lunedì 28 gennaio 2019

Radetzky a Milano

Jan Josef Václav Antonín František Karel Radecký z Radče nasce a Trebnitz (oggi nota come Sedlčany) il 2 novembre 1766.
Sedlčany è una cittadina a sud di Praga, nelle Boemia centrale, oggi territorio della Repubblica Ceca, ma allora nel pieno cuore del Sacro Romano Impero di Maria Teresa d'Austria. E proprio per questo motivo che Jan Radecký z Radče diverrà noto con la versione tedesca del suo nome: Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl, Graf Radetzky von Radetz; per i milanesi, semplicemente noto come Maresciallo Radetzky.

Secondo figlio di una nobile famiglia della Boemia, rimase orfano giovanissimo. 
La madre, dal nome chilometrico, Marie Venantia Anna Barbora Josefa Eulalie von Bechyne Lazan morì dandolo alla luce, mentre il padre, Peter Eusebius hrabě Radecký z Radče, morì nemmeno un mese dopo.
Il piccolo Jan venne dato così alle cure del nonno paterno, il conte Wenzel Leopold Johann hrabě Radecký z Radče.
La sorella, Franziska Anna Josepha, era nata quattro anni prima.
Il patrimonio di famiglia venne amministrato dal fratello di Peter Eusebius, Václav Ignác, che in breve tempo riuscì a dilapidare una consistente fortuna.
Con il poco rimasto mandò il nipote a studiare prima a Brno e poi, nel 1781, al Collegium Theresianum di Vienna, dove i rampolli della nobiltà del Sacro Romano Impero venivano istruiti dai migliori professori e insegnanti di tutta il mondo germanofano.



Ne uscì nel 1784, dopo un percorso di scarso rendimento e con voti eccellenti solo in storia, con la predilezione per i periodi storici di Giustiniano il Grande e Luigi XIV, il Re Sole.
Due anni dopo, il 1° agosto 1784, fu accettato come cadetto nell'Esercito Imperiale e il 3 febbraio 1786 venne incorporato come Luogotenente nel reggimento di cavalleria pesante, corazzieri "Caramelli".
Combatté nella Guerra Austro-Turca del 1787-1792 e nel novembre 1787 fu nominato Primo Tenente.
Tra il 1793 e il 1795 combatté in Belgio, Olanda e lungo i confini sul Reno, riportando i primi successi e le prime medaglie al valore.
Nel 1796, come aiutante di campo del generale Johann Peter Beaulieu de Marconnay, prese parte alle guerre della Prima Coalizione contro Napoleone e la Francia.
Nei pressi di Mantova salvò la vita al Beaulieu, guidando un gruppo di Ussari, e venne promosso a Maggiore.

Il 5 aprile 1798 Radetzky sposò la contessina Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, di origine friulana, di Cervignano, dalla quale ebbe cinque maschi e tre femmine.
Il matrimonio, di mero interesse, permise al Radetzky di entrare nella cerchi ristretta della corte.
Il suocero, infatti, era il Conte Leopoldo von Strassoldo-Gräfenberg, Feldmaresciallo e Ciambellano della corte di Francesco II°; possedeva inoltre le ricche terre tra Palmanova e Aquileia. 
Durante i rari anni di pace il Radetzky amava trascorrere dei periodi di riposo a Cervignano, nei possedimenti della famiglia della moglie.


Nel 1799 venne promosso a Tenente Colonnello e decorato con il titolo di cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa, per il coraggio e la bravura durante le battaglie della Seconda Coalizione
Nel 1805 fu promosso Maggiore Generale e partecipò alla Terza Coalizione combattendo in Italia e Germania contro Napoleone. Nonostante la sconfitta austriaca fu nominato Generale di Brigata.
Nei tre anni successivi insegnò all'accademia militare.
Durante la Quinta Coalizione del 1809, Radetzky guidò il V Corpo d'Armata, distinguendosi nonostante la sconfitta finale. Fu così promosso a Tenente Feldmaresciallo e gli fu assegnato il IV Corpo d'Armata.
Nel 1810 venne insignito del titolo di commendatore dell'Ordine militare di Maria Teresa.
Il 21 agosto 1809 venne promosso capo di Stato Maggiore generale e fu incaricato di riorganizzare l'esercito austriaco ma non riuscendo a farsi finanziare i costosi piani di addestramento e riarmo preferì rinunciare all'incarico.
Con l'entrate dell'Austria nella Sesta Coalizione, Radetzky venne promosso a Capo di Stato Maggiore delle armate di Germania.
Durante la Battaglia delle Nazioni, nei pressi di Lipsia, dal 16 al 19 ottobre 1813, Napoleone venne infine sconfitto e il Radetzky fu uno dei protagonisti della vittoria.
Venne ricevuto da tutti e tre gli imperatori che avevano combattuto contro Napoleone e decorato con tutti i massimi titoli e medaglie esistenti.
Durante la lungo battaglia il Radetzky partecipò direttamente agli scontri, tanto da venire ferito due volte e di veder uccisi due cavalli che montava.
Fu in quegli anni che nacque il mito di "Vater Radetzky", cioè "papà Radetzky", come i soldati chiamavano affettuosamente e con sterminata ammirazione, il loro comandante; duro, severo ma giusto e sempre dalla parte della truppa, sempre in prima fila, sempre pronto a prendersi cura paternalisticamente dei suoi soldati.
Dopo la sconfitta Napoleone si ritirò in Francia, pronto a riarmarsi e a riorganizzarsi; gli eserciti della Sesta Coalizione, come da tradizione, si fermarono sul Reno, ma fu proprio Radetzky a suggerire di invadere la Francia, inseguire i resti dell'armata napoleonica e cercare di conquistare Parigi, cosa che effettivamente accadde.

I suoi consigli e le sue strategie furono così ammirati dai sovrani che lo zar di Russia Alessandro I° diventò suo stretto amico. 
Saputo che era rimasto ferito e che i medici gli avevano limitato il consumo di cibo e pure quello dell'amato vino ad un solo quartino al giorno, (Radetzky era noto per la voracità, la pinguedine e l'amore per il vino buono, francese e italiano), lo zar incaricò un suo cosacco, aiutante di campo, di portare ogni giorno una colossale caraffa del migliore Bordeaux, della sua personale riserva, nella tenda da campo dove si trovava il degente Radetzky.
Il cosacco si presentava ogni mattina con la gigantesca caraffa di vino dicendo in tedesco: 
"Il buon Zar Alessandro invia alla Vostra Eccellenza un quartino di vino".
Radtezky, rimessosi dalle ferite, combatté le successive battaglie in Francia ed entrò trionfante a Parigi subito dopo i tre imperatori e venne celebrato come uno dei massimi artefici della fine delle guerre napoleoniche.

Durante il susseguente Congresso di Vienna, che pose le basi dell'Europa dei seguenti decenni, Radetzky fu incaricato di tenere i rapporti tra il cancelliere Metternich e il suo ammiratore, lo zar Alessandro I°.
Nel maggio 1815 divenne comandante del quartier generale delle Armate del Reno e poche settimane dopo venne invitato a far parte del Consiglio Segreto dell'Imperatore.
L'anno dopo divenne Generale di Divisione e durante una visita dello zar a Vienna, questi gli donò una preziosissima spada tempestata di diamanti.
Dal 1818 venne chiamato a guidare lo Stato Maggiore delle armate in Ungheria, su personale richiesta dell'arciduca e Governatore Ferdinando Carlo; contemporaneamente fu nuovamente incaricato di riformare l'esercito.
Radetzky propose come primo atto un aumento della paga dei soldati, il che lo pose immediatamente in cattiva luce nel Governo, soprattutto in una Europa che usciva stremata da quasi 20 anni di guerre, milioni di morti e dei costi esorbitanti. 
Nessuno voleva pensare alla guerra o ad investire altro denaro in armi ed eserciti.
Rimase così a Budapest sino al 1829, quando ormai ampiamente superati i 60 anni, iniziò a pensare al ritiro dal servizio attivo e gli stessi sui comandanti proposero all'Imperatore di mandarlo in pensione, giudicandolo ormai vecchio e superato dai tempi ma soprattutto infastiditi dal suo zelo, dalla sua inflessibilità e dai suoi metodi autoritari.

