domenica 26 aprile 2020

La Chiesa e il Convento di Santa Marta e la mistica Arcangela Panigarola

Nell'odierna Piazza Mentana, tra il Cordusio e le Cinque Vie e via Torino, si trovavano il convento e la chiesa di Santa Marta, che diedero poi il nome alla strada principale della zona.
Il convento venne fondato da Simona da Casale nel 1345, diventata da poco vedova.
La sede era nel grande e ricco palazzo della donna, che nel giro di pochi mesi riunì un alto numero di donne che volevano condividere con lei una vita di preghiera e ritiro, ma fuori dalle strutture ufficiali della Chiesa.

La comunità prese il nome di Santa Marta ed ebbe una crescita a dir poco tumultuosa, tanto che la Curia Ambrosiana dovette prendere dei provvedimenti per aiutarla a garantirsi un futuro.
La scelta fu obbligata, entrare nei ranghi delle Chiesa; i vertici della comunità, guidata allora da Margherita Lambertenghi fecero loro la Regola Agostiniana nel 1405.
La comunità di Santa Marta annoverò tra le sue fila diverse donne che aveva visioni, delle mistiche, come Colomba de Suardi, Liberata da Giussano, Benedetta da Vimercate, Taddea da Ferrara, Veronica Negroni da Binasco, ma la più celebre fu Arcangela Panigarola.
Proprio per questo motivo, all'interno della comunità era nata una costola detta Confraternita dell'Eterna Sapienza.
Ludovico il Moro, con la consorte Beatrice d’Este era solito recarsi a Santa Marta per trascorre ore di preghiera e riflessione.


Nel 1428 era stata intanto creata la chiesa di Santa Marta, sempre in Piazza Mentana.
La modesta prima chiesa venne ricostruita nel 1522, con una struttura simile a San Maurizio in Corso Magenta, cioè con una doppi aula, una per i fedeli, l'altra per le consorelle della comunità di Santa Marta. La navata era unica con una larga volta a botte.


Nata a Milano nel 1468 come Margherita Panigarola,  era la figlia del cancelliere del Duca Gian Galeazzo Visconti, Gottardo Panigarola. Entrò nel monastero di Santa Marta il 27 luglio 1483, a 15 anni, obbligata dai genitori, e prese il nome di Arcangela, diventando rapidamente una figura di spicco nella comunità.
Fu maestra delle novizie, poi vicaria e infine priora della comunità a partire dal 1500.
Fu proprio grazie a lei, alla Panigarola,  che il convento divenne un punto di riferimento spirituale per tutta Europa e che nacque un fortissimo legame tra la Francia e il convento di Santa Marta
La Panigarola iniziò ad avere apparizioni mistiche apocalittiche sin dai primi anni di reclusione nel convento, che furono poi raccolti da Giovanni Antonio Bellotti in un volume chiamato Le Rivelazioni di Arcangela Panigarola.


Il Bellotti era l'abate dell'Ordine di Sant'Antonio di Grenoble; in Francia ebbe strette relazioni con Giovanna di Valois e con suo fratello, il re di Francia Carlo VIII.
Quasi certamente fu il Bellotti a parlare ai reali francesi della Panigarola e delle sue visioni e della Confraternita dell'Eterna Sapienza.

Tra i membri della Confraternita vi era il milanese Isidoro Isolani, domenicano di Santa Maria alle Grazie, notissimo teologo che scrisse autorevoli libri contro Lutero e i protestanti e divenne un alfiere del cattolicesimo in tutta il sud Europa.
L'Isolani, intorno al 1517, proprio per combattere il protestantesimo si fece interprete delle visioni apocalittiche della Panigarola, sostenendo la venuta di un nuovo Papa francese, con caratteri messianici e "angelici".
Il ritratto di questo "Papa angelico" era costruito su misura per Denis Briçonnet, potentissimo vescovo di Saint Malo e, soprattutto, figlio di Guillame, Abate di Saint-Germain-des-Prés, Arcivescovo  di Narbona, Cardinale di Albano, Cardinale di Frascati, Cardinale di Palestrina.
Guillame Briçonnet aveva lungamente tramato per cercare di salire al soglio pontificio negli anni precedenti, tanto che nel 1511 era stato deposto da cardinale e poi scomunicato da Papa Giulio II. Con l'ascesa al soglio pontificio di papa Leone X, ricevette nel 1514 il perdono papale ed il reintegro nel titolo di cardinale.

Denis Briçonnet visse a lungo in Italia, a Milano, dove incontrò e conobbe Arcangela Panigarola e gli altri confratelli dell'Eterna Sapienza.
La Panigarola e Briçonnet, poi diventato vescovo di Tolone, si scrissero per anni. La donna sollecitava il vescovo a diventare un alfiere della riforma della Chiesa, per lottare contro le accuse di Lutero.
Denis Briçonnet, assieme al fratello Guillame, con lo stesso nome del padre e anche lui vescovo, diventarono ambasciatori del Re di Francia per negoziare col Papa un nuovo Concordato.
Il loro lavoro fu esemplare, tanto da cancellare la Prammatica Sanzione e a firmare un nuovo Concordato tra Francia e Chiesa nel 1516.
I due fratelli servivano il Re di Francia ma non dimenticavano mai i consigli della monaca di Milano.

