domenica 13 settembre 2015

Il Principe di Milano

Cesare Bruto Benito Rubini nasce a Trieste il 2 novembre 1923,  è stato un pallanuotista, cestista e allenatore di pallacanestro italiano; uno dei pochissimi atleti al mondo inseriti nelle Hall of Fame in due sport differenti. È infatti membro del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame dal 1993 in qualità di allenatore di pallacanestro, e dell'International Swimming Hall of Fame dal 2000.
Per decenni sarà soprannominato Il Principe.


Cesare Rubini in una partita amichevole contro il Real Madrid alla metà degli anni '50.


Cesare Bruto Benito, dunque, anche se lui dichiarerà:  “A parte che sono di sinistra, fascista smetto di esserlo vedendo l’arroganza e la prepotenza di italiani e tedeschi durante l’occupazione della mia Trieste, vedendo la Risiera di San Sabba... ho solo una personalità forte», nasce da una famiglia italiana Dalmata che dopo il 1918 scappa e si rifugia a Trieste.
Studia al liceo scientifico Oberdan e inizia a praticare la pallacanestro anche se il mare è sempre stato la sua passione: «Nuoto da quando aveva un anno e mezzo, poi calcio con la Ponziana e atletica con il Guf di Trieste, con un quarto posto agli Assoluti del 1945, specialità 400 metri, il giro che uccide. Il resto è pallanuoto “quando si giocava in mare, l’arbitro su una barca, e un giorno, giudicato colpevole per una decisione ingiusta, l’arbitro fu preso a fiocinate, scappò su quella stessa barca inseguito da una flotta di altre barche a remi, ma il mare era un po’ agitato, l’arbitro cominciò a vomitare e fu salvato su un motoscafo delle guardie di Finanza”.
Rubini preferiva la pallanuoto, senza dubbio. È in piscina che ha goduto, come atleta, di considerazione internazionale. Al punto di essere inserito nella selezione del Resto del Mondo. Non è solo una questione sportiva, è che nella pallanuoto Rubini poteva esprimere al meglio la sua personalità e la sua cattiveria agonistica, ma scelse la pallacanestro per diventare "grande" e per guadagnarsi i soldi per vivere e per garantirsi una carriera da adulto.






Rubini a Camogli tra il 1952 e il 1956.

Si iscrive all'Università di Trieste e nel 1945 diventa capitano della Nazionale universitaria di pallacanestro ed è eletto miglior giocatore della stagione.
Da questo momento inizierà a raccogliere successi in entrambi gli sport da lui amati: la pallanuoto e la pallacanestro.
Nel 1946 conquista la medaglia d'argento con la Nazionale di pallacanestro agli Europei di Ginevra e l'anno successivo si laurea campione europeo di pallanuoto a Montecarlo.
Nel 1947 assume il ruolo di allenatore-giocatore dell'Olimpia Milano. Sempre nel 1947 riceve addirittura le convocazioni nazionali sia nella pallacanestro che nella pallanuoto.
Il medesimo problema si ripresenterà l'anno successivo, il 1948. Cesare Rubini però sceglie lo sport che in quel momento gli dà maggiore soddisfazione. E così con la Nazionale di pallanuoto, capitanata da Mario Majoni, conquista l'oro ai Giochi di Londra battendo in finale l'Olanda. 
Ed è proprio con Rubini che nascerà il mitico "Settebello d'oro", del quale diventerà capitano (con Majoni allenatore) alle olimpiadi di Helsinki del 1952 e agli europei di Torino del 1954, collezionando in entrambe le occasioni una medaglia di bronzo, dietro ad Ungheria e Jugoslavia.
Anche nella pallanuoto Rubini sarà allenatore-giocatore, e conquisterà 6 titoli italiani con la Canottieri Olona di Milano, la Rari Nantes di Napoli e il Camogli.
Disputerà inoltre 84 incontri con la Nazionale, 42 dei quali in veste di capitano.


L'Italia di Rubini Campione Olimpica a Londra nel 1948.




Negli stessi anni consegue numerosi ed importanti successi anche dal punto di vista cestistico, giocando nell'Olimpia Milano di Adolfo Bogoncelli. Rubini disputa 39 incontri con la maglia azzurra prendendo parte agli europei di Ginevra, dove l'Italia conquista il secondo posto, ed agli europei di Praga, di Parigi e di Mosca. 
Inoltre conquista 5 campionati italiani consecutivi, dal 1950 al 1954, tutti come giocatore-allenatore dell'Olimpia Milano.


9 gennaio 1955, Borletti Milano batte Storm Varese 59-56. Una fase di gioco con Yogi Bough al centro, contrastato da Cesare Rubini


Rubini con la maglia dell'Olimpia al campo di via Costanza.


Si dedica esclusivamente al ruolo di allenatore a partire dal 1957, vincendo nove scudetti. In questi anni realizza anche uno straordinario primato, stabilendo un record di 322 vittorie e 28 sconfitte. In totale, Rubini ha vinto 501 incontri alla guida dell'Olimpia. Da allenatore, con la conquista della Coppa dei Campioni nel 1966 e le due Coppe delle Coppe nel 1971 e nel 1972, raggiunge i primi successi internazionali della pallacanestro italiana. Sempre nel 1972 l'Olimpia Milano conquista anche la Coppa Italia.


1 aprile 1966, palazzo dello sport di Bologna. Davanti a 8000 spettatori, il Simmenthal Milano sconfigge lo Slavia Praga e conquista la prima Coppa dei Campioni della sua storia



Ma il ruolo di Cesare Rubini nello sport italiano va oltre i suoi successi sportivi; Rubini sarà colui che porta il professionismo in Italia, che porta una cura maniacale dell'aspetto fisico, della preparazione mentale, del marketing nelle società sportive, il tutto con una ferocia agonistica senza pari e senza risparmiare mai nessuno.
Una ferocia che non gli mancò mai nemmeno mentre giocava nei suoi due sport preferiti.
Celebre la volta in cui aggredì un tifoso sugli spalti durante un Pesaro-Olimpia Milano. Il tifoso gli urlò "sciavo"per tutta la partita, "sciavo" che è il peggior insulto che un istriano o un dalmata possa ricevere;  balza in tribuna, lo afferra e gli spacca il naso. “Non resisto mai quando qualcuno mi chiama così, piombo sul pubblico e scaravento giù chi l’ha detto. È umiliante, perché mia madre fin da piccolo mi dice sempre: ’’noi siamo italiani due volte, dopo la Prima Guerra abbiamo scelto noi di lasciare la Dalmazia’’. E quando sento Fratelli d’Italia io mi commuovo sempre. Altro che s’ciavo”

Quando aveva ormai lasciato lo sport praticato ed era diventato un rappresentate federale, Cesare Rubini esigeva la suite, viaggiando con la Nazionale. E chiedeva sempre due bottiglie di acqua minerale. 
Ma non era un vezzo, quanto la necessità di avere dello spazio in epoche in cui i centri fitness non guarnivano gli hotel. Si alzava molto presto alla mattina, per la sua personale seduta di allenamento. E quando si riuniva con il resto della delegazione, nella sala colazione, aveva alle spalle almeno un'ora di attività fisica, con i pesi e gli inseparabili elastici. Ed aveva bevuto i suoi due litri d'acqua. La cura del corpo era maniacale, non solo stile di vita ma quasi un debito di riconoscenza da saldare con tutto ciò che quel fisico, in gioventù, gli aveva permesso di essere.


Era sempre elegante, Rubini. Il loden, l'abito in principe di galles, l'immancabile foulard in disegno cachemire annodato al collo. Poi, quando c'era da dire qualcosa, non si andava oltre la risposta di due lettere: il suo era un sì, oppure un no. Esigeva rispetto, incuteva timore, con la presenza fisica che era anche scenica e le parole. Memorabile un suo discorso agli allenatori di tutte le rappresentative azzurre, riuniti assieme in coda all'estate del 1991, che era stata trionfale: cinque medaglie vinte, l'argento europeo seniores, l'argento mondiale juniores, l'oro ai Giochi del Mediterraneo, il bronzo agli Europei con le cadette. Rubini si ritrovò davanti Gamba (il suo allievo prediletto, nonché unico consulente quando c'era de decidere), Blasone, Di Lorenzo e Tommei. Tutti col bel petto in fuori. Ma Rubini ne ebbe per tutti, dal primo all'ultimo: c'era stato chi, nel successo, aveva dimenticato di ricordare il supporto di quanti dello staff federale avevano lavorato nell'ombra; oppure era caduto nel celebrare troppo se stessi, a scapito dei giocatori.

Tra le sue mani si è sviluppato il basket moderno. O forse lo ha davvero inventato lui. Era il basket che passava dai campi all'aperto agli impianti pieni. Il basket che iniziava a comunicare e Rubini ne era il comunicatore supremo. Le maniere non sempre erano buone, ma erano le sue. 
E con Rubini non c'era mai il rischio di cadere nell'equivoco. A Milano incontrò Adolfo Bogoncelli, il partner giusto per far nascere quello che sarà il mito dell'Olimpia. Avevano l'identico obiettivo, dominare dando spettacolo. Rubini, in panchina, lo era già "il Principe" per tutti quando iniziò a vincere uno scudetto dietro l'altro (15, alla fine) e pure portando in Italia la prima Coppa dei Campioni (1966).
Portarono, Rubini e Bogoncelli, la prima sponsorizzazione nel basket, il Simmenthal, portarono le scarpe All Stars tutte rosse, come le divise, in un mondo che era b/n, portarono spettacoli di intrattenimento pre partita al gigantesco Palasport della Fiera in Piazza 6 febbraio che l'Olimpia Simmenthal di Rubini riusciva a riempire in ogni partita, 18.000 spettatori paganti.

Rubini stesso ammise di non essere un allenatore di basket nel senso totale in cui lo furono alcuni suoi celebri avversari, come il professore Aza Nikolic. Rubini era un motivatore e soprattutto un general manager ante litteram, e sapeva circondarsi non di yes men ma di uomini capaci. Tra loro Sandro Gamba, suo vice per anni all'Olimpia, che fu il vero allenatore sul campo nell'epopea Simmenthal e Dido Guerrieri.

Rubini sapeva riconoscere però i veri giocatori, sapeva trovarli, sapeva e aveva il coraggio di scelta azzardate. Emblematico il caso con Gianfranco Pieri, triestino pure lui, che a 17 anni esordisce in Serie A con la Ginnastica Triestina, e domina il campionato nel ruolo di pivot/centro, con la sua mole e un'altezza di quasi 195 centrimetri, ragguardevole per i primi anni 50; in un match proprio contro l'Olimpia Milano, con Rubini allenatore e giocatore, segna 34 punti e si rivela immarcabile, Porta Trieste sino al secondo posto dietro la Virtus Bologna, e l'anno dopo passa a giocare proprio per l'Olimpia. Rubini prende il miglior pivot della Serie A, 18 anni, e lo trasforma nel playmaker, regista, della sua squadra. Ovviamente Pieri con la sua altezza è totalmente immarcabile da qualsiasi altro pari ruolo e diventa con Sergio Stefanini, Romeo Romanutti e Cesare Rubini un pilastro inamovibile dell'Olimpia Simmenthal che vincerà 9 campionati in 11 anni, oltre che alla Coppa Campioni del 1966.

Altro giocatore emblematico dell'Olimpia targata Rubini fu Arthur Kenney, chiamato a Milano Art il Rosso. Giocò solo 3 stagioni ma divenne un monumento assoluto per i tifosi biancorossi.
Rubini lo scovò a Le Mans, una oscura squadretta francese. Un 204 centrimetri di cattiveria e furia agonistica senza pari, esattamente come era Cesare Rubini. 
Tra i due si sviluppò un legama padre figlio, tanto che durante un incontro di Coppa delle Coppe quando il giocatore jugoslavo Zoran Slavnić della Stella Rossa di Belgrado colpì il coach Rubini con un calcio al basso ventre.  Art Kenney cercò di vendicare il proprio allenatore inseguendo Slavnić fino alle tribune, venendo anche colpito da manganellate della polizia jugoslavia e scatenando una furibonda rissa coi una dozzina di tifosi slavi. Riuscì in qualche modo a salvarsi, rientrando negli spogliatoi ridendo ricoperto di lividi e sangue. Ma aveva vendicato coach Rubini.



Dopo la panchina iniziò la carriera in Federazione, da plenipotenziario azzurro, perché la definizione di "consigliere federale con delega alle squadre nazionali" è sempre stata riduttiva, per come interpretava il ruolo. In un'epoca nella quale arrivarono l'argento all'Olimpiade di Mosca '80, ed agli Europei l'oro a Nantes '83, l'argento di Roma '91 ed il bronzo di Stoccarda '85. 

Da Dalmata e Triestini non amava ovviamente gli slavi, per ragioni politiche, ma li ammirava per la loro furbizia e cattiveria in pallacanestro, pallanuoto, calcio e pallamano, sport che lo stesso Rubini praticò. Ammirava invece gli USA, dove viaggiò decine di volte pur non parlando nemmeno una parola di inglese, ma facendosi sempre accompagnare da qualche suo giocatore o vice allenatore che gli facevano da interprete. 
Non si arricchì mai con lo sport, negli anni 50 e 60 gli ingaggi erano bassi sia nel basket che nella pallanuoto, e anche dopo, come allenatore e poi come dirigente federale non si dimenticò mai delle sue radici umili e della povertà patita durante l'esodo dalla neo Jugoslavia e dei durissimi anni di Trieste nel Dopoguerra.
Di certo c’è che davanti a una super offerta dell’Ignis Varese del Commendator Borghi, che lo avrebbe arricchito veramente, Rubini disse no. 



Era triestino, si sentiva a suo agio in tutta Italia, ma la casa che si era scelto era Milano.
Fu grande amico di Ottavio Missoni, strinse un rapporto sincero con il grande rivale Dino Meneghin, fu fratello maggiore di Sandro Gamba e padre di tutto il basket italiano e di una buona parte della pallanuoto.

"Non meritava la lenta agonìa con la quale ci ha lasciati" ha commentato Dino Meneghin, presidente federale di oggi, suo giocatore in azzurro, grande rivale in Ignis-Simmenthal.
L'alzheimer ha fatto il suo corso, minando un po' alla volta proprio quel fisico che per un vita intera era stato perfetto, invidiato, invincibile.
Scomparso a causa di una broncopolmonite l'8 febbraio 2011.
In suo onore, dal maggio 2011 il palazzetto dello sport di Trieste è intitolato a lui.
Il 2 novembre 2011 le sue spoglie sono accolte al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, tra i grandi milanesi illustri.


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