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lunedì 28 gennaio 2019

Radetzky a Milano

Jan Josef Václav Antonín František Karel Radecký z Radče nasce a Trebnitz (oggi nota come Sedlčany) il 2 novembre 1766.
Sedlčany è una cittadina a sud di Praga, nelle Boemia centrale, oggi territorio della Repubblica Ceca, ma allora nel pieno cuore del Sacro Romano Impero di Maria Teresa d'Austria. E proprio per questo motivo che Jan Radecký z Radče diverrà noto con la versione tedesca del suo nome: Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl, Graf Radetzky von Radetz; per i milanesi, semplicemente noto come Maresciallo Radetzky.

Secondo figlio di una nobile famiglia della Boemia, rimase orfano giovanissimo. 
La madre, dal nome chilometrico, Marie Venantia Anna Barbora Josefa Eulalie von Bechyne Lazan morì dandolo alla luce, mentre il padre, Peter Eusebius hrabě Radecký z Radče, morì nemmeno un mese dopo.
Il piccolo Jan venne dato così alle cure del nonno paterno, il conte Wenzel Leopold Johann hrabě Radecký z Radče.
La sorella, Franziska Anna Josepha, era nata quattro anni prima.
Il patrimonio di famiglia venne amministrato dal fratello di Peter Eusebius, Václav Ignác, che in breve tempo riuscì a dilapidare una consistente fortuna.
Con il poco rimasto mandò il nipote a studiare prima a Brno e poi, nel 1781, al Collegium Theresianum di Vienna, dove i rampolli della nobiltà del Sacro Romano Impero venivano istruiti dai migliori professori e insegnanti di tutta il mondo germanofano.



Ne uscì nel 1784, dopo un percorso di scarso rendimento e con voti eccellenti solo in storia, con la predilezione per i periodi storici di Giustiniano il Grande e Luigi XIV, il Re Sole.
Due anni dopo, il 1° agosto 1784, fu accettato come cadetto nell'Esercito Imperiale e il 3 febbraio 1786 venne incorporato come Luogotenente nel reggimento di cavalleria pesante, corazzieri "Caramelli".
Combatté nella Guerra Austro-Turca del 1787-1792 e nel novembre 1787 fu nominato Primo Tenente.
Tra il 1793 e il 1795 combatté in Belgio, Olanda e lungo i confini sul Reno, riportando i primi successi e le prime medaglie al valore.
Nel 1796, come aiutante di campo del generale Johann Peter Beaulieu de Marconnay, prese parte alle guerre della Prima Coalizione contro Napoleone e la Francia.
Nei pressi di Mantova salvò la vita al Beaulieu, guidando un gruppo di Ussari, e venne promosso a Maggiore.

Il 5 aprile 1798 Radetzky sposò la contessina Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, di origine friulana, di Cervignano, dalla quale ebbe cinque maschi e tre femmine.
Il matrimonio, di mero interesse, permise al Radetzky di entrare nella cerchi ristretta della corte.
Il suocero, infatti, era il Conte Leopoldo von Strassoldo-Gräfenberg, Feldmaresciallo e Ciambellano della corte di Francesco II°; possedeva inoltre le ricche terre tra Palmanova e Aquileia. 
Durante i rari anni di pace il Radetzky amava trascorrere dei periodi di riposo a Cervignano, nei possedimenti della famiglia della moglie.


Nel 1799 venne promosso a Tenente Colonnello e decorato con il titolo di cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa, per il coraggio e la bravura durante le battaglie della Seconda Coalizione
Nel 1805 fu promosso Maggiore Generale e partecipò alla Terza Coalizione combattendo in Italia e Germania contro Napoleone. Nonostante la sconfitta austriaca fu nominato Generale di Brigata.
Nei tre anni successivi insegnò all'accademia militare.
Durante la Quinta Coalizione del 1809, Radetzky guidò il V Corpo d'Armata, distinguendosi nonostante la sconfitta finale. Fu così promosso a Tenente Feldmaresciallo e gli fu assegnato il IV Corpo d'Armata.
Nel 1810 venne insignito del titolo di commendatore dell'Ordine militare di Maria Teresa.
Il 21 agosto 1809 venne promosso capo di Stato Maggiore generale e fu incaricato di riorganizzare l'esercito austriaco ma non riuscendo a farsi finanziare i costosi piani di addestramento e riarmo preferì rinunciare all'incarico.
Con l'entrate dell'Austria nella Sesta Coalizione, Radetzky venne promosso a Capo di Stato Maggiore delle armate di Germania.
Durante la Battaglia delle Nazioni, nei pressi di Lipsia, dal 16 al 19 ottobre 1813, Napoleone venne infine sconfitto e il Radetzky fu uno dei protagonisti della vittoria.
Venne ricevuto da tutti e tre gli imperatori che avevano combattuto contro Napoleone e decorato con tutti i massimi titoli e medaglie esistenti.
Durante la lungo battaglia il Radetzky partecipò direttamente agli scontri, tanto da venire ferito due volte e di veder uccisi due cavalli che montava.
Fu in quegli anni che nacque il mito di "Vater Radetzky", cioè "papà Radetzky", come i soldati chiamavano affettuosamente e con sterminata ammirazione, il loro comandante; duro, severo ma giusto e sempre dalla parte della truppa, sempre in prima fila, sempre pronto a prendersi cura paternalisticamente dei suoi soldati.
Dopo la sconfitta Napoleone si ritirò in Francia, pronto a riarmarsi e a riorganizzarsi; gli eserciti della Sesta Coalizione, come da tradizione, si fermarono sul Reno, ma fu proprio Radetzky a suggerire di invadere la Francia, inseguire i resti dell'armata napoleonica e cercare di conquistare Parigi, cosa che effettivamente accadde.

I suoi consigli e le sue strategie furono così ammirati dai sovrani che lo zar di Russia Alessandro I° diventò suo stretto amico. 
Saputo che era rimasto ferito e che i medici gli avevano limitato il consumo di cibo e pure quello dell'amato vino ad un solo quartino al giorno, (Radetzky era noto per la voracità, la pinguedine e l'amore per il vino buono, francese e italiano), lo zar incaricò un suo cosacco, aiutante di campo, di portare ogni giorno una colossale caraffa del migliore Bordeaux, della sua personale riserva, nella tenda da campo dove si trovava il degente Radetzky.
Il cosacco si presentava ogni mattina con la gigantesca caraffa di vino dicendo in tedesco: 
"Il buon Zar Alessandro invia alla Vostra Eccellenza un quartino di vino".
Radtezky, rimessosi dalle ferite, combatté le successive battaglie in Francia ed entrò trionfante a Parigi subito dopo i tre imperatori e venne celebrato come uno dei massimi artefici della fine delle guerre napoleoniche.

Durante il susseguente Congresso di Vienna, che pose le basi dell'Europa dei seguenti decenni, Radetzky fu incaricato di tenere i rapporti tra il cancelliere Metternich e il suo ammiratore, lo zar Alessandro I°.
Nel maggio 1815 divenne comandante del quartier generale delle Armate del Reno e poche settimane dopo venne invitato a far parte del Consiglio Segreto dell'Imperatore.
L'anno dopo divenne Generale di Divisione e durante una visita dello zar a Vienna, questi gli donò una preziosissima spada tempestata di diamanti.
Dal 1818 venne chiamato a guidare lo Stato Maggiore delle armate in Ungheria, su personale richiesta dell'arciduca e Governatore Ferdinando Carlo; contemporaneamente fu nuovamente incaricato di riformare l'esercito.
Radetzky propose come primo atto un aumento della paga dei soldati, il che lo pose immediatamente in cattiva luce nel Governo, soprattutto in una Europa che usciva stremata da quasi 20 anni di guerre, milioni di morti e dei costi esorbitanti. 
Nessuno voleva pensare alla guerra o ad investire altro denaro in armi ed eserciti.
Rimase così a Budapest sino al 1829, quando ormai ampiamente superati i 60 anni, iniziò a pensare al ritiro dal servizio attivo e gli stessi sui comandanti proposero all'Imperatore di mandarlo in pensione, giudicandolo ormai vecchio e superato dai tempi ma soprattutto infastiditi dal suo zelo, dalla sua inflessibilità e dai suoi metodi autoritari.

L'Imperatore, riconoscendo i passati meriti del Radetzky, l'ammirazione da parte dei soldati e la cieca fedeltà alla casa d'Asburgo, gli offrì invece di una triste pensione, il comando della strategica Fortezza di Olomuc e la promozione a Generale di Brigata.
Sembrava che la luce dovesse comunque lentamente spegnersi su uno degli eroi delle lotte contro Napoleone, quando improvvisamente scoppiarono dei moti insurrezionali nell'Italia Centrale, il 26 febbraio 1831.
Dopo pochi giorni l'Imperatore richiamò in servizio attivo il Radetzky, che lasciò Olomuc e si precipitò a Milano a guidare il quartier generale del feldmaresciallo Johann Maria Philipp Frimont, comandante dell'esercito austriaco del Lombardo-Veneto.
Gli eserciti austriaci, coordinati dal Radetzky, su esplicita richiesta del Papa, che vedeva le sue terre dichiararsi indipendenti, invasero lo Stato Pontificio e in brevissimo tempo ebbero la meglio sui rivoltosi emiliani, marchigiani e umbri, tanto che già il 26 marzo 1831 fu ripristinato il potere temporale del Papa e reinsediati i duchi emiliani.
Terminato il suo compito Radetzky tornò ad Olomuc, dove rimase sino al 1834, quando, complici forse delle pressioni da parte dei potenti parenti delle moglie, gli fu affidata la guida di tutte le armate in Italia del Nord e andò a sostituire il Frimont.
Il Radetzky si trasferì quindi con la sua intera famiglia a Milano.

In breve tempo "Vater Radetzky" impose la sua ferrea disciplina tra i suoi soldati e trasformò le sue truppe nelle migliori di tutto l'Impero.
Ancora una volta si spese, inutilmente, per avere degli aumenti di paga per i soldati.
Nel 1836 Radetzky fu infine promosso a Feldmaresciallo, il grado più alto nell'esercito imperiale d'Austria.
Aveva 70 anni.