Anche Guillame fu infatti rapito dalle visioni della mistica, che voleva a tutti i costi trovare un nuovo Papa francese che riformasse Roma e la portasse a rivaleggiare con i Protestanti di Lutero.
Il 30 dicembre 1514 Leone X autorizzò Giovanni Antonio Bellotti alla pubblicazione delle Rivelazioni della priora Arcangela Panigarola, che ebbero grande diffusione a Milano, Roma e in Francia.
Tra i francesi che avevano contatti epistolari e ogni tanto scendevano a Milano, a Santa Marta, per incontrare la mistica Panigarola, vi erano i cugini Gaston de Foix e Odet de Grailly de Foix-Lautrec.

Gaston de Foix, duca di Nemours, conte di Étampes e visconte di Narbona e soprattutto nipote prediletto del Re di Francia, era un condottiero del Re di Francia Luigi XII e per lui portò la guerra nel Nord Italia, conquistandolo a spese degli spagnoli e nel giugno 1511, a soli 21 anni, fu nominato Governatore del Ducato di Milano e Comandante dell'Armata Reale in Italia.
Durante l'ultima, e decisiva battaglia di Ravenna, Gaston de Foix guidò i francesi ad un ennesima, travolgente vittoria, distruggendo l'intera armata spagnola, ma, a combattimento quasi terminato, fu colpito e ucciso.
La sua morte determinò un cambio radicale della guerra, che vide alla fine, dopo alcuni anni, i francesi ritirarsi dal nord Italia e gli spagnoli assicurarsi oltre due secoli di dominio in una delle regioni più ricche e prospere del Mondo.

Su suggerimento dell'Odet, il cugino del de Foix, per la sepoltura del condottiero fu chiesto un posto nella chiesa di Santa Marta. L'Odet chiese l'intercessione del Bellotti che ottenne da Papa Leone X di aprire la chiesa alle spoglie del de Foix.
Il re di Francia Francesco I commissionò per il condottiero il grandioso Monumento funebre allo scultore lombardo Agostino Busti detto il Bambaia, realizzato tra il 1515 e il 1523, che fu poi posto nella Chiesa di Santa Marta.
Negli stessi anni furono commissionati ai migliori pittori dell'epoca degli importanti affreschi, tele e pale per la chiesa.

Bernardino Zenale affresò le lunette di San Lazzaro, Santa Marta, Santa Maria Maddalena e Santa Marcella, mentre il Luini affrescò una stupenda Annunciazione; tutte opere che si sono salvate e sono oggi divise tra Brera e la Chiesa di Santa Maria di Piazza a Busto Arsizio.
Marco d'Oggiono dipinse invece la pala dell'altare, anch'essa a Brera.
A questi splendidi lavori si aggiunse quasi un secolo dopo una serie di opere di Bernardino Lanino, oggi conservati al Museo della scienza e della tecnica di Milano

Nel 1524, al tramonto della dominazione francese in Lombardia, una serie di battaglie tra spagnoli e francesi vide arrivare la peste nel Nord Italia, portata dai mercenari Lanzichenecchi svizzeri.


La peste entrò a Milano ai primi di luglio e il giorno 8 furono colpite le prime monache.
Tra la fine del 1924 e i primi giorni di gennaio morirono 27 monache di Santa Marta e il 17 gennaio 1525 morì la monaca visionaria, Arcangela Panigarola.
Morirono in totale circa 80.000 milanesi, due terzi degli abitanti.
Il convento e la chiesa di Santa Marta, così famose in tutta Europa per il loro strettissimo legame coi reali di Francia, furono assaltate e devastate dalle truppe spagnole.


Morta la Panigarola la Confraternita dell'Eterna Sapienza lentamente si spense; ciò nonostante l'importanza di Santa Marta a Milano rimase notevole, tanto che San Carlo Borromeo, e poi anche il cugino Federico, ne fecero la pietra di paragone per riformare tutti gli ordini monastici femminili del milanese.

Nel 1528 morì il Bellotti e l'incarico per un nuovo monumento funebre da dedicargli fu dato ancora al Bambaia, che iniziò i lavori prontamente. Anche il Bellotti doveva essere seppellito a Santa Marta.
Ma esattamente come col più celebre monumento, i lavori si interruppero e i marmi già realizzati andarono totalmente perduti.




Sotto la dominazione spagnola il convento continuò comunque ad attrarre donne devote, tanto che nel 1590 fecero preparare un progetto di allargamento degli spazi da Francesco Maria Richini.
Il progetto divenne esecutivo solo nel 1621 e in tre anni monastero e chiesa furono ristrutturati.

Nel 1798, con il ritorno dei francesi, questa volta rivoluzionari e guidati da Napoleone, la Chiesa di Santa Marta fu soppressa e una gran parte degli affreschi e delle opere vendute a privati o portate in Francia.

Si salvarono solo alcune opere del Luini, dell'Oggiono e del Lanino, portate a Brera.
La chiesa divenne parte dell'Istituto Tecnico Comunale e trasformata prima in laboratorio, poi in magazzino e infine demolita totalmente intorno al 1806.