L'Imperatore, riconoscendo i passati meriti del Radetzky, l'ammirazione da parte dei soldati e la cieca fedeltà alla casa d'Asburgo, gli offrì invece di una triste pensione, il comando della strategica Fortezza di Olomuc e la promozione a Generale di Brigata.
Sembrava che la luce dovesse comunque lentamente spegnersi su uno degli eroi delle lotte contro Napoleone, quando improvvisamente scoppiarono dei moti insurrezionali nell'Italia Centrale, il 26 febbraio 1831.
Dopo pochi giorni l'Imperatore richiamò in servizio attivo il Radetzky, che lasciò Olomuc e si precipitò a Milano a guidare il quartier generale del feldmaresciallo Johann Maria Philipp Frimont, comandante dell'esercito austriaco del Lombardo-Veneto.
Gli eserciti austriaci, coordinati dal Radetzky, su esplicita richiesta del Papa, che vedeva le sue terre dichiararsi indipendenti, invasero lo Stato Pontificio e in brevissimo tempo ebbero la meglio sui rivoltosi emiliani, marchigiani e umbri, tanto che già il 26 marzo 1831 fu ripristinato il potere temporale del Papa e reinsediati i duchi emiliani.
Terminato il suo compito Radetzky tornò ad Olomuc, dove rimase sino al 1834, quando, complici forse delle pressioni da parte dei potenti parenti delle moglie, gli fu affidata la guida di tutte le armate in Italia del Nord e andò a sostituire il Frimont.
Il Radetzky si trasferì quindi con la sua intera famiglia a Milano.

In breve tempo "Vater Radetzky" impose la sua ferrea disciplina tra i suoi soldati e trasformò le sue truppe nelle migliori di tutto l'Impero.
Ancora una volta si spese, inutilmente, per avere degli aumenti di paga per i soldati.
Nel 1836 Radetzky fu infine promosso a Feldmaresciallo, il grado più alto nell'esercito imperiale d'Austria.
Aveva 70 anni.

Trasferitosi a Milano andò a vivere in Contrada della Brisa al numero 2872, prendendo possesso del bel Palazzo Arconati, oggi scomparso. Con lui vi erano la moglie Francesca e alcuni degli otto figli.
A Palazzo Arconati prestava servizio una bella lavandaia di nome Giuditta Meregalli, nata a Sesto San Giovanni nel 1806, che divenne presto l'amante dell'anziano Feldmaresciallo.
Lui 70 anni, lei 30, vissero un "matrimonio morganatico" a tutti gli effetti e che diede all'anziano amante ben quattro figli: Giuseppina, nata nel luglio del 1836, Luigia nata nel 1842, Ferdinando nel '43 e Francesco Giuseppe nel 1846, quando il padre aveva ormai 80 anni!
Il Feldmaresciallo non riconobbe però alcuno dei figli illegittimi, che assunsero quindi il cognome Meregalli.
Gli eredi di Radetzky, oggi decine, vivono ancora tra Milano e Monza.

Furono quelli gli anni più felici per il Radetzky. 
Sostanzialmente, dal 1834 al 1847, il Radetzky si occupò esclusivamente di addestrare e coordinare le truppe imperiali nel Nord Italia, mentre il governo della città era nelle mani del Vicerè e di Vienna.
Il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto in quegli anni, infatti, non era minacciato da alcuna potenza straniera: Toscana e Modena erano governati da rami collaterali degli Asburgo, Napoli e Parma dai Borbone, fedeli alleati, mentre con il vicino Piemonte era stato firmato un trattato, il 23 luglio 1831, che stabiliva un'alleanza difensiva in caso di invasione francese del Piemonte.

Il Feldmaresciallo amava profondamente Milano e il Nord Italia, aveva imparato a capire l'italiano e a boffonchiare qualche parola tra italiano e milanese, ma soprattutto divenne celebre per la sua insaziabile voracità, sia di cibo che di buon vino.
Cosa già notata dallo zar Alessandro I° alcuni decenni prima.
La "moglie" Giuditta, pare ottima cuoca, gli preparava colossali libagioni di cucina milanese, con grande gioia del "marito"
Una lettera spedita a Vienna in quegli anni, vede il Radetzky decantare le bontà della cucina lombarda e sottolineare la scoperta di una bistecca impanata, buonissima. Parlava ovviamente della "cotoletta alla milanese" e il fatto che lui non l'avesse mai vista fa, forse, un po' di chiarezza nella lunga disputa tra Milano e Vienna circa l'invenzione di questo piatto di carne.

Un'altra passione del Radetzky fu il gioco d'azzardo, di ogni tipo, dadi e carte su tutti e sempre per soldi. Nonostante una grande ricchezza il vecchio austriaco dovette impegnarsi con gli usurai milanesi per anni e anni, perdendo costantemente colossali somme.

Radetzky nei primi anni di governo a Milano si fece conoscere sì per la sua durezza e per il ferreo rispetto delle leggi, ma anche per una discreta empatia con il popolo più umile, per l'amore delle grandi mangiate nelle osterie e nelle bettole fuori le mura, per l'amore per le partite a carte davanti a grandi bottiglioni degli amati vini rossi che si faceva mandare dall'Oltrepò, dal Veneto, Friuli e Francia.


In quegli anni il Radetzky viene così descritto: 

"Poco aitante, col collo tozzo e breve, incastrato su un tronco sproporzionato ed esagerato per la statura che aveva, il capo rotondo e precocemente sguarnito… non ne facevano un bell’uomo. 
Possedeva un naso importante e camuso, una propensione agli accessi d’ira e agli eccessi della tavola; vestiva certi paletot meglio adatti a un impiegato delle imperial regie poste che a un maresciallo generale”.

Il Radetzky, calvo sin da giovane, portò sino a tardissima età una parrucca con un grande ciuffo sulla fronte.



Dei tanti figli avuti dalla moglie Francesco, alcuni lo seguirono a Milano, dove si fecero notare per arroganza e stupidità. 
Uno, ufficiale dell'Impero, un giorno entrò in uno dei tanti caffè del centro di Milano e cercando il quotidiano a disposizione della clientela lo trovò in mano ad un sacerdote. 
Al posto di aspettare il suo turno pretese di avere immediatamente il giornale. Al diniego del sacerdote lo prese a male parole, dicendogli il più classico dei "lei non sa chi sono io"; per tutta risposta il prete lo prese a schiaffi pubblicamente.
Il giorno dopo il prete venne convocato dal potente padre, il Radetzky, nei suoi uffici di Palazzo Cusani. 
Il povero prete, tremante, entrò nei saloni del palazzo dove trovò il Feldmaresciallo seduto alla scrivania. Quando questi lo vide si alzò di scatto e corse verso di lui e prendendogli la mano gli disse: "Brafo! Brafissimo, ben fatto!".
Si narra poi che il padre prese a pedate sul sedere il figlio scapestrato.
Da questo fatto nacque il modo di dire in Lombardia: "dà on Radetzky", cioè "dare un Radetzky", un calcione o uno sberlone, modo di dire che rimase diffuso per tutto l'Ottocento.

Tutti i giorni, dopo il pranzo, era solito passeggiare in solitudine dalle parti del Castello Sforzesco e ogni giorno uno stuolo di miserabili si disponevano lungo il percorso che il Feldmaresciallo era solito compiere.
L'anziano militare aveva sempre le tasche gonfie di monete, che distribuiva ai miseri questuanti, guardandoli con un sorriso bonario e dicendo loro: "Prendete poferelli".
Più volte Radetzky parlò di quella massa di questuanti che incontrava tutti i giorni, chiamandoli come "I miei poferelli".

Quando partecipava a pranzi ufficiali, con nobili giunti da Vienna o con la nobiltà meneghina, era celebre per addormentarsi regolarmente dopo pranzo, seduto ancora a tavola per poi mettersi a russare pesantemente.

Il lato umano del "Vater Radetzky" pareva emergere sotto la pesante divisa, ma era pronto a scomparire quando doveva difendere gli interessi degli Asburgo.

Il Lombardo-Veneto era infatti era in quella prima metà dell'Ottocento, uno dei territorio più ricchi di tutta Europa. Fertile, già industrializzato, ricco di acqua, di eccellenti allevamenti e con una ricca borghesia mercantile dedita al commercio e obbligata a pagare pesanti tasse e dazi che andavano ad arricchire le casse di Vienna.
Il controllo sul Lombardo-Veneto doveva quindi essere assoluto.

