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lunedì 20 aprile 2020

Le terrecotte di Andrea Boni


Andrea Boni nacque il 4 marzo 1815 a Campione d'Intelvi, oggi Campione d'Italia, piccola exclave in territorio elvetico, lungo le sponde del Lago di Lugano.
Il padre Luigi possedeva un laboratorio di ceramiche, specializzato in vasellame e piatti per uso domestico.
Era emigrato a Vicenza a lavorare come ceramista e, tornato a Campione nel 1807 decise di aprire un piccolo laboratorio di ceramiche, assieme ad alcuni soci, Carlo Bollina, Carlo Mazza al fratello Giosuè. Nacque così la Ditta Bollina, Boni e Compagni.

Gli affari dovevano andare molto bene, se Luigi Boni potè permettersi di mandare quattro figli maschi a studiare a Milano. Erano Andrea, Giosuè, Giovanni Battista e Antonio.
Luigi cedette infine le sue quote al Bollina alla fine degli anni Trenta del XIX secolo.


I quattro fratelli si iscrissero tutti all'Accademia di Belle Arti di Brera; Andrea giunse a Milano nel 1837. In precedenza, oltre agli studi, aveva lavorato nel laboratorio paterno e anche in una cava di marmo, risultando quindi come "intagliatore di marmo" nei registri dell'Accademia.

Poco si sa sulle attività di Andrea Boni negli anni Quaranta dell'Ottocento, probabilmente terminò gli studi all'Accademia di Brera e poi trovò lavoro a Milano in qualche laboratorio di ceramiche e come scultore di marmo.
Ricompare nel 1850 quando fonda la Ditta Andrea Boni.
Il successo è immediato, tanto che dopo un anno Boni viene premiato con la medaglia d’argento dell’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti e nel 1853 vince addirittura la medaglia d'oro.

La Ditta Andrea Boni inizia sin da subito a produrre terrecotte decorative, una produzione tipicamente lombarda, ma totalmente dimenticata da tre secoli.
Il Boni dovette aver studiato approfonditamente la storia delle terrecotte lombarde durante gli anni a Brera e quando riuscì a mettersi in proprio creò una vera e propria industria di produzione di quelle splendide terrecotte creando, dal nulla, un mercato che ebbe enorme successo.


La fortuna delle terrecotte del Boni non fu dovuta solo alla pregevole fattura ma anche al contesto storico.
Il periodo d'oro delle terrecotte in Lombardia iniziò a metà del Duecento, inizialmente per una decorazione cromatica delle chiese, come l'abazia di Chiaravalle o San Gottardo in Corte e conobbe una diffusione enorme nel Quattrocento, quando divenne materiale decorativo di uso comune per le facciate delle case.
Ebbe brusco termine nel 1535 con l'arrivo della dominazione spagnola.
Il Ducato di Milano si ritrovò non più autonomo e capace di creare e mantenere i propri stili e gusti architettonici, ma inserito nel contesto del più grande Impero esistente allora, l'Impero di Carlo V.
Le mode, di ogni genere, arrivavano dalla Spagna e l'industria e i laboratori del Ducato di Milano ben si adeguarono a quelle mode forestiere, trovando nell'Impero un mercato comune di dimensioni sterminate per vendere le merci prodotte in Lombardia.


L'occupazione spagnole terminò nel 1714, ma arrivarono gli Asburgo d'Austria, che rimasero sino al 1797 quando giunse Napoleone, con la sua Rivoluzione, le leggi liberali, la meritocrazie, la fine delle clericalismo oppressore, della pomposità della corte, dei privilegi e soprusi dei nobili.
Dopo Waterloo e il Congresso di Vienna, gli austriaci tornarono a Milano, riportando l'orologio indietro di 18 anni.
Una vera e propria restaurazione, che molti milanesi trovarono insopportabile, soprattutto quelli che avevano assaporato il momento di, relativa, libertà portato dai francesi.
Nacquero così i primi movimenti del Risorgimento, per un'unità dell'Italia, sottratta al giogo straniero.

E nel 1850 ecco comparire sul mercato lombardo le terrecotte del Boni, che rapidamente divennero un simbolo della Lombardia indipendente, della Lombardia Viscontea e Sforzesca, quella del ricchissimo tiburio di Santa Maria delle Grazie, che sfidava gli imperatori e lottava per la sua indipendenza.
Le terrecotte diventarono lo stile architettonico dei patrioti del Risorgimento e le vendite letteralmente esplosero.