L'opera più bella e rappresentativa presente a Santa Marta, lo splendido capolavoro del Bambaia, il Monumento funebre a Gaston de Foix, fu vittima del disprezzo degli spagnoli per i loro predecessori francesi.
Nel Seicento i marchesi Arconati comprarono varie parti del monumento, composta da numerose statute. Furono portati a Villa Arconati a Bollate. Fortunatamente il Comune di Milano riuscì a ricomprarli dagli eredi una trentina di anni fa.
La statua del condottiero sul letto di morte rimase nella chiesa sino alla sua demolizione, poi passò al Comune di Milano, che la mise al Castello Sforzesco, dove ancora si trova.
Assieme a questo si trovano le statue degli 11 Apostoli, due statute delle Allegorie di Virtù e 6 bassorilievi di grandi dimensioni-

Purtroppo non esiste una copia del progetto definitivo del Bambaia e probabilmente alcune parti del monumento andarono perse per sempre.




Altre sono finite in giro per mezza Europa.
Il Prado a Madrid ha un rilievo marmore con dei soldati, il Victoria and Albert Museum di Londra ha 3 statue femminili, raffiguranti Allegorie di Virtù e a Palazzo Madama ci sono dei pilastrini con armi e figure allegoriche. 
Altri di questi pilastrini sono conservati sia al Castello Sforzesco sia alla Pinacoteca Ambrosiana.
Anche il monastero venne soppresso nel 1799 e il prezioso ritratto di Gaston de Foix fu staccato e portato a Brera.
Stessa sorte seguirono una serie di importanti sculture che finirono però all'Abazia di Chiaravalle.
Le monache furono concentrate in una piccola ala e l'edificio dato alla Guardia Nazionale, che lo trasformò in una caserma.

Nel 1844 divenne sede del Museo di Storia Naturale, ma nell'estate 1861, furono definitivamente atterrati per aprire Piazza Mentana e costruire il Regio Istituto Tecnico di Santa Marta.

Inizialmente la piazza fu dedicata proprio alla santa, ma nel 1865 venne dedicata al luogo della battaglia di Mentana.
Nel 1880 venne posto in piazza il monumento ai Caduti di Mentana, opera del Belli.
Alla cerimonia di inaugurazione, il 3 novembre 1880, partecipò un anziano Giuseppe Garibaldi.




Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1902














 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1902

















Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Primo allestimento, 1967.
 Figure di Apostoli del  Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.

 Figure di Apostoli del  Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.
Monumento funebre a Gaston d
  Figura di Apostolo del Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco.

 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Secondo allestimento, 1950.
 Monumento funebre a Gaston de Foix, Musei del Castello Sforzesco. Secondo allestimento, 1950.

Bernardino Luini, Madonna con il Bambino, santa Marta, san Giovanni Evangelista














Bernardino Luini, Redentore benedicente.

Bernardo Zenale, Santa Marta e San Lazaro

Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli.






















Monumento ai caduti di Mentana, di Luigi Belli, 1880; poco prima dell'inaugurazione.

sabato 25 aprile 2020

La "Porta del Barcho", presso il Castello Sforzesco


La "Porta del Barcho" venne costruita negli ultimi anni del Settecento, su volere dell'amministrazione della Repubblica Cisalpina, lo Stato creato da Napoleone e dai francesi nell'Italia del nord, con Milano capitale.

Era un enorme porta in stile dorico, in granito chiaro e doveva servire come porta monumentale di collegamento tra il Campo di Marte, cioè la Piazza d'Armi e il Castello.





La necessità di realizzare una nuova porta sul lato nord ovest del Castello, quello che guardava verso le Alpi, si presentò solo dopo che Napoleone diede ordine di distruggere la terza linea di fortificazioni del maniero, le mura a stella di epoca spagnola.

Nei primissimi anni dell'800, con i cambi radicali di strategie di guerra, i grandi castelli medievali e rinascimentali avevano del tutto perso la loro utilità e servivano al massimo come caserme.
Il Castello Sforzesco aveva ben 3 linee di mura difensive, che vennero giudicate oltre che inutili pure costose per la manutenzione.
Napoleone fece così radere al suolo quelle più esterne, enormi e che occupavano uno spazio colossale attorno al castello.
Per uscire dal Castello verso nord vi era in precedenza una sola piccola apertura, la Porta del Soccorso, che dava accesso diretto all'area dove si trovava il vastissimo parco di proprietà dei Duchi di Milano. 


Tramite un altro varco nella seconda linea difensiva, le mura delle Ghirlanda, un ponte levatoio sul fossato, si giungeva alle mura ancora esistenti e tramite un piccolo varco si poteva entrare finalmente nel castello.
Quando furono demolite le mura spagnole, sparì anche la Porta del Soccorso e si dovette giocoforza realizzare una nuova apertura.


Venne chiamata Porta del Barcho, prendendo il nome dal grande parco di proprietà dei Duchi di Milano e che nell'antichità era noto come "Zardino" o "Barcho Ducale".

Era la riserva di caccia dei Visconti sin dal 1392 e quando fu recintato da alte mura nel 1457, aveva un'estensione di 340 ettari, come il Central Park di New York.
Francesco Sforza lo fece addirittura ampliare e, da grande appassionato di caccia, fece portare dalle zone alpine migliaia di animali selvatici.
Carlo da Cremona fece aprire nelle mura 8 porte, tutte con una torre di guardia e delle campane per segnalare eventuali pericoli.

Le porte, da ovest ad est, si chiamavano: Porta Vercellina, Porta Torbora, Porta di San Sirio, Porta della Rocca, Porta Bullona, Portello o Porta degli Olmi, Porta di Sant’Ambrogio ad Nemus, Porta Tenaglia.