Quanto più Radetzky apprezzava Milano, tanto meno alcuni milanesi lo ricambiavano. 
Fomentati dal crescente nazionalismo, dalle tasse sempre più alte richieste dalla vorace Vienna, degli scritti del Mazzini e del Cattaneo, dall'onda montante del Risorgimento, i milanesi della ricca borghesia iniziarono ad organizzare complotti per liberarsi dall'odiato regime austriaco.
Fu tra i primi a intuire che l'Italia fosse una polveriera. I sentimenti nazionalistici del periodo risorgimentale iniziavano a diffondersi lungo tutta la penisola, ma soprattutto nel Lombardo-Veneto.
Oltre ad addestrare perfettamente le sue truppe, fece migliorare le fortezze ritenute strategiche in caso di guerra.
Questi primi sospetti aumentarono nel 1846, quando il Re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, formalmente alleato dell'Austria, iniziò ad avere rapporti di amicizia con la Francia, la grande rivale di Vienna.
Radetzky fece addestrare ancor di più le truppe, rinsaldare le fortificazioni, aumentare le scorte di armi e viveri nelle caserme e preparare dei piani di guerra contro il Piemonte e la Francia.

Nel 1847 vi furono dei moti di ribellione verso il controllo austriaco in Galizia e in altre parti dell'Impero. Tutte le ribellioni vennero duramente represse e centinaia di liberali e illuministi furono impiccati.
Più volte il Radetzky fece cenno, nei suoi discorsi durante i pranzi con i notabili milanesi, a quelle rivolte e a come fossero finite...
Erano parole sia di monito che di minaccia.
Contemporaneamente, però, il governo civile di Milano, che non ricadeva sul Radetzky, inasprì su ordine di Vienna una serie di tasse e dazi, che portarono il popolo, i commercianti e la borghesia milanese ad aumentare a dismisura l'odio verso gli Asburgo.

Destino volle che nel novembre del 1846 morì il cardinale di Milano,  l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck. Il cardinale, nel 1816, era stato nominato e posto sulla cattedra di Sant'Ambrogio non dal Papa, bensì dall'Imperatore d'Austria Francesco II° e solo dopo alcuni anni e lunghi negoziati, il Papa lo riconobbe.
Per i milanesi von Gaisruck rimase sempre un usurpatore.

Morto nel 1846, pochi mesi dopo, a sorpresa, Papa Pio IX mandò a Milano Carlo Bartolomeo Romilli, italiano e addirittura bergamasco. La festa e la gioia tra i milanesi fu tale che la popolazione si riverso nelle strade e celebrò il nuovo cardinale per due giorni.
Radetzky capì che la festa era esclusivamente dovuta alla nazionalità del porporato e che essa avrebbe solo potuto aggravare la situazione.
Mandò quindi dei soldati in Piazza del Duomo il 9 settembre 1847, per disperdere i manifestanti, ma la folla aggredì i soldati che aprirono il fuoco uccidendo un uomo e ferendone decine.
Fu l'inizio di un periodo di alcuni mesi di continue manifestazioni popolari, di attentati e di agguati agli occupanti austriaci.
Radetsky mise da parte il suo amore per Milano e i milanesi e mostrò in un attimo il suo rigido carattere militare, fedele solo agli Asburgo, a Dio e all'Austria.
A novembre del 1847 dichiarò lo Stato d'assedio su Milano e alcuni giorni dopo anche la Legge Stataria, con cui si prendeva l'autorità di incarcerare, processare ed impiccare entro due ore qualunque cittadino del Lombardo-Veneto.
Praticamente la dittatura.
Quando i capi rivoluzionari organizzarono nei primi giorni del 1848 uno sciopero del tabacco e del gioco del Lotto, il Radetzky mandò le sue truppe in giro per la città a distribuire gratuitamente sigari. 
Scoppiarono così altri incedenti che videro cadere 6 milanesi e 56 restare gravemente feriti. 
Il Radetzky pareva diventare inarrestabile nella sua repressione. 
Proibì la rappresentazione alla Scala di opere che considerava rivoluzionarie, proibì di indossare certi cappelli che venivano usati dai fautori dell'Unità d'Italia e infine, a febbraio, iniziò una durissima ondata di arresti dei più noti personaggi liberali della città.
Tutti arrestati e deportati nelle durissime carceri in Austria e Croazia.
Solo in pochi riuscirono a fuggire in Svizzera e Piemonte.
Il 18 gennaio, intanto, l'arciduca Ranieri e il governatore Johann Baptist Spaur erano fuggiti da Milano, su suggerimento del Radetzky, che si trovava così a guidare il Lombardo Veneto sia militarmente che civilmente. Il potere assoluto.

Si arrivò così al 18 marzo del 1848, quando molte insurrezioni erano già scoppiate in mezza Europa.
Il podestà di Milano, il Conte Gabrio Casati, alla guida di un gruppo di manifestanti chiese di fare alcune deboli concessioni di autonomia; per tutta risposta Radetzky fece uscire le truppe, per lo più formate da 8.000 soldati croati, dal Castello Sforzesco.
I soldati imperiali presero il controllo del Palazzo del Governatore, dove pensavano vi fossero i capi della rivolta.
Diffusasi la voce in città, la popolazione, sapientemente aizzata e organizzata già da giorni, scese in piazza.
Scoppiarono così i Moti di Milano.
Radetzky in poche ore fece convergere altre truppa nella città, arrivando ad avere oltre 20.000 soldati.
I milanesi risposero con l'erezione di oltre 1.700 barricate nelle vie cittadine.
I viali nei pressi delle caserme di cavalleria vennero cosparsi di chiodi e vetri, per impedire ai cavalli di uscire.
Il 20 marzo la situazione era allo stallo. Radetzky controllava la cinta dei Bastioni Spagnoli e tutte le porte della città, oltre che il Castello Sforzesco.
All'interno di Milano regnava invece una finta tranquillità, con l'intera città in mano agli insorti; alcuni cecchini austriaci, nascosti sui tetti, sulle torri e sui campanili, sparavano contro i milanesi, mentre i milanesi asserragliavano le caserme rimaste isolate nella città.
Radetzky propose quindi una tregua che spaccò in due il Consiglio di Guerra dei milanesi.
Una fazione voleva accettare la tregua per dare il tempo al Re di Sardegna di entrare in Lombardia e attaccare il Radetzky. Guidati dal Casati, avevano infatti già da lungo tempo stretto accordi con i Savoia per realizzare l'unità del Nord Italia.
L'altra fazione, guidata dal democratico e federalista Cattaneo, respingeva l'unione con i Savoia, pensando fosse solo il modo di passare da una dominazione ad un'altra.
Alla fine prevalse il Cattaneo, la tregua fu respinta e scoppiò la vera rivolta in tutta la città.

Nella notte del 21 marzo la situazione cambiò repentinamente, quando la popolazione del contado insorse e circondò a sua volte le truppe austriache che stavano sulle mura della città.
Radetzky si trovava così isolato e iniziò ad organizzare una via di fuga per sé e per i suoi soldati.

Il mattino del 22 marzo i milanesi attaccarono in massa le porte della città, ma fu solo a notte che cadde la prima porta, Porta Tosa, poi ribattezzata Porta Vittoria.
Nel giro di poche ore gli austriaci riuscirono a fuggire in massa in direzione di Verona, mentre gli insorti prendevano il controllo di tutta la città, conquistando le poche caserme rimaste sotto controllo austriaco.

Radetzky dovette fuggire nascosto in una carrozza carica di fieno, trainata da cavalli da tiro e senza scorta.

Durante la notte ci fu un ulteriore scontro tra Casati e Cattaneo, col primo che mandò un messaggero a Carlo Alberto chiedendogli di attraversare il Ticino.
Il mattino del 23 marzo 1848 i Savoia entrarono in Lombardia, dando così il via alla Prima Guerra di Indipendenza, ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.

Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.

Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.

Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:



«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.

Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.

Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 

Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»






Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.

Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»


La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita.
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.

Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.
I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.


Durante la Prima Guerra d'Indipendenza, il vecchio Feldmaresciallo, di 82 anni, diede ancora una volta dimostrazione delle sue enormi capacità strategiche, battendo, spesso con forze inferiori, l'esercito piemontese e gli insorti lombardi, veneti e toscani.
La Presa di Vicenza e le Battaglie di Custoza e Volta Mantovana furono dei capolavori militari.




A Vienna, per celebrare la vittoria di Radetzky, venne organizzato per il 31 agsto un "Festival per la Gran vittoria, con allegorica e simbolica rappresentazione e luminarie eccezionali, in onore dei nostri coraggiosi soldati in Italia, e per beneficenza ai soldati feriti".
Per l'occasione gli organizzatori chiesero al direttore dei balli imperiali di corte, Johann Strauss, di comporre un brano appositamente. Strauss in brevissimo tempo compose La Marcia di Radetzky, capolavoro della musica ottocentesca.