Il 21 giugno 1852 entrarono nel capitale sociale dei nuovi finanziatori e l'azienda mutò il nome in
Ditta Andrea Boni e Compagni.
L'azienda si trova in piena campagna, fuori da Porta Comasina, oggi Porta Garibaldi, presso la Cascina alle Tre Porte, ai numeri 654 e 655, corrispondente oggi a Corso Como numero 8.

Tra i nuovi e numerosi soci, vi erano alcune delle famiglie più ricche di Milano: il barone Ippolito Gaetano Ciani, l'ingegnere architetto Luigi Tatti, l'architetto Alessandro Sidoli, Vincenzo Palazzi di Venezia, Enrico Dalmajda, il dottore Bernardino Leoni di Lugano, Francesco Turati, l'ingegnere architetto Giuseppe Pestagalli, l'ingegnere architetto Antonio Caneva, il conte Renato Borromeo, l'ingegnere Alessandro Negroni Prati, l'ingegnere architetto Giacomo Bussi.

Tra questi nomi quello determinante per un ulteriore aumento del successo di Boni fu il Barone Ippolito Gaetano Ciani, all'epoca con già più di 70 anni, possessore di un patrimonio enorme e con un passato burrascoso e a tratti incredibile.
Gaetano Ciani nacque nel 1780, crebbe nella rigida disciplina asburgica e a 17 anni respirò la libertà portata da Napoleone, passando poi un ventennio a godersi le ricchezze di famiglia, festeggiando tutti i giorni.

Quando tornarono gli austriaci e imposero la Restaurazione, il Ciani insorse. A suo modo.
Ormai con ben più di trent'anni, divenne il capo della Compagnia della Teppa, da cui poi nacque il vocabolo milanese "teppista".
Il Ciani era noto come il Baron Bontemp e guidava questo variegato manipolo di giovani e non più troppo giovani che giravano la città con larghi cappelli di feltro verde e dei nodosi bastoni, con cui si divertivano a colpire e ferire i vecchi nobili e borghesi milanesi di dichiarata fede austriaca, molestare le loro donne e a giocare scherzi terribili e spesso molto violenti.
Il fatto che il Ciani fosse di una nobile casata e che anche altri membri della banda avessero rapporti con l'amministrazione austriaca, fece sì che essi continuassero indisturbati per anni.
Il culmine giunse nel 1821, quando venne violentata una giovane donna della famiglia Traversi, legati ai governatori austriaci.
Nel giro di pochi giorni tutti i membri della Compagnia della Teppa furono arrestati.
Solo ai figli di casate importanti fu concesso di espatriare e auto esiliarsi.
Gli altri vennero portati nei carceri di Szegedin e Komorn; molti furono costretti ad arruolarsi nell'esercito asburgico.



La Compagnia della Teppa cessò così di esistere.
Esistono negli archivi storici del Comune una serie di lettere che l'anziano Carlo Ciani, sfortunato padre di Gaetano, spedì ai governatori di Milano, implorando pietà per i guai combinati dal figlio teppista e poi per non fargli scontare la pena inquadrandolo nell'esercito.
Le implorazione di Carlo Ciani funzionarono, dato che Gaetano Ciani non ebbe ripercussioni.

Nei decenni successivi al 1821 Gaetano Ciani "mise la testa a posto", sempre a suo modo. Divenne infatti un fervente patriota italiano, seguendo le orme dei due fratelli maggiori, Giacomo e Filippo.
Il Ciani venne arrestato più volte per cospirazione contro l'Austria, una volta assieme al Confalonieri, ma venne sempre prosciolto per insufficienza di prove.
Arrivato a quasi 60 anni di età il Ciani iniziò una nuova carriera, dandosi alla speculazione edilizia.
Aveva ereditato dal padre la proprietà di tre, brutti palazzi su Corso Venezia.
Gli edifici erano contigui. Al posto di farli demolire e ricostruire, col suo tipico genio malefico, il Ciani incaricò il suo architetto di fiducia, Gaetano Casati, di creare delle nuove facciate su tutti i lati, che coprissero le misere facciate esistenti dei tre palazzi.
Nacque così Casa Ciani, i cui numerosi modesti appartamenti il barone mise in affitto con una rendita colossale, dato che tutti i milanesi volevano vivere nel strada più alla moda della città: Corso Venezia.
Ma dato che da un tipo come il Ciani ci si poteva aspettare di tutto, ecco apparire qualche anno dopo l'Andrea Boni con la sua azienda di terrecotte.