Oltre all'area boschiva per la caccia vi erano vastissimi terreni coltivate a frutta e verdura, casini di delizia, giardini con giochi d'acqua e enormi aree dove venivano organizzati balletti e feste.
Leonardo da Vinci venne a Milano, chiamato dagli Sforza, proprio per realizzare spettacolari macchine da divertimento, per sorprendere gli ospiti dei Duchi.
Con l'arrivo degli spagnoli nel Cinquecento il parco venne sostanzialmente abbandonato e le mura lentamente abbattute.
Nel 1681 il parco venne frazionato e venduto come terreno agricolo.


Fu così che venne aperta la nuova porta, nei primissimi anni del XIX secolo.
La porta era un vero "pugno nell'occhio", non avendo nulla a che fare, architettonicamente, col resto del castello, né per stile, né per materiali.
Aveva però il pregio di essere esattamente in asse col Corso Sempione, il gigantesco stradone alberato che conduceva a Parigi e che proprio Napoleone fece allargare e abbellire.
Bisogna tenere conto che quando fu costruita non esisteva ancora l'Arco della Pace, che fu proposto solo pochi anni dopo e terminato quando Napoleone era già caduto ed erano tornati gli Asburgo.


E furono proprio gli Asburgo a restaurare nel 1838 la Porta del Barcho, pare molto male, secondo i cronisti e la vulgata dell'epoca.
Dopo la rivolta delle Cinque Giornate del 1848 il Maresciallo Radetzky fece apportare notevoli modifiche alla seconda linea delle difese del Castello, la Ghirlanda. 



Oltre a costruire un'alta torre per comunicare tramite segnali di luce, con la torre del Fortino Austriaco di Porta Tosa, oggi Largo Marinai d'Italia, fece alzare la Ghirlanda di parecchi metri, trasformandola su tre lati in caserma, stalle, magazzini e uffici per i soldati croati della guarnigione asburgica.
La Porta del Barcho venne così "inglobata" nella nuova struttura della Ghirlanda.

Sempre il Radetzky aveva fatto trasformare una parte del grande Parco Ducale in una Piazza d'Armi per le manovre di esercitazione della sua fanteria e cavalleria.
Dopo l'Unità la Piazza d'Armi fu dotata di stalle sui tre lati e sostanzialmente recintata.

Dopo i lunghi discorsi circa la possibile demolizione del Castello e la lottizzazione e urbanizzazione di quel che restava del Parco Ducale e della Piazza d'Armi, avvenuti intorno al 1885-1890, che videro fortunosamente prevalere il "partito" di Luca Beltrami, fu deciso di spostare la Piazza d'Armi fuori città, dove nacque poi la Fiera di Milano e oggi c'è CityLife, e trasformare quella vecchia in una grande parco, sullo stile dei Giardini Pubblici.
I lavori iniziarono nel 1892 anche in vista delle grandi Esposizione Riunite che si sarebbero celebrate a Milano nel 1894.

Fu scelta proprio l'area del Castello, sia nei cortili che nei giardini circostanti, tra cui il nuovo Parco Sempione.
In quel 1892 furono così demolite le mura della Ghirlanda e con loro fu rasa al suolo la mai amata Porta del Barcho.

Beltrami negli anni successivi continuò coi restauri e fece ricostruire la Torre di Bona, i 4 torrioni, le merlature e la Torre del Filarete.

La bella Bianca Maria


Presso la chiesa del Monastero di San Maurizio Maggiore, in Corso Magenta, vi è la Cappella Besozzi, affrescata, nel 1530, da Bernardino
Luini.
Nella splendida cappella vi è raffigurata la decapitazione di Santa Caterina di Alessandria; sempre il Luini, nella stessa chiesa, dipinse Santa Lucia.
In entrambi gli affreschi la santa ha il volto di una delle più belle donne dell'epoca, la sfortunata Bianca Maria Scapardone.

Era nata a Casale Monferrato nel 1500 circa, da una ricchissima famiglia nobile e a 13 anni fu data in sposa a Ermes Visconti, molto più anziano di lei.
Il Visconti, 5 anni dopo il matrimonio, fu giustiziato per aver cospirato contro i francesi, nuovi signori del ducato.
La giovane Bianca Maria ereditò tutti i beni del marito e iniziò a "folleggiare", per i canoni di allora, nella mondana Milano.



Dopo molte avventure galanti che diedero scandalo in città, la giovane si sposò con il conte Renato di Challant e andò a vivere in Val d'Aosta, nel castello di Issogne.
Il salto dalla spensierata e divertente Milano con un castello tra le Alpi fu traumatico e Bianca Maria iniziò ad avere avere numerosi amanti, visto l'assenza del marito che, fedele alla Francia, era spesso a Parigi.

Alla fine la giovane abbandonò il tetto coniugale e,andò a Pavia, dove riprese la bella vita.

Poco tempo dopo tornò a Milano, dove iniziò, nel 1526, una relazione con due amanti, uno all'oscuro dell'altro: Ardizzino Valperga di Masino e Roberto Sanseverino conte di Cajazzo.