Nelle settimane successive gli echi della ribellione nel Nord Italia giunsero sino a Budapest, Praga e Vienna, le "tre capitali" dell'Impero. A giugno scoppiarono enormi rivolte in tutte e tre le città, chiedendo maggiori libertà, democrazie e la fine dell'assolutismo asburgico.
In breve tempo, con una durezza simile a quella del Radetzky, i due generali Windischgrätz e Jellacic repressero le rivolte con dei bagni di sangue.
A Vienna furono uccisi oltre 2000 rivoltosi e l'Imperatore e la corte dovettero fuggire.
Quando l'ordine fu ristabilito l'assolutismo e la repressione si fecero ancor più duri e considerati necessari dagli Asburgo.
I soldati dell'Impero iniziarono ad incidere sulle loro spade le lettere WJR, iniziali dei tre generali che avevano salvato Milano, Praga, Budapest e Vienna dalle rivoluzioni democratiche.

Il potere dei tre generali divenne tale che prima imposero un nuovo cancelliere, il Principe Felix di Schwarzenberg, che era stato agli ordini del Radetzky durante le recenti battaglie in Lombardia e ferito a Custoza; venne creata per lui la nuova carica di Presidente dei Ministri dell'Impero e venne anche nominato dai tre generali come Ministro degli Esteri.

L'8 dicembre del 1848, Radetzky, Windischgrätz e Jellacic fecero deporre l'Imperatore Ferdinando I°, che consideravano un inetto e troppo cauto nel reprimere i moti insurrezionali e nazionalistici e fecero salire al trono d'Austria il nipote Francesco Giuseppe.

Sistemata la corte a Vienna il Radetzky potè tornare a Milano, seppure brevemente. 
La città non aveva più un governo civile. Tutte le cariche erano in capo ad una sola persona: Il Feldmaresciallo, che governava in modo rigido e spietato, offeso dal tradimento della "sua" Milano.

Pochi mesi dopo, il 20 marzo 1849, a sorpresa il Radetzky decise unilateralmente di invadere il Regno di Sardegna, per sradicare definitivamente la malapianta che vi stava nascendo, quel sentimento di Unità d'Italia che vedeva nei Savoia l'unica casa regnante atta all'uopo.

Attaccò nel giro di pochi giorni Vigevano, Mortara e Novara, dove sconfisse definitivamente le truppe di Carlo Alberto.

La sera del 23 marzo, ad un anno esatto dalla sua fuga da Milano, nascosto su un carro carico di fieno, Radetzky si prese la vendetta contro colui che considerava l'ispiratore e uno dei finanziatori e organizzatori delle Cinque Giornate di Milano e, conseguentemente, della fine del suo momento di vita più felice, in un'esistenza di guerre e combattimenti a cui pensava di aver definitivamente posto termine.

Radetzky mandò un elenco di condizioni durissime per la resa dei piemontesi, tra cui prendere il figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, come ostaggio.
Carlo Alberto preferì così abdicare, in modo da togliersi dalla contesa, avendo capito che l'astio di Radetzky non era contro i piemontesi ma contro di lui, considerandolo l'ispiratore dei Moti del '48.

Fu quindi il nuovo Re Vittorio Emanuele II°, salito al trono da poche ore, a presentarsi ad un faccia a faccia con il Feldmaresciallo Radetzky, che in quel momento rappresentava l'Austria più dell'Imperatore stesso.
Vittorio Emanuele aveva 29 anni. Radetzky 83. Si incontrarono in una cascina presso la località di Vignale, con unico testimone un generale austriaco.
Radetzky chiese 200 milioni di Lire per le indennità di guerra e il passaggio di Alessandria e del suo territorio alla Lombardia.
In principio Vittorio Emanuele accettò, ma il parlamento piemontese non ratificò l'accordo; per evitare una invasione e lo scoppiò di una nuova guerra destabilizzante per tutta Europa, vari sovrani iniziarono ad intercedere per il Piemonte.


Alla fine l'Imperatore Francesco Giuseppe decise di abbandonare Alessandria e ridurre le indennità a 75 milioni.
Da parte sua il Feldmaresciallo Radetzky, il 12 agosto 1849 fece una amnistia generale per tutti i lombardi e i veneti che erano fuggiti in Svizzera e Piemonte l'anno precedente.
Contemporaneamente le truppe di Radetzky avevano assediato Venezia, dove era stata proclamata la Repubblica di San Marco.
Presa per fame e da una epidemia di colera, Venezia si dovette arrendere il 23 agosto 1849.

Era così finita la prima gloriosa pagina del Risorgimento Italiano, soffocato nel sangue da un generale di 82 anni che amava profondamente il Nord Italia, era sposato ad una friulana, aveva un'amante milanese, dei figli che parlavano italiano e viveva felicemente a Milano.

Dal 1849 al 1857 Radetzky mantenne il controllo totale del Lombardo-Veneto. Potere civile e militare, potere assoluto.
Il 16 ottobre '49 questo potere assoluto fu ufficializzato e il Radetzky fece affiggere un proclama sui muri delle città e dei paesi del Lombardo-Veneto:

«L'Imperatore pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere: da quel giorno egli fu l'autocrate del regno dei cattivi sudditi».

Sin dal ritorno a Milano Radetzky aveva iniziato a mostrare il suo lato più spietato, autoritario e inflessibile.
Deciso a non rinunciare a che Milano fosse austriaca, iniziò una repressione violentissima.
Vennero arrestati tutti i collusi con i Moti del 1848. Le loro case espropriate, i beni sequestrati, i congiurati spediti nelle peggiori galere sulle gelide Alpi austriache.
Le tasse aumentarono e colpirono maggiormente proprio l'alta borghesia, che aveva così tanto aderito alle idee del Mazzini e del Cattaneo.
Per anni la polizia segreta del Radetzky andò a caccia di nuovi agitatori, arrestandoli e fucilandoli, impiccandoli e arrivando addirittura a proibire il funerale e il seppellimento in terra consacrata, gettando i cadaveri in fosse comuni.

Fece condannare parecchie migliaia di lombardi e veneti alla pena di morte per impiccagione e più di 1.000 vennero effettivamente giustiziati.
Le altre migliaia videro la pena commutata in 20, 25, 30 anni di duro carcere e lavori forzati, che quasi sempre portavano ad una lenta morte.

Il 6 febbraio 1853 scoppiarono dei nuovi moti a Milano. Un gruppo di insorti con idee socialiste, da cui presero le distanze sia Mazzini che i liberali e i democratici, organizzarono una insurrezione in modo del tutto maldestro.
Circa un migliaio di rivoltosi attaccarono in decine di punti diversi della città i soldati austriaci, armati solo di pugnali e spade; vennero erette anche diverse barricate e assaltate le caserme e il Castello.
I combattimenti durarono diverse ore, con i rivoltosi che attendevano un fantomatico carico di armi proveniente dal Ticino e l'insurrezione della parte della guarnigione composta da soldati ungheresi, che non avvenne.
Giunti i rinforzi il mattino seguente, i rivoltosi furono uccisi o catturati in massa.
Caddero 10 soldati austriaci e 47 rimasero gravemente feriti.
Radetzky mise in moto la macchina della repressione, ma al contrario del massacro che tutti si aspettavano, fece condannare a morte solo 18 degli 895 insorti.
Furono impiccati e fucilati già l'8 febbraio.

Questa insurrezione fu vista con estremo fastidio a Vienna. I metodi del Radetzky apparivano ormai brutali e fuori contesto anche alla corte asburgica.
Da anni il Radetzky era solito far comminare "pubbliche bastonature" a coloro che venivano colti cospirare o anche solo "parlar male dell'Austria".
Il clima di terrore che i suoi soldati e la sua polizia aveva generato in Lombardia e Veneto, alimentava solo altre rivolte e altre discordie.
Vienna, dopo i Moti del 1853, decise così di affiancargli un consigliere civile, in modo da diminuire il potere del Radetzky e nel 1854 impose all'anziano Feldmaresciallo di togliere lo Stato di Assedio in città, che ormai vigeva dal novembre 1847!

Il potere di Radetzky rimaneva comunque immenso. Nonostante avesse ormai 88 anni, i Corpi d'Armata presenti in Italia era sicuramente più fedeli a lui che all'Imperatore.