Trasferitosi a Milano andò a vivere in Contrada della Brisa al numero 2872, prendendo possesso del bel Palazzo Arconati, oggi scomparso. Con lui vi erano la moglie Francesca e alcuni degli otto figli.
A Palazzo Arconati prestava servizio una bella lavandaia di nome Giuditta Meregalli, nata a Sesto San Giovanni nel 1806, che divenne presto l'amante dell'anziano Feldmaresciallo.
Lui 70 anni, lei 30, vissero un "matrimonio morganatico" a tutti gli effetti e che diede all'anziano amante ben quattro figli: Giuseppina, nata nel luglio del 1836, Luigia nata nel 1842, Ferdinando nel '43 e Francesco Giuseppe nel 1846, quando il padre aveva ormai 80 anni!
Il Feldmaresciallo non riconobbe però alcuno dei figli illegittimi, che assunsero quindi il cognome Meregalli.
Gli eredi di Radetzky, oggi decine, vivono ancora tra Milano e Monza.

Furono quelli gli anni più felici per il Radetzky. 
Sostanzialmente, dal 1834 al 1847, il Radetzky si occupò esclusivamente di addestrare e coordinare le truppe imperiali nel Nord Italia, mentre il governo della città era nelle mani del Vicerè e di Vienna.
Il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto in quegli anni, infatti, non era minacciato da alcuna potenza straniera: Toscana e Modena erano governati da rami collaterali degli Asburgo, Napoli e Parma dai Borbone, fedeli alleati, mentre con il vicino Piemonte era stato firmato un trattato, il 23 luglio 1831, che stabiliva un'alleanza difensiva in caso di invasione francese del Piemonte.

Il Feldmaresciallo amava profondamente Milano e il Nord Italia, aveva imparato a capire l'italiano e a boffonchiare qualche parola tra italiano e milanese, ma soprattutto divenne celebre per la sua insaziabile voracità, sia di cibo che di buon vino.
Cosa già notata dallo zar Alessandro I° alcuni decenni prima.
La "moglie" Giuditta, pare ottima cuoca, gli preparava colossali libagioni di cucina milanese, con grande gioia del "marito"
Una lettera spedita a Vienna in quegli anni, vede il Radetzky decantare le bontà della cucina lombarda e sottolineare la scoperta di una bistecca impanata, buonissima. Parlava ovviamente della "cotoletta alla milanese" e il fatto che lui non l'avesse mai vista fa, forse, un po' di chiarezza nella lunga disputa tra Milano e Vienna circa l'invenzione di questo piatto di carne.

Un'altra passione del Radetzky fu il gioco d'azzardo, di ogni tipo, dadi e carte su tutti e sempre per soldi. Nonostante una grande ricchezza il vecchio austriaco dovette impegnarsi con gli usurai milanesi per anni e anni, perdendo costantemente colossali somme.

Radetzky nei primi anni di governo a Milano si fece conoscere sì per la sua durezza e per il ferreo rispetto delle leggi, ma anche per una discreta empatia con il popolo più umile, per l'amore delle grandi mangiate nelle osterie e nelle bettole fuori le mura, per l'amore per le partite a carte davanti a grandi bottiglioni degli amati vini rossi che si faceva mandare dall'Oltrepò, dal Veneto, Friuli e Francia.


In quegli anni il Radetzky viene così descritto: 

"Poco aitante, col collo tozzo e breve, incastrato su un tronco sproporzionato ed esagerato per la statura che aveva, il capo rotondo e precocemente sguarnito… non ne facevano un bell’uomo. 
Possedeva un naso importante e camuso, una propensione agli accessi d’ira e agli eccessi della tavola; vestiva certi paletot meglio adatti a un impiegato delle imperial regie poste che a un maresciallo generale”.

Il Radetzky, calvo sin da giovane, portò sino a tardissima età una parrucca con un grande ciuffo sulla fronte.



Dei tanti figli avuti dalla moglie Francesco, alcuni lo seguirono a Milano, dove si fecero notare per arroganza e stupidità. 
Uno, ufficiale dell'Impero, un giorno entrò in uno dei tanti caffè del centro di Milano e cercando il quotidiano a disposizione della clientela lo trovò in mano ad un sacerdote. 
Al posto di aspettare il suo turno pretese di avere immediatamente il giornale. Al diniego del sacerdote lo prese a male parole, dicendogli il più classico dei "lei non sa chi sono io"; per tutta risposta il prete lo prese a schiaffi pubblicamente.
Il giorno dopo il prete venne convocato dal potente padre, il Radetzky, nei suoi uffici di Palazzo Cusani. 
Il povero prete, tremante, entrò nei saloni del palazzo dove trovò il Feldmaresciallo seduto alla scrivania. Quando questi lo vide si alzò di scatto e corse verso di lui e prendendogli la mano gli disse: "Brafo! Brafissimo, ben fatto!".
Si narra poi che il padre prese a pedate sul sedere il figlio scapestrato.
Da questo fatto nacque il modo di dire in Lombardia: "dà on Radetzky", cioè "dare un Radetzky", un calcione o uno sberlone, modo di dire che rimase diffuso per tutto l'Ottocento.

Tutti i giorni, dopo il pranzo, era solito passeggiare in solitudine dalle parti del Castello Sforzesco e ogni giorno uno stuolo di miserabili si disponevano lungo il percorso che il Feldmaresciallo era solito compiere.
L'anziano militare aveva sempre le tasche gonfie di monete, che distribuiva ai miseri questuanti, guardandoli con un sorriso bonario e dicendo loro: "Prendete poferelli".
Più volte Radetzky parlò di quella massa di questuanti che incontrava tutti i giorni, chiamandoli come "I miei poferelli".

Quando partecipava a pranzi ufficiali, con nobili giunti da Vienna o con la nobiltà meneghina, era celebre per addormentarsi regolarmente dopo pranzo, seduto ancora a tavola per poi mettersi a russare pesantemente.

Il lato umano del "Vater Radetzky" pareva emergere sotto la pesante divisa, ma era pronto a scomparire quando doveva difendere gli interessi degli Asburgo.

Il Lombardo-Veneto era infatti era in quella prima metà dell'Ottocento, uno dei territorio più ricchi di tutta Europa. Fertile, già industrializzato, ricco di acqua, di eccellenti allevamenti e con una ricca borghesia mercantile dedita al commercio e obbligata a pagare pesanti tasse e dazi che andavano ad arricchire le casse di Vienna.
Il controllo sul Lombardo-Veneto doveva quindi essere assoluto.

Quanto più Radetzky apprezzava Milano, tanto meno alcuni milanesi lo ricambiavano. 
Fomentati dal crescente nazionalismo, dalle tasse sempre più alte richieste dalla vorace Vienna, degli scritti del Mazzini e del Cattaneo, dall'onda montante del Risorgimento, i milanesi della ricca borghesia iniziarono ad organizzare complotti per liberarsi dall'odiato regime austriaco.
Fu tra i primi a intuire che l'Italia fosse una polveriera. I sentimenti nazionalistici del periodo risorgimentale iniziavano a diffondersi lungo tutta la penisola, ma soprattutto nel Lombardo-Veneto.
Oltre ad addestrare perfettamente le sue truppe, fece migliorare le fortezze ritenute strategiche in caso di guerra.
Questi primi sospetti aumentarono nel 1846, quando il Re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, formalmente alleato dell'Austria, iniziò ad avere rapporti di amicizia con la Francia, la grande rivale di Vienna.
Radetzky fece addestrare ancor di più le truppe, rinsaldare le fortificazioni, aumentare le scorte di armi e viveri nelle caserme e preparare dei piani di guerra contro il Piemonte e la Francia.

Nel 1847 vi furono dei moti di ribellione verso il controllo austriaco in Galizia e in altre parti dell'Impero. Tutte le ribellioni vennero duramente represse e centinaia di liberali e illuministi furono impiccati.
Più volte il Radetzky fece cenno, nei suoi discorsi durante i pranzi con i notabili milanesi, a quelle rivolte e a come fossero finite...
Erano parole sia di monito che di minaccia.
Contemporaneamente, però, il governo civile di Milano, che non ricadeva sul Radetzky, inasprì su ordine di Vienna una serie di tasse e dazi, che portarono il popolo, i commercianti e la borghesia milanese ad aumentare a dismisura l'odio verso gli Asburgo.

Destino volle che nel novembre del 1846 morì il cardinale di Milano,  l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck. Il cardinale, nel 1816, era stato nominato e posto sulla cattedra di Sant'Ambrogio non dal Papa, bensì dall'Imperatore d'Austria Francesco II° e solo dopo alcuni anni e lunghi negoziati, il Papa lo riconobbe.
Per i milanesi von Gaisruck rimase sempre un usurpatore.

Morto nel 1846, pochi mesi dopo, a sorpresa, Papa Pio IX mandò a Milano Carlo Bartolomeo Romilli, italiano e addirittura bergamasco. La festa e la gioia tra i milanesi fu tale che la popolazione si riverso nelle strade e celebrò il nuovo cardinale per due giorni.
Radetzky capì che la festa era esclusivamente dovuta alla nazionalità del porporato e che essa avrebbe solo potuto aggravare la situazione.
Mandò quindi dei soldati in Piazza del Duomo il 9 settembre 1847, per disperdere i manifestanti, ma la folla aggredì i soldati che aprirono il fuoco uccidendo un uomo e ferendone decine.
Fu l'inizio di un periodo di alcuni mesi di continue manifestazioni popolari, di attentati e di agguati agli occupanti austriaci.
Radetsky mise da parte il suo amore per Milano e i milanesi e mostrò in un attimo il suo rigido carattere militare, fedele solo agli Asburgo, a Dio e all'Austria.
A novembre del 1847 dichiarò lo Stato d'assedio su Milano e alcuni giorni dopo anche la Legge Stataria, con cui si prendeva l'autorità di incarcerare, processare ed impiccare entro due ore qualunque cittadino del Lombardo-Veneto.
Praticamente la dittatura.
Quando i capi rivoluzionari organizzarono nei primi giorni del 1848 uno sciopero del tabacco e del gioco del Lotto, il Radetzky mandò le sue truppe in giro per la città a distribuire gratuitamente sigari. 
Scoppiarono così altri incedenti che videro cadere 6 milanesi e 56 restare gravemente feriti. 
Il Radetzky pareva diventare inarrestabile nella sua repressione. 
Proibì la rappresentazione alla Scala di opere che considerava rivoluzionarie, proibì di indossare certi cappelli che venivano usati dai fautori dell'Unità d'Italia e infine, a febbraio, iniziò una durissima ondata di arresti dei più noti personaggi liberali della città.
Tutti arrestati e deportati nelle durissime carceri in Austria e Croazia.
Solo in pochi riuscirono a fuggire in Svizzera e Piemonte.
Il 18 gennaio, intanto, l'arciduca Ranieri e il governatore Johann Baptist Spaur erano fuggiti da Milano, su suggerimento del Radetzky, che si trovava così a guidare il Lombardo Veneto sia militarmente che civilmente. Il potere assoluto.