Quando i due scoprirono l'esistenza dell'altro, abbandonarono Bianca Maria e iniziarono entrambi a diffamarla in giro per la città. Bianca Maria, intanto, aveva un nuovo amante, un giovane capitano di
ventura che guidava un piccolo gruppo di mercenari, il siciliano Pietro di Cardona, conte di Calissano.
La giovane donna ebbe gioco facile a chiedere al Cardona di uccidere i suoi due ex amanti e di portarle il loro sangue come prova d'amore.
Cardona, assieme a 25 suoi uomini, tese un'imboscata nei pressi della casa dei Valperga.
Ardizzino uscì col fratello e alcuni uomini di scorta, che furono attaccati da Cardona e i suoi mercenari e uccisi tutti.
Il conte di Cajazzo, fuggì invece da Milano, salvandosi. Carlo III duca di Borbone, Governatore di Milano, fece arrestare immediatamente il Cardona, che tradì subito l'amante e denunciò Bianca
Maria.





Bianca Maria respinse le accuse; vennero allora arrestate le sue due cameriere e sottoposte a tremende torture, tanto che una delle due perì, non prima di aver svelato agli spagnoli che Bianca Maria era la vera mandante degli omicidi.
La donna fu portata nelle celle del Castello e interrogata dal Capitano di Giustizia, tentò di corromperlo senza esito.
 


La notte stessa venne portata presso il Rivellino di Santo Spirito e decapitata.
Il suo corpo, ricomposto con la testa, fu esposto per un giorno intero presso la scomparsa chiesa di San Francesco Grande. Enorme fu la folla di milanesi che andavano a vedere la bella Bianca Maria.

Il novelliere Matteo Bandello, che l'aveva conosciuta, scrisse di lei: 

“Chi bramasse di vedere il suo volto ritratto dal vivo, vada nella
chiesa del Monastero Maggiore, e là dentro la vedrà dipinta”.

Una leggenda vuole che il suo fantasma si mostri nella notte della sua decapitazione, davanti al Castello Sforzesco, mentre beve da un'anfora colma di sangue, subito dopo aver bevuto, con l'anfora ancora nelle mani, la testa si stacca dal collo e rotola per terra.

Giuseppe Giacosa scrisse un dramma, “la Signora di Challant”,
interpretato anche da Eleonora Duse.

lunedì 20 aprile 2020

Le terrecotte di Andrea Boni


Andrea Boni nacque il 4 marzo 1815 a Campione d'Intelvi, oggi Campione d'Italia, piccola exclave in territorio elvetico, lungo le sponde del Lago di Lugano.
Il padre Luigi possedeva un laboratorio di ceramiche, specializzato in vasellame e piatti per uso domestico.
Era emigrato a Vicenza a lavorare come ceramista e, tornato a Campione nel 1807 decise di aprire un piccolo laboratorio di ceramiche, assieme ad alcuni soci, Carlo Bollina, Carlo Mazza al fratello Giosuè. Nacque così la Ditta Bollina, Boni e Compagni.

Gli affari dovevano andare molto bene, se Luigi Boni potè permettersi di mandare quattro figli maschi a studiare a Milano. Erano Andrea, Giosuè, Giovanni Battista e Antonio.
Luigi cedette infine le sue quote al Bollina alla fine degli anni Trenta del XIX secolo.


I quattro fratelli si iscrissero tutti all'Accademia di Belle Arti di Brera; Andrea giunse a Milano nel 1837. In precedenza, oltre agli studi, aveva lavorato nel laboratorio paterno e anche in una cava di marmo, risultando quindi come "intagliatore di marmo" nei registri dell'Accademia.

Poco si sa sulle attività di Andrea Boni negli anni Quaranta dell'Ottocento, probabilmente terminò gli studi all'Accademia di Brera e poi trovò lavoro a Milano in qualche laboratorio di ceramiche e come scultore di marmo.
Ricompare nel 1850 quando fonda la Ditta Andrea Boni.
Il successo è immediato, tanto che dopo un anno Boni viene premiato con la medaglia d’argento dell’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti e nel 1853 vince addirittura la medaglia d'oro.

La Ditta Andrea Boni inizia sin da subito a produrre terrecotte decorative, una produzione tipicamente lombarda, ma totalmente dimenticata da tre secoli.
Il Boni dovette aver studiato approfonditamente la storia delle terrecotte lombarde durante gli anni a Brera e quando riuscì a mettersi in proprio creò una vera e propria industria di produzione di quelle splendide terrecotte creando, dal nulla, un mercato che ebbe enorme successo.


La fortuna delle terrecotte del Boni non fu dovuta solo alla pregevole fattura ma anche al contesto storico.
Il periodo d'oro delle terrecotte in Lombardia iniziò a metà del Duecento, inizialmente per una decorazione cromatica delle chiese, come l'abazia di Chiaravalle o San Gottardo in Corte e conobbe una diffusione enorme nel Quattrocento, quando divenne materiale decorativo di uso comune per le facciate delle case.
Ebbe brusco termine nel 1535 con l'arrivo della dominazione spagnola.
Il Ducato di Milano si ritrovò non più autonomo e capace di creare e mantenere i propri stili e gusti architettonici, ma inserito nel contesto del più grande Impero esistente allora, l'Impero di Carlo V.
Le mode, di ogni genere, arrivavano dalla Spagna e l'industria e i laboratori del Ducato di Milano ben si adeguarono a quelle mode forestiere, trovando nell'Impero un mercato comune di dimensioni sterminate per vendere le merci prodotte in Lombardia.