La moglie, Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, morì il 12 gennaio 1854, all'età di settantaquattro anni

Era intanto scoppiata, nell'ottobre del 1853, la Guerra di Crimea, dove la Russia si trovò a combattere contro le forze di Regno Unito, Francia e Impero Ottomano.
L'Austria era neutrale, ma un suo ingresso in guerra, da una o dall'altra parte, avrebbe cambiato radicalmente gli eventi.
Radetzky ovviamente parteggiava per la tanto cara Russia degli zar, ma a Vienna la pensavano in modo diverso e nell'ottobre del '53 iniziarono a mobilitare l'esercito per invade la Russia.
Per scongiurare l'apertura di un secondo fronte la Russia dovette accettare un accordo detto "I Quattro Punti", che era prodromo ad una neutralità, in quel conflitto, dell'Austria.
A fine novembre la Russia accetto l'accordo e l'Austria rimase neutrale nella Guerra di Crimea, ma il 2 dicembre del 1854 l'Austria strinse un'alleanza con Francia e Regno Unito.
Radetzky insorse alla notizia, giudicando folle l'abbandono della più classica delle alleanze dell'Austria e non solo lo disse ripetutamente, ma lo scrisse in una lettera spedita all'Imperatore Francesco Giuseppe. Governo, corte e Imperatore non presero bene la lettera ricevuta da Milano.


Ormai sempre più vecchio e malato il Radetzky continuava comunque ad esercitare il suo potere sul Nord Italia.
Nel novembre del 1856 l'Imperatore venne in Italia a visitare le sue terre. Giunto a Milano il 15 gennaio 1857, si fermeranno sino al 2 marzo.
Nell'attuale piazzale Loreto venne eretto un enorme padiglione per accogliere i sovrani.
Radetzky sarà lì ad aspettare il suo poco amato Imperatore.

Il Feldmaresciallo aveva 91 anni e il sovrano fece sapere in giro, sia a corte sia a Milano, che lo trovò terribilmente vecchio e "rimbambito".
Era una sorta di requiem sul governo assolutista e spietato del Radetzky.

Il 28 febbraio del 1857, con l'Imperatore ancora a Milano, Radetzky venne pensionato. L'Imperatore gli concessa di continuare a vivere nella Villa Reale di via Palestro, dove si era trasferito ormai da molti anni.

L'anziano militare si tagliò i grandi baffi bianchi che tanto lo aveva contraddistinto, come a sigillare la fine di un'epoca, ed ebbe parole molto amare: "Mi si butta via come un limone spremuto".

Perseguitato anche in quegli anni di estrema vecchiaia dal demone del gioco e inseguito dagli usurai milanesi, arrivò a "vendere" la propria salma in cambio di una piccola fortuna. L'acquirente era un austriaco desideroso di creare una sorta di Pantheon dei grandi di Vienna!
Il feldmaresciallo prese i soldi, ma la sua salma "se la tenne stretta"...

L'anziano Radetzky pareva non rendersi più conto del passare degli anni, dei suoi 91 anni, del corpo ormai malato e usurato da una dura vita militare prima e da anni e anni di alimentazione smodata e di una passione per il vino che sfiorava l'alcolismo.
Soffriva anche da anni di prostatite dovuta alle ore e ore passate seduto o a cavallo e per l'uso, tipico degli ufficiali austriaci, di non indossare mutande sotto gli attillatissimi pantaloni in pelle di daino.

Non riuscendo più a passeggiare per la sua Milano si faceva portare in giro in carrozza, ma temuto e disprezzato dai milanesi, ormai non poteva far altro che girare per le caserme a visitare i reparti.

Il Feldmaresciallo cadde da una scala della sua dimora la mattina del 5 gennaio 1858, batté il capo e morì poche ore dopo.
L'imperatore proclamò un lutto di 14 giorni in tutti i territori dell'Impero e il 5° Reggimento Ussari venne ribattezzato, in suo onore, Reggimento Ussari di Radetzky.
Venne tenuto un funerale nel Duomo di Milano, ma i banchi riservati al governo della città, ai nobili, ai borghesi e alle famiglie più altolocate, rimasero desolatamente vuote.
In pratica parteciparono al funerale solo gli austriaci residenti a Milano.
La salma fu poi portata a Vienna dove ricevette un colossale e grandioso funerale.
Il successivo 19 gennaio 1858 i suoi resti vennero tumulati nel mausoleo militare di Klein-Wetzdorf in Bassa Austria.

Giuditta Meregalli, la tanto amata moglie morganatica, mori a Milano il 10 maggio 1895.
La figlia della Meregalli e del Radetzky, Luigia, detta Nina, si sposò nel 1877 con Romualdo Borletti, che divenne un famoso e ricchissimo imprenditore nel ramo della canapa e del lino. 
Il figlio Senatore Borletti, nipote del Feldmaresciallo, fondò la Veglia Borletti, fu comproprietario della Mondadori, de Il Secolo, creò la Rinascente e fu proprietario dell'Inter F.C.

Dei tanti figli maschi avuti dal matrimonio ufficiale, due, soldati, morirono per alcolismo ancora giovani, uno solo riuscì a fare una vera carriera da ufficiale, Theodor Konstantin, che divenne generale; si sposò a Padova con una nobile austriaca, Josephine Schafarzik, e l'unico loro figlio, Theodor Joseph Radetzky, nato nel 1851, si sposò a Praga con Gabrielle Johanna von Liebieg, erede di una delle più ricche famiglie dell'Impero Asburgico, con numerosi centri tessili. I pronipoti di questo ramo di discendenti del Radetzky vivono ancora tra Austria e Repubblica Ceca.

L'anno dopo la morte dell'ultimo grande generale dell'Impero, che aveva servito gli Asburgo sotto 5 diversi imperatori, e come aveva esattamente previsto dopo la rottura dell'alleanza storica con la Russia, l'Impero d'Austria perse il Lombardo Veneto, che passò al Piemonte e fu la base per la nascita di quel Regno d'Italia che l'Austria tanto aveva tramato perché mai si formasse.

E' molto probabile che la spietatezza del Radetzky nel periodo 1847-1957, diede il via alla nascita di un vero sentimento nazionalista nell'Italia del Nord, prima rinchiuso tra le mura delle case dei nobili e dei borghesi illuminati.
Le condanne a morte, le tasse pesantissime, le pubbliche bastonature, la repressione e la pesante cappa autoritaria fecero germogliare i semi del Risorgimento ancor più rapidamente.
Ancor oggi a Milano il nome Radetzky è sinonimo di autoritarismo, di cieco e ottuso comando, di violenza gratuita e repressione, al pari del suo epigono di 50 anni dopo, il generale piemontese Bava Beccaris, che represse a cannonate la Rivolta del Pane, i Moti del 1898.

Nonostante questo il Radetzky non può essere solo considerato come "l'Impiccatore", come fu soprannominato a metà Ottocento.
Fu un uomo del Settecento che ebbe la ventura di una vita lunghissima e di guidare il Lombardo Veneto a metà Ottocento, con regole, comportamenti, atti che erano ormai fuori tempo massimo.
Fu però anche un grandissimo stratega, un generale amatissimo dai suoi soldati, un abile diplomatico e, quando poté vivere in pace, amò profondamente Milano e, almeno in parte, fu amato dal popolo milanese.

Tra i lasciti del feldmaresciallo a Milano e all'Italia vi sono anche gli "gnocchi alla Radetzky", una ricetta oggi un po' dimenticata, ma che ebbe grande successo sino a pochi decenni fa.
Si trattava di gnocchi di zucca con noce moscata, condite con abbondantissimo burro fuso, salvia e Grana Padano.
La ricetta pare fosse una specialità dell'amante del Radetzky, Giuditta Meregalli e che l'anziano austriaco ne fosse ghiottissimo.

Uno dei discendenti della Meregalli e del Radetzky è Giuseppe Mergalli, a capo dell'omonimo gruppo di commercianti di vini, fondato oltre un secolo e mezzo fa e la cui sede si trova a Monza sul luogo dell'antico Convento che ospitava la Monaca di Monza di manzoniana memoria.
Le cantine, unica parte conservatasi, sono ancora quelle originali del Cinquecento.













venerdì 25 gennaio 2019

Le vie di Milano, stranezze e curiosità odonomastiche 2

Parte 2 - Parte 1

Un elenco di stranezze odonomastiche, curiosità e spiegazioni su nomi noti o meno conosciuti.




Via Ancona
Intitolata nel 1863 a una strada a gomito che univa i chiostri di San Simpliciano, poi caserma, con il Laghetto di San Marco, lungo il Naviglio Martesana.
La strada tagliava via Solferino esattamente come oggi, poi piegando a 90° verso nord costeggiava tutta la sponda occidentale del porticciolo di Brera, sino a sfociare in via Montebello, che in quel tratto oggi si chiama via Balzan.
La strada venne intitolata ad Ancona in ricordo della battaglia del 29 settembre 1860, che permise la liberazione della città e la fine delle guerre nelle Marche e in Umbria.


