialiste; alle 7 del mattino gli operai della Pirelli si riunirono in una commissione per decidere se iniziare il turno di lavoro o indire uno sciopero. Decisero infine per quest'ultimo e andarono a comunicarlo al commendator Pirelli, che prese atto e pregò i suoi operai di tornare a casa pacificamente e di fermare eventuali facinorosi.
La maggior parte degli operai tornarono a casa, ma un gruppo si diresse alla vicina fabbrica Elvetica per invitare i circa 1200 operai ad unirsi a loro.
Gli operai dell'Elvetica non volevano scioperare ma la pressione degli operai della Pirelli convinse il direttore dell'Elvetica a suonare la sirena che annunciava il blocco della produzione.
Un gruppo dell'Elvetica si unì ai più esagitati della Pirelli e insieme si diressero allo stabilimento Grondona. Poi al Belloni & Gadda, al Frattini, allo Janeeke, al Cernuschi e a tante piccole officine del quartiere. Ogni volta la richiesta di blocco del lavoro veniva accolta dai direttori e gli stabilimenti entravano in sciopero e la folla di manifestanti si ingrandiva.
Nella mattinata il commendator Pirelli dava disposizioni per provvedere al funerale del Restelli e per sistemare la moglie e i 4 figli. Pagava poi le spese di ricovero di tutti i feriti.
Sul finire della mattinata i soldati di stanza al Trotter compivano alcuni giri di perlustrazione trovando la situazione nel quartiere del tutto tranquilla.
I dimostranti, ormai alcune migliaia procedevano poi alla fabbrica Carlo Erba dove anche lì veniva sospesa la lavorazione.
Intorno alle 8 del mattino un gruppo di alcune decine di manifestanti si diresse verso il Tiro a Segno Nazionale di Porta Vittoria chiedendo di entrare nel poligono e di effettuare alcuni tiri. Insospettitosi il custode disse loro che il poligono era chiuso. I manifestanti entrarono in cerca di armi ma trovarono le rastrelliere vuote. Il custode disse loro con non c'erano armi. In realtà la notte precedente due funzionari della Questura si erano recati al poligono e avevano tolto gli otturatori ai 1200 fucili presenti e li avevano poi nascosti in dei cassoni.
Nel primo pomeriggio viene pubblicato, stampato e affisso sui muri della città un manifesto firmato da Bava Beccaris che invita la popolazione a tornare nelle case, fermare le manifestazioni e minacciando la repressione totale.
Poco dopo anche il Prefetto fa affiggere manifesti in tutta la città comunicando che il Generale Bava Beccaris è nominato Regio Commissario e che Milano è in stato d'assedio, con coprifuoco alle ore 23 e chiusura di tutti i negozi entro le 21, vietati gli assembramenti, le manifestazioni, impone la censura su posta e telegrammi.
Poco dopo Bava Beccaris occupa l'intera Piazza del Duomo con i suoi 3200 soldati.
Nel centro della piazza viene montata una grande tenda da campo che diventa alloggio e quartier generale del Bava Beccaris.
Le truppe chiudono la Galleria e ogni accesso a Piazza del Duomo. Da lì vengono mandati soldati ad occupare e presidiare ogni singola porta di Milano lungo la Cerchia dei Bastioni.