L'occupazione spagnole terminò nel 1714, ma arrivarono gli Asburgo d'Austria, che rimasero sino al 1797 quando giunse Napoleone, con la sua Rivoluzione, le leggi liberali, la meritocrazie, la fine delle clericalismo oppressore, della pomposità della corte, dei privilegi e soprusi dei nobili.
Dopo Waterloo e il Congresso di Vienna, gli austriaci tornarono a Milano, riportando l'orologio indietro di 18 anni.
Una vera e propria restaurazione, che molti milanesi trovarono insopportabile, soprattutto quelli che avevano assaporato il momento di, relativa, libertà portato dai francesi.
Nacquero così i primi movimenti del Risorgimento, per un'unità dell'Italia, sottratta al giogo straniero.

E nel 1850 ecco comparire sul mercato lombardo le terrecotte del Boni, che rapidamente divennero un simbolo della Lombardia indipendente, della Lombardia Viscontea e Sforzesca, quella del ricchissimo tiburio di Santa Maria delle Grazie, che sfidava gli imperatori e lottava per la sua indipendenza.
Le terrecotte diventarono lo stile architettonico dei patrioti del Risorgimento e le vendite letteralmente esplosero.


Il 21 giugno 1852 entrarono nel capitale sociale dei nuovi finanziatori e l'azienda mutò il nome in
Ditta Andrea Boni e Compagni.
L'azienda si trova in piena campagna, fuori da Porta Comasina, oggi Porta Garibaldi, presso la Cascina alle Tre Porte, ai numeri 654 e 655, corrispondente oggi a Corso Como numero 8.

Tra i nuovi e numerosi soci, vi erano alcune delle famiglie più ricche di Milano: il barone Ippolito Gaetano Ciani, l'ingegnere architetto Luigi Tatti, l'architetto Alessandro Sidoli, Vincenzo Palazzi di Venezia, Enrico Dalmajda, il dottore Bernardino Leoni di Lugano, Francesco Turati, l'ingegnere architetto Giuseppe Pestagalli, l'ingegnere architetto Antonio Caneva, il conte Renato Borromeo, l'ingegnere Alessandro Negroni Prati, l'ingegnere architetto Giacomo Bussi.

Tra questi nomi quello determinante per un ulteriore aumento del successo di Boni fu il Barone Ippolito Gaetano Ciani, all'epoca con già più di 70 anni, possessore di un patrimonio enorme e con un passato burrascoso e a tratti incredibile.
Gaetano Ciani nacque nel 1780, crebbe nella rigida disciplina asburgica e a 17 anni respirò la libertà portata da Napoleone, passando poi un ventennio a godersi le ricchezze di famiglia, festeggiando tutti i giorni.

Quando tornarono gli austriaci e imposero la Restaurazione, il Ciani insorse. A suo modo.
Ormai con ben più di trent'anni, divenne il capo della Compagnia della Teppa, da cui poi nacque il vocabolo milanese "teppista".
Il Ciani era noto come il Baron Bontemp e guidava questo variegato manipolo di giovani e non più troppo giovani che giravano la città con larghi cappelli di feltro verde e dei nodosi bastoni, con cui si divertivano a colpire e ferire i vecchi nobili e borghesi milanesi di dichiarata fede austriaca, molestare le loro donne e a giocare scherzi terribili e spesso molto violenti.
Il fatto che il Ciani fosse di una nobile casata e che anche altri membri della banda avessero rapporti con l'amministrazione austriaca, fece sì che essi continuassero indisturbati per anni.
Il culmine giunse nel 1821, quando venne violentata una giovane donna della famiglia Traversi, legati ai governatori austriaci.
Nel giro di pochi giorni tutti i membri della Compagnia della Teppa furono arrestati.
Solo ai figli di casate importanti fu concesso di espatriare e auto esiliarsi.
Gli altri vennero portati nei carceri di Szegedin e Komorn; molti furono costretti ad arruolarsi nell'esercito asburgico.



La Compagnia della Teppa cessò così di esistere.
Esistono negli archivi storici del Comune una serie di lettere che l'anziano Carlo Ciani, sfortunato padre di Gaetano, spedì ai governatori di Milano, implorando pietà per i guai combinati dal figlio teppista e poi per non fargli scontare la pena inquadrandolo nell'esercito.
Le implorazione di Carlo Ciani funzionarono, dato che Gaetano Ciani non ebbe ripercussioni.

Nei decenni successivi al 1821 Gaetano Ciani "mise la testa a posto", sempre a suo modo. Divenne infatti un fervente patriota italiano, seguendo le orme dei due fratelli maggiori, Giacomo e Filippo.
Il Ciani venne arrestato più volte per cospirazione contro l'Austria, una volta assieme al Confalonieri, ma venne sempre prosciolto per insufficienza di prove.
Arrivato a quasi 60 anni di età il Ciani iniziò una nuova carriera, dandosi alla speculazione edilizia.
Aveva ereditato dal padre la proprietà di tre, brutti palazzi su Corso Venezia.
Gli edifici erano contigui. Al posto di farli demolire e ricostruire, col suo tipico genio malefico, il Ciani incaricò il suo architetto di fiducia, Gaetano Casati, di creare delle nuove facciate su tutti i lati, che coprissero le misere facciate esistenti dei tre palazzi.
Nacque così Casa Ciani, i cui numerosi modesti appartamenti il barone mise in affitto con una rendita colossale, dato che tutti i milanesi volevano vivere nel strada più alla moda della città: Corso Venezia.
Ma dato che da un tipo come il Ciani ci si poteva aspettare di tutto, ecco apparire qualche anno dopo l'Andrea Boni con la sua azienda di terrecotte.

Odiando gli austriaci come non mai, il Ciani decise di far ricoprire un'intera facciata della sua casa di terrecotte, con un chiaro simbolismo risorgimentale.
Non solo, divenne socio del Boni entrando nel capitale dell'azienda.
Il Boni ricoprì inizialmente il lato corto di Casa Ciani, all'angolo con Via Boschetti e la casa divenne rapidamente un vero "pugno nell'occhio" per ogni austriaco di passaggio a Milano.
A Vienna dominava un pesante neoclassicimo da Anciem Regime e la Casa Ciani, con la sua facciata rosso fuoco, con quelle terrecotte quattrocentesche e che sapevano così tanto di Risorgimento e indipendenza... erano insopportabili.
I milanesi iniziarono così a chiamare Casa Ciani come la Cà Rossa.
Nel 1853 il Boni, forse su suggerimento del Ciani, iniziò a stampare un catalogo ufficiale con le terrecotte presenti sulla Cà Rossa, che venivano poi spedite per posta in tutta la penisola italiana.
Sempre nello stesso anno, a New York si apre l'Esposizione delle industrie di tutte le nazioni, un progenitore dell'Esposizione Universale. La Ditta Boni vi partecipò e fu premiata per le sue meravigliose terrecotte.

Nel 1860, all'apice del successo, la fabbrica del Boni ha ormai raggiunto dimensioni considerevoli.
Produce due tipi di terrecotte, l'una di alta resistenza, di colore tendente al grigio e molto costosa, l'altra di colore tipicamente rosso, economica ma abbastanza fragile.

Le "paste" di terre venivano lasciate macerare e rimescolate in enormi vasche, dove era incessante anche la sperimentazione per trovare nuove miscele.

C'erano poi le grandi sale dove avveniva lo stampo e altre dedicate alla fondamentale asciugatura del prodotto e infine le fornaci a legna e a torba.
Il processo, non dissimile da quello usato millenni prima in Mesopotamia, Egitto o Grecia, era lungo, minuzioso e costoso.
Il prodotto del Boni era considerato tra i migliori al mondo.
La produzione non si limitò alle piastrelle decorative ma vide la vendita di statue, stufe, camini, vasi, comignoli, fregi e decorazione di ogni genere per le facciate e per gli interni delle case, oltre che a ninnoli, statuette e arte religiosa.
Non disdegnava nemmeno la produzione di materiale edile, quali mattoni, forati, tubature e gronde.

Giunta infine l'Unità d'Italia, il Ciani, ormai ultra ottantenne, diede il tocco finale alla sua casa,
facendo decorare dal fido Boni anche gli altri lati del palazzo.

Di nuova ideazione è lo spazio centrale, zona ‘parlante’ della facciata, in cui si concentrano rilievi, busti e scritte inneggianti agli eroi e ai successi del Risorgimento nazionale.
Nello spazio del cornicione, in forma di epigrafe, compare la scritta: “L’Italia e Francia 1859 / L’indipendenza delle nazioni risorge”.

La Cà Rossa divenne un vero monumento alla terrecotte lombarde.
Nei 4 timpani laterali furono riportare le scritte: “Palestro 31 maggio 1859”, “Magenta 4 giugno 1859”, “Solferino S. Martino 24 giugno 1859”, “Palermo 27 maggio 1860”, “Ancona 28 settembre 1860” e “Gaeta 13 febbraio 1861”.
Sul portale vennero poste delle terracotte con delle scene legate ad eventi del Risorgimento, con tanto di didascalie: “Vittorio Emanuele II a St. Martino nel 1859”, “L’ingresso di Garibaldi in Napoli nel
1860”, “Roma rappresentata nell’Anno 1861”, “Venezia rappresentata nell’Anno 1861” (entrambe malinconiche, in quanto ancora escluse dal processo unitario), “Proclama agli Italiani di Napoleone III a Magenta” e infine “Cavour al Parlamento”.

Sopra il portale venne posto un grosso busto di Garibaldi, tanto per chiarire le cose; ma ogni angolo delle facciate venne ricoperto di terracotte in rilievo raffiguranti soldati, fortezze, cannoni, lance, fucili, corazze, stemmi, trombe e tamburi.
Il grande scrittore e giornalista del Corriere di inizio del '900, Otto Cima, ricordava circa Casa Ciani come il bassorilievo in terracotta raffigurante Napoleone III venisse regolarmente decapitato.
Per decenni le terracotte non furono mai oggetto di vandalismo, nemmeno occasionale.
Tranne appunto la testa di Napoleone III, che il Cima ricorda decapita più e più volte, sino a quando la Ditta Boni si decise di realizzare il bronzo, unica parte in quel materiale di tutto l'edificio!



Il 6 febbraio 1862 il Boni scioglie la ditta e ne rileva l'intero capitale diventandone l'unico proprietario. Gli altri soci, tra cui il socio di maggioranza dopo il Boni, il Barone Ciani, ricevono indietro solo il 25% del capitale versato e il restante 75% viene fornito sotto forma di terrecotte.

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del XIX secolo furono innumerevoli le famiglie nobili o di industriali lombardi che vollero decorare i loro palazzi in città o le loro ville di campagna con le splendide terrecotte del Boni.