Via Andegari
La strada è molto antica, aperta probabilmente già in epoca romana e venne accorciata della metà ad occidente dopo la demolizione della colossale chiesa di Santa Maria al Giardino, lungo via Manzoni.
La via dava il nome anche ad uno dei 30 quartieri storici del centro di Milano, che nel medioevo erano chiamati "contrade".
Correva parallela alle Mura Romane, che erano lungo l'odierna via Monte di Pietà.
Il nome è di origine incerta e ci sono varie possibilità; secondo alcuni deriverebbe da una antichissima famiglia nobiliare residente nella zona, per altri dalla parola celtica per indicare la pianta di biancospino, per altri ancora da un termine longobardo che indicava un luogo trasandato e misero.
Questa ultima versione prevalse, anche se non ha alcun fondamento certo, tanto che in dialetto milanese una persona trasandata e sporca viene definita un "andeghée".
Suggestiva era la presenza poche decine di metri più avanti, sempre su via Manzoni, del vicolo dei Tignoni, oggi scomparso, che indicava pure quello una persona avara e trasandata.
Nel 1928 Salvatore Saponaro realizzò la bella fontana dei Tritoni all'angolo tra via Andegari e via Romagnosi.

Via Sant'Antonio
Al contrario di quanto si possa pensare questa strada che unisce via Larga con largo Richini e la Cà Granda, non è dedicata al famosissimo Sant'Antonio di Padova, bensì al meno noto "Sant'Antonio del purcell", o in italiano Sant'Antonio del maiale.
Anche la chiesa che si trova in questa strada è dedicata a questo santo di origine egiziana e vissuto quasi 1.000 anni prima del più noto e omonimo santo portoghese.
Noto anche come Sant'Antonio Abate è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.
Sant'Antonio è considerato il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale.
Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo.
La tradizione di benedire gli animali, in particolare i maiali, non è legata direttamente a Sant'Antonio: nasce nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all'ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di sant'Antonio, detti Antoniani.


Via degli Arcimboldi
Breve via che unisce oggi via Lupetta con via dell'Unione, appena a sud di via Torino, nel cuore della Milano medievale.
Nell'antichità era chiamata contrada de' Gambari o contrada del Gambaro, da una nobile famiglia che aveva qui la sua residenza.
Il nome sopravvisse sino al 12 settembre 1865, quando l'intera odonomastica di Milano subì uno stravolgimento ritenuto inderogabile dai Savoia. La contrada del Gambaro divenne via Giovanni Battista Arcimboldi, che nei secoli precedenti aveva aperto una cattedra di logica e una di morale presso la Scuola Superiore dei Barnabiti nella contigua chiesa di Sant'Alessandro. La famiglia prosperò a Milano e Parma sino al Settecento, per poi estinguersi nel 1727.
Nei primi del '900 la via venne dedicata a tutti i membri della famiglia Arcimboldi.



Il Malcantone
Si trattava di uno slargo di forma rettangolare che si apriva lungo l'odierna via Torino, allora contrada della Palla e sfociava nell'angusta contrada della Bella, oggi via dell'Unione.
Il nome stesso indicava un luogo da evitare, da aggirare e che era tra i preferiti da parte dei balordi per rapinare i passanti.
Fu luogo di numerose aggressioni e tra i preferiti dalla Banda della Teppa per assalire le loro vittime.
Già intorno al 1880 il Malcantone scomparve, inglobato in un palazzo costruito al suo posto.







Via Bagnera
Di origine antichissima, univa il Cardo Massimo tracciato dai romani con un cardo minore posto a nord. Oggi le due vie sono rispettivamente via Nerino e via Santa Marta.
Il nome bagnera pare derivi dalla parola "baniaria", indicante probabilmente un sito termale o di bagni pubblici.
Una mappa risalente al 1050 indica la presenza di una "baniaria" nella contigua piazzetta di San Giorgio. Bagnera sarebbe la corruzione del termine in tardo latino o volgare.
Sino a fine Ottocento era nota come "stretta" Bagnera, per indicare la sua angustia e tortuosità.
Antonio Boggia, il Mostro della stretta Bagnera, primo serial killer della Penisola, vi ebbe un magazzino dove vi uccise e seppellì 4 delle sue vittime.









Via Bocchetto
E' una delle Cinque Vie, precisamente quella che dal crocicchio arriva in piazza Edison, alle spalle del Cordusio.
Di origine antichissima, aveva in origine il nome di San Salvatore in Dateo, dal nome di un monastero di Vergini precedente all'anno Mille. Cambiò poi nome in contrada di Santa Maria in Dateo.
Intorno alla fine dell'XI secolo assunse il nome di contrada del Bocchetto o Bocchetta per la presenza di una sorta di piscina e di una relativa bocca dove ci si poteva abbeverare o far scorta di acqua.
Lungo la via il crudele e spietato Barnabò Visconti fece bruciare vive due monache benedettine che, pare, avessero parlato male di lui.
Nel Settecento il monastero divenne prima un archivio della curia e poi sede di uffici governativi.








Via Brisa
In antichità il nome era contrada Brixia, forse per indicare la presenza di una comunità di cittadini di Brescia, poi divenne nota come contrada Brisia, avvalorando l'ipotesi che il nome derivi dalla vinaccia, "brisa" in tardo latino e la presenza di una strada nelle immediate vicinanze che si chiama via Vigna fa propendere per questa ipotesi.
Per secoli l'intera parte orientale dell'odierna via Brisa fu edificata sopra i resti del Palazzo Imperiale costruito quando Milano fu capitale in età Massimiana.
Nel palazzo di contrada Brisia al numero 2872 del catasto Teresiano, corrispondente poi al civico 4 con la nuova numerazione post-unitaria, palazzo oggi scomparso, abitò dal 1834, per lunghi anni Jan Josef Václav hrabě Radecký z Radče, meglio noto a Milano come il Feldmaresciallo Radetzky.
Nel marzo 1848 la sua casa fu assalita dalla folla risorgimentale e data alle fiamme.



Via della Chiusa
Antica via che oggi unisce via Molino delle Armi con piazza Salvatore Quasimodo e da lì via San Vito, Via Olmetto e via Disciplini.
In origine nota come via di San Michele all'Acquedotto, al suo estremo a sud si apriva la porta minore detta Pusterla di San Lorenzo.
E fu proprio sotto la porte che venne costruita una chiusa idraulica che regolava l'acqua in uscita dalla città, trovandosi nel punto idrografico più a sud.
La chiusa, realizzata nel 1171, permetteva di governare l'altezza e la portata dei due antichissimi canali che sin dall'epoca romana circondavano le Mura Repubblica e Imperiali, il Grande e il Piccolo Sevese; superata la chiusa le acque formavano il canale Vettabbia, uno dei più antichi della città.
Inizialmente una semplice torre era di guardia all'opera idraulica, ma pochi anni dopo la costruzione l'Imperatore di Bisanzio, Manuele I°, finanziò la costruzione di alcune opere difensive di Milano, nell'ottica di rendere più complicata la nuova discesa in Italia del Sacro Romano Imperatore Federico Barbarossa, suo acerrimo rivale; tra queste opere vi fu una grande fortezza che sovrastava la chiusa, che venne poi chiamata Torre dell'Imperatore.
La via fu nota come contrada di San Michele alla Chiusa sino al 12 settembre 1865, quando assunse quello odierno.
Vi abitò per lunghi anni uno dei più grandi inventori della storia umana, Girolamo Cardano.


Via Croce Rossa
Corta strada tra via Manzoni e via Monte di Pietà, è chiusa tra il Grand Hotel et de Milan e il Palazzo Armani e ospita da una trentina di anni la fontana di Aldo Rossi.
L'intitolazione non è all'organizzazione umanitaria internazionale, bensì al gonfalone bianco con croce rossa che è simbolo di Milano.
Varie ipotesi sono legate al gonfalone. La più antica vuole che sia stata donato da Papa Gelasio I°, intorno al 494 ad Alione Visconti, che lo portò poi a Milano.
Un'altra lo vuole fusione del drappo bianco, simbolo del popolo e della croce rossa, simbolo dei nobili.
Un'altra ancora, probabilmente l'unica con basi fondate, vuole il gonfalone derivare da quello che i Crociati alzarono in Terra Santa, dopo aver ammainato le bandiere con la mezza luna, che si richiamava alla Croce di San Giorgio.
Subito dopo le prime crociate furono infatti numerose le città che assunsero un gonfalone e uno scudo bianco con croce rossa: Milano, Genova, la Lega Lombarda, Ivrea, Novi Ligure, Mantova, Orvieto, Varese, Vercelli, Bobbio, Alessandria.
Lo stesso accadde, sempre nel periodo delle crociate, per un gran numero di città d'Europa: Londra, Barcellona, York, Almeria, Friburgo, Coblenza...
In via Croce Rossa passavano le Mura Romane di epoca Repubblicana. Il percorso delle mura su quel lato della città era lungo l'asse odierno di via dell'Orso-Monte di Pietà-Croce Rossa-Monte Napoleone.
Resti delle mura sono stati trovati a circa 5 metri di profondità durante i lavori di ristrutturazione e di realizzazione della spa del Grand Hotel et de Milan.



