lunedì 20 aprile 2020

Le terrecotte di Andrea Boni


Andrea Boni nacque il 4 marzo 1815 a Campione d'Intelvi, oggi Campione d'Italia, piccola exclave in territorio elvetico, lungo le sponde del Lago di Lugano.
Il padre Luigi possedeva un laboratorio di ceramiche, specializzato in vasellame e piatti per uso domestico.
Era emigrato a Vicenza a lavorare come ceramista e, tornato a Campione nel 1807 decise di aprire un piccolo laboratorio di ceramiche, assieme ad alcuni soci, Carlo Bollina, Carlo Mazza al fratello Giosuè. Nacque così la Ditta Bollina, Boni e Compagni.

Gli affari dovevano andare molto bene, se Luigi Boni potè permettersi di mandare quattro figli maschi a studiare a Milano. Erano Andrea, Giosuè, Giovanni Battista e Antonio.
Luigi cedette infine le sue quote al Bollina alla fine degli anni Trenta del XIX secolo.


I quattro fratelli si iscrissero tutti all'Accademia di Belle Arti di Brera; Andrea giunse a Milano nel 1837. In precedenza, oltre agli studi, aveva lavorato nel laboratorio paterno e anche in una cava di marmo, risultando quindi come "intagliatore di marmo" nei registri dell'Accademia.

Poco si sa sulle attività di Andrea Boni negli anni Quaranta dell'Ottocento, probabilmente terminò gli studi all'Accademia di Brera e poi trovò lavoro a Milano in qualche laboratorio di ceramiche e come scultore di marmo.
Ricompare nel 1850 quando fonda la Ditta Andrea Boni.
Il successo è immediato, tanto che dopo un anno Boni viene premiato con la medaglia d’argento dell’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti e nel 1853 vince addirittura la medaglia d'oro.

La Ditta Andrea Boni inizia sin da subito a produrre terrecotte decorative, una produzione tipicamente lombarda, ma totalmente dimenticata da tre secoli.
Il Boni dovette aver studiato approfonditamente la storia delle terrecotte lombarde durante gli anni a Brera e quando riuscì a mettersi in proprio creò una vera e propria industria di produzione di quelle splendide terrecotte creando, dal nulla, un mercato che ebbe enorme successo.


La fortuna delle terrecotte del Boni non fu dovuta solo alla pregevole fattura ma anche al contesto storico.
Il periodo d'oro delle terrecotte in Lombardia iniziò a metà del Duecento, inizialmente per una decorazione cromatica delle chiese, come l'abazia di Chiaravalle o San Gottardo in Corte e conobbe una diffusione enorme nel Quattrocento, quando divenne materiale decorativo di uso comune per le facciate delle case.
Ebbe brusco termine nel 1535 con l'arrivo della dominazione spagnola.
Il Ducato di Milano si ritrovò non più autonomo e capace di creare e mantenere i propri stili e gusti architettonici, ma inserito nel contesto del più grande Impero esistente allora, l'Impero di Carlo V.
Le mode, di ogni genere, arrivavano dalla Spagna e l'industria e i laboratori del Ducato di Milano ben si adeguarono a quelle mode forestiere, trovando nell'Impero un mercato comune di dimensioni sterminate per vendere le merci prodotte in Lombardia.


L'occupazione spagnole terminò nel 1714, ma arrivarono gli Asburgo d'Austria, che rimasero sino al 1797 quando giunse Napoleone, con la sua Rivoluzione, le leggi liberali, la meritocrazie, la fine delle clericalismo oppressore, della pomposità della corte, dei privilegi e soprusi dei nobili.
Dopo Waterloo e il Congresso di Vienna, gli austriaci tornarono a Milano, riportando l'orologio indietro di 18 anni.
Una vera e propria restaurazione, che molti milanesi trovarono insopportabile, soprattutto quelli che avevano assaporato il momento di, relativa, libertà portato dai francesi.
Nacquero così i primi movimenti del Risorgimento, per un'unità dell'Italia, sottratta al giogo straniero.

E nel 1850 ecco comparire sul mercato lombardo le terrecotte del Boni, che rapidamente divennero un simbolo della Lombardia indipendente, della Lombardia Viscontea e Sforzesca, quella del ricchissimo tiburio di Santa Maria delle Grazie, che sfidava gli imperatori e lottava per la sua indipendenza.
Le terrecotte diventarono lo stile architettonico dei patrioti del Risorgimento e le vendite letteralmente esplosero.


Il 21 giugno 1852 entrarono nel capitale sociale dei nuovi finanziatori e l'azienda mutò il nome in
Ditta Andrea Boni e Compagni.
L'azienda si trova in piena campagna, fuori da Porta Comasina, oggi Porta Garibaldi, presso la Cascina alle Tre Porte, ai numeri 654 e 655, corrispondente oggi a Corso Como numero 8.

Tra i nuovi e numerosi soci, vi erano alcune delle famiglie più ricche di Milano: il barone Ippolito Gaetano Ciani, l'ingegnere architetto Luigi Tatti, l'architetto Alessandro Sidoli, Vincenzo Palazzi di Venezia, Enrico Dalmajda, il dottore Bernardino Leoni di Lugano, Francesco Turati, l'ingegnere architetto Giuseppe Pestagalli, l'ingegnere architetto Antonio Caneva, il conte Renato Borromeo, l'ingegnere Alessandro Negroni Prati, l'ingegnere architetto Giacomo Bussi.

Tra questi nomi quello determinante per un ulteriore aumento del successo di Boni fu il Barone Ippolito Gaetano Ciani, all'epoca con già più di 70 anni, possessore di un patrimonio enorme e con un passato burrascoso e a tratti incredibile.
Gaetano Ciani nacque nel 1780, crebbe nella rigida disciplina asburgica e a 17 anni respirò la libertà portata da Napoleone, passando poi un ventennio a godersi le ricchezze di famiglia, festeggiando tutti i giorni.

Quando tornarono gli austriaci e imposero la Restaurazione, il Ciani insorse. A suo modo.
Ormai con ben più di trent'anni, divenne il capo della Compagnia della Teppa, da cui poi nacque il vocabolo milanese "teppista".
Il Ciani era noto come il Baron Bontemp e guidava questo variegato manipolo di giovani e non più troppo giovani che giravano la città con larghi cappelli di feltro verde e dei nodosi bastoni, con cui si divertivano a colpire e ferire i vecchi nobili e borghesi milanesi di dichiarata fede austriaca, molestare le loro donne e a giocare scherzi terribili e spesso molto violenti.
Il fatto che il Ciani fosse di una nobile casata e che anche altri membri della banda avessero rapporti con l'amministrazione austriaca, fece sì che essi continuassero indisturbati per anni.
Il culmine giunse nel 1821, quando venne violentata una giovane donna della famiglia Traversi, legati ai governatori austriaci.
Nel giro di pochi giorni tutti i membri della Compagnia della Teppa furono arrestati.
Solo ai figli di casate importanti fu concesso di espatriare e auto esiliarsi.
Gli altri vennero portati nei carceri di Szegedin e Komorn; molti furono costretti ad arruolarsi nell'esercito asburgico.



La Compagnia della Teppa cessò così di esistere.
Esistono negli archivi storici del Comune una serie di lettere che l'anziano Carlo Ciani, sfortunato padre di Gaetano, spedì ai governatori di Milano, implorando pietà per i guai combinati dal figlio teppista e poi per non fargli scontare la pena inquadrandolo nell'esercito.
Le implorazione di Carlo Ciani funzionarono, dato che Gaetano Ciani non ebbe ripercussioni.

Nei decenni successivi al 1821 Gaetano Ciani "mise la testa a posto", sempre a suo modo. Divenne infatti un fervente patriota italiano, seguendo le orme dei due fratelli maggiori, Giacomo e Filippo.
Il Ciani venne arrestato più volte per cospirazione contro l'Austria, una volta assieme al Confalonieri, ma venne sempre prosciolto per insufficienza di prove.
Arrivato a quasi 60 anni di età il Ciani iniziò una nuova carriera, dandosi alla speculazione edilizia.
Aveva ereditato dal padre la proprietà di tre, brutti palazzi su Corso Venezia.
Gli edifici erano contigui. Al posto di farli demolire e ricostruire, col suo tipico genio malefico, il Ciani incaricò il suo architetto di fiducia, Gaetano Casati, di creare delle nuove facciate su tutti i lati, che coprissero le misere facciate esistenti dei tre palazzi.
Nacque così Casa Ciani, i cui numerosi modesti appartamenti il barone mise in affitto con una rendita colossale, dato che tutti i milanesi volevano vivere nel strada più alla moda della città: Corso Venezia.
Ma dato che da un tipo come il Ciani ci si poteva aspettare di tutto, ecco apparire qualche anno dopo l'Andrea Boni con la sua azienda di terrecotte.

Odiando gli austriaci come non mai, il Ciani decise di far ricoprire un'intera facciata della sua casa di terrecotte, con un chiaro simbolismo risorgimentale.
Non solo, divenne socio del Boni entrando nel capitale dell'azienda.
Il Boni ricoprì inizialmente il lato corto di Casa Ciani, all'angolo con Via Boschetti e la casa divenne rapidamente un vero "pugno nell'occhio" per ogni austriaco di passaggio a Milano.
A Vienna dominava un pesante neoclassicimo da Anciem Regime e la Casa Ciani, con la sua facciata rosso fuoco, con quelle terrecotte quattrocentesche e che sapevano così tanto di Risorgimento e indipendenza... erano insopportabili.
I milanesi iniziarono così a chiamare Casa Ciani come la Cà Rossa.
Nel 1853 il Boni, forse su suggerimento del Ciani, iniziò a stampare un catalogo ufficiale con le terrecotte presenti sulla Cà Rossa, che venivano poi spedite per posta in tutta la penisola italiana.
Sempre nello stesso anno, a New York si apre l'Esposizione delle industrie di tutte le nazioni, un progenitore dell'Esposizione Universale. La Ditta Boni vi partecipò e fu premiata per le sue meravigliose terrecotte.

Nel 1860, all'apice del successo, la fabbrica del Boni ha ormai raggiunto dimensioni considerevoli.
Produce due tipi di terrecotte, l'una di alta resistenza, di colore tendente al grigio e molto costosa, l'altra di colore tipicamente rosso, economica ma abbastanza fragile.

Le "paste" di terre venivano lasciate macerare e rimescolate in enormi vasche, dove era incessante anche la sperimentazione per trovare nuove miscele.

C'erano poi le grandi sale dove avveniva lo stampo e altre dedicate alla fondamentale asciugatura del prodotto e infine le fornaci a legna e a torba.
Il processo, non dissimile da quello usato millenni prima in Mesopotamia, Egitto o Grecia, era lungo, minuzioso e costoso.
Il prodotto del Boni era considerato tra i migliori al mondo.
La produzione non si limitò alle piastrelle decorative ma vide la vendita di statue, stufe, camini, vasi, comignoli, fregi e decorazione di ogni genere per le facciate e per gli interni delle case, oltre che a ninnoli, statuette e arte religiosa.
Non disdegnava nemmeno la produzione di materiale edile, quali mattoni, forati, tubature e gronde.

Giunta infine l'Unità d'Italia, il Ciani, ormai ultra ottantenne, diede il tocco finale alla sua casa,
facendo decorare dal fido Boni anche gli altri lati del palazzo.

Di nuova ideazione è lo spazio centrale, zona ‘parlante’ della facciata, in cui si concentrano rilievi, busti e scritte inneggianti agli eroi e ai successi del Risorgimento nazionale.
Nello spazio del cornicione, in forma di epigrafe, compare la scritta: “L’Italia e Francia 1859 / L’indipendenza delle nazioni risorge”.

La Cà Rossa divenne un vero monumento alla terrecotte lombarde.
Nei 4 timpani laterali furono riportare le scritte: “Palestro 31 maggio 1859”, “Magenta 4 giugno 1859”, “Solferino S. Martino 24 giugno 1859”, “Palermo 27 maggio 1860”, “Ancona 28 settembre 1860” e “Gaeta 13 febbraio 1861”.
Sul portale vennero poste delle terracotte con delle scene legate ad eventi del Risorgimento, con tanto di didascalie: “Vittorio Emanuele II a St. Martino nel 1859”, “L’ingresso di Garibaldi in Napoli nel
1860”, “Roma rappresentata nell’Anno 1861”, “Venezia rappresentata nell’Anno 1861” (entrambe malinconiche, in quanto ancora escluse dal processo unitario), “Proclama agli Italiani di Napoleone III a Magenta” e infine “Cavour al Parlamento”.

Sopra il portale venne posto un grosso busto di Garibaldi, tanto per chiarire le cose; ma ogni angolo delle facciate venne ricoperto di terracotte in rilievo raffiguranti soldati, fortezze, cannoni, lance, fucili, corazze, stemmi, trombe e tamburi.
Il grande scrittore e giornalista del Corriere di inizio del '900, Otto Cima, ricordava circa Casa Ciani come il bassorilievo in terracotta raffigurante Napoleone III venisse regolarmente decapitato.
Per decenni le terracotte non furono mai oggetto di vandalismo, nemmeno occasionale.
Tranne appunto la testa di Napoleone III, che il Cima ricorda decapita più e più volte, sino a quando la Ditta Boni si decise di realizzare il bronzo, unica parte in quel materiale di tutto l'edificio!



Il 6 febbraio 1862 il Boni scioglie la ditta e ne rileva l'intero capitale diventandone l'unico proprietario. Gli altri soci, tra cui il socio di maggioranza dopo il Boni, il Barone Ciani, ricevono indietro solo il 25% del capitale versato e il restante 75% viene fornito sotto forma di terrecotte.

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del XIX secolo furono innumerevoli le famiglie nobili o di industriali lombardi che vollero decorare i loro palazzi in città o le loro ville di campagna con le splendide terrecotte del Boni.


Su tutti la casa di Alessandro Manzoni in Piazza Belgiojoso a Milano; il Manzoni rimase rapito dall'effetto scenico della Cà Rossa del Ciani e nel 1864 incaricò il Boni di preparare un progetto per la decorazione delle facciate del suo palazzo.
Sempre il Barone Ciani fece decorare dal Boni la sua colossale villa di Cernobbio, sul Lago di Como; pochi anni dopo decorò, splendidamente gli interni della Galleria Vittorio Emanuele II°, come anche la purtroppo scomparsa Casa Brambilla in Piazza della Scala, che divenne poi nota come Casa Rossa; sempre del Boni sono le decorazioni e le statue del Teatro Fossati di Corso Garibaldi.
Numerosissime, come detto le ville nobiliari in tutta la Brianza.






C'è da aggiungere che sino a quando esistette la Ditta Boni e Compagni, i soci furono abili anche nella strategia di marketing e diffusione del prodotto.
Il Ciani, secondo socio dell'impresa, fece decorare la sua casa di Milano e la villa di Cernobbio.
I fratelli Brambilla il loro palazzo di Piazza della Scala, come anche il tempietto bramantesco ordinato dal socio Francesco Turati su progetto di un altro socio, l'architetto Sidoli e infine i soci Borromeo fecero decorare la facciata della cappella sepolcrale di Vitaliano Borromeo all’Isola Madre sul lago Maggiore.

In questo modo furono i soci stessi della Ditta Boni a creare e diffondere una moda in tutta la Lombardia.

Nel 1870 il Boni, i cui affari andavano ancora bene, decise di ampliare l'azienda, rilevando la celebre Cassina de' Pomm, lungo il Naviglio Martesana, edificio esistente ancor oggi.
Contemporaneamente affittò uno spazio nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, dove installò un negozio dove erano esposte tutte le produzioni e le terrecotte dell'azienda.
Sempre nella nuova Galleria Boni prese in affitto un grande appartamento, dove si trasferì con la moglie e con l'appena nato figlio Icilio.
Negli stessi anni Boni possedeva magazzini a Vicenza, Venezia e Torino, dove esistevano delle succursali di vendita.

Il catalogo di vendita delle terrecotte Boni iniziò ad essere stampato anche in lingue straniere e diffuso in tutta Europa, con litografie a colori!
Il successo fu ancora una volta clamoroso seppure di breve durata.
Già agli inizi degli anni 70 dell'Ottocento iniziò infatti a diminuire la moda delle terrecotte, soprattutto in Lombardia.
Commesse arrivavano ancora dal resto d'Italia e d'Europa, fino ad Alessandria d'Egitto.


Numerosi furono gli ordini dall'Inghilterra, anche da parte della Regina Vittoria e dall'Austria.


Questo declino non fu visto però da Andrea Boni, che morì a Milano il 15 settembre 1874, a soli 59.
Gli sopravvissero la moglie Emilia, sposata nel 1846 e i due figli, entrambi avuti in tarda età, Icilio Luigi, del 1869 ed Ersilia, del 1872. Fu sepolto al Cimitero Monumentale.

A partire dal 1880 la moda delle terrecotte si esaurì quasi completamente, soprattutto per quanto riguardava la decorazione delle facciate delle casae.
Rimasero attive alcune aziende ispirate dal successo del Boni, tra queste la Carlo Candiani e C. che ebbe l'ultima grande commessa per un palazzo di Milano: il Museo di Storia Naturale dei Giardini Pubblici, terminato nel 1892 e completamente ricoperto di splendide terrecotte.
Altre aziende che avevano prodotto terrecotte era la Dall'Ara e la Righetti, oltre che all'antichissima Fornace Curti, quattrocentesca, che iniziò a produrre terracotta decorativa nel corso dell'Ottocento.


Il figlio Icilio Boni studiò medicina e chirurgia a Pavia, divenne professore universitario di Patologia Speciale nel 1910; nel 1924 si trasferì alla neonata facoltà di Medicina dell'Università Statale di Milano, divenne primario dell'Ospedale Maggiore e poi fondatore e presidente della Società d'Igiene Sociale.
Nel 1938 donò alcuni disegni e progetti di Andrea Boni e una lettera autografa del Manzoni, spedita sempre a sui padre, al Centro Studi Manzoniani.
Per decenni aveva tenuto la preziosa lettera sotto una teca di vetro nel suo studio, annesso all'abitazione, in Via Stella 12, oggi Via Corridoni angolo Donizetti, dietro Corso di Porta Vittoria.

Quasi esattamente un secolo fa, nel gennaio 1919, presiedette una conferenza a Milano sulla temibile epidemia di Influenza Spagnola.






Dettaglio della cornice e dei decori in terracotta delle finestre di Palazzo Brambilla, o Casa Rossa, in Piazza della Scala, demolita dal Beltrami tra il 1918 e il 1920 per costruire il Palazzo della Direzione della COMIT, oggi detto Palazzo Beltrami.

Tempietto bramantesco progettato dall'architetto Sidoli e decorato da Andrea Boni; Villa Turati ad Orsenigo, Como.



















Teatro Fossati di Corso Garibaldi, statue in terracotta di Giuseppe Garibaldi e Anita.













Bozzetti per dei fregi in terracotta raffiguranti alcuni personaggi dei Promessi Sposi del Manzoni.
Forse poi utilizzati da un'altra ditta per i fregi che decorano il cortile di Palazzo Luraschi in Corso Buenos Aires.

1 commento:

  1. Ciao, sono Theresa Williams Dopo essere stato in relazione con Anderson per anni, ha rotto con me, ho fatto tutto il possibile per riportarlo indietro ma tutto era vano, lo volevo così tanto per l'amore che ho per lui, L'ho implorato di tutto, ho fatto delle promesse ma lui ha rifiutato. Ho spiegato il mio problema alla mia amica e mi ha suggerito che avrei preferito contattare un incantatore che potesse aiutarmi a lanciare un incantesimo per riportarlo indietro, ma io sono il tipo che non ha mai creduto nell'incantesimo, non avevo altra scelta che provarlo, io ha inviato l'incantatore per posta, e mi ha detto che non c'era problema che tutto andasse bene prima di tre giorni, che il mio ex tornasse da me prima di tre giorni, ha lanciato l'incantesimo e sorprendentemente il secondo giorno, erano circa le 16:00. Il mio ex mi ha chiamato, sono rimasto così sorpreso, ho risposto alla chiamata e tutto quello che ha detto è che era così dispiaciuto per tutto quello che è successo che voleva che tornassi da lui, che mi ama così tanto. Ero così felice e sono andato da lui che è così che abbiamo iniziato a vivere di nuovo felici e contenti. Da allora, ho promesso che chiunque conosca un problema di relazione, sarei di aiuto a tale persona, riferendola all'unico vero e potente incantatore che mi ha aiutato con il mio problema. La sua email: {drogunduspellcaster@gmail.com} puoi inviargli un'e-mail se hai bisogno della sua assistenza nella tua relazione o in qualsiasi altro caso.
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