Su tutti la casa di Alessandro Manzoni in Piazza Belgiojoso a Milano; il Manzoni rimase rapito dall'effetto scenico della Cà Rossa del Ciani e nel 1864 incaricò il Boni di preparare un progetto per la decorazione delle facciate del suo palazzo.
Sempre il Barone Ciani fece decorare dal Boni la sua colossale villa di Cernobbio, sul Lago di Como; pochi anni dopo decorò, splendidamente gli interni della Galleria Vittorio Emanuele II°, come anche la purtroppo scomparsa Casa Brambilla in Piazza della Scala, che divenne poi nota come Casa Rossa; sempre del Boni sono le decorazioni e le statue del Teatro Fossati di Corso Garibaldi.
Numerosissime, come detto le ville nobiliari in tutta la Brianza.






C'è da aggiungere che sino a quando esistette la Ditta Boni e Compagni, i soci furono abili anche nella strategia di marketing e diffusione del prodotto.
Il Ciani, secondo socio dell'impresa, fece decorare la sua casa di Milano e la villa di Cernobbio.
I fratelli Brambilla il loro palazzo di Piazza della Scala, come anche il tempietto bramantesco ordinato dal socio Francesco Turati su progetto di un altro socio, l'architetto Sidoli e infine i soci Borromeo fecero decorare la facciata della cappella sepolcrale di Vitaliano Borromeo all’Isola Madre sul lago Maggiore.

In questo modo furono i soci stessi della Ditta Boni a creare e diffondere una moda in tutta la Lombardia.

Nel 1870 il Boni, i cui affari andavano ancora bene, decise di ampliare l'azienda, rilevando la celebre Cassina de' Pomm, lungo il Naviglio Martesana, edificio esistente ancor oggi.
Contemporaneamente affittò uno spazio nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, dove installò un negozio dove erano esposte tutte le produzioni e le terrecotte dell'azienda.
Sempre nella nuova Galleria Boni prese in affitto un grande appartamento, dove si trasferì con la moglie e con l'appena nato figlio Icilio.
Negli stessi anni Boni possedeva magazzini a Vicenza, Venezia e Torino, dove esistevano delle succursali di vendita.

Il catalogo di vendita delle terrecotte Boni iniziò ad essere stampato anche in lingue straniere e diffuso in tutta Europa, con litografie a colori!
Il successo fu ancora una volta clamoroso seppure di breve durata.
Già agli inizi degli anni 70 dell'Ottocento iniziò infatti a diminuire la moda delle terrecotte, soprattutto in Lombardia.
Commesse arrivavano ancora dal resto d'Italia e d'Europa, fino ad Alessandria d'Egitto.


Numerosi furono gli ordini dall'Inghilterra, anche da parte della Regina Vittoria e dall'Austria.


Questo declino non fu visto però da Andrea Boni, che morì a Milano il 15 settembre 1874, a soli 59.
Gli sopravvissero la moglie Emilia, sposata nel 1846 e i due figli, entrambi avuti in tarda età, Icilio Luigi, del 1869 ed Ersilia, del 1872. Fu sepolto al Cimitero Monumentale.

A partire dal 1880 la moda delle terrecotte si esaurì quasi completamente, soprattutto per quanto riguardava la decorazione delle facciate delle casae.
Rimasero attive alcune aziende ispirate dal successo del Boni, tra queste la Carlo Candiani e C. che ebbe l'ultima grande commessa per un palazzo di Milano: il Museo di Storia Naturale dei Giardini Pubblici, terminato nel 1892 e completamente ricoperto di splendide terrecotte.
Altre aziende che avevano prodotto terrecotte era la Dall'Ara e la Righetti, oltre che all'antichissima Fornace Curti, quattrocentesca, che iniziò a produrre terracotta decorativa nel corso dell'Ottocento.


Il figlio Icilio Boni studiò medicina e chirurgia a Pavia, divenne professore universitario di Patologia Speciale nel 1910; nel 1924 si trasferì alla neonata facoltà di Medicina dell'Università Statale di Milano, divenne primario dell'Ospedale Maggiore e poi fondatore e presidente della Società d'Igiene Sociale.
Nel 1938 donò alcuni disegni e progetti di Andrea Boni e una lettera autografa del Manzoni, spedita sempre a sui padre, al Centro Studi Manzoniani.
Per decenni aveva tenuto la preziosa lettera sotto una teca di vetro nel suo studio, annesso all'abitazione, in Via Stella 12, oggi Via Corridoni angolo Donizetti, dietro Corso di Porta Vittoria.

Quasi esattamente un secolo fa, nel gennaio 1919, presiedette una conferenza a Milano sulla temibile epidemia di Influenza Spagnola.






Dettaglio della cornice e dei decori in terracotta delle finestre di Palazzo Brambilla, o Casa Rossa, in Piazza della Scala, demolita dal Beltrami tra il 1918 e il 1920 per costruire il Palazzo della Direzione della COMIT, oggi detto Palazzo Beltrami.

Tempietto bramantesco progettato dall'architetto Sidoli e decorato da Andrea Boni; Villa Turati ad Orsenigo, Como.



















Teatro Fossati di Corso Garibaldi, statue in terracotta di Giuseppe Garibaldi e Anita.













Bozzetti per dei fregi in terracotta raffiguranti alcuni personaggi dei Promessi Sposi del Manzoni.
Forse poi utilizzati da un'altra ditta per i fregi che decorano il cortile di Palazzo Luraschi in Corso Buenos Aires.

Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...