Via Cusani
La metà della via Cusani che dall'incrocio con via Rovello corre sino allo slargo dove si incrociano via Broletto, via dell'Orso e via Ponte Vetero, un tempo si chiamava contrada del Baggio e più anticamente contrada de' Baggi.
Il nome fu falciato via dalla riforma odonomastica del 12 settembre 1865.
Non faceva riferimento al borgo agricolo situato ad ovest di Milano ma ad una famiglia, i Baggio.
Tra le più illustri, e dimenticate, famiglie milanesi, ebbero tra le loro fila un papa, Anselmo (da) Baggio - Alessandro II°, Guercio del Baggio, che fu proprietario di tutti i terreni oggi corrispondenti al quartiere di Brera e a cui era intitolata anche la porta poi nota come Pusterla Beatrice; in origine era infatti la Pusterla della Braida del Guercio, cioè la Porta dei prati di Guercio del Baggio.
Ma furono due fratelli, Andrea e Paolo del Baggio, a dare lustro alla città, quando nel maggio 1412 furono organizzatori e partecipanti materiali della congiura contro il Duca Giovanni Maria Visconti, che negli anni precedenti si era macchiati di efferati crimini contro i milanesi.
Giovanni Visconti era infatti celebre per praticare la caccia ad esseri umani. Faceva liberare negli immensi terreni del Parco del Castello di Porta Giovia, un'area 10 volte più vasta del Parco Sempione, dei condannati a morte e poi li faceva inseguire dai suoi cani feroci e sbranare vivi.
Quando i condannati scarseggiavano, provvedeva lui stesso a far rapire degli innocenti e a farli condannare.
Un gruppo di giovani nobili milanesi, tutti ghibellini, appartenenti alle famiglie Aliprandi, del Baggio, Trivulzio, del Majno, Pusterla, organizzarono una congiura e il 16 maggio 1412, accoltellarono a morte il folle e sanguinario Duca mentre si recava a messa a San Gottardo in Corte.

Via Borgonuovo, Via Borgospesso, Via Gesù e Via Santo Spirito
Un tempo si chiamavano Borgo Nuovo, Borgo Spesso, Borgo del Gesù e Borgo di Santo Spirito.
Il termine borgo indicava degli isolati di case costruire una addossate alle altre, per protezione e che si trovavano fuori dalle Mura Romane.
Le mura in quel tratto correvano infatti lungo l'asse odierno di via dell'Orso-Monte di Pietà-Croce Rossa-Monte Napoleone e tutto ciò che stava al di fuori era costantemente a rischio in caso di invasione o attacco da parte di nemici di Milano.
Con lo stesso criterio erano anticamente chiamata le attuali corso Magenta, corso Venezia e via Canonica, rispettivamente Borgo delle Grazie, Borgo di Porta Orientale e Borgo degli Ortolani.


Via Gozzadini
Oggi esiste una via Gozzadini nel cuore del quartiere di San Siro, che unisce via Paravia con via Pessano, appena a sud dello stadio, ma è una via di recente apertura, non più di 80 anni fa.
In precedenza esisteva una via Gozzadini in pieno centro; è una via oggi non più esistente, totalmente cancellata. Correva parallela a via Santa Sofia, da corso Italia sino a corso di Porta Romana ed era uno degli storici Terraggi della città.
Con il termine terraggio, nel Medioevo, si indicavano quelle vie che correvano parallele alle mura, dal lato interno.
Le mura medievali correvano sul lato interno della Cerchia dei Navigli e i terraggi erano a loro volta sul lato interno delle mura.
Originariamente i terraggi prendevano il nome dalle porte, dalle pusterle o da chiese o ponti nei pressi. Con la riforma odonomastica del 1865 il Terraggio di San Celso e il Terraggio di Porta Romana presero il nome di contrada di Benno da Gozzadini.
Il Gozzadini fu podestà di Milano nel 1257, chiamato appositamente da Bologna, come prevedeva le legge dell'epoca, secondo la quale il governante della città, per essere super partes, doveva essere straniere e ben retribuito.
Ma il Gozzadini era già noto in città per la riforma fiscale, che in breve tempo portò alla fame la popolazione.
Galano Fiamma così descrisse le riforma fiscale del Gozzadini:


"Isto anno in civitate Mediolani quaedam magna pestilentia incepit, quia cives Mediolani quemdam Benum de Gonzadinis Bononiensem, virum pestiferum, advocaverunt, cui data fuit potestas taleas, pedagia et datia imponenda"

Riuscì però a legarsi ad alcune potenti famiglie, tanto da venir poi chiamato due anni dopo a fare il Podestà. Fu l'artefice del completamento del Catasto di Milano e del completamento del Ticinello da Abbiategrasso sino a Gaggiano, che poi diventerà il Naviglio Grande. 
Ma al contempo su pressione del popolo, iniziò a far pagare le tasse sia ai nobili che al clero, che era stato sino ad allora totalmente esente.
Nel giro di poche settimane il clero milanese organizzò dei moti contro il Gozzadini e il capo del partito del popolo, Martino della Torre, o Torriani, dovette accordarsi col vescovo e le famiglie nobili.
Trovato l'accordo il Gozzadini venne sacrificato.
Fu accusato di malversazione e condannato a pagare una cifra iperbolica. Quando ovviamente non potè pagarla, fu linciato, massacrato dal popolo e i suoi resti lanciati a sfregio nel canale che aveva fatto prolungare e che tanto era costato a Milano.
La via Gozzadini sopravvisse sino ai bombardamenti alleati del 1943-44, quando i quartieri a sud del Duomo furono pesantemente distrutti. 
Praticamente rasi al suolo la maggior parte degli edifici di via Santa Sofia sul lato nord, questi non furono ricostruiti. La via fu allargata con un controviale e i nuovi edifici, realizzati solo un decennio dopo la fine del conflitto, furono costruito esattamente dove correva la via Gozzadini.


Via Larga
La strada corre dove un in epoca romana si trovavano i moli e i pontili che si bagnavano nel porto di Milano.
La conformazione della zona, un vasto ed enorme avvallamento, che si può riscontrare ancor oggi vedendo le pendenze di alcune vie del quartiere, faceva sì che le acque della parte nord della città lì confluissero, creando un vasto pantano o una vera e propria palude.
Quando in epoca repubblicana, prima di Cristo, venne deviato il fiume Seveso, creando un canale che circondava interamente la città, questo fu chiamato Grande Sevese nel tratto ad est e Piccolo Sevese ad ovest.
Mura e Grande Sevese correvano lungo le odierne via delle Ore, via Pecorari e via Paolo da Cannobbio, cioè pochi metri a nord di via Larga oggi, e del vasto terreno paludoso o acquitrino duemila anni fa.
Probabilmente delle bocche dal Grande Sevese e una serie di opere idrauliche permisero di trasformare quel grande terreno paludoso in un laghetto, con una darsena ove attraccare piccole imbarcazioni e chiatte per il trasporto merci.
Il laghetto si interrò quasi certamente durante il lungo periodo oscuro che toccò Milano tra le Guerre Gotiche e l'arrivo dei Carolingi, cioè tra il VI e l'VIII secolo; Milano venne rasa al suolo più volte, la popolazione maschile interamente uccisa e le donne portate come schiave in Germania.
Ci vollero vari secoli perchè la città si riprendesse.
Il laghetto era comunque ormai perduto, tanto che quando si iniziarono a dare i nomi alle strade, due vie del quartiere furono chiamate contrada Poslaghetto e contrada del Pantano.
L'area era quindi tornata ad essere un vasto prato paludoso, e tale rimase sino a quando nel Trecento non si iniziò ad urbanizzare la città anche verso sud.
La strada che correva dove oggi si trova via Larga, si chiamava in antichità contrada del Brolio, cioè via del Prato, proprio quel vasto ed enorme prato paludoso che dopo le distruzioni del Barbarossa e la conseguente ricostruzione della città, fu bonificato e trasformato in ortaglie e pascolo.
Solo a metà del Cinquecento una parte della strada divenne nota come contrada di San Giovanni in Guggirolo, da una modesta e antica chiesetta che si trovava lungo la via.

Il termine "guggirolo" è prettamente dialettale e deriva da "gugiroeu", cioè guglia e si doveva alla tipica forma molto affusolata del campanile della chiesetta.
Negli stessi anni la contrada del Brolio divenne la via Larga, non è chiaro se per la sua larghezza o per la sua lunghezza. Milano infatti in quegli anni era sotto il dominio spagnolo e "largo" in spagnolo può significare "lungo"...
In ogni caso la via era già ampia in quegli anni del Cinquecento, tanto da divenire il luogo prediletto per le colossali sfilate in maschere del Carnevalun Ambrosiano, celebre in tutta Europa per i suoi carri, le sue feste e il tasso alcoolico della popolazione.
Juan Fernández de Velasco, duca di Frías e conte di Haro e Governatore di Milano per conto della Spagna, fece allargare sulla fine del Cinquecento la via Larga e per agevolare il passaggio verso Porta Romana, fece aprire una nuova strada, che oggi porta il suo nome, via Velasca. Come anche il grattacielo con forma di torre medievale che la sovrasta.
Nel 1799 la chiesetta di San Giovanni venne demolita e tutta la strada assunse definitivamente il nome di via Larga.
Durante gli sventramenti compiuti per demolire il quartiere del Bottonuto, che si trovava tra via Larga e il Duomo, compiuti tra inizio del Novecento e gli anni Cinquante, via Larga venne ulteriormente allargata.



Via Santa Margherita
Questa strada, che unisce piazza della Scala con piazza Mercanti, fa parte dell'asse del Cardo Massimo, tracciato dai romani quando conquistarono la Medhelan celtica e iniziarono a erigere il foro, appena a sud della città già esistente.
Il Cardo Massimo correva lungo via Manzoni-piazza della Scala-via Santa Margherita-piazza Mercanti-via Cantù-piazza San Sepolcro-via Nerino.
Via Santa Margherita vide nel Medioevo l'arrivo di molti laboratori di armaioli, tanto da venire infine chiamata contrada degli Armaioli.
Il nome cambiò in contrada dei Librai quando gli armaioli si spostarono in altri lidi e divenne in epoca Rinascimentale nota come contrada di Santa Maria di Gisone, da una chiesetta costruita nel 907 da Anselmo di Baggio, poi papa Alessandro II°.
Quando nel Seicento la chiesetta venne trasformata in un convento dedicato a Santa Margherita, anche la strada iniziò a chiamarsi con quel nome.
A fine Settecento il convento fu soppresso e i suoi locali furono adibiti a Questura, sede della temuta polizia austriaca; nelle cantine venne realizzato un carcere, dove per lunghi decenni furono rinchiusi tutti i patrioti risorgimentali arrestati. Silvio Pellico scrisse ampiamente di quelle nude e umide e malsane celle.
Quando nel marzo 1848 i milanesi si sollevarono contro l'occupante asburgico, la Questura e il carcere di Santa Margherita furono attaccati e strenuamente difesi dai soldati croati di stanza a Milano. 
Una volta espugnata tutti i prigionieri politici furono liberati e i due commissari di Polizia, Bolza e Galimberti, entrambi italiani al servizio degli austriaci, furono sì arrestati ma, fortunatamente, non linciati come la folla pretendeva. 


Via Medici, via Medeghino, via Pio IV
Stretta, tortuosa, caratteristica e molto bella, è la via Medici, che collega il Carrobbio con via Circo, nella maglia della Milano medievale lungo via Torino.
La strada venne probabilmente eretta solo dopo la definitiva spoliazione del grande circo romano che si trovava in quella zona di Milano, diventato una colossale cava di pietra, una vera rarità in città.
I Medici a cui si fa riferimento sono una nobile famiglia milanese che per secoli ha vantato un legame con i ben più noti e ricchi Medici di Firenze.
Facevano risalire il legame al Duecento, quando una ramo si staccò da quello principale toscano per venire in Lombardia, ma mai nessuna prova di questo legame è mai venuta alla luce.
I Medici di Milano ebbero come capostipite Bernardino Medici di Nosigia (l'odierna piazza Belgiojoso), esattore delle imposte e piccolo banchiere nella Milano della fine del Quattrocento; la moglie, Cecilia Serbelloni, veniva invece da una agiata famiglia che aveva dato dei Giureconsulti e molti notai alla governo della città e che divenne in seguito parte dell'alta nobiltà meneghina.
Ebbero quattro figli che brillarono tutti di luce propria.
Gian Giacomo Medici, meglio noto come Il Medeghino, spietato, efferato e geniale condottiero rinascimentale, vero signore della guerra lungo tutta la prima metà del Cinqucento. Fu un grandioso stratega, comandante e abilissimo nel costruirsi alleanze e amicizie potenti.
Per lunghi anni combatté una guerra privata, quasi da brigante, contro i Guelfi e i Francesi, poi combattendo aspramente i governanti spagnoli del nord Italia, ma raggiunse una fama immortale mettendosi al servizio dell'Imperatore Carlo V e combattendo per lui, vincendo praticamente ogni battaglia, in Belgio, in Ungheria, in Germania, in Boemia e soprattutto nelle lunghissime Guerre d'Italia, soprattutto in Toscana. 
Nel 1545 si sposò con Marzia Orsini, di una delle più ricche, potenti e influenti famiglie di Roma.
Fu conte di Lecco, Marchese di Musso, Marchese di Marignano (Melegnano) e viceré di Boemia.
Morì nel novembre 1555, probabilmente avvelenato. E' sepolto nel Duomo di Milano e un colossale monumento funebre disegnato da Michelangelo lo celebra degnamente.
Una strada lo ricorda tra piazza Agrippa e piazza Abbiategrasso, nella periferia estrema della città, meritando forse ben altro luogo.

Giovanni Angelo Medici di Marignano, poi Papa Pio IV. Studiò prima filosofia a Pavia e poi diritto a Bologna; diventato tra i migliori giuristi di Milano venne chiamato a Roma da Papa Clemente VII.
A partire dal 1529 inizia una inarrestabile scalata al potere nella Roma del Cinquecento: è Governatore di Ascoli, di Parma, Fano, Ancona, Legato Pontificio in Germania, Arcivescovo di Ragusa in Dalmazia e anche condottiero delle truppe pontificie nelle guerre contro Turchi e Luterani.
Nel 1549 venne nominato cardinale da Papa Paolo III°, che discendeva per parte di madre dagli Orsini, da quattro anni loro parenti.
Giovanni Angelo Medici fu eletto papa il 25 dicembre 1559; il suo pontificato è ricordato soprattutto per aver concluso il Concilio di Trento, per la lotta contro gli Ugonotti e per la battaglia contro il nepotismo che imperversava nella curia romana.
Una via Pio IV lo ricorda nella parte nord di piazza Vetra, piccola stradina creata con gli sventramenti avvenuti tra i primi Novecento e gli anni Trenta.
Margherita Medici si sposò con Giberto II° Borromeo, della ricchissima e potente casata dei Conti di Angera e senatori di Milano. Il loro primo figlio fu Carlo Borromeo, che essendo nipote di papa Pio IV, fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni. 
In tale veste il giovane Carlo partecipò ai lavori del Concilio di Trento, divenendone protagonista proprio nel periodo conclusivo. Ebbero anche una figlia di nome Ortensia.
Clara Medici sposò il nobile austriaco Wolf Dietrich von Ems zu Hohenems, di una ricca e potente famiglia di mercenari e condottieri Lanzichenecchi, i più temuti nel Rinascimento. 
Il matrimonio fu organizzato dal fratello Giovanni Angelo, in questo modo egli poteva controllare i territori dei Grigioni e stringere una alleanza ancor più forte con Carlo V.
Ebbero tre figli, Jacob Hannibal che fu Legato Pontificio in Spagna e poi il maggior condottiero di Carlo V nelle guerre contro i Turchi e sposò Ortensia Borromeo, sorella di San Carlo; Mark Sittich von Hohenems, che fu condottiero agli ordini dello zio Medeghino e poi nominato cardinale da Papa Pio IV... quello che lottava contro il nepotismo, altrui; ultimo fu Gabriel von Ems zu Hohenems che si distinse alla guida di truppe Lanzichenecche agli ordini del Papa.




Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...