domenica 18 ottobre 2020

Corso Vittorio Emanuele II°



Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro villaggi un "Medhelan", una vasta area di forma ovale, a prato, dove si riunivano i druidi e la popolazione, sia per motivi religiosi che politici. 
Il "Medhelan" di Milano aveva come assi dell'ovale le attuali via Manzoni, piazza della Scala e via Santa Margherita (est-ovest) e le odierne via Brera, via Verdi, piazza della Scala e via Case Rotte (nord-sud).

A sud del "Medhelan" partiva una strada che inizialmente correva parallela alla grande radura sacra, avendo quindi un andamento ad arco.
Questo grande arco è ancor oggi riscontrabile tra il Cordusio, via e piazza Mercanti, piazza del Duomo e appunto Corso Vittorio Emanuele.
Quando le Mura Repubblicane  furono erette venne aperta una porta proprio alla fine dell'attuale corso, in coincidenza con piazza San Babila e chiamata Porta Argentea.



Osservando una pianta di Milano prima delle grandi opere di sventramento del centro, compiute nel XIX secolo, si osserva facilmente come la maglia viaria fosse assolutamente disordinata e caotica, eccezion fata per una piccola porzione che manteneva l'impianto del Foro Romano, tra via Torino, piazza San Sepolcro e le Cinque Vie.
Erano strade tortuose, strette, anguste e buie. Gli unici due veri e propri viale della città erano le attuali via Manzoni e appunto il Corso. Erano sostanzialmente le uniche due strade abbastanza larghe da far passare due carri contemporaneamente, dei pedoni e salvare ancora dello spazio.

Quando si iniziò ad usare l'odonomastica a Milano, il corso venne chiamato Corsia dei Servi, da una importante chiesa, Santa Maria dei Servi, che fu poi demolita per erigere San Carlo al Corso.
Questa importanza aumentò ancor di più con la costruzione del Duomo, che si affacciava proprio sul principio della grande strada ad arco e su quella che divenne Piazza del Camposanto, dove, oltre al cimitero del Duomo, si trovavano le baracche degli scalpellini e dei muratori che stavano costruendo la cattedrale.
Lungo il corso si trovavano sin dall'antichità taverne, locande che divennero poi alberghi, caffè e pasticcerie.
C'erano anche tante altre attività commerciali affacciate sul corso, tra cui una panetteria che divenne famosa grazie al Manzoni, "el Prestin di Scansc", il Forno delle Grucce citato dal Manzoni ne I Promessi Sposi.


Il Manzoni cadde però in errore quando chiamò in quel modo la panetteria; questa infatti si chiamava da secoli "Prestin Scansi" dal nome della famiglia proprietaria.
L'errore fu scoperto da Monsignor Carlo Castiglioni, che pubblicò uno studio sulle opere e la filosofia dell'autore milanese, titolato "Variazioni Manzoniane.
Il forno degli Scansi esisteva almeno dal Seicento, quando appunto fu assaltato dai milanesi affamati il giorno di San Martino del 1628, cioè l'11 novembre; dopo gli Scansi vi furono diverse proprietà, sino a quella del signor Ambrogio Valentini, intorno al 1868-70.
E fu proprio il Valentini a far dipingere e scrivere le parole dei Promessi Sposi sull'arco che introduceva al forno, reiterando così l'errore del Manzoni.
Sopra le due vetrine affacciate sul Corso le insegne in grandi caratteri dorati erano in milanese e in fiorentino: Prestin di Scansc e Forno delle Grucce.
Nel Natale del 1870 il Valentini spedì all'anziano Alessandro Manzoni un enorme e ricchissimo cestino pieno di prelibatezze e lo scrittore, in segno di ringraziamento gli mandò un biglietto con scritto:
"Al forno delle Grucce. Ricco ormai di nuova fama propria, e non bisognoso di fasti genealogici, Alessandro Manzoni, solleticato voluttuosamente, con un vario e squisito saggio, nella gola e nelle vanità, due passioni che crescono con gli anni, presenta i più vivi e sinceri ringraziamenti."


Il Valentini si fece fare dal pittore Brighenti Rossi, nel 1872, un ritratto con la preziosa lettera in mano e il quadro fu appeso all'ingresso del forno.
Nel 1877 Valentini, diventato noto in tutta la città, rappresentante dei panettieri, ricco e agiato, cedette l'attività ad Angelo De Micheli, che la mantenne per ben 42 anni, quando, nel 1919, a causa della gravissima crisi economica post bellica, dovette chiudere, dopo tre secoli, il Prestin di Scansc.
Il palazzo fu poi demolito nel 1926 per costruire il Cinema-Teatro Odeon.
Il quadro era in vendita presso un antiquario nel giugno del 1950, per poi venire probabilmente comprato da un privato; la lettera del Manzoni è andata invece perduta.

El Prestin di Scansc si trovava al civico 3 del corso, in un palazzetto di 3 piani, abbastanza modesto; al suo fianco, al civico 1, all'angolo con la via Santa Radegonda si trovava, in un palazzo un poco più elegante, la Confetteria Baj.
Venne aperta da Giuseppe Baj Giuseppe Baj, di una famiglia di pasticceri che aveva forno in Via Broletto sin dal 1768, il Baj nacque a Milano nel 1839, entrando nell'azienda di famiglia e diventando "mastro offellajo", cioè maestro pasticcere. 

Durante le guerre risorgimentali il Baj si arruolò nei Cacciatori delle Alpi e venne decorato due volte.
I prodotti dei Baj, dolci di ogni genere, ma soprattutto panettoni, cioccolata e confetti, erano tra i migliori della città, ma Giuseppe li portò ad essere uno dei marchi più noti di tutta Europa.


Nel 1865 spostò i laboratori in Via Santa Radegonda al 2 e nel 1872 aprì una grande pasticceria all'angolo dello stesso indirizzo, affacciata sul lato absidale del Duomo, che allora si chiamava ancora Piazza del Camposanto, proprio all'inizio di Corso Vittorio Emanuele. Alla produzione dolciaria si affiancò quella di vendita di liquori, vini pregiati e distillati.
Negli stessi anni la produzione divenne semi-industriale, per reggere i ritmi della enorme richiesta. Vennero introdotti macchinari a vapore e a pompe idrauliche.


La qualità rimase però molto alta. Baj era solito selezionare canditi e uva sultanine tra le migliori importati dall'Oriente e la vaniglia dalla Polinesia Francese.
Un altro negozio venne aperto a Genova e altri in alcune città Svizzere. Giuseppe Baj si recò anche a San Pietroburgo, per portare i suoi dolci allo Zar.
A fine secolo i dolci Baj erano esportati in tutto il Mondo, Australia compresa.
La Confetteria Baj di Piazza del Duomo chiuse nel 1926, quando l'intero isolato fu demolito per costruirvi il gigantesco complesso del Cinema-Teatro Odeon e per realizzare il grande palazzo di Corso Vittorio Emanuele 1-3, che fu il primo dotato di portici del corso, e che avrebbe lentamente imposto il nuovo stile a tutta la via.
Giuseppe Baj morì poco prima della Grande Guerra.

Quando nel 1926 venne demolita il palazzo dove si trovava la Baj, fu atterrata anche la Centrale Elettrica di Santa Radegonda, sorta nel 1883 sulle ceneri dell'omonimo teatro; era la prima centrale elettrica d'Europa e consentì di illuminare la Galleria, la Scala e i Portici di Piazza del Duomo, oltre che alle dimore private nei paraggi.

In quattro lunghi anni di lavoro venne edificato il colossale edificio del Cinema-Teatro Odeon, e il nuovo palazzo che si affacciava sul principio del Corso, con enormi portici e uno stile neoclassico molto marcato.
Prerogativa del palazzo fu di avere dei portici in continuità con quelli degli edifici che lo precedevano, i Portici Settentrionali, Palazzo Haas e La Rinascente.
Quando fu inaugurato a fine maggio 1930, venne esplicitamente sottolineata la possibilità di camminare al coperto da Piazza Mercanti sino all'inizio del Corso.
I bombardamenti del 1943-44 diedero una grande spinta alla ricostruzione dei palazzi lungo il Corso, che furono tutti ricostruiti con dei portici in continuità con quelli esistenti.
Il processo fu lungo e si completò solo negli anni 60.






 

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