Odiando gli austriaci come non mai, il Ciani decise di far ricoprire un'intera facciata della sua casa di terrecotte, con un chiaro simbolismo risorgimentale.
Non solo, divenne socio del Boni entrando nel capitale dell'azienda.
Il Boni ricoprì inizialmente il lato corto di Casa Ciani, all'angolo con Via Boschetti e la casa divenne rapidamente un vero "pugno nell'occhio" per ogni austriaco di passaggio a Milano.
A Vienna dominava un pesante neoclassicimo da Anciem Regime e la Casa Ciani, con la sua facciata rosso fuoco, con quelle terrecotte quattrocentesche e che sapevano così tanto di Risorgimento e indipendenza... erano insopportabili.
I milanesi iniziarono così a chiamare Casa Ciani come la Cà Rossa.
Nel 1853 il Boni, forse su suggerimento del Ciani, iniziò a stampare un catalogo ufficiale con le terrecotte presenti sulla Cà Rossa, che venivano poi spedite per posta in tutta la penisola italiana.
Sempre nello stesso anno, a New York si apre l'Esposizione delle industrie di tutte le nazioni, un progenitore dell'Esposizione Universale. La Ditta Boni vi partecipò e fu premiata per le sue meravigliose terrecotte.

Nel 1860, all'apice del successo, la fabbrica del Boni ha ormai raggiunto dimensioni considerevoli.
Produce due tipi di terrecotte, l'una di alta resistenza, di colore tendente al grigio e molto costosa, l'altra di colore tipicamente rosso, economica ma abbastanza fragile.

Le "paste" di terre venivano lasciate macerare e rimescolate in enormi vasche, dove era incessante anche la sperimentazione per trovare nuove miscele.

C'erano poi le grandi sale dove avveniva lo stampo e altre dedicate alla fondamentale asciugatura del prodotto e infine le fornaci a legna e a torba.
Il processo, non dissimile da quello usato millenni prima in Mesopotamia, Egitto o Grecia, era lungo, minuzioso e costoso.
Il prodotto del Boni era considerato tra i migliori al mondo.
La produzione non si limitò alle piastrelle decorative ma vide la vendita di statue, stufe, camini, vasi, comignoli, fregi e decorazione di ogni genere per le facciate e per gli interni delle case, oltre che a ninnoli, statuette e arte religiosa.
Non disdegnava nemmeno la produzione di materiale edile, quali mattoni, forati, tubature e gronde.

Giunta infine l'Unità d'Italia, il Ciani, ormai ultra ottantenne, diede il tocco finale alla sua casa,
facendo decorare dal fido Boni anche gli altri lati del palazzo.

Di nuova ideazione è lo spazio centrale, zona ‘parlante’ della facciata, in cui si concentrano rilievi, busti e scritte inneggianti agli eroi e ai successi del Risorgimento nazionale.
Nello spazio del cornicione, in forma di epigrafe, compare la scritta: “L’Italia e Francia 1859 / L’indipendenza delle nazioni risorge”.

La Cà Rossa divenne un vero monumento alla terrecotte lombarde.
Nei 4 timpani laterali furono riportare le scritte: “Palestro 31 maggio 1859”, “Magenta 4 giugno 1859”, “Solferino S. Martino 24 giugno 1859”, “Palermo 27 maggio 1860”, “Ancona 28 settembre 1860” e “Gaeta 13 febbraio 1861”.
Sul portale vennero poste delle terracotte con delle scene legate ad eventi del Risorgimento, con tanto di didascalie: “Vittorio Emanuele II a St. Martino nel 1859”, “L’ingresso di Garibaldi in Napoli nel
1860”, “Roma rappresentata nell’Anno 1861”, “Venezia rappresentata nell’Anno 1861” (entrambe malinconiche, in quanto ancora escluse dal processo unitario), “Proclama agli Italiani di Napoleone III a Magenta” e infine “Cavour al Parlamento”.

Sopra il portale venne posto un grosso busto di Garibaldi, tanto per chiarire le cose; ma ogni angolo delle facciate venne ricoperto di terracotte in rilievo raffiguranti soldati, fortezze, cannoni, lance, fucili, corazze, stemmi, trombe e tamburi.
Il grande scrittore e giornalista del Corriere di inizio del '900, Otto Cima, ricordava circa Casa Ciani come il bassorilievo in terracotta raffigurante Napoleone III venisse regolarmente decapitato.
Per decenni le terracotte non furono mai oggetto di vandalismo, nemmeno occasionale.
Tranne appunto la testa di Napoleone III, che il Cima ricorda decapita più e più volte, sino a quando la Ditta Boni si decise di realizzare il bronzo, unica parte in quel materiale di tutto l'edificio!