Acquartieramento delle truppe di Bava Beccaris in Piazza del Duomo

La mattina dell'8 maggio vede Milano completamente chiusa. Fabbriche e negozi sono sbarrati, i milanesi chiusi nelle case con le veneziane tappate, come da ordine del Prefetto, ma gruppi di migliaia di manifestanti girano per i vari quartieri.
Nel quartiere di Porta Nuova si radunò un grande gruppo di manifestanti che occuparono via della Moscova. Bava Beccaris mandò la cavalleria e i fucilieri, alla cui vista in pochi minuti, i manifestanti si dispersero. L'intero quartiere rimase per tutta la giornata abbastanza tranquillo e controllato dai militari.
La Stazione Centrale fu occupata da manifestanti socialisti e anarchici con l'intento di bloccare partenze ed arrivi. Dovevano arrivare anche alcune centinaia di soldati di riserva e soprattutto migliaia di chiamati alla leva del 1873. Le truppe accorsero da Porta Nuova e occuparono militarmente l'intera stazione e il piazzale antistante. I treni ebbero solo un forte ritardo ma continuarono a circolare.
Alle 10:30 del mattino alcune migliaia di operai della Pirelli, quasi la metà donne, si dirigono attraverso la Porta Principe Umberto (il sottopasso dei Bastioni di Porta Venezia che metteva in comunicazione l'odierna via Turati con l'attuale piazza della Repubblica) verso piazza Cavour, risalgono via Palestro e sbucano in Corso di Porta Venezia dove trovarono la cavalleria ad aspettarli.
Un lancio di sassi e una carica portarono i manifestanti a fuggire verso nord, lungo Corso Venezia; e proprio lì, davanti a Palazzo Saporiti, vennero sollevati di peso dalla folla 4 tram a cavalli e con essi creata una barricata.



Barricate in Corso di Porta Venezia

La folla invase Palazzo Saporti e il dirimpettaio Palazzo Morisetti, dalle finestra vennero lanciati mobili e dai tetti tegole e comignoli e per ingrandire le barricate e per fornire munizioni da lancio ai manifestanti. Per circa un'ora la situazione rimase in impasse. La folla distrusse il selciato per crearne pietre da lanciare e venne assaltato un vicino cantiere per prendere pietre e mattoni.
Alle 11:40 uno serie di squilli di tromba da parte dell'esercito segnala l'inizio della repressione. Parte una scarica di fucili, quasi certamente a salve dato che non si registrarono morti o feriti. Contemporaneamente arriva la cavalleria al galoppo da via Palestro, sfondando la barricata. I manifestanti fuggono in ogni direzione possibile e cercando di entrare nelle case di Corso Venezia. Da Palazzo Saporti vengono lanciate tegole e pietre. L'esercito e la sopraggiunta polizia aprono il fuoco ripetutamente. Vengono uccisi due dimostranti. Uno sul tetto di Palazzo Saporiti, uno dove avvenne la carica di cavalleria in via Palestro. Molti dimostranti armati si sono rifugiati nei palazzi e nei cortili di Corso Venezia, piazza San Babila e via Montenapoleone. Polizia ed esercito rispondo al fuoco. Per un'ora continuano le sparatorie, poi le barricate vengono vinte e lentamente i manifestanti finiti proiettili e tegole si debbono arrendere. Vengono effettuati solo 13 arresti, la maggior parte dei dimostranti riesce a fuggire. Palazzo Saporiti è totalmente saccheggiato dalla folla.
La cavalleria prese possesso di Corso Venezia, Giardini Pubblici, Porta Venezia e via Palestro. In tardo pomeriggio una folla tentò di rientrare in centro da Porta Venezia ma venne dispersa.
Continuarono isolati lanci di sassi e sporadiche cariche, soprattutto ai Giardini Pubblici dove vennero sparati colpi di fucile contro i manifestanti.


Truppe acquartierate in Piazza delle Cinque Giornate a difesa di Porta Vittoria

A Porta Monforte vennero realizzate due barricate. Una lungo il viale dei bastioni per andare a Porta Vittoria dove alcuni tram delle linee per Vaprio vennero ribaltati e dati alle fiamme.
L'altra sul Bastione di Porta Monforte dove venne occupato il dazio e abbattuti alcuni platani per ostruire il passaggio. Sulle barricate sventola la bandiera rossa.
Le truppe di cavalleria osservarono a distanza le due barricate senza intervenire.
A Porta Vittoria nel primo pomeriggio arrivarono circa 200 manifestanti con bandiere rosse in mano, provenienti da Porta Romana. Vennero distrutti alcuni negozi, divelti i pali del telegrafo e aggrediti i dipendenti delle ferrovie interprovinciali che non stavano scioperando.
Un tram venne assaltato, ribaltato e distrutto verso Viale di Porta Vittoria. Le truppe l' acquartierate si diressero a cavallo verso la barricata. Vennero lanciati sassi e la folla aggredì il piccolo drappello di soldati. Il tenente venne disarcionato e aggredito e si difese con la sciabola. I soldati non spararono nemmeno un colpo, minacciando con le baionette la folla sino a quando il tenente non riuscì a tornare alla sua postazione.
Vennero ribaltati altri tram e dati alle fiamme; l'incendio venne alimentato con degli alberi del vicino bastione tagliati e portati sulla barricata. Dovettero intervenire i pompieri per impedire che il vasto incendio non si propagasse alle case di Porta Vittoria.
Vennero poi occupati alcuni edifici e dai tatti lanciati coppi sui soldati, che aprirono il fuoco.
Alle prime scariche tutti i manifestanti fuggirono e da metà pomeriggio l'intero quartiere era nella calma più assoluta.


Un cadavere giace in mezzo a Corso di Porta Ticinese

La situazione peggiore accadde a Porta Ticinese, storicamente la parte più malfamata, povera e ribelle di Milano. Alle 15 circa alcuni delinquenti comuni aizzano la folla riunitasi in Corso San Gottardo sostenendo che l'orefice Pietro Amodeo, con negozio sul corso e abitazione al piano superiore, avesse aperto il fuoco sui manifestanti. Viene così saccheggiato il negozio, i delinquenti rubano oro e gioielli e si dileguano, la folla ormai in preda all'isteria collettiva si dedica alla distruzione sistematica del quartiere: vengono divelte le rotaie del tram, distrutti tutti i lampioni e le vetrine, saccheggiati i negozi, poi si rivolge con una fitta sassaiola contro i soldati che presidiano la Porta Ticinese tra i bastioni.
I manifestanti sono migliaia, moltissime le donne, i ragazzi, tante le madri con i figli ancora in braccio.
A Porta Sempione un piccolo gruppo di manifestanti riuscì a far scioperare molti muratori, spesso con minacce e sassaiole. La folla si ingrandì e si diresse verso le osterie e trattorie di via Vincenzo Monti dove mangiarono e bevvero senza poi pagare. La folla poi si diresse verso il centro.
A Porta Tenaglia e nel Borgo degli Ortolani i disordini rimasero tutto sommato contenuti. Alcune cariche dei manifestanti con lancio di sassi e alcune scariche di fucile, probabilmente a salve. Non si registrarono morti o feriti gravi.



La barricata di via Palermo a Brera

Diversa la situazione invece in Corso Garibaldi dove già al metà pomeriggio era stata eretta una barricata all'altezza di via Anfiteatro, anche lì vennero divelte le rotaie del tram. I negozi erano tutti chiusi e gli abitanti chiusi nelle case. Altre barricate vennero costruite nelle vie tutto attorno. Via Palermo, via Santa Cristina, largo Treves e lungo Corso Garibaldi. La più grande di tutte occupava l'intero odierno Largo La Foppa, bloccando anche via della Moscova. Alle 17:30 arrivarono fanteria e cavalleria e immediatamente iniziò il lancio di tegole e coppi dai tetti a cui risposero sparando. In meno di 10 minuti la barricata principale di Largo La Foppa fu vinta e aperta, nel giro di altri 15 minuti vennero vinte le barricate di via Palermo e quelle di Corso Garibaldi. Le scariche di fucile furono continue. Molti i feriti e alcuni morti. Uno rimasto a terra in Largo Treves, altri sui tetti delle case.

I Bersaglieri si preparano a caricare la barricata di Largo La Foppa


Le "sigaraie" della Manifattura Tabacchi sfilano in corteo in via della Moscova

Barricata in Largo La Foppa

La lotta continuò per ore sui tette con scontri corpo a corpo tra rivoltosi e bersaglieri.
In via Torino scoppiarono feroci scontri dopo un fronteggiarsi di alcune ore tra i soldati e una folla sempre più numerosa. I soldati resistettero a spinte, sputi, insulti e lancio di pietre su ordine degli ufficiali, ma quando iniziò il lancio di tegole dai tetti le truppe aprirono il fuco. Numerosi i feriti e i morti. La folla fuggì verso il Carrobbio dove vennero erette due barricate. La prima venne rapidamente vinta dagli alpini, la seconda eretta ribaltando un carro cisterna per spurgare i pozzi neri venne colpita da un proiettile e di squarciò riversando liquami sulla strada. La folla si disperse immediatamente per la troppa puzza!


Soldati schierati in via Torino a difesa del quartier generale di Piazza del Duomo

La mattina del 9 maggio si fece subito drammatica in Porta Ticinese, dove la ribellione continuava. Alle ore 11 gli alpini presidiavano i bastioni e le cancellate dei dazi. Cavalleria e artiglieri presidiano Porta Ticinese.
La folla occupa ancora Corso San Gottardo, via Vigevano, la Darsena, via Col di Lana e via Pietro Custodi. Verso le 11:30 viene riassaltata, come nel giorno precedente, la gioielleria di Pietro Amodeo. La folla che il giorno prima aveva saccheggiato il negozio tenta di bruciare il palazzo dove al piano superiore si trova l'appartamento del gioielliere falsamente accusato di aver sparato sui dimostranti.
La cavalleria tenta di disperdere gli assalitori ma viene respinta con colpi di pistola e lancio di sassi e tegole dai tetti.



Manifestanti in Corso San Gottardo durante la "battaglia di Porta Ticinese"

Interviene così l'artiglieria Da Piazza Sant'Eustorgio vengono spostati due cannoni, posti sotto la Porta Ticinese. Viene prima sparato un colpo di cannone a salve che non ottiene alcun risultato. Viene allora sparato un colpo di cannone verso Corso San Gottardo. Sette feriti gravi.
Alcune voci, probabilmente infondate, riportarono l'arrivo a Milano di decine e decine di studenti universitari di Pavia, tutti armati. Per tutta la mattinata e il primo pomeriggio continuarono gli scontri a Porta Ticinese. Continui colpi di fucile da entrambe le parti e decine di feriti, soprattutto verso via Pietro Custodi dove si era radunata una gran massa di manifestanti.



Dopo gli scontri in via Cesare Correnti verso il Carrobbio

A metà pomeriggio i cannoni riniziarono a sparare verso via Custodi, Due i morti accertati, l'operaio della Pirelli Egizio Crotti e il ragazzino, quindicenne, Daniele Lentati. Erano 17 i feriti gravi o in fin di vita colpiti da raffiche di fucile o colpi di cannone portati negli ospedali del quartiere.
Solo nel tardo pomeriggio la folla iniziò a disperdersi e ai primi bui la situazione era tranquilla.
Fuori da Porta Magenta la situazione degenera invece ai primi bui; presso La Maddalena alla Fabbrica De Angeli (la zona dove sorge oggi l'omonima piazza e tutto il quartiere di via Frua) ci sono feroci scontri tra soldati e manifestanti che tentano di incendiare la fabbrica. Si arriva allo scontro corpo a corpo, con innumerevoli colpi di pistola e fucile. Alle 23 circa la situazione viene messa sotto controllo dell'esercito.


Manifestanti in Corso San Gottardo durante la "battaglia di Porta Ticinese"

A Porta Lodovica e Porta Vigentina, tranquille nei giorni precedenti, si susseguono scontri tra manifestanti e fanteria. Almeno una ragazza morta, ventiduenne colpita da una fucilata e parecchie decine di feriti.
Scontri invece a Porta Monforte; un gruppo di manifestanti provenienti da fuori città tentarono alle 11 di assaltare Porta Vittoria e Porta Monforte. I soldati risposero col fuoco fermando l'attacco. I morti furono almeno una dozzina, molti assolutamente innocenti, tanti gli anziani colpiti in casa dai colpi di fucile sparati a caso. Una anziana cieca venne colpita dai soldati mentre chiudeva le persiane delle finestre. Almeno 4 negozianti di Porta Monforte vennero uccisi da pallottole vaganti.
A mezzogiorno vennero portati i cannoni alle due porte e puntati sulla folla di manifestanti che immediatamente si disperse.
Cariche di cavalleria dispersero la folla verso Corso Indipendenza, dove si erano nel frattempo radunati un centinaio di poveri e barboni che come ogni giorno ricevevano una ciotola di minestra dai frati attraverso una finestrella nel muro di cinta. Uditi gli spari i barboni sfondarono la porta del monastero e ci si rifugiarono. Tra essi c'erano alcuni feriti colpiti dai proiettili sparati dai soldati. I soldati scambiarono i barboni per i manifestanti e pensarono che si fossero barricati nel monastero. Con una cannonata venne demolito il muro di cinta e le truppe assaltarono il complesso monastico trovando però solo i circa 100 barboni  e 28 frati terrorizzati.



La breccia aperta a cannonate nel muro del monastero dei frati cappuccini di Porta Monforte

Perquisendo il monastero trovarono alcuni tunnel sotterranei che lo mettevano in comunicazione con alcuni palazzi prospicenti. I soldati sospettarono quindi che i cappuccini avessero fatto fuggire i manifestanti e arrestarono tutti i presenti. Barboni e i 28 frati. Nel tardo pomeriggio i frati vennero scagionati e ricoverati presso il monastero di San Barnaba, essendo il loro monastero oggetto di perquisizioni.
Nel resto della città la situazione era abbastanza tranquilla, tranne piccoli disordini in via Kramer e in via Broletto, dove soldati e manifestanti arrivano allo scontro.
Il Generale Bava Beccaris e il Prefetto ordinarono la chiusura e il sequestro dei 18 circoli Repubblicani e dei 13 circoli Socialisti di Milano.
Al Circolo Socialista di Corso Garibaldi 62 i soldati finirono in una imboscata, con manifestanti che spararono loro dai tetti delle vicine case e dalle finestre socchiuse. I soldati risposero al fuoco sparando all'impazzata contro tutte le finestre dei palazzi di fronte al civico 62. Numerosi i feriti e venne uccisa una anziana signora che dalla finestra stava osservando quanto accadeva.
Vennero addirittura sciolte le quattro fanfare repubblicane e socialiste con tanto di sequestro degli strumenti musicali, portanti alla Questura di Piazza San Fedele.
Il Prefetto venuto a conoscenza dei fatti accaduti al gioielliere Pietro Amodeo in Corso San Gottardo, lo fece scortare fuori città per evitargli ritorsioni.
Sempre per ordine prefettizio le scuole erano chiuse dopo che più di una volta i manifestanti avevano minacciato gli insegnanti di alcune scuole di far uscire i ragazzini nelle strade, usandoli poi come scudi per impedire alla cavalleria di caricare e all'artiglieria di sparare.
Nel tardo pomeriggio vennero chiusi tutti i cancelli dei Giardini Pubblici e fatta entrare una nutrita schiera di soldati a cavallo per stanare i manifestanti che potevano essersi lì nascosti tra i boschi e le rocce. Per errore rimase aperto il cancello di via Manin. Diverse persone entrarono quindi per attraversare i giardini e uscirvi dall'altro lato. Immediatamente furono colpiti dai soldati che li credettero dei manifestanti. Due i feriti gravi e un morto quasi settantenne.

Nel frattempo la macchina repressiva di Bava Beccaris iniziò con gli arresti mirati.
Vennero arrestati direttori di quotidiano, redattori, giornalisti de Il Secolo, La Sera e del Popolo d'Italia, tutti tradotti a San Vittore.
Viene bloccata la pubblicazione anche de L'Osservatore Cattolico.
Vengono arrestati anche il deputato socialista Filippo Turati e Anna Kuliscioff.
Nella giornata dell'8 maggio ci furono 104 arrestati. Secondo le cronache la maggior parte di essi non erano milanesi. Emiliani, romagnoli e toscani in gran numero, molti anarchici e socialisti venuti a fomentare la ribellione. Nel giorno successive saranno oltre 160 gli arrestati, quasi tutti milanesi, quasi tutti durante gli scontri di Porta Ticinese. L'età media oscilla tra i 16 e i 25 anni, quasi tutti operai o artigiani.
I morti sono ormai quasi 80.
I feriti migliaia.
Tra i soldati si contarono due morti, uno per fuoco amico, e una trentina di feriti, parecchi gravi.
Nel pomeriggio del 9 maggio arrivarono infine a Milano i rinforzi richiesti da Bava Beccaris, in tutto circa 10.000 uomini di artiglieria, fanteria e alpini.

Il 10 maggio il Corriere della Sera uscì con un editoriale, senza alcuna firma, che accusava i rivoltosi di essere una massa di teppisti, fomentati da alcuni anarchici e qualche sparuto socialista, che si dedicarono alla rivolta senza un vero fine politico e in preda ad una sorta di follia collettiva.
La città era tornata in uno stato di calma apparente. Gli ultimi scontri erano accaduti nella prima notte precedente, poi i rivoltosi tornarono alle loro case.
Tutte le fabbriche riaprirono i battenti e gli operai alle 7 del mattino riniziarono i loro turno.
Solo alla Strauss di via Nino Bixio e alla vicina Farinoni ci furono tentativi di blocco del lavoro e di sciopero. Alcuni manifesti inneggianti alla rivolta vennero attaccati ai muri di Porta Ticinese.
Rimase completamente bloccata per ordine del Prefetto la circolazione dei tram urbani. Ripresero a pieno regime i tram extraurbani.
Gli ormai circa 11.000 soldati presenti a Milano sono dislocati presso tutte le porte, le stazioni e a migliaia in Piazza del Duomo. Gravi problemi si presentano per il loro vettovagliamento, tanto che la cucina da campo preparò alle 8 del mattino il pranzo che ad alcuni soldati fu recapitato solo 12 ore dopo. Molti i milanesi che scesero nelle strade a dare cibo e acqua ai soldati acquartierati.
In tardo pomeriggio si scoprì che era del tutto falsa la notizia di un tentativo di incendiare la fabbrica De Angeli alla Maddalena.
Continuarono per tutto il giorno i trasporti scortati degli arrestati verso San Vittore. In totale saranno circa 800 le persone finite in carcere. Essendo San Vittore pieno circa 400 degli arrestati vennero portati nelle celle del Castello Sforzesco, esattamente le stesse usate dagli Austriaci 50 anni prima per rinchiudere i milanesi che avevano partecipati ai Moti del 1848.


Gli arrestati condotti a San Vittore attraverso le vie della città e sotto scorta di gendarmi armati.

I negozi riaprirono tutti nella mattinata del 10 maggio e il Prefetto ordinò la riapertura delle scuole per il giorno 11. Venne ripresa anche la consegna della Posta, ormai sospesa da 4 giorni.

L'11 maggio la città sembra aver dimenticato tutto; i binari del tram sono ritornati al loro posto, la rete del telegrafo funziona, le scuole aperte, le officine e i laboratori aperti e i negozi aperti sino alle 23 di notte. Traffico, strade pulite, nessun resto delle barricate. Sembra non sia accaduto assolutamente nulla. Nella serata viene arrestata l'intera redazione del quotidiano socialista l'Avanti!.

Il 12 maggio il Corriere della Sera esce con un editoriale sempre di Domenico Oliva, colui che 7 giorni prima accusava il Governo Di Rudinì di politiche sociali ed economiche errate e di aver lasciato alla fame la popolazione, dove si accusa il governo di troppa accondiscendenza verso i manifestanti, plebaglia misera fomentata dai socialisti, propugnando una repressione ancor più dura, un cambio di indirizzo verso forme di autoritarismo più dure e ferme nella repressione e nella richiesta di proibire in toto il partito socialista.
Evidente il giro di pensiero dettato dai numerosi arresti di giornalisti e dalla chiusura di molti quotidiani di Milano.

Il 13 maggio vennero scarcerate circa 300 persone ingiustamente arrestate. Contemporaneamente si procedeva all'arresto di militanti socialisti e anarchici in tutta la Lombardia. Venivano tratti in arresto anche un centinaio di socialisti esuli in Svizzera che convinti fosse in atto una rivoluzione in Italia, avevano attraversato nottetempo il valico del Sempione cercando di arrivare a Milano per combattere.
Almeno altri 500 esuli italiani socialisti venivano fermati al confine. Nei due giorni successivi vennero arrestati a Roma almeno 300 tra socialisti e anarchici, tra essi anche i deputati socialisti Morgari, Nofri e Pescetti. Arrestati anche Andrea Costa, Leonida Bissolati, Carlo Romussi, Paolo Valera.

Filippo Turati venne condannato nell'agosto del 1898 a 12 anni di carcere. Decadde da parlamentare il 1° marzo 1899 e venne incarcerato, ma per soli 25 giorni, infatti il 26 dello stesso mese venne rieletto in elezioni suppletive per il Partito Socialista, venne scarcerato e ritornò in Parlamento. Anche la Kuliscioff restò in galera per brevissimo tempo, godendo di un indulto.

Fiorenzo Bava Beccaris venne ringraziato calorosamente dal Cardinal di Milano Andrea Carlo Ferrari, fuggito ad Asso fin da sabato 7 maggio, e le cui uniche parole da religioso furono per ottenere un pronto rilascio dei frati cappuccini arrestati per la vicenda della breccia di Porta Monforte.



In segno di riconoscimento per quella che dai Savoia fu giudicata una brillante azione militare, Bava Beccaris ricevette il 5 giugno 1898 dal re Umberto I la Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia, e il 16 giugno 1898 ottenne un seggio al Senato.
Nel 1993 gli eredi di Bava Beccaris misero all'asta un baule pieno di carteggi, corrispondenza e soprattutto di diari del generale. Se li aggiudicò a Londra il Museo del Risorgimento di Milano. Tra essi vennero trovate le pagine che spiegavano come già il 7 gennaio Bava Beccaris aveva deciso l'arresto di tutti i massimi dirigenti socialisti, repubblicani e radicali, la chiusura di tutti i giornali non favorevoli a casa Savoia, l'arresto dei giornalisti, la censura e la repressione totale di ogni singola protesta. Nei diari anche una presunta propensione dei milanesi a ribellarsi contro ogni forma di autorità che non sia del luogo e la facilità con cui a Milano sorgevano a prendevano piedi ogni forma di ribellione o di protesta sociale.



Gli onori e le celebrazioni date al Bava Beccaris da Casa Savoia aizzarono gli animi di tutti i socialisti e anarchici che aspiravano a far cadere la monarchia italiana.
A ciò contribuirono le leggende popolari e le teorie del complotto che iniziarono a circolare immediatamente dopo i Moti del maggio 1898. 
I morti salirono dagli ufficiali 82 a oltre 100 (come probabilmente furono) , poi 200, poi 300 sino ad arrivare a più di 1000.
Queste voci attraversarono i confini dove un gran numero di emigranti italiani erano fervidamente socialisti o anarchici. Tra costoro, emigrato in New Jersey, vi era Gaetano Bresci, anarchico, che deciso a vendicare i morti dei Moti di Milano e quelli di qualche anno precedente dei Fasci Siciliani, tornò in Italia e il 29 luglio 1900 a Monza uccise con 3 colpi di pistola il Re Umberto I°.


« Ho attentato al Capo dello Stato perché è responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui rappresenta e fa difendere. Concepii tale disegnamento dopo le sanguinose repressioni avvenute in Sicilia in seguito agli stati d'assedio emanati per decreto reale. E dopo avvenute le altre repressioni del ‘98 ancora più numerose e più barbare, sempre in seguito agli stati d'assedio emanati con decreto reale. »




Serie fotografica delle truppe acquartierate in Piazza del Duomo tra il 6 e il 12 maggio 1898
















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