Si arrivò così al 18 marzo del 1848, quando molte insurrezioni erano già scoppiate in mezza Europa.
Il podestà di Milano, il Conte Gabrio Casati, alla guida di un gruppo di manifestanti chiese di fare alcune deboli concessioni di autonomia; per tutta risposta Radetzky fece uscire le truppe, per lo più formate da 8.000 soldati croati, dal Castello Sforzesco.
I soldati imperiali presero il controllo del Palazzo del Governatore, dove pensavano vi fossero i capi della rivolta.
Diffusasi la voce in città, la popolazione, sapientemente aizzata e organizzata già da giorni, scese in piazza.
Scoppiarono così i Moti di Milano.
Radetzky in poche ore fece convergere altre truppa nella città, arrivando ad avere oltre 20.000 soldati.
I milanesi risposero con l'erezione di oltre 1.700 barricate nelle vie cittadine.
I viali nei pressi delle caserme di cavalleria vennero cosparsi di chiodi e vetri, per impedire ai cavalli di uscire.
Il 20 marzo la situazione era allo stallo. Radetzky controllava la cinta dei Bastioni Spagnoli e tutte le porte della città, oltre che il Castello Sforzesco.
All'interno di Milano regnava invece una finta tranquillità, con l'intera città in mano agli insorti; alcuni cecchini austriaci, nascosti sui tetti, sulle torri e sui campanili, sparavano contro i milanesi, mentre i milanesi asserragliavano le caserme rimaste isolate nella città.
Radetzky propose quindi una tregua che spaccò in due il Consiglio di Guerra dei milanesi.
Una fazione voleva accettare la tregua per dare il tempo al Re di Sardegna di entrare in Lombardia e attaccare il Radetzky. Guidati dal Casati, avevano infatti già da lungo tempo stretto accordi con i Savoia per realizzare l'unità del Nord Italia.
L'altra fazione, guidata dal democratico e federalista Cattaneo, respingeva l'unione con i Savoia, pensando fosse solo il modo di passare da una dominazione ad un'altra.
Alla fine prevalse il Cattaneo, la tregua fu respinta e scoppiò la vera rivolta in tutta la città.

Nella notte del 21 marzo la situazione cambiò repentinamente, quando la popolazione del contado insorse e circondò a sua volte le truppe austriache che stavano sulle mura della città.
Radetzky si trovava così isolato e iniziò ad organizzare una via di fuga per sé e per i suoi soldati.

Il mattino del 22 marzo i milanesi attaccarono in massa le porte della città, ma fu solo a notte che cadde la prima porta, Porta Tosa, poi ribattezzata Porta Vittoria.
Nel giro di poche ore gli austriaci riuscirono a fuggire in massa in direzione di Verona, mentre gli insorti prendevano il controllo di tutta la città, conquistando le poche caserme rimaste sotto controllo austriaco.

Radetzky dovette fuggire nascosto in una carrozza carica di fieno, trainata da cavalli da tiro e senza scorta.

Durante la notte ci fu un ulteriore scontro tra Casati e Cattaneo, col primo che mandò un messaggero a Carlo Alberto chiedendogli di attraversare il Ticino.
Il mattino del 23 marzo 1848 i Savoia entrarono in Lombardia, dando così il via alla Prima Guerra di Indipendenza, ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.

Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.

Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.

Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:



«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.

Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.

Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 

Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»






Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.

Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»


La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita.
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.

Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.
I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.


Durante la Prima Guerra d'Indipendenza, il vecchio Feldmaresciallo, di 82 anni, diede ancora una volta dimostrazione delle sue enormi capacità strategiche, battendo, spesso con forze inferiori, l'esercito piemontese e gli insorti lombardi, veneti e toscani.
La Presa di Vicenza e le Battaglie di Custoza e Volta Mantovana furono dei capolavori militari.




A Vienna, per celebrare la vittoria di Radetzky, venne organizzato per il 31 agsto un "Festival per la Gran vittoria, con allegorica e simbolica rappresentazione e luminarie eccezionali, in onore dei nostri coraggiosi soldati in Italia, e per beneficenza ai soldati feriti".
Per l'occasione gli organizzatori chiesero al direttore dei balli imperiali di corte, Johann Strauss, di comporre un brano appositamente. Strauss in brevissimo tempo compose La Marcia di Radetzky, capolavoro della musica ottocentesca.

Nelle settimane successive gli echi della ribellione nel Nord Italia giunsero sino a Budapest, Praga e Vienna, le "tre capitali" dell'Impero. A giugno scoppiarono enormi rivolte in tutte e tre le città, chiedendo maggiori libertà, democrazie e la fine dell'assolutismo asburgico.
In breve tempo, con una durezza simile a quella del Radetzky, i due generali Windischgrätz e Jellacic repressero le rivolte con dei bagni di sangue.
A Vienna furono uccisi oltre 2000 rivoltosi e l'Imperatore e la corte dovettero fuggire.
Quando l'ordine fu ristabilito l'assolutismo e la repressione si fecero ancor più duri e considerati necessari dagli Asburgo.
I soldati dell'Impero iniziarono ad incidere sulle loro spade le lettere WJR, iniziali dei tre generali che avevano salvato Milano, Praga, Budapest e Vienna dalle rivoluzioni democratiche.

Il potere dei tre generali divenne tale che prima imposero un nuovo cancelliere, il Principe Felix di Schwarzenberg, che era stato agli ordini del Radetzky durante le recenti battaglie in Lombardia e ferito a Custoza; venne creata per lui la nuova carica di Presidente dei Ministri dell'Impero e venne anche nominato dai tre generali come Ministro degli Esteri.

L'8 dicembre del 1848, Radetzky, Windischgrätz e Jellacic fecero deporre l'Imperatore Ferdinando I°, che consideravano un inetto e troppo cauto nel reprimere i moti insurrezionali e nazionalistici e fecero salire al trono d'Austria il nipote Francesco Giuseppe.

Sistemata la corte a Vienna il Radetzky potè tornare a Milano, seppure brevemente. 
La città non aveva più un governo civile. Tutte le cariche erano in capo ad una sola persona: Il Feldmaresciallo, che governava in modo rigido e spietato, offeso dal tradimento della "sua" Milano.

Pochi mesi dopo, il 20 marzo 1849, a sorpresa il Radetzky decise unilateralmente di invadere il Regno di Sardegna, per sradicare definitivamente la malapianta che vi stava nascendo, quel sentimento di Unità d'Italia che vedeva nei Savoia l'unica casa regnante atta all'uopo.

Attaccò nel giro di pochi giorni Vigevano, Mortara e Novara, dove sconfisse definitivamente le truppe di Carlo Alberto.

La sera del 23 marzo, ad un anno esatto dalla sua fuga da Milano, nascosto su un carro carico di fieno, Radetzky si prese la vendetta contro colui che considerava l'ispiratore e uno dei finanziatori e organizzatori delle Cinque Giornate di Milano e, conseguentemente, della fine del suo momento di vita più felice, in un'esistenza di guerre e combattimenti a cui pensava di aver definitivamente posto termine.

Radetzky mandò un elenco di condizioni durissime per la resa dei piemontesi, tra cui prendere il figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, come ostaggio.
Carlo Alberto preferì così abdicare, in modo da togliersi dalla contesa, avendo capito che l'astio di Radetzky non era contro i piemontesi ma contro di lui, considerandolo l'ispiratore dei Moti del '48.

Fu quindi il nuovo Re Vittorio Emanuele II°, salito al trono da poche ore, a presentarsi ad un faccia a faccia con il Feldmaresciallo Radetzky, che in quel momento rappresentava l'Austria più dell'Imperatore stesso.
Vittorio Emanuele aveva 29 anni. Radetzky 83. Si incontrarono in una cascina presso la località di Vignale, con unico testimone un generale austriaco.
Radetzky chiese 200 milioni di Lire per le indennità di guerra e il passaggio di Alessandria e del suo territorio alla Lombardia.
In principio Vittorio Emanuele accettò, ma il parlamento piemontese non ratificò l'accordo; per evitare una invasione e lo scoppiò di una nuova guerra destabilizzante per tutta Europa, vari sovrani iniziarono ad intercedere per il Piemonte.


Alla fine l'Imperatore Francesco Giuseppe decise di abbandonare Alessandria e ridurre le indennità a 75 milioni.
Da parte sua il Feldmaresciallo Radetzky, il 12 agosto 1849 fece una amnistia generale per tutti i lombardi e i veneti che erano fuggiti in Svizzera e Piemonte l'anno precedente.
Contemporaneamente le truppe di Radetzky avevano assediato Venezia, dove era stata proclamata la Repubblica di San Marco.
Presa per fame e da una epidemia di colera, Venezia si dovette arrendere il 23 agosto 1849.

Era così finita la prima gloriosa pagina del Risorgimento Italiano, soffocato nel sangue da un generale di 82 anni che amava profondamente il Nord Italia, era sposato ad una friulana, aveva un'amante milanese, dei figli che parlavano italiano e viveva felicemente a Milano.

Dal 1849 al 1857 Radetzky mantenne il controllo totale del Lombardo-Veneto. Potere civile e militare, potere assoluto.
Il 16 ottobre '49 questo potere assoluto fu ufficializzato e il Radetzky fece affiggere un proclama sui muri delle città e dei paesi del Lombardo-Veneto:

«L'Imperatore pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere: da quel giorno egli fu l'autocrate del regno dei cattivi sudditi».

Sin dal ritorno a Milano Radetzky aveva iniziato a mostrare il suo lato più spietato, autoritario e inflessibile.
Deciso a non rinunciare a che Milano fosse austriaca, iniziò una repressione violentissima.
Vennero arrestati tutti i collusi con i Moti del 1848. Le loro case espropriate, i beni sequestrati, i congiurati spediti nelle peggiori galere sulle gelide Alpi austriache.
Le tasse aumentarono e colpirono maggiormente proprio l'alta borghesia, che aveva così tanto aderito alle idee del Mazzini e del Cattaneo.
Per anni la polizia segreta del Radetzky andò a caccia di nuovi agitatori, arrestandoli e fucilandoli, impiccandoli e arrivando addirittura a proibire il funerale e il seppellimento in terra consacrata, gettando i cadaveri in fosse comuni.

Fece condannare parecchie migliaia di lombardi e veneti alla pena di morte per impiccagione e più di 1.000 vennero effettivamente giustiziati.
Le altre migliaia videro la pena commutata in 20, 25, 30 anni di duro carcere e lavori forzati, che quasi sempre portavano ad una lenta morte.

Il 6 febbraio 1853 scoppiarono dei nuovi moti a Milano. Un gruppo di insorti con idee socialiste, da cui presero le distanze sia Mazzini che i liberali e i democratici, organizzarono una insurrezione in modo del tutto maldestro.
Circa un migliaio di rivoltosi attaccarono in decine di punti diversi della città i soldati austriaci, armati solo di pugnali e spade; vennero erette anche diverse barricate e assaltate le caserme e il Castello.
I combattimenti durarono diverse ore, con i rivoltosi che attendevano un fantomatico carico di armi proveniente dal Ticino e l'insurrezione della parte della guarnigione composta da soldati ungheresi, che non avvenne.
Giunti i rinforzi il mattino seguente, i rivoltosi furono uccisi o catturati in massa.
Caddero 10 soldati austriaci e 47 rimasero gravemente feriti.
Radetzky mise in moto la macchina della repressione, ma al contrario del massacro che tutti si aspettavano, fece condannare a morte solo 18 degli 895 insorti.
Furono impiccati e fucilati già l'8 febbraio.

Questa insurrezione fu vista con estremo fastidio a Vienna. I metodi del Radetzky apparivano ormai brutali e fuori contesto anche alla corte asburgica.
Da anni il Radetzky era solito far comminare "pubbliche bastonature" a coloro che venivano colti cospirare o anche solo "parlar male dell'Austria".
Il clima di terrore che i suoi soldati e la sua polizia aveva generato in Lombardia e Veneto, alimentava solo altre rivolte e altre discordie.
Vienna, dopo i Moti del 1853, decise così di affiancargli un consigliere civile, in modo da diminuire il potere del Radetzky e nel 1854 impose all'anziano Feldmaresciallo di togliere lo Stato di Assedio in città, che ormai vigeva dal novembre 1847!

Il potere di Radetzky rimaneva comunque immenso. Nonostante avesse ormai 88 anni, i Corpi d'Armata presenti in Italia era sicuramente più fedeli a lui che all'Imperatore.

La moglie, Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, morì il 12 gennaio 1854, all'età di settantaquattro anni

Era intanto scoppiata, nell'ottobre del 1853, la Guerra di Crimea, dove la Russia si trovò a combattere contro le forze di Regno Unito, Francia e Impero Ottomano.
L'Austria era neutrale, ma un suo ingresso in guerra, da una o dall'altra parte, avrebbe cambiato radicalmente gli eventi.
Radetzky ovviamente parteggiava per la tanto cara Russia degli zar, ma a Vienna la pensavano in modo diverso e nell'ottobre del '53 iniziarono a mobilitare l'esercito per invade la Russia.
Per scongiurare l'apertura di un secondo fronte la Russia dovette accettare un accordo detto "I Quattro Punti", che era prodromo ad una neutralità, in quel conflitto, dell'Austria.
A fine novembre la Russia accetto l'accordo e l'Austria rimase neutrale nella Guerra di Crimea, ma il 2 dicembre del 1854 l'Austria strinse un'alleanza con Francia e Regno Unito.
Radetzky insorse alla notizia, giudicando folle l'abbandono della più classica delle alleanze dell'Austria e non solo lo disse ripetutamente, ma lo scrisse in una lettera spedita all'Imperatore Francesco Giuseppe. Governo, corte e Imperatore non presero bene la lettera ricevuta da Milano.


Ormai sempre più vecchio e malato il Radetzky continuava comunque ad esercitare il suo potere sul Nord Italia.
Nel novembre del 1856 l'Imperatore venne in Italia a visitare le sue terre. Giunto a Milano il 15 gennaio 1857, si fermeranno sino al 2 marzo.
Nell'attuale piazzale Loreto venne eretto un enorme padiglione per accogliere i sovrani.
Radetzky sarà lì ad aspettare il suo poco amato Imperatore.

Il Feldmaresciallo aveva 91 anni e il sovrano fece sapere in giro, sia a corte sia a Milano, che lo trovò terribilmente vecchio e "rimbambito".
Era una sorta di requiem sul governo assolutista e spietato del Radetzky.

Il 28 febbraio del 1857, con l'Imperatore ancora a Milano, Radetzky venne pensionato. L'Imperatore gli concessa di continuare a vivere nella Villa Reale di via Palestro, dove si era trasferito ormai da molti anni.

L'anziano militare si tagliò i grandi baffi bianchi che tanto lo aveva contraddistinto, come a sigillare la fine di un'epoca, ed ebbe parole molto amare: "Mi si butta via come un limone spremuto".

Perseguitato anche in quegli anni di estrema vecchiaia dal demone del gioco e inseguito dagli usurai milanesi, arrivò a "vendere" la propria salma in cambio di una piccola fortuna. L'acquirente era un austriaco desideroso di creare una sorta di Pantheon dei grandi di Vienna!
Il feldmaresciallo prese i soldi, ma la sua salma "se la tenne stretta"...

L'anziano Radetzky pareva non rendersi più conto del passare degli anni, dei suoi 91 anni, del corpo ormai malato e usurato da una dura vita militare prima e da anni e anni di alimentazione smodata e di una passione per il vino che sfiorava l'alcolismo.
Soffriva anche da anni di prostatite dovuta alle ore e ore passate seduto o a cavallo e per l'uso, tipico degli ufficiali austriaci, di non indossare mutande sotto gli attillatissimi pantaloni in pelle di daino.

Non riuscendo più a passeggiare per la sua Milano si faceva portare in giro in carrozza, ma temuto e disprezzato dai milanesi, ormai non poteva far altro che girare per le caserme a visitare i reparti.

Il Feldmaresciallo cadde da una scala della sua dimora la mattina del 5 gennaio 1858, batté il capo e morì poche ore dopo.
L'imperatore proclamò un lutto di 14 giorni in tutti i territori dell'Impero e il 5° Reggimento Ussari venne ribattezzato, in suo onore, Reggimento Ussari di Radetzky.
Venne tenuto un funerale nel Duomo di Milano, ma i banchi riservati al governo della città, ai nobili, ai borghesi e alle famiglie più altolocate, rimasero desolatamente vuote.
In pratica parteciparono al funerale solo gli austriaci residenti a Milano.
La salma fu poi portata a Vienna dove ricevette un colossale e grandioso funerale.
Il successivo 19 gennaio 1858 i suoi resti vennero tumulati nel mausoleo militare di Klein-Wetzdorf in Bassa Austria.

Giuditta Meregalli, la tanto amata moglie morganatica, mori a Milano il 10 maggio 1895.
La figlia della Meregalli e del Radetzky, Luigia, detta Nina, si sposò nel 1877 con Romualdo Borletti, che divenne un famoso e ricchissimo imprenditore nel ramo della canapa e del lino. 
Il figlio Senatore Borletti, nipote del Feldmaresciallo, fondò la Veglia Borletti, fu comproprietario della Mondadori, de Il Secolo, creò la Rinascente e fu proprietario dell'Inter F.C.

Dei tanti figli maschi avuti dal matrimonio ufficiale, due, soldati, morirono per alcolismo ancora giovani, uno solo riuscì a fare una vera carriera da ufficiale, Theodor Konstantin, che divenne generale; si sposò a Padova con una nobile austriaca, Josephine Schafarzik, e l'unico loro figlio, Theodor Joseph Radetzky, nato nel 1851, si sposò a Praga con Gabrielle Johanna von Liebieg, erede di una delle più ricche famiglie dell'Impero Asburgico, con numerosi centri tessili. I pronipoti di questo ramo di discendenti del Radetzky vivono ancora tra Austria e Repubblica Ceca.

L'anno dopo la morte dell'ultimo grande generale dell'Impero, che aveva servito gli Asburgo sotto 5 diversi imperatori, e come aveva esattamente previsto dopo la rottura dell'alleanza storica con la Russia, l'Impero d'Austria perse il Lombardo Veneto, che passò al Piemonte e fu la base per la nascita di quel Regno d'Italia che l'Austria tanto aveva tramato perché mai si formasse.

E' molto probabile che la spietatezza del Radetzky nel periodo 1847-1957, diede il via alla nascita di un vero sentimento nazionalista nell'Italia del Nord, prima rinchiuso tra le mura delle case dei nobili e dei borghesi illuminati.
Le condanne a morte, le tasse pesantissime, le pubbliche bastonature, la repressione e la pesante cappa autoritaria fecero germogliare i semi del Risorgimento ancor più rapidamente.
Ancor oggi a Milano il nome Radetzky è sinonimo di autoritarismo, di cieco e ottuso comando, di violenza gratuita e repressione, al pari del suo epigono di 50 anni dopo, il generale piemontese Bava Beccaris, che represse a cannonate la Rivolta del Pane, i Moti del 1898.

Nonostante questo il Radetzky non può essere solo considerato come "l'Impiccatore", come fu soprannominato a metà Ottocento.
Fu un uomo del Settecento che ebbe la ventura di una vita lunghissima e di guidare il Lombardo Veneto a metà Ottocento, con regole, comportamenti, atti che erano ormai fuori tempo massimo.
Fu però anche un grandissimo stratega, un generale amatissimo dai suoi soldati, un abile diplomatico e, quando poté vivere in pace, amò profondamente Milano e, almeno in parte, fu amato dal popolo milanese.

Tra i lasciti del feldmaresciallo a Milano e all'Italia vi sono anche gli "gnocchi alla Radetzky", una ricetta oggi un po' dimenticata, ma che ebbe grande successo sino a pochi decenni fa.
Si trattava di gnocchi di zucca con noce moscata, condite con abbondantissimo burro fuso, salvia e Grana Padano.
La ricetta pare fosse una specialità dell'amante del Radetzky, Giuditta Meregalli e che l'anziano austriaco ne fosse ghiottissimo.

Uno dei discendenti della Meregalli e del Radetzky è Giuseppe Mergalli, a capo dell'omonimo gruppo di commercianti di vini, fondato oltre un secolo e mezzo fa e la cui sede si trova a Monza sul luogo dell'antico Convento che ospitava la Monaca di Monza di manzoniana memoria.
Le cantine, unica parte conservatasi, sono ancora quelle originali del Cinquecento.













lunedì 22 ottobre 2018

Il forte austriaco di Porta Tosa



Subito dopo le gloriose Cinque Giornate di Milano, del marzo 1848, che diedero il via alla Prima Guerra d'Indipendenza, gli austriaci fuggirono da Milano, per andare a trovar riparo nel Quadrilatero, in Veneto.
L'esercito piemontese, arricchito da volontari lombardi e toscani, entrò in Lombardia il 23 marzo, dando ufficialmente via alla guerra con l'Impero Asburgico.
Ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.
Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.


Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci, guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.
Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:

«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.
Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.
Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 
Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»

Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.



Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»






La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita. 
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.
Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.

I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.
Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana
e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.
Il Principe Felix di Schwarzenberg venne nominato Governatore Militare di Milano e su suo ordine, probabilmente suggerito dal Radetzky, tra gennaio e marzo del 1849 venne costruito un nuovo forte fuori da Porta Tosa, nell'area oggi occupata dal Parco Formentano, vicino a Largo Marinai d'Italia.
Si trattava di una semplice struttura rettangolare, con spessi e possenti mura, spalti bastionati e un fossato a proteggere il tutto.
Un'alta torre cilindrica svettava al centro.



Negli stessi mesi gli austriaci provvidero a tagliare tutti gli alberi che si trovavano fuori dal Castello Sforzesco, nell'area del Foro Bonaparte.
Dato che il Governo Provvisorio aveva provveduto a far demolire i torrioni del Castello Sforzesco di quasi la metà della loro altezza, gli austriaci fecero costruire una nuova torre sul lato occidentale della Ghirlanda, la seconda linea di difesa del castello.
La torre, alta, spoglia e bianca, permetteva di inviare segnali di luce colla torre principale del nuovo forte di Porta Tosa.
Milano si ritrovava così stretta tra due castelli, Sforzesco e di Porta Tosa, pronti a sparare sulla città con i loro cannoni e a riversare le migliaia di soldati austriaci, in realtà quasi tutti croati, nelle strade della città.
Il borgo di Porta Tosa, così tranquillo sino ad allora, si ritrovò il centro della vita dei soldati austriaci. Esercitazioni, colpi a salve sparati dai possenti cannoni per festeggiare qualche lontana festività di Vienna.
I colpi dei cannoni talvolta erano così potenti che i vetri delle finestre delle case vicine andavano in frantumi. 
Il 12 agosto del 1849 venne infine concesso agli esuli fuggiti nell'agosto dell'anno precedente di tornare a Milano.
Sono però banditi 86 cittadini, tra cui Gabrio Casati, Cesare Correnti e Francesco Arese.

Quando infine gli Austriaci capitolarono nel 1859, fuggendo da Milano, il forte di Porta Tosa venne evacuato e dai suoi cannoni non partì nemmeno un colpo.
Venuto in possesso del Comune di Milano, si pensò inizialmente a demolire tutte le fortificazioni rivolte verso la città e a spostare i cannoni verso est, in caso gli austriaci fossero tornari.
Ma già l'anno successivo il Comune deliberò la demolizione del forte, venne anche riempito di terra il fossato, che si era trasformato in una vasta palude.

La carenza di fondi fermò le demolizioni e l'edificio rimase in piedi per altri 45 anni.
Venne trasformato in una caserma della Cavalleria prima, poi in magazzino, dove venivano conservate spezie e polveri varie, poi tornò ad ospitare reparti di Cavalleria. Al piano terreno le stalle, al primo i soldati.
Intorno al 1860 fu necessario rimuovere la terra che ne ricopriva il tetto, a causa delle infiltrazioni, e fu sostituita con cemento e catrame.
Nel 1862 furono demoliti tutti gli spalti bastionati che circondavano il forte, tranne quello rivolto verso la città; negli anni successivi vennero costruite varie tettoie che fungevano da magazzini.
Nel 1892-93 venne demolita la torre austriaca del Castello Sforzesco; in quegli anni fu demolita l'intera seconda cinta muraria, detta la "Ghirlanda".
A inizio del '900 la torre principale era stata mozzata a metà, mentre una parte della struttura principale era crollata per mancanza di manutenzione.
Il 2 luglio 1908 iniziò la demolizione. Le mura, possenti e spesse 3,45 metri, richiesero l'esplosione di 800 mine per essere demolite. 
I circa 60 operai lavorarono ininterrottamente sino agli inizi del 1909 per demolirlo, sotto la guida dell'ingegnere Serralunga  del Comune di Milano.
Al suo posto doveva sorgere il nuovo mercato del Verziere di Milano, spostato dopo secoli da Largo Augusto. Una struttura che nei progetti del 1906 doveva avere 70.000 mq di tettorie e 10.000 mq di stalle.
Il 9 aprile 1911 si tenne per l'ultima volta il grande mercato del Verziere, che ormai, a inizio del XX secolo, occupava un'area enorme, corrispondente alle attuali Largo Augusto, Piazza Bersaglieri, il primo tratto di Via Larga, Via Verziere, Via Cerva, Piazza Santo Stefano, Via Cesare Battisti e Corso di Porta Vittoria, paralizzando metà del centro città.
Il giorno seguente, 10 aprile, a mezzogiorno, fu ufficialmente aperto il Nuovo Mercato del Verziere, sorto al posto del Forte di Porta Tosa.












venerdì 19 ottobre 2018

La Senavra di Corso XXII Marzo

Nel 1580 un ponte venne costruito sul canale Redefossi nella zona orientale dei Bastioni Spagnoli, nel Sestiere di Porta Orientale.

Venne aperto anche un varco nelle mura, che prese il nome di Porta Tosa, uguale alla porta medievale che si trovava lungo le mura della Cerchia dei Navigli.
Lungo quell'asse, perfettamente orientato verso est, correva anche un naviglio, detto Naviglietto, scavato nel 1183 e primo vero naviglio della città di Milano.
Il Naviglietto, o Cavo Borgognone, univa la Cerchia dei Navigli scavata dal Guintellino pochi anni prima, con il fiume Lambro, percorrendo quelle che oggi sono Corso di Porta Vittoria, XXII Marzo, Viale Corsica e deviando poi verso sud-est per raggiungere il borgo e al monastero di Manloè, oggi Monluè.
Il Naviglietto purtroppo si rivelò da subito non navigabile. Troppo scarsa era infatti la portata d'acqua, complice le innumerevoli bocche di prelievo, quasi sempre abusive, che impoverivano la Cerchia dei Navigli, allora non ancora unita al Naviglio Grande e al Naviglio Martesana, e alimentata solo dal Seveso.




Il Naviglietto veniva quindi usato per irrigare piccoli orti e per lavare i panni.
Passava sotto la nuova Porta Tosa, sotto il Redefossi tramite un tombone e riaffiorava lungo il lunghissimo rettifilo che correva fuori città.


Fuori da Porta Tosa nei secoli successivi all'apertura del varco, non si formarono grandi borghi agricoli come il Borgo degli Ortolani fuori da Porta Tenaglia; l'area rimase sostanzialmente una serie di vasti campi coltivati e boschi, con una unica larga strada che portava sino al Lambro e poi a Paullo. Una strada percorsa praticamente solo dai lattai del Paullese, che all'alba si recavano a vendere il latte a Milano e tornavano al tramonto.

Ancora ai primi dell'Ottocento gli unici due borghi  presenti nell'est di Milano erano Calvairate, posto circa un chilometro a sud della strada per Paullo, e Manloè, sorto attorno al monastero.
Numerose erano invece le cascine, partendo dalla porta: Cascina Lazzaga, Cascina Regaja, Cascina Castiona, Cascina Prà Buono, Cascine Biscioja e Bisciojina, Cascina Cadevesa, il Molino Cadovero; poco prima di Manloè si trovava anche una fornace.
Celebre era anche l'Osteria della Malpaga, nei pressi della Cascina Biscioja.
Più ci si allontanava da Milano, verso il Lambro, più aumentavano i campi coltivati a riso, con marcite e quindi acqua stagnante e quindi zanzare e malaria.



L'area non venne quindi mai veramente urbanizzata per la sua insalubrità, soprattutto nel tratto verso Manloè e per secoli fu considerata la parte più povera del contado.
Le cose cambiarono parzialmente con Ferrante Gonzaga, dal 1546 governatore per conto dell'Imperatore Carlo V, del Ducato di Milano.
Il Gonzaga fece erigere proprio i Bastioni Spagnoli e anche aprire Porta Tosa, oltre a tutte le altre porte nelle mura. Intensi piani di urbanistica interessarono tutta la città.
Il Gonzaga si appropriò di una villa di delizia proprio lungo lo stradone che usciva da Porta Tosa, a "un tiro di archibugio", con il Naviglietto di fronte.
I vasti terreni della villa confinavano ad est e a sud con le enormi proprietà dei monaci benedettini di San Pietro in Gessate.
Il governatore, persona retta, castigata e bigotta, amava rilassarsi nel poco tempo libero in campagna. Questo suo desiderio di vita agreste lo portò negli anni milanesi ad avere ben tre ville di delizia: Villa Gonzaga fuori di Porta Tosa, Villa la Gaultiera, oggi Villa Simonetta e la Bicocca degli Arcimboldi.

Fu probabilmente il Gonzaga, o i suoi eredi, a cui la villa rimase per circa un ventennio, a rendere i dintorni delle villa vivibili. Vennero piantati filari di pioppi, realizzato un enorme giardino di rose proprio a fianco della villa ed eliminate le marcite nei dintorni; anche la strada, ormai nota come Strada della Malpaga o Strada di Manloè, venne migliorata.
Il paesaggio venne così migliorato che la zona venne chiamata "Scena aurea".
La villa venne venduta tra membri della famiglia Gonzaga. Durante uno di questi atti, nel 1548, gli eredi di Ferrante vendettero a dei loro cugini anche dei terreni non loro, bensì dei confinanti monaci di San Pietro in Gessate.
Questi preferirono abbozzare, vista la potenza della famiglia Gonzaga e il fatto che il nuovo proprietario, don Giorgio Manrique de Lara, era cognato del Cardinale di Milano.
Manrique de Lara vendette la villa alla famiglia da Po e quando morì il capostipite di questi, nel 1585, la villa passò all'anziana vedova, Daria Rusca.
I furbi monaci, vedendo una facile vittima nella Rusca, fecero immediatamente causa per i terreni che quasi 40 anni prima erano stati ingiustamente espropriati.
La causa davanti all'Uditore generale della Curia Arcivescovile venne facilmente vinta dai monaci; la vedova Rusca condannata a pagare una ingente somma, decise di cedere i terreni per finanziarsi.
Acquirente fu un alto prelato della curia milanese, monsignor Giovanni Fontana, che due anni dopo l'acquisto cedette con una donazione tutti i terreni e la villa della "Scena Aurea" ai monaci benedettini di San Pietro in Gessate, che si ritrovarono così proprietari di tutti i terreni tra il Lambro, Manloè sino a Porta Tosa. Il Fontana in cambio ebbe vita natural durante tutta la rendita dei terreni. Alla sua morte sarebbero poi passati definitivamente ai benedettini.
La villa ed il giardino della "Scena Aurea" vennero affittati per una decina d'anni ai conti della Somaglia.


Nel 1609 i Benedettini la misero in vendita e la contessa Olimpia Pallavicini moglie del conte Giorgio Trivulzio, fece una ricca offerta di 30.000 lire.
Nel 1682 gli eredi Trivulzio vendono a loro volta la "Scena Aurea" a don Ferdinando Rovida, conte di Mondandone, marchese di Bocca, che vi visse brevemente e trasformò parte della villa in una grande osteria.
Il Rovida già nel 1692 decide di far ristrutturare tutta la villa, fare un inventario e metterla in vendita; grazie a quell'inventario si ha una descrizione precisissima della villa.
Vi si accedeva dalla Strada della Malpaga scavalcando il Naviglietto grazie ad un ponticello. A fare da porta d'onore, prima del ponticello, due colonne con lesene e architrave.
Vi erano due corti, o cortili; il primo era porticato con colonne in pietra viva e tramite una porta posta ad est dava accesso alle ortaglie e ai campi. Lì si trovava anche la ghiacciaia.


Al piano nobile si trovava un'altra lunga loggia porticata, affacciata sulla corte su tre lati, da cui si accedeva alle numerose stanze, tutte con camini in marmo e affreschi.
Per salire al piano nobile, oltre allo scalone grande in marmo, vi era una preziosa "scaletta torniola", cioè una scala a chiocciola.
Le vaste cucine al piano terreno avevano ben 8 fuochi, dispensa, forno e pozzo.
Le facciate interne della villa era affrescate con scene agresti.
Dalla villa si accedeva direttamente al giardino delle rose, recintato con alti muri in mattoni, con finestrelle con griglie in ferro battuto e con il muro di sfondo affrescato. Il giardino ospitava anche le colombaie.
Nonostante la ricchezza della villa e la costosa ristrutturazione, il Rovida non riuscì a venderla per lunghi anni. Sono noti infatti una lunga serie di contratti d'affitto della villa ad una serie di commercianti e piccoli impresari: un ortolano, un lavandaio, un impresario edile.
Buon ultimo fu Santo Farina, che affittò la villa e la trasformò in una osteria, come già accaduto parecchi decenni prima.
Il Farina chiamò il suo punto di ristoro col nome che ormai era diventato di uso comune per indicare la villa e la zona. Non più "Scena Aurea", bensì la sua corruzione, Senavra.
Venne così aperta l'Osteria della Senavra, che rapidamente divenne molto celebre in tutta Milano, tanto da venir celebrata dal poeta Carlo Maria Maggi.
L'osteria sopravvisse comunque anche dopo che il Rovida riuscì a vendere la villa e i terreni ai Gesuiti di San Fedele, che ne volevano fare un luogo appartato e isolato per i loro esercizi spirituali.
La Senavra venne così venduta nel 1695.
I Gesuiti erano arrivati a Milano il 23 giugno 1563, su esplicito invito dell'Arcivescovo San Carlo Borromeo. Dalla Spagna mandarono padre Diego de Carvajal, padre Benedetto Palmio e da Vicenza il laico Giambattista Bertezzoli, col compito di fondare un collegio per l'istruzione dei giovani.
San Carlo nel 1567 assegnò loro l'antica chiesa di San Fedele quale sede e fondarono poi il Collegio di Brera.
Tra i precetti della Compagnia di Gesù, fondata da Sant'Ignazio di Loyola,
c'è quello della meditazione, del ritiro spirituale e degli esercizi dell'anima. I Gesuiti effettuavano questi esercizi in luoghi isolati, lontani dalle città, seguendo l'esempio di Gesù che andò nel deserto.
Non avendo deserti nei dintorni, i Gesuiti milanesi iniziarono a prendere in affitto delle ville poste a qualche chilometro fuori dalle mura.
La prima fu dalle parti di Cimiano, poi una nei pressi della Cascina Ghisolfa e una alla Bicocca.
Si arrivò così all'acquisto da parte dei Gesuiti di San Fedele della villa già Gonzaga, fuori da Porta Tosa.
Il sistema di congregazioni e fraternite messo in piedi dai Gesuti e il fatto che rapidamente tutte le migliori famiglie mandarono i loro rampolli a studiare nel Collegio di Brera, fece sì che nel volgere di pochi decenni i Gesuiti divennero il più potente ordine di Milano. E anche il più ricco e influente.
Praticamente tutte le grandi famiglie della città avevano studiato dai Gesuiti e facevano parte, sotto vari modi, delle confraternite da essi promosse.
Non per niente una delle più celebri massime, "Datemi un bambino per i primi suoi 7 anni di vita e potrete fare ciò che volete di lui negli anni seguenti", è attribuita proprio ai Gesuiti;  a conferma della loro presenza il fatto che il Preposito Generale dei Gesuiti, il più alto in grado dell'ordine, sia chiamato, almeno dal 1865, "il Papa Nero".
La dura morale dei Gesuiti venne profondamente apprezzata proprio da San Carlo Borromeo, che vide in loro i suoi perfetti alfieri della Contro Riforma.
Il Rovida vendette quindi la Senavra nel 1695; l'acquirente non fu direttamente l'Ordine dei Gesuiti, bensì la Congregazione dei Sacerdoti, composta dai padri gesuiti di San Fedele e il prezzo fu ancora una volta di 30.000 Lire Imperiali.
La Congregazione non aveva però i capitali e li chiese in prestito alle banche; per estinguere il debito i Gesuiti tentarono di convincere 50 delle più ricche e pie famiglie milanesi a dar loro i denari necessari da ridare alle banche.
I ricchi milanesi, pie e devoti, ma non fessi, fecero orecchie da mercante e nel 1699 il debito era ancora lì, tanto da costringere i Gesuiti a vendere la Senavra.
L'acquirente fu però un'altra costola dell'Ordine, la Veneranda Congregazione della Fabbrica; questa
riuscì a convincere il Conte Carlo Arconati, il cui figlio Gerolamo era un padre gesuita, a versare le 30.000 Lire alle banche e i Gesuiti divennero ufficialmente proprietari della Senanvra e dei suoi terreni.

I Gesuiti non abitarono mai la Senavra, forse troppo distante dagli agi della città e vi tenevano solo i loro esercizi spirituali; iniziarono i loro esercizi già nel 1698, come si evince da una lapide trovata a Cimiano, nell'edificio che ospità i padri prima dello spostamento: "Exercitia spiritualia ad Scenam Auream traslata - anno 1698".
In quel periodo vi abitavano alcuni "pigionanti", cioè affittuari, che i monaci non riuscirono ad espellere per lunghi anni, finchè, intorno al 1720, unico residente rimasto era tale Prospero Fortunato Pusterla, che vi risiedeva sin dalla nascita, probabilmente figlio di qualche fattore o di uno dei mercanti che ebbe la villa in proprietà e vi rimase ad abitare sino alla morte, avvenuta nel 1745.
E' da rimarcare come l'Osteria della Senavra rimase attiva sino ai primi anni del Settecento, dovendo dividere quindi il palazzo coi Gesuiti.
Intorno al 1730 l'osteria venne sfrattata, gli affittuari tutti cacciati, rimaneva solo il Pusterla, e i Gesuiti diedero incarico ad un architetto di ricostruire l'edificio.
La vecchia villa dei Gonzaga venne parzialmente demolita e venne eretto un nuovo edificio.
I lavori si bloccarono rapidamente per carenza di fondi e nel 1733 il cantiere era praticamente fermo. I Gesuiti supplicarono il Papa Clemente XII, che spedì un assegno a Milano per far continuare i lavori.
I soldi finirono però bloccati nella burocrazia ecclesiale e per lunghi decenni i lavori alla Senavra continuarono solo in minima parte.
Nel 1774, ben 40 anni dopo l'inizio dei lavori, il primo piano era quasi interamente ancora al rustico, con la sola chiesetta completata, con tanto di campanile.
Intanto, nel resto d'Europa, il potere dei Gesuiti aveva iniziato a dare molto fastidio.
Vennero accusati di una morale troppo rigida, di una chiusura totale all'Illuminismo e al Giansenismo, ma soprattutto davano enorme fastidio in Sud America, dove, nelle missioni, i padri Gesuiti troppo spesso difendevano le popolazioni autoctone, cristianizzate, dallo sfruttamento bestiale e crudele da parte dei colonizzatori europei.
Erano anche accusati di troppo ingerenze politiche, grazie alla loro influenza e alla loro vicinanza al papato, che li considerava la milizia di Cristo.
Nel 1758 il Portogallo espulse i Gesuiti dal Brasile, deportando i padri, fu poi la volta della Francia, di Malta, della Spagna nel 1767 e infine dell'Impero d'Austria.
Il 21 luglio 1773 Papa Clemente XIV pubblicò la soppressione della Compagnia di Gesù.
I padri Gesuiti si rifugiarono in massa in Prussia e Russia, nazioni non cattoliche, dove erano al loro arrivo quasi sconosciuti.
Il 7 settembre 1773 anche a Milano arrivò il dispaccio di scioglimento della Compagnia di Gesù.
Le 4 comunità gesuitiche allora esistenti il collegio di Brera, la Casa professa di San Fedele, il Collegio dei Nobili ed il Noviziato di San Gerolamo, vennero chiuse, così come le Confraternite.
Pochi giorni dopo, il 21 settembre, membri delegati del governo di Milano si presentarono alla Senavra. Vi restava padre Radaelli, di San Fedele, che assistette alla presa in consegna dei fabbricati.
Finiva così la terza vita della Senavra, da villa di delizie a osteria e infine luogo di esercizi spirituali, ma non era certo l'ultima.



Un anno dopo, il 28 ottobre 1774, venne presentata una relazione firmata dai dottori Pietro e Bernardino Moscati, che prefigurava un riutilizzo della Senavra, appositamente ristrutturata, come Ospedale dei pazzi, in luogo del già esistente e decrepito Ospedale di San Vincenzo.
Il manicomio di Milano sino a quel momento si trovava in un edificio annesso alla chiesa di San Vincenzo in Prato, una delle più antiche della città.
Fondato intorno all'anno Mille, l'Ospedale dei pazzi, come era noto, ospitava non solo i malati mentali ma tutti colori che erano malati incurabili: ciechi, paraplegici, sordi, muti, spastici.
Per aggravare il carico erano ospitati anche i cosiddetti figli dell'ospedale, cioè i bambini abbandonati dalle loro madri presso le Ruote degli Esposti.
L'Ospedale di San Vincenzo era realmente una bolgia dantesca, un vero inferno.
I monaci dal confinante chiostro mandavano i loro avanzi di cibo come unico nutrimenti dei malati, non esistevano medicine e cure, se non la preghiera e la grazia di Dio.
Quando un pazzo o un malato iniziava a diventare molesto o ad avere quello che allora si chiamava "ballo di San Vito", attacchi dovuti alla còrea di Sydenham o all'epilessia, il rimedio era sempre lo stesso, per secoli: il malato veniva preso di forza e buttato in una vasca piena di acqua gelida pescata dalla vicina Fonte di San Calocero, ritenuta miracolosa.
I malati erano divisi in due categorie, quelli a pagamento, che ricevevano una assistenza quasi umana, e tutti gli altri, che erano trattati alla stregua di bestie.
I malati mentali venivano quasi tutti incatenati, dato che erano considerati indemoniati.
Ancora tra il Cinquecento e il Seicento il personale dell'Ospedale, addetto ad oltre 300 internati, non era composto che da una dozzina di persone, tra cui spiccava il barbiere, addetto non solo alle pratiche di chirurgia, cioè tagliare capelli, unghie e strappare i denti, ma anche alle pratiche mediche, che consistevano in salassi, purghe e continui clisteri per far uscire il demonio dai malati posseduti.
Solo nel 1688 tra il personale compare anche un medico. Sette secoli dopo la fondazione dell'Ospedale...
Incisori e ritrattisti dipinsero più volte gli ospiti dell'Ospedale dei pazzi, ritraendoli attraverso le ringhiere e i muri. Corpi attorcigliati, sovraffollamento e malattie infettive.
Tutto questo ebbe finalmente fine grazie all'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, che con un decreto autografo del 5 settembre 1780 decise di far trasferire l'Ospedale dei pazzi da San Vincenzo alla Senavra.
Fu uno degli ultimi atti dell'Imperatrice, che pochi giorni dopo morì.
Nei mesi seguenti vennero redatti gli accordi e gli statuti del manicomio. Venivano trasferiti 380 malati, di cui 90 a carico del nuovo Ospedale della Senavra e tutti gli altri a carico dello Stato.
Il 2 settembre 1781 iniziarono, o meglio, furono riniziati i lavori per portare a compimento il nuovo edificio della Senavra. Furono poi trasportati letti e tutto quanto serviva per riavviare l'ospedale.
Il 15 settembre i malati furono tutti trasferiti di notte e la Senvara era così diventata un manicomio.
La chiesetta al primo piano venne dedicata alla Beata Vergine Addolorata alla Senavra nello Spedale dei Pazzi.
Ma nel giro di poche settimane fu chiaro, ai pazienti ma ancor di più al personale dell'ospedale, per quale motivo mai nessuno vi aveva abitato stabilmente nei secoli precedenti.
La vecchia struttura, come anche quella nuova, erano state costruite su terreni dove per secoli si era praticata la coltura a marcita e il terreno era gonfio di acqua già a poche decine di centrimetri da terra.
Per questo i locali e pure la chiesetta erano costruiti al primo piano, lasciando vasti portici al piano terreno.
Ciò non eliminava però il problema, la risalita dell'umido lungo i muri fu rapida e anche il nuovo edificio divenne estremamente malsano, umido, freddo e ricoperto di muffa.
Già nel 1782 su ordine dello stesso arciduca Ferdinando si tenta di risolvere il problema; si rialza il pavimento al piano terreno e si aprono delle finestrelle a livello del suolo.
La roggia che correva sul lato sud era nei decenni esondata formando uno stagno, che fu bonificato creando dei canali di scolo.
La Senavra intanto viene riempita sempre più di malati. Nel 1787 il direttore dell'Ospedale Maggiore, Pietro Moscati, su cui ricade il governo della Senavra, aumenta il numero di pazienti, arrivando a oltre 470-500 rinchiusi. 
Vengono adattati alcuni ambienti del vecchio edificio e comprate 75 "carriole" per far dormire in emergenza i pazienti. Le "carriole" altro non sono che barelle.
In quegli anni comunque iniziò a vedersi alla Senavra una vera e propria assistenza sanitaria ai malati, non più considerati come posseduti dal diavolo; rimangono in vigore però le catene per quasi tutti i malati e vengono realizzate delle celle per i malati pericolosi, degne di un carcere medievale.
Nel 1788 venne decisa la costruzione di una nuova ala, visto l'aumento costante di pazienti e fu così raso al suolo il Giardino delle Rose che, da quando erano andati via i Gesuiti, era diventato la discarica dell'ospedale.
Il progetto di ampliamento venne disegnato dall'Ingegnere Luigi Castelli, con l'aiuto del nuovo direttore dell'Ospedale Maggiore, Bartolomeo De Battisti. L'Imperatore Leopoldo II approvò e finanziò i lavori con un decreto del 29 dicembre 1791.
E come sua nonna l'Imperatrice Maria Teresa, morì pochi giorni dopo aver firmato un decreto per la Senavra.
Nel settembre del 1793 la nuova ala venne conclusa.
A inizio dell'Ottocento divenne direttore della Senvra il dottor Cesare Castiglioni, proveniente da una famiglia ricchissima, che si dedicava alla cura dei malati di mente per pura passione.
Viaggiò in tutta Europa per visitare le strutture di ricovero, ma la vita dei malati della Senavra cambiò comunque molto poco.
Salassi, purghe, bagni ghiacciati, impacchi, clisteri, catene e bastonate erano la pratica quotidiana di cura. Il Castiglioni fece però costruire un teatro dove venivano quasi tutti i giorni rappresentate delle commedie, per alleggerire l'anima dei malati.
Nel 1836 una violenta epidemia di colera colpì la Senavra; si ammalarono circa 100 ricoverati e un terzo morì.


Nel 1848, dopo le Cinque Giornate di Milano e la cacciata degli Austriaci, il Governo Provvisorio incaricò il giovane medico Andrea Verga di dirigere la Senavra.
Dopo alcuni giorni di studio il Verga fece un appello alla città, perchè non facesse più finta di non sapere dell'esistenza della Senavra, luogo che descrisse come malsano e indegno del peggior carcere.
Ma lo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza distolse l'attenzione dei milanesi dalla Senavra.
Il primo di agosto dello stesso anno, mentre il Verga si trovava al manicomio, vide arrivare un numeroso gruppo di contadini dalle campagne della Bassa Bergamasca e addirittura dal Bresciano.
Questi riportavano notizie di disfatta militare, di fuga e rotta e di avanzata degli Austriaci.
La censura invece faceva pubblicare sui quotidiani milanesi notizie di vittorie e avanzate dei nord Italiani.
Il Verga potè accogliere solo alcuni contadini, non avendo certo spazio dove ospitarli tutti e indirizzò gli altri verso Milano.
La Senavra si trovava ancora molto fuori dalla città, anche a metà Ottocento.
Solo un carretto partiva la mattina dalla Senavra, andava al Verziere, veniva caricato di cibo per i malati e tornava indietro.
Il Verga usò quindi il carretto per andare a chiedere informazioni al Governo Provvisorio circa i racconti dei contadini bergamaschi; ovviamente fu rassicurato che nulla era vero. Anzi!
Tornò quindi in tranquillità alla Senavra, ma due giorni dopo, al mattino, il manicomio fu circondato da centinaia di soldati di Carlo Alberto allo sbando. Feriti, laceri, provati, giovani fuggiti dal fronte.
Il personale della Senavra, resosi conto della situazione, uscì e portò loro acqua, polenta, vino e tutto quanto potevano dar loro.
I soldati, rifocillatisi, scapparono poi verso Milano. Poche ore dopo uno dei muri della Senavra venne sfondato da un colpo di cannone e poco dopo il pesante portone venne sfondato e i soldati Austriaci entrarono nei palazzi, alla ricerca dei soldati Piemontesi e Lombardi.
Gli Austriaci si accontentarono di lasciare 4 loro feriti gravi in letti nell'Ospedale e ordinarono al Verga di curarli, cosa che egli debitamente fece.
La situazione attorno alla Senavra era di vera e propria guerra; nel pomeriggio il 1° Reggimento dei Savoia venne schierato di fronte alla Senavra, mentre il 2° a Castagnedo, oggi via Tertulliano/Sulmona, e la Brigata Casale alla Gamboloita, oggi piazzale Corvetto.
Di fronte c'era la Brigata Clam a Morsenchio, dotata di numerosi cannoni a lunga gittata, a Linate il Reggimento di Cavalleria Weiss.
I cannoni austriaci iniziarono a martellare le truppe italiane e Milano incessantemente, tanto da obbligare Carlo Alberto a trattare, per tutta la notte la resa della città.



All'alba il Maresciallo Radetzky rientrava a Milano, passando per Porta Romana.
I soldati Austriaci si acquartierarono proprio fuori di Porta Tosa, attorno alla Senavra.

Il Verga fece riparare il portone e con la scusa che i matti avrebbero potuto fuggire, si barricò dentro.
Le provviste furono sufficienti per un paio di giorni, ma la guerra finì rapidamente, con una sonora sconfitta. I contadini nascosti nei solai poterono uscire e fecero ritorno nelle loro campagne.
Tornati gli Austriaci, la vita alla Senavra riprese a scorrere come sempre.
Il Verga venne confermato alla guida del manicomio e negli anni successivi tentò anche di ottenere dei fondi per l'abbellimento degli edifici e del verde circostante.

Da una sua lettera all'amministrazione comunale si scopre che la Senavra a metà Ottocento è totalmente circondata su due lati da alti fusti e cespugli vari, che quasi la nascondo a chi proviene da Milano. Il Verga chiederà più volte di tagliare e ripulire quelle piante che portavano ancor più umido e rendevano tetro e buio il manicomio.
Sul lato orientale invece la Senavra aveva un vasto appezzamento agricolo, in origine un vigneto dei Gesuiti, poi coltivato a verdure, usando gli internati, appositamente incatenati, come contadini.
Nei pressi, sfruttando le acque del Naviglietto, si era installato anche uno dei tantissimi lavandai di Milano.
Sul fianco ovest, verso Milano, era stata creata una strada, diretta a sud, che arrivava al borgo agricolo di Calvairate e alla Cascina Mancatutto.
Sempre dalle lettere del Verga, queste precedenti al 1848, sappiamo che più volte scoppiarono incendi dalle cucine.
Gli 8 fuochi erano quasi sempre accessi e la legna utilizzata, accatastata nelle umide corti, era fradicia d'acqua, creando così, una volta bruciata, un intenso fumo scuro.
Questo fumo e la fuliggine intasarono più volte le 8 canne fumarie, portando a degli incendi che alcune volte interessarono anche i comignoli e di conseguenza l'orditura primaria e secondaria del tetto.
I malati venivano evacuati in fretta e furia, incatenati perchè non fuggissero e il personale ospedaliero spegneva l'incendio a secchiate d'acqua pescata nel Naviglietto.
Il Verga iniziò a scrivere decine di lettere per richiedere una "macchina d'incendi", cioè una pompa a mano per pesare l'acqua dal Naviglietto o dalla roggia sul retro e poi spruzzarla in alto.
Ci vollero anni, ma infine, nel 1846, la  "macchina d'incendi" venne fornita alla Senavra; purtroppo, solo due anni dopo, un fortissimo incendio nei fienili della Cascina Mancatutto fece sì che i fattori accorressero alla Senavra per prendere la pompa anti incendio e non sapendola usare, la distrussero.
Il Verga continuò intanto nella sua intensa opera di recupero e cura dei suoi malati.
Divise i pazzi in vari gruppi, in base alla loro pericolosità.
Degli oltre 600 internati, circa 100 vennero assegnati dei lavori, realizzare abiti, scarpe, sedie, tessere, coltivare il vicino orto; i migliori venivano portati in cucina, al fienile e in economato.
Una buona metà, poteva poi fare dei giri quasi quotidiani nel contado. Spesso legati o incatenati.
Il verga riuscì anche ad ottenere più personale, visto l'aumento continuo di ricoverati. L'Ospedale Maggiore si fece carico di affittare due intere cascine per ospitare il nuovo personale, la vicina Cascina Castiona, a duecento metri a nord, oltre il Naviglietto, e la più lontana Cascina Gambotta che si trovava all'Acquabella, lungo quella che oggi è la via Sottocorno.
La Senvra intanto continuava a "vivere" grazie a ricche donazioni che filantropi lombardi lasciavano all'Ospedale Maggiore.
Nel 1855 l'Ospedale Maggiore annunciò, con troppa fretta, la prossima realizzazione di una nuova sede per i pazzi di tutto il milanese. La burocrazia austriaca e la carenza di fondi bloccarono tutto e solo dopo l'Unità d'Italia l'Ospedale Maggiore petè comprare la grossa villa Crivelli a Mombello, nel comune di Limbiate, dove nel 1863 furono spostati i malati più tranquilli e meno problematici.
Il sogno di costruire un nuovo grande ospedale, appositamente progettato, svanì definitivamente quando si decise di aggiungere alcuni edifici a Villa Clerici a Mombello.
Nel luglio 1872 questi nuovi padiglioni erano conclusi e vennero trasferiti tutti i malati della Senavra.
A settembre una delibera ufficializzò la chiusura della Senavra e la trasformazione del Mombello, come venne da subito chiamato, nell'Ospedale psichiatrico generale della provincia di Milano.
L'Ospedale Maggiore cercò di tenersi la Senavra, visto che la città iniziava a svilupparsi fuori dai Bastioni anche verso est, ma la Provincia, che era la vera proprietaria degli edifici mise tutto in vendita.
L'acquirente fu la Congregazione della Carità che vi aprì un ricovero per poveri anziani, il Pio Ricovero di Mendicità.
La Senavra così divenne un ospizio per medincanti. Il problema dei senza casa che giravano ubriachi a chiedere l'elemosina era già sentito allora e la soluzione fu trovata nel "deportare" tutti costoro alla Senavra.
L'ospizio non era però una galera e quindi, i mendicanti "deportati", ottenevano un bagno, un pasto e un letto per una notte, poi potevano andarsene.
Divenne pratica comune tra tutti i mendicanti di Milano di farsi "catturare" in tardo pomeriggio, farsi portare alla Senavra, cenare, dormire comodamente al caldo, fare colazione e tornare a mendicare il mattino dopo.
La voce si sparse rapidamente e Milano venne invasa da mendicanti provenienti anche da lontane città. Questa incredibile situazioni durò quasi 50 anni
Nel settembre 1882, dopo la disastrosa inondazione del Polesine del giorno 17, il Pio Ricovero di Mendicità venne temporaneamente chiuso e ripulito; circa 300 abitanti del Polesine furono lì ospitati a spese del Comune di Milano.
Nel marzo del 1911 intanto il Comune deliberò la chisura del Naviglietto anche nel tratto davanti alla Senavra. Il canale, noto anche come Cavo Borgognone, era già stato interrato nella sua prima parte appena fuori Porta Tosa negli anni precedenti.
Intorno al 1925 il Comune iniziò a discutere di una demolizione delle ali "nuove" della Senavra, preservando solo la chiesetta e quanto restava della villa del Gonzaga, ma non si fece praticamente nulla, in compenso i medicanti vennero definitivamente cacciati e il Pio Ricovero fu trasformato in alloggi per famiglie sfrattate. Nel 1929 vi abitavano 273 famiglie per un totale di 1220 persone.
Un affollamente inimmaginabile!
A metà degli anni '30, il Comune di Milano e la Provincia chiusero il Pio Ricovero di Mendicità e dopo una pesante e costosa ristrutturazione lo riaprirono come Ospedale Opera Maternità ed Infanzia, per ospitare e curare mamme e bambini piccoli.
In questa occasione furono demoliti gli edifici più recenti e fatiscenti e preservate le parti più antiche.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale portò alla chiusura del nuovo ospedale e, quando nel 1945 i nazi-fascisti vennero sconfitti, la Senavra, semidistrutta, venne occupata da decine e decine di famiglie di disperati che avevano perso la casa sotto i bombardamenti.
La situazione igienica divenne rapidamente infernale, ma ci vollero comunque diversi anni prima che il Comune avesse i mezzi per ricollocarli in nuove case popolari.
Una volta liberata la Senavra ebbe una nuova destinazione, diventando una delle sedi dell'E.C.A. l'Ente Comunale di Assistenza, che sino agli anni '60 fu profondamente attiva nell'aiutare i milanesi più poveri e provati dalla guerra.
Nel 1955, la parte della Senavra sopravvissuta, ormai vincolata e dichiarata Monumento Nazionale, ospitava ancora dei senza casa e contemporaneamente, sul lato  nord, affacciato su quello che era
intanto diventato Corso XXII Marzo, dove un tempo correva il Naviglietto, venne costruita una nuova chiesa, la Chiesa del preziosissimo Sangue di Gesù, che doveva dare sollievo all'affollatissima parrocchia di Santa Maria del Suffragio.
Il terreno antistante la Senavra era stato acquistato già nel 1933 dal parroco di Santa Maria del Suffragio, proprio per costruirvi una nuova chiesa.
La carenza di fondi e la guerra aveva portato ad un ritardo di 20 anni nei piani di don Angelo Portaluppi.
Tra il '55 e il '61 la Senavra  ospitava ancora 92 famiglie di senza casa, ormai molti immigrati dal sud Italia, per un totale di 370 persone. Il consueto sovraffollamento, nonostante i costanti aiuti dell'E.C.A. portò a diversi casi di cronaca nera.
L'apice fu raggiunto nel gennaio del 1961, quando una famiglia originaria di Avellino fu coinvolta in un cruento caso di "delitto d'onore".
Al rientro del padre alla Senavra, questi trovò la figlia, sposata, in atteggiamenti intimi con un altro uomo, ospite della struttura, un senza casa di Napoli. Il padre accoltellò la figlia e l'amante al petto, ferendo gravemente solo il secondo.
I senza casa della Senavra furono trasferiti in una struttura dell'E.C.A. in via Oglio, al Corvetto,
nell'ottobre 1961.
Il 21 ottobre 1966 finiscono i lavori per la costruzione della nuova chiesa, che incorpora parte delle strutture della Senavra. Il Cardonale Montini, poi Papa Paolo IV, celebrò la messa inaugurale.
Un paio di anni dopo alcuni locali vennero adibiti dal Comune a Centro Culturale la Senavra, con ingresso da via Cipro al 10, portando ad un ulteriore restauro delle parti più antiche del complesso.

Per secoli la Senavra è stata sinonimo di pazzia, a Milano, tanto che in dialetto era normale dire "L’è vùn de la Senavra" per indicare chi si comportava in modo strano; con l'apertura del Mombello si iniziò ad usare il nuovo ospedale come riferimento. Oggi entrambi i modi di dire sono quasi totalmente andati perduti.
Resta invece la folkloristica storia del fantasma della Senavra, uno spirito di un anziano mendicante, morto al manicomio di Corso XXII Marzo che, per oscuri motivi, si aggirerebbe dalle parti di Piazzale Maggi, dove un tempo si trovavano le Cascine Torrette e la Cascina Moncucco.
Nelle notti nebbiose il fantasma si avvicina ai passanti (quanti passanti ci sono in Piazza Maggi di notte?!) e li spaventerebbe col suono degli zoccoli caprini che si ritrova al posto dei piedi. L'unico modo per cacciarlo è lanciargli qualche monetina. Forse un ricordo di quando i mendicanti erano rinchiusi alla Senavra!
Anche il fantasma di Carlina, una donna adultera che nel Medioevo si suicidò lanciandosi dal Duomo, girerebbe dalle parti di Piazzale Maggi.
Non è ben chiaro per quale motivo due fantasmi debbano girare per un enorme svincolo autostradale dove è già raro trovare degli umani in carne e ossa...











Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...