Il 6 febbraio 1862 il Boni scioglie la ditta e ne rileva l'intero capitale diventandone l'unico proprietario. Gli altri soci, tra cui il socio di maggioranza dopo il Boni, il Barone Ciani, ricevono indietro solo il 25% del capitale versato e il restante 75% viene fornito sotto forma di terrecotte.

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del XIX secolo furono innumerevoli le famiglie nobili o di industriali lombardi che vollero decorare i loro palazzi in città o le loro ville di campagna con le splendide terrecotte del Boni.


Su tutti la casa di Alessandro Manzoni in Piazza Belgiojoso a Milano; il Manzoni rimase rapito dall'effetto scenico della Cà Rossa del Ciani e nel 1864 incaricò il Boni di preparare un progetto per la decorazione delle facciate del suo palazzo.
Sempre il Barone Ciani fece decorare dal Boni la sua colossale villa di Cernobbio, sul Lago di Como; pochi anni dopo decorò, splendidamente gli interni della Galleria Vittorio Emanuele II°, come anche la purtroppo scomparsa Casa Brambilla in Piazza della Scala, che divenne poi nota come Casa Rossa; sempre del Boni sono le decorazioni e le statue del Teatro Fossati di Corso Garibaldi.
Numerosissime, come detto le ville nobiliari in tutta la Brianza.






C'è da aggiungere che sino a quando esistette la Ditta Boni e Compagni, i soci furono abili anche nella strategia di marketing e diffusione del prodotto.
Il Ciani, secondo socio dell'impresa, fece decorare la sua casa di Milano e la villa di Cernobbio.
I fratelli Brambilla il loro palazzo di Piazza della Scala, come anche il tempietto bramantesco ordinato dal socio Francesco Turati su progetto di un altro socio, l'architetto Sidoli e infine i soci Borromeo fecero decorare la facciata della cappella sepolcrale di Vitaliano Borromeo all’Isola Madre sul lago Maggiore.

In questo modo furono i soci stessi della Ditta Boni a creare e diffondere una moda in tutta la Lombardia.

Nel 1870 il Boni, i cui affari andavano ancora bene, decise di ampliare l'azienda, rilevando la celebre Cassina de' Pomm, lungo il Naviglio Martesana, edificio esistente ancor oggi.
Contemporaneamente affittò uno spazio nella nuova Galleria Vittorio Emanuele II, dove installò un negozio dove erano esposte tutte le produzioni e le terrecotte dell'azienda.
Sempre nella nuova Galleria Boni prese in affitto un grande appartamento, dove si trasferì con la moglie e con l'appena nato figlio Icilio.
Negli stessi anni Boni possedeva magazzini a Vicenza, Venezia e Torino, dove esistevano delle succursali di vendita.

Il catalogo di vendita delle terrecotte Boni iniziò ad essere stampato anche in lingue straniere e diffuso in tutta Europa, con litografie a colori!
Il successo fu ancora una volta clamoroso seppure di breve durata.
Già agli inizi degli anni 70 dell'Ottocento iniziò infatti a diminuire la moda delle terrecotte, soprattutto in Lombardia.
Commesse arrivavano ancora dal resto d'Italia e d'Europa, fino ad Alessandria d'Egitto.


Numerosi furono gli ordini dall'Inghilterra, anche da parte della Regina Vittoria e dall'Austria.


Questo declino non fu visto però da Andrea Boni, che morì a Milano il 15 settembre 1874, a soli 59.
Gli sopravvissero la moglie Emilia, sposata nel 1846 e i due figli, entrambi avuti in tarda età, Icilio Luigi, del 1869 ed Ersilia, del 1872. Fu sepolto al Cimitero Monumentale.

A partire dal 1880 la moda delle terrecotte si esaurì quasi completamente, soprattutto per quanto riguardava la decorazione delle facciate delle casae.
Rimasero attive alcune aziende ispirate dal successo del Boni, tra queste la Carlo Candiani e C. che ebbe l'ultima grande commessa per un palazzo di Milano: il Museo di Storia Naturale dei Giardini Pubblici, terminato nel 1892 e completamente ricoperto di splendide terrecotte.
Altre aziende che avevano prodotto terrecotte era la Dall'Ara e la Righetti, oltre che all'antichissima Fornace Curti, quattrocentesca, che iniziò a produrre terracotta decorativa nel corso dell'Ottocento.


