La Compagnia della Teppa, storia di Gaetano Ciani

La storia della Compagnia della Teppa e quella della nobile famiglia dei Ciani, si sono legate indissolubilmente agli inizi del XIX secolo.
I Ciani erano una famiglia originaria del Canton Ticino, dal paese di Leontica nella Val di Blenio.
Nel Seicento il Ticinese era una zona di emigrazione, soprattutto verso il Nord Italia e la Francia e proprio lì si diressero due rami della famiglia. Uno a Marsiglia, l'altro a Milano.
Sul finire del Seicento arrivarò a Milano Carlo Ciani, figlio di Giuseppe, allevatore e contadino di Leontica. Carlo Ciani era uno stagionale, tornava quindi ogni estate in Svizzera per accudire il bestiame e i campi di foraggio.
Sul finire del secolo Carlo Ciani aveva aperto un laboratorio per la produzione di maioliche e decise di trasferirsi definitivamente a Milano.


Veduta di Milano dalla parte del Duomo, di Gaetano Gariboldi, 1840 circa

A Milano si sposò con una vedova e nacque suo figlio, Giacomo, nel 1707.
Il successo della sua attività di maioliche fu tale che alla sua morte, nel 1742, decise di lasciare tutti i suoi possedimenti in Svizzera al ramo familiare là rimasto.
Un taglio netto con il suo passato ticinese.
Lo stesso accadde con altre famiglie ticinesi che in quegli stessi anni migrarono, con enorme successo, verso Milano: i Cioja, i Mellerio, i Taccioli, i Baroggi e i Greppi.
Giacomo Ciani e il figlio Carlo jr ampliarono nel corso del Settecento i possedimenti e le ricchezze di famiglia.
Terreni nel milanese, aziende agricole, forniture all'esercito Asburgico sino al vero successo con l'ingresso nel settore serico: l'apertura di laboratori di produzione di seta li rese una delle famiglie più ricche della Lombardia.
Gli enormi capitali vennero usati da Carlo jr per diventare un banchiere, arricchendosi ancor di più.
Quando nel 1796 i francesi entrarono a Milano, cacciando gli austriaci, la Ditta Ciani, una sorta di
conglomerata ante litteram, era una delle più ricche e floride del Nord Italia.
I legami con i parenti in Francia e Svizzera, mai tagliati, e anzi coltivati, avevano permesso una internazionalizzazione del commercio.
Quando il Generale Napoleone Bonaparte entrò in città e organizzò un consiglio comunale per amministrare Milano, maggio 1796, scelse 15 personaggi tra le figure più illustri della città; tra essi vi era Carlo Ciani.
Napoleone si stabilì a Palazzo Serbelloni, lungo Corso Venezia, dove una lapide ricorda ancora il suo soggiorno.
Carlo jr si era intanto sposato con Maria Zacconi, e aveva avuto 11 figli, i primi tre, Giacomo nel 1776, Filippo nel 1778 e Gaetano nel 1780, saranno i veri protagonisti dell'epopea della famiglia Ciani.
Carlo Ciani venne chiamato dall'amministrazione francese a far parte della Camera di Commercio ma soprattutto fu uno dei 450 membri della Consulta di Lione, quando, nel gennaio 1802, Napoleone convocò i rappresentati dei territori del Nord Italia per decidere il nuovo assetto della Repubblica Cisalpina, trasformata in seguito alla Consulta nella Repubblica Italiana.
Il prestigio dei Ciani era in costante crescita, tanto che il figlio Gaetano divenne scudiero del viceré Eugenio Beauharnais, e fu insignito dell'Ordine della Corona di ferro e del titolo di barone.
I Ciani vivevano da lungo tempo nel palazzo di famiglia, che si trovava in Contrada della Meraviglia al numero 2378, oggi via Meravigli 9.


Dei tre figli maggior di Carlo Ciani, due si gettarono a capofitto nella conduzione dell'azienda di famiglia, Giacomo e Filippo, il terzo, invece, Gaetano, decise di godersi la vita, grazie all'ingresso nella corte e al titolo nobiliare.
Ma quando Napoleone cadde definitivamente, nel 1815, e l'intera Europa ripiombò nell'Anciem Régim, per il Gaetano Ciani le cose cambiarono in modo drastico.
La sua vicinanza alla corte francese non dovette esser vista di buon occhio dagli austriaci, appena tornati a controllare Milano.
Per di più il ritorno degli Asburgo e dell'Anciem Régim in tutta Europa, fece ritornare gli usi, i costumi e le libertà individuali, indietro di un ventennio.
Per i giovani questo fu evento traumatico, in tutte le nazioni.
Fu proprio in quegli anni che infatti iniziarono a nascere bande di giovani dediti alla goliardia o ad atti delittuosi fini a sè stessi.
Oggi sarebbero chiamate gang, allora erano chiamate compagnie.

Il Gaetano Ciani, non certo più giovane, anzi, quasi quarantenne, ma ricco sfondato, grazie al lavoro dei due fratelli e del padre, si trovò quindi ad oziare tutto il giorno senza nulla da fare.
Girovagando per Milano assieme al suo servo, uno svizzero di nome Carl Geigher, raduò attorno a sè un gruppo di giovani, delle più disparate condizioni sociali.
Alcuni amici nobili, altri dell'alta borghesia, altri del popolo più umile, uniti dal disprezzo per le antiche regole dell'Impero Asburgico, per i nobili e alto borghesi che accettavano silentemente gli austriaci, ma soprattutto con la voglia di divertirsi in ogni modo immaginabile.
La compagnia iniziò a radunarsi intorno al 1817 (talvolta viene riportata come data il 1816), nei pressi del Rivellino di Porta Vercellina, un rimasuglio delle fortificazioni spagnole del Castello Sforzesco, abbattute da Napoleone alla fine del XVIII secolo.
I membri della compagnia avevano come segno distintivo un cappello di feltro, cappello molto comune all'epoca e che quindi usavano portare con i filamenti di tessuto incolti e molto lunghi, tanto da sembrare fossero ricoperti di muschio.
Il muschio a Milano era chiamato "tepa" , "teppa", e rapidamente i membri del gruppo furono chiamati la Compagnia della Teppa.

A guidarla c'era il barone Gaetano Ciani, che era stato soprannominato Baron Bontempo e come "luogotenenti" aveva un certo Filippo Barozzi, il cattivissimo Milesi, il Paltumi, l’Inverningo, il Carulli, il Besozzo, Mauro Bichinkommer il falsario, il Granzini, il Suardi e il pluriomicida Giosuè Bernacchi, tutti nomi riportati da Giuseppe Rovani nel suo romanzo-storico "Cento Anni", pubblicato nel 1859.
Grazie alle sue ricchezze il Ciani poteva permettersi di affittare Villa Simonetta, la splendida dimora gentilizia, allora fuori di Porta Tenaglia, tra i campi, ammantata da un'aurea cupa sin dal Cinquecento, dopo i tristi fatti di Clelia Simonetta, moglie del proprietario e prima serial killer milanese, che organizzava splendidi balli dove invitava i più bei rampolli della città, salvo poi portarseli a letto e letteralmente farli sparire, uccidendo 11 uomini nel giro di pochi anni.
Nella villa i membri della Compagnia della Teppa invitava prostitute, balordi e perditempo di tutta la città. Le danze finivano spesso in orge e i presenti ballavano nudi nel salone delle feste.
Taluni fanno nascere il termine milanese "balabiott" a quelle danze a Villa Simonetta.
Talvolta si divertivano organizzando feroci scherzi alla nomenklatura della città.
Mauro Bichinkommer, il falsario, riuscì a organizzare una beffa ai danni dell'odiato Cardinale Karl von Gaisruck, che gli Austriaci avevano messo appositamente a controllare la Diocesi Milanese.
Il Cardinale era noto per l'avarizia, ma i Tepposti, falsificando il suo timbro e la sua firma, ordinarono un grandioso banchetto per i 18 maggiori prelati di Milano.
Il tutto a spese del Cardinale.
Celebre fu anche il lancio di una garitta nella Cerchia dei Navigli, con tanto di guardia al suo interno... La notizia venne riportata dal maggior quotidiano di allora, Il Secolo; un gruppo di soci della Compagnia della Teppa, passando a tarda notte davanti al Palazzo del Senato, lungo l'omonima via, si accorsero che una guardia croata si era rifugiata dentro la garitta e vi si era addormentata dentro.
Sollevarono quindi la garitta giallo nera, i colori degli Asburgo, e la lanciarono dentro il naviglio.
Il soldato croato si salvò, ma la garitta fece il giro della Cerchia sino ad arrivare in Darsena il mattino seguente, tra l'ilarità dei milanesi.
Ma la Compagnia della Teppa aveva anche un suo lato scuro.
Oltre a banchettare nelle migliori osterie e trattorie di Milano senza pagare il conto, i Teppisti iniziarono anche ad importunare le coppiette dove l'uomo era molto più anziano della consorte.
Divenne usanza dei Teppisti di bastonare l'uomo e di rapire la donna, che veniva poi violentata.
I casi furono numerosi, ma la polizia austriaca per lunghi mesi evitò di investigare, chiudendo non uno ma entrambi gli occhi.
I motivi furono probabilmente dettati dal fatto che tra i membri della Compagnia della Teppa vi fossero cognomi "pesanti", tra cui proprio il Ciani, ma soprattutto gli austriaci preferivano che i giovani irrequieti della città si dedicassero a goliardate o a violenze comuni, piuttosto che ordire trame risorgimentali e volte ad ottenere l'agognata indipendenza del Nord Italia dalla Casa d'Asburgo.
I Teppisti continuarono quindi indisturbati a violentare donne, bastonare uomini, mangiare a sbafo, tirare scherzi a destra e a manca.
E le loro fila si ingrossarono sempre più proprio grazie a questa sorta di invulnerabilità, che al contempo li portò alla fine della loro avventura.
Il loro destino si compì nella primavera del 1821 quando uno dei capi della Compagnia si scontrò per motivi sentimentali con un altro famoso personaggio della Milano Ottocentesca: "el Gasgiott".
Nicola Gaiotti, affetto da nanismo, di professione fioraio, era nato il 6 novembre 1768 a Milano, da Carlo Gaiotti e Cattarina Agnelli, originari di Abbiategrasso.
Dal padre ereditò il chiosco di fiori fuori dalla chiesa di San Satiro, allora affacciata su Contrada de' Fustagnari e oggi su via Torino.
Ancor oggi, a distanza di secoli, vi è un chiosco di fiori nella stessa identica posizione.
Il soprannome "Gasgiott" faceva riferimento alla corporatura tozza del Gaiotti e pure alla sua andatura oscillante.

Il gasgiott in milanese era infatti un tipo particolare di gazza, piccolo e grasso, che quando cammina oscilla sulle due zampette.
Il Gasgiott era noto in tutta Milano per la sua rissosità e per il portare sempre un lungo coltello con cui non esitava a pugnalare i ladri di fiori e chi lo prendesse in giro per la sua statura.
Il Gasgiott era sposato con Maddalena Terzoli ed ebbero quattro figli; non possedeva solo il chiosco ma anche un'impresa per la produzione e la distribuzione di fiori finti per le chiese di Milano.
Quando il Teppista e il Gasgiott si scontrarono per le grazie di una giovane donzella, il Gasgiott malmenò il giovane membro della Compagnia.
Questi, tornato con le orecchie basse dai soci, raccontò l'accaduto.
Gaetano Ciani decise di dare una lezione al famoso Gasgiott, organizzandone il rapimento.
Il Gasgiott fu quindi rapito, picchiato e portato nelle cantine di Villa Simonetta.
Il nano minacciò di morte tutti i Teppisti, giurando che li avrebbe sgozzati uno per uno. 
Il Ciani non si fece prendere dalla paura e anzi rilanciò; rapito un nano... perchè non rapire anche tutti gli altri?
E così nel giro di pochi giorni i Teppisti iniziarono a sequestrare tutti i nani della città, che venivano picchiati e radunati nelle cantine di Villa Simonetta.

Il piano del Ciani andò però oltre; decise di organizzare un ballo a Villa Simonetta invitando tutte le dame più belle di Milano.
Per far questo si recò al Monte Tabor, nei pressi di Porta Romana, dove si trovava una collinetta, addossata ai Bastioni, da cui scendeva un percorso di un toboga con pista in legno che era molto di moda in quegli anni. 
Ai piedi del Monte Tabor si radunavano le carrozze con le più belle fanciulle di Milano e lì i Teppisti iniziarono ad invitare le loro vittime.
Contemporaneamente il Ciani, la cui famiglia possedeva da decenni un palco privato al Teatro della Scala, riuscì nottetempo a rubare i costumi dell'opera Il Rigoletto, che andava sulle scene in quei giorni.
I nani vennero obbligati a vestirsi con gli abiti del Rigoletto, abiti da buffoni di corte e poi rimpinzati di cibi afrodisiaci e vino.
Poi fu detto loro che per riparare al rapimento era stata organizzata una festa con molte prostitute a loro disposizione.
Al piano di sopra, nel salone delle feste di Villa Simonetta, iniziarono ad arrivare le dame, e quando tutte furono dentro, i Teppisti chiusero tutte le porte d'uscita, immobilizzarono accompagnatori e servi, e aprirono le porte delle cantine facendo entrare un'orda di nani ubriachi e vestiti da buffoni.
Questi si precipitarono sulle dame cercando di violentarle.
Le cose precipitarono rapidamente, con i Teppisti obbligati ad intervenire per fermare i nani e la rissa seguente, che vide diversi accoltellati.
La notizia del Ratto dei Nani e del seguente ballo girò immediatamente per tutta la città e gli austriaci non poterono più girarsi dall'altra parte.
Tanto più che tra le dame oggetto di violenza vi era una della famiglia Traversi, legati ai governatori austriaci.
Nel giro di pochi giorni tutti i membri della Compagnia della Teppa furono arrestati. 
Solo ai figli di casate importanti fu concesso di espatriare e auto esiliarsi.
Gli altri vennero portati nei carceri di Szegedin e Komorn; molti furono costretti ad arruolarsi nell'esercito asburgico.
La Compagnia della Teppa cessò così di esistere, donando il termine "teppista" alla lingua italiana.
Esistono negli archivi storici del Comune una serie di lettere che Carlo Ciani, sfortunato padre di Gaetano, spedì ai governatori di Milano, implorando pietà per i guai combinati dal figlio teppista e poi per non fargli scontare la pena inquadrandolo nell'esercito.
Le implorazione di Carlo Ciani funzionarono, dato che Gaetano Ciani non ebbe ripercussioni.

Furono invece colpiti da furia asburgica i suoi fratelli Giacomo e Filippo, che del patriottismo italico fecero la loro ragione di vita.



Fu infatti tra i firmatari, nel 1815, dell'appello all'Austria di donare l'indipendenza alla Lombardia.
Nel 1821 la Banca Ciani, guidata da Giacomo, provvide ad una rimessa di fondi in Piemonte che la polizia austriaca sospettò, probabilmente a ragione, destinati a finanziare l'insurrezione piemontese, alla quale avrebbe fatto seguito, nelle loro speranze, quella milanese.
Il nome del Ciani figurò, inoltre, in un elenco di milanesi proposti per il comando della guardia nazionale da costituirsi in Lombardia non appena, come si era sperato allo scoppio della insurrezione dei marzo 1821, fossero giunti i Piemontesi.
La polizia austriaca, in possesso di questi elementi, incriminò Giacomo Ciani nel quadro del processo contro Federico Confalonieri, ma il giudice istruttore lo prosciolse per insufficienza di prove.
Ciò nonostante, l'anno dopo, decise di fuggire dall'Italia, forse temendo l'arresto.
Prima di scappare riuscirono però a riorganizzare l'azienda di famiglia, la conglomerata Ditta Ciani.
La Ditta Ciani, con sede nel Palazzo Ciani di Contrada Meravigli, venne sciolta e il giorno stesso fu aperta la Ditta Gavazzi e Quinterio, con sede nello stesso edificio e i cui soci erano i fratelli Gavazzi, già soci dei Ciani, Felice Quinterio, loro uomo di fiducia e come socio di maggioranza il barone Gaetano Ciani, che da capo della Compagnia della Teppa si ritrovò alla guida di una delle maggiori società del Nord Italia in meno di un anno!
Il Gaetano Ciani non perse però il suo spirito irrequieto e, anzi, aumentò l'odio verso l'Austria; nello stesso anno si fece fare un ritratto da un quotato pittore milanese.
Il Ciani posò in uniforme da ufficiale napoleonico e pose il grande quadro nel salone della sua casa, aperta tutto l'anno per feste e ricevimenti, in modo che tutti, austriaci compresi, potessero vedere come la pensasse il padrone di casa.
Intanto Filippo e Giacomo Ciani fuggirono in Svizzera, poi a Parigi e infine si stabilirono nel 1823 a Londra, dove riuscirono ad aprire sedi commerciali della loro azienda e intensificando l'export verso la Gran Bretagna.
Contemporaneamente divennero sempre più votati alla causa Risorgimentale, facendo di casa loro un porto sicuro per tutti i patrioti in fuga dall'Italia.
Nel 1829 lasciarono Londra per trasferirsi a Ginevra, dove accolsero il Mazzini e ne divennero rapidamente sostenitori, soprattutto economici, grazie alle loro infinite ricchezze.
Tra il 1831 e il 1833 iniziarono a stampare opuscoli e libri della Giovine Italia e a spedirli nella Penisola. 
Nel '33 si spostarono a Lugano, dove rilevarono una stamperia grazie alla quale inondarono l'Italia di libri e opuscoli; contestualmente iniziarono ad occuparsi anche della situazione del Canton Ticino,
I fratelli Ciani iniziarono a sostenere la riforma democratica ticinese del 1830; aprirono la Tipografia della Svizzera italiana che, assieme alla Tipografia di Capolago, diede un grande contributo alla diffusione del pensiero democratico
Ma il loro tramare portò l'Austria a confiscare tutti i beni della famiglia Ciani a Milano. Provvedimento che sarà cancellato nel 1838 grazie ad una amnistia generale.
Nel 1839 alle elezioni cantonali si registrò una vittoria dei conservatori, che tra i primi atti procedettero con l'espulsione dal Cantone dei mazziniani e patrioti italiani Giacomo e Filippo Ciani, e la loro cittadinanza ticinese, concessa nel 1930, fu messa sub iudice. 
I cittadini liberali si opposero alla loro espulsioni e ricorsero alle armi, minacciando un colpo di stato; fu così abbattuto il governo conservatore. 
Le successive elezioni sancirono la vittoria liberale e consentì ai democratici di riprendere il controllo della situazione e il Gran Consiglio richiamò i due fratelli.
Un analogo tentativo dei conservatori di rovesciare l'esito elettorale si produsse nel 1841: il fallito golpe terminò con l'impiccagione del loro capo Giuseppe Nessi.
Nel 1841 Giacomo Ciani aderì alla nuova Giovine Italia e riprese l'opera di proselitismo a favore del movimento mazziniano. 
Nel marzo 1848, avuta notizia dell'insurrezione milanese, e nonostante avesse ormai 72 anni, partì con un gruppo di volontari per la città lombarda, ove entrò a liberazione avvenuta. 
Fu lui a finanziare la colonna di carabinieri ticinesi comandati dall'Arcioni che partecipò alle operazioni militari contro l'Austria, durante le Cinque Giornate.
Fuggito in Svizzera finanziò l'esilio di centinaia di patrioti fuggiti da Milano dopo il ritorno delle truppe guidate da Josef Radetzky.
Ormai disilluso da tante battaglie fallite, aderì alle idee del Cattaneo, preferendo una rivoluzione delle idee a quella delle armi.
Intensificò la propaganda grazie alle sue stamperie ticinesi.
La gioia per la definitiva liberazione di Milano e per l'unificazione nazionale fu offuscata dall'essere stata realizzata dalla monarchia sabauda, che giudicava male tanto quanto quella degli Asburgo.


Filippo e Giacomo Ciani

Nel frattempo il fratello Filippo era entrato nel Governo del Canton Ticino, diventandone presto uno dei più illustri esponenti.
Tra i suoi atti più notevoli vi fu la soppressione degli Ordini religiosi che prepararono la laicizzazione dell'istruzione. 
Durante la sua presidenza del Consiglio di Stato, nel marzo 1849, fu approvato il progetto di riforma della costituzione. 
Come segretario di Stato per l'istruzione fece preparare dal Cattaneo e dal Cantoni quel progetto di revisione generale dell'organizzazione scolastica superiore ticinese che, approvato ed attuato, diede al Cantone una delle soluzioni più progredite del tempo. 
Fu così fondato il liceo cantonale, che cominciò a funzionare a Lugano alla fine del 1852; il Ciani ne seguì direttamente i primi anni di vita e dovette sostenere una dura battaglia per respingere la violenta reazione conservatrice e cattolica perché veniva sottratta al clero l'educazione dei giovani. 
Nei medesimi anni, in collaborazione col Cattaneo, si occupò di progetti rilevanti sul piano economico, indispensabili per il progresso sociale del Canton Ticino, quali la bonifica della piana di Magadino e la strada ferrata del Gottardo.



Negli stessi anni, a Milano, Gaetano Ciani, godeva di una ricchezza enorme e, dopo una gioventù scapestrata, iniziò a lavorare come speculatore edilizio.
I Ciani possedevano da tempo una serie di edifici contigui in quella che era da tempo la più bella strada della Milano Ottocentesca: Corso di Porta Orientale, oggi Corso Venezia.
I loro palazzi però erano tra i meno belli della strada, tre anonimi palazzi all'angolo con via Boschetti.
Nel 1837 Gaetano Ciani diede incarico a Gaetano Casati, suo architetto di fiducia, di realizzare un nuovo fronte sulla strada per tutti e tre i palazzi, in modo da farlo sembrare oltre che un unico, enorme edificio, anche un palazzo degno del Corso in cui si trovava.
Ma il Ciani non si fermò a questo. 
Milano continuava a vivere cristallizzata nell'Anciem Régime asburgico, anche architettonicamente.
Lo stile imperante era il neoclassicismo, tanto caro a Vienna.
Col suo classico spirito ribelle il Ciani decise, alcuni anni dopo la costruzione della facciata, nel 1855 di modificarne l'aspetto e di realizzare, nella miglior via di Milano, un qualcosa che fosse un pugno in piena faccia per gli Asburgo.
Dato che all'impegno politico non gli mancava anche il senso degli affari, per far questo rilevò nel 1852 la quota di maggioranza di una piccola società, la Ditta Andrea Boni e Compagni, che si era da poco data alla fabbricazione di terracotte.
La produzione di terracotte era una tipicità milanese sin da prima del Rinascimento, e arrivò a risultati splendidi con Santa Maria delle Grazie.
Quello fu anche l'ultimo periodo di totale indipendenza di Milano, prima dell'arrivo di Spagnoli, Francesi e Austriaci.
La produzione di terracotte era quindi anche simbolica, lontanissima dal gusto neoclassico imperante a Vienna, e quindi a Milano, e richiamava l'indipendenza della Lombardia.
Gaetano Ciani fece quindi produrre le terracotte con cui, letteralmente, ricoprì la facciata corta che prospettava su via Boschetti.
Il colore delle terracotte portò presto i milanesi a cambiare il nome del palazzo, da Casa Ciani a Cà Rossa.
Inizialmente, nel 1855, le terracotte posate vengono messe in vendita grazie ad un catalogo della Ditta Boni, e la casa è suddivisa sin dal 1837 in tanti piccoli appartamenti, tutti dati in affitto a canoni notevoli, vista la posizione. 
La Cà Rossa era quindi una notevole speculazione edilizia.
Con l'Unità d'Italia e la fuga degli Austriaci, il Ciani decise però di dare un tocco definitivo alla sua casa.



Anche il lato lungo sul Corso fu decorato con le terracotte tra il 1860 e il 1862; la facciata fu divisa in tre parti: una centrale più ricca di ornati e due laterali.
Di nuova ideazione è lo spazio centrale, zona ‘parlante’ della facciata, in cui si concentrano rilievi, busti e scritte inneggianti agli eroi e ai successi del Risorgimento nazionale.
Nello spazio del cornicione, in forma di epigrafe, compare la scritta: “L’Italia e Francia 1859 / L’indipendenza delle nazioni risorge”; nei 4 timpani laterali furono riportare le scritte: “Palestro 31 maggio 1859”, “Magenta 4 giugno 1859”, “Solferino S. Martino 24 giugno 1859”, “Palermo 27 maggio 1860”, “Ancona 28 settembre 1860” e “Gaeta 13 febbraio 1861”.
Sul portale vennero poste delle terracotte con delle scene legate ad eventi del Risorgimento, con tanto di didascalie: “Vittorio Emanuele II a St. Martino nel 1859”, “L’ingresso di Garibaldi in Napoli nel 1860”, “Roma rappresentata nell’Anno 1861”, “Venezia rappresentata nell’Anno 1861” (entrambe malinconiche, in quanto ancora escluse dal processo unitario), “Proclama agli Italiani di Napoleone III a Magenta” e infine “Cavour al Parlamento”.

Sopra il portale venne posto un grosso busto di Garibaldi, tanto per chiarire le cose; ma ogni angolo delle facciate venne ricoperto di terracotte in rilievo raffiguranti soldati, fortezze, cannoni, lance, fucili, corazze, stemmi, trombe e tamburi.

Il grande scrittore e giornalista del Corriere di inizio del '900, Otto Cima, ricordava circa Casa Ciani come il bassorilievo in terracotta raffigurante Napoleone III venisse regolarmente decapitato.
Per decenni le terracotte non furono mai oggetto di vandalismo, nemmeno occasionale.
Tranne appunto la testa di Napoleone III, che il Cima ricorda decapita più e più volte, sino a quando la Ditta Boni si decise di realizzare il bronzo, unica parte in quel materiale di tutto l'edificio!



Il successo della Cà Rossa fu immediato ed enorme, tanto da diventare una moda per tutta Milano.
La Ditta Boni, e quindi anche il Ciani, misero in commercio un catalogo con sopra tutti i tipi di terracotta disponibili, catalogate e col prezzo unitario.

Alessandro Manzoni, colpito dalla bellezza della Cà Rossa, volle che la sua dimora di Piazza Belgiojoso fosse anch'essa rivestita di terracotte rosse, sia sul lato principale che su quello su via Morone. L'incarico ovviamente andò alla Ditta Boni.
Allo stesso modo venne rivestito Palazzo Brambilla in Piazza della Scala, poi noto per decenni come Casa Rossa e demolito dal Beltrami nel riordino della Piazza sul finire dell''800 e i primi del '900.
Il successo delle terracotte a Milano durò per quasi un trentennio, sino al 1880 circa, quando la moda si esaurì e venne del tutto dimenticata, salvo per il grandioso palazzo neogotico del Museo di Storia dei Giardini Pubblici, costruito nel 1888 e rivestito da un numero enorme di terracotte.

La Cà Rossa dei Ciani, che in origine non fu altro che un'abile operazione di speculazione edilizia e imprenditoriale, vide la sua fine, perlomeno nell'aspetto risorgimentale, a partire dal 1928, quando venne cinta da una alta cesata in legno e i proprietari presentarono un progetto per alzarla di ben tre piani, ovviamente rimuovendo tutte le terracotte.
I Ciani avevano già da tempo venduto il complesso all’Istituto Italiano di Previdenza.Fu solo l'intervento di Giorgio Nicodemi, che proprio nel '28 fu chiamato a guidare la Soprintendenza dei Musei Civici di Milano, a permettere di salvare alcune delle terracotte di Casa Ciani.
Nel luglio dello stesso anno Nicodemi ottiene il permesso dalle Belle Arti di salvare: “frammenti dell’attico sul fronte principale del palazzo con le figure dell’Italia e della Francia; due cariatidi sull’angolo tra il corso Venezia e via Boschetti, sorreggenti il balcone di primo piano e mensole relative”.


Le parti da salvare sono però talmente pesanti che saranno portate nei sotterranei dei musei del Castello Sforzesco solo l'anno successivo.
Purtroppo quell'ala  del Castello venne colpita dai bombardamenti del 1943 e i reperti della Cà Rossa sono andati dispersi.
Fortunatamente i tecnici dell’Istituto Italiano di Previdenza, colpiti dalla qualità delle terracotte, ne fecero salvare una parte a loro volta, che furono poi murati su una parete di uno dei cortili interni, giunti sino a noi. Si tratta delle cornici di due finestre del piano terra, una elaborata lesena e l’imponente portale istoriato.
Alcune singole parti di terracotte vennero staccate e usate come decorazioni in palazzi della zona di Corso Venezia, mentre gli stampi delle terracotte sono rintracciabili sulla bella facciata del Teatro Fossati di Corso Garibaldi e sulla Casa Rossa a Bellinzona, in Svizzera.

La Cà Rossa, o Casa Ciani, visse quindi per poco più di 70 anni con le sue forme risorgimentali, il suo ideatore, il barone Gaetano Ciani, visse invece sino a 91 anni, una vita lunghissima per l'epoca, ma comune all'intera famiglia, visto che il fratello Giacomo morì a 93 anni e il fratello Filippo a 92.
Gaetano Ciani, il baron Bontemp già capo della Compagnia della Teppa, poi diventato eroe risorgimentale, speculatore edilizio e imprenditore di gran successo, continuò ad incrementare il patrimonio di famiglia investendo sul Lago di Como, prima comprando Villa d'Este a Cernobbio e poi facendo costruire l’Hotel Reine d’Angleterre, e dando un grande impulso al nascente turismo lacustre.
A Villa d'Este il Ciani diede alcune splendide feste in onore dell'Unità d'Italia, ad alcune delle quali parteciparono i migliori nomi del Risorgimento Italiano, oltre che ai suoi due fratelli, che giungevano appositamente dal Canton Ticino.
Il Ciani, che da decenni abitava nel palazzo di Corso Venezia 43, tre civici più avanti rispetto alla Cà Rossa, splendido palazzo neoclassico, con tanto di enorme timpano e colonne, che evidentemente non disturbavano il Ciani più di tanto, e oggi sede dell'Automobile Club di Milano, quando si trasferiva sul Lago di Como a Villa d'Este, era solito tuffarsi da uno dei parapetti e farsi un bagno nelle acque fredde.
Ancora ottantenne continuava con questa usanza, sino a quando ci rimise quasi la pelle, rischiando di morire affogato e rimanendo paralizzato sul lato sinistro del corpo.
Ma il baron Bontemp non si perse d'animo e pochi mesi dopo era già pronto a risposarsi con una giovane dama milanese della famiglia Appiani.
Lui, che aveva guidato i Teppisti nella caccia agli uomini anziani sposati con le giovani, vecchi poi violentemente bastonati...

I tre fratelli Ciani morirono tutti più che novantenni nell'arco di un paio di anni, e vennero sepolti nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale di Milano; la tomba era decorata da una grande scultura di Vincenzo Vela.



Il Vela aveva già lavorato su commissione del barone Ciani, nel 1850, per realizzare una statua, la Desolazione, posta poi sulla tomba dei genitori degli 11 fratelli Ciani, e oggi spostata a Lugano.



Nel 1925 i fratelli Giacomo e Filippo vennero esumati, probabilmente su richiesta di eredi svizzeri, e spostati in una tomba della famiglia Decio, parenti del Lago d'Orta.
L'idea era di portarli a Lugano in una grande tomba monumentale da costruirsi sul lungo lago.





Il progetto tardò a partire, per quasi un secolo. Fu infatti solo nel 2013 che la tomba dei Ciani a Lugano venne approntata, e i due eroi risorgimentali spostati con tutti gli onori.




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