Il figlio Icilio Boni studiò medicina e chirurgia a Pavia, divenne professore universitario di Patologia Speciale nel 1910; nel 1924 si trasferì alla neonata facoltà di Medicina dell'Università Statale di Milano, divenne primario dell'Ospedale Maggiore e poi fondatore e presidente della Società d'Igiene Sociale.
Nel 1938 donò alcuni disegni e progetti di Andrea Boni e una lettera autografa del Manzoni, spedita sempre a sui padre, al Centro Studi Manzoniani.
Per decenni aveva tenuto la preziosa lettera sotto una teca di vetro nel suo studio, annesso all'abitazione, in Via Stella 12, oggi Via Corridoni angolo Donizetti, dietro Corso di Porta Vittoria.

Quasi esattamente un secolo fa, nel gennaio 1919, presiedette una conferenza a Milano sulla temibile epidemia di Influenza Spagnola.






Dettaglio della cornice e dei decori in terracotta delle finestre di Palazzo Brambilla, o Casa Rossa, in Piazza della Scala, demolita dal Beltrami tra il 1918 e il 1920 per costruire il Palazzo della Direzione della COMIT, oggi detto Palazzo Beltrami.

Tempietto bramantesco progettato dall'architetto Sidoli e decorato da Andrea Boni; Villa Turati ad Orsenigo, Como.



















Teatro Fossati di Corso Garibaldi, statue in terracotta di Giuseppe Garibaldi e Anita.













Bozzetti per dei fregi in terracotta raffiguranti alcuni personaggi dei Promessi Sposi del Manzoni.
Forse poi utilizzati da un'altra ditta per i fregi che decorano il cortile di Palazzo Luraschi in Corso Buenos Aires.

lunedì 21 maggio 2018

La Compagnia della Teppa, storia di Gaetano Ciani

La storia della Compagnia della Teppa e quella della nobile famiglia dei Ciani, si sono legate indissolubilmente agli inizi del XIX secolo.
I Ciani erano una famiglia originaria del Canton Ticino, dal paese di Leontica nella Val di Blenio.
Nel Seicento il Ticinese era una zona di emigrazione, soprattutto verso il Nord Italia e la Francia e proprio lì si diressero due rami della famiglia. Uno a Marsiglia, l'altro a Milano.
Sul finire del Seicento arrivarò a Milano Carlo Ciani, figlio di Giuseppe, allevatore e contadino di Leontica. Carlo Ciani era uno stagionale, tornava quindi ogni estate in Svizzera per accudire il bestiame e i campi di foraggio.
Sul finire del secolo Carlo Ciani aveva aperto un laboratorio per la produzione di maioliche e decise di trasferirsi definitivamente a Milano.


Veduta di Milano dalla parte del Duomo, di Gaetano Gariboldi, 1840 circa

A Milano si sposò con una vedova e nacque suo figlio, Giacomo, nel 1707.
Il successo della sua attività di maioliche fu tale che alla sua morte, nel 1742, decise di lasciare tutti i suoi possedimenti in Svizzera al ramo familiare là rimasto.
Un taglio netto con il suo passato ticinese.
Lo stesso accadde con altre famiglie ticinesi che in quegli stessi anni migrarono, con enorme successo, verso Milano: i Cioja, i Mellerio, i Taccioli, i Baroggi e i Greppi.
Giacomo Ciani e il figlio Carlo jr ampliarono nel corso del Settecento i possedimenti e le ricchezze di famiglia.
Terreni nel milanese, aziende agricole, forniture all'esercito Asburgico sino al vero successo con l'ingresso nel settore serico: l'apertura di laboratori di produzione di seta li rese una delle famiglie più ricche della Lombardia.
Gli enormi capitali vennero usati da Carlo jr per diventare un banchiere, arricchendosi ancor di più.
Quando nel 1796 i francesi entrarono a Milano, cacciando gli austriaci, la Ditta Ciani, una sorta di
conglomerata ante litteram, era una delle più ricche e floride del Nord Italia.
I legami con i parenti in Francia e Svizzera, mai tagliati, e anzi coltivati, avevano permesso una internazionalizzazione del commercio.
Quando il Generale Napoleone Bonaparte entrò in città e organizzò un consiglio comunale per amministrare Milano, maggio 1796, scelse 15 personaggi tra le figure più illustri della città; tra essi vi era Carlo Ciani.
Napoleone si stabilì a Palazzo Serbelloni, lungo Corso Venezia, dove una lapide ricorda ancora il suo soggiorno.
Carlo jr si era intanto sposato con Maria Zacconi, e aveva avuto 11 figli, i primi tre, Giacomo nel 1776, Filippo nel 1778 e Gaetano nel 1780, saranno i veri protagonisti dell'epopea della famiglia Ciani.
Carlo Ciani venne chiamato dall'amministrazione francese a far parte della Camera di Commercio ma soprattutto fu uno dei 450 membri della Consulta di Lione, quando, nel gennaio 1802, Napoleone convocò i rappresentati dei territori del Nord Italia per decidere il nuovo assetto della Repubblica Cisalpina, trasformata in seguito alla Consulta nella Repubblica Italiana.
Il prestigio dei Ciani era in costante crescita, tanto che il figlio Gaetano divenne scudiero del viceré Eugenio Beauharnais, e fu insignito dell'Ordine della Corona di ferro e del titolo di barone.
I Ciani vivevano da lungo tempo nel palazzo di famiglia, che si trovava in Contrada della Meraviglia al numero 2378, oggi via Meravigli 9.


Dei tre figli maggior di Carlo Ciani, due si gettarono a capofitto nella conduzione dell'azienda di famiglia, Giacomo e Filippo, il terzo, invece, Gaetano, decise di godersi la vita, grazie all'ingresso nella corte e al titolo nobiliare.
Tutti e tre i figli erano di corporatura e altezza nettamente sopra la media, definiti "erculei".
Ma quando Napoleone cadde definitivamente, nel 1815, e l'intera Europa ripiombò nell'Anciem Régim, per il Gaetano Ciani le cose cambiarono in modo drastico.
La sua vicinanza alla corte francese non dovette esser vista di buon occhio dagli austriaci, appena tornati a controllare Milano.
Per di più il ritorno degli Asburgo e dell'Anciem Régim in tutta Europa, fece ritornare gli usi, i costumi e le libertà individuali, indietro di un ventennio.
Per i giovani questo fu evento traumatico, in tutte le nazioni.
Fu proprio in quegli anni che infatti iniziarono a nascere bande di giovani dediti alla goliardia o ad atti delittuosi fini a sè stessi.
Oggi sarebbero chiamate gang, allora erano chiamate compagnie.

Il Gaetano Ciani, non certo più giovane, anzi, quasi quarantenne, ma ricco sfondato, grazie al lavoro dei due fratelli e del padre, si trovò quindi ad oziare tutto il giorno senza nulla da fare.
Girovagando per Milano assieme al suo servo, uno svizzero di nome Carl Geigher, raduò attorno a sè un gruppo di giovani, delle più disparate condizioni sociali.
Alcuni amici nobili, altri dell'alta borghesia, altri del popolo più umile, uniti dal disprezzo per le antiche regole dell'Impero Asburgico, per i nobili e alto borghesi che accettavano silentemente gli austriaci, ma soprattutto con la voglia di divertirsi in ogni modo immaginabile.
La compagnia iniziò a radunarsi intorno al 1817 (talvolta viene riportata come data il 1816), nei pressi del Rivellino di Porta Vercellina, un rimasuglio delle fortificazioni spagnole del Castello Sforzesco, abbattute da Napoleone alla fine del XVIII secolo.
I membri della compagnia avevano come segno distintivo un cappello di feltro, cappello molto comune all'epoca e che quindi usavano portare con i filamenti di tessuto incolti e molto lunghi, tanto da sembrare fossero ricoperti di muschio.
Il muschio a Milano era chiamato "tepa" , "teppa", e rapidamente i membri del gruppo furono chiamati la Compagnia della Teppa.

A guidarla c'era il barone Gaetano Ciani, che era stato soprannominato Baron Bontempo e come "luogotenenti" aveva un certo Filippo Barozzi, il cattivissimo Milesi, il Paltumi, l’Inverningo, il Carulli, il Besozzo, Mauro Bichinkommer il falsario, il Granzini, il Suardi e il pluriomicida Giosuè Bernacchi, tutti nomi riportati da Giuseppe Rovani nel suo romanzo-storico "Cento Anni", pubblicato nel 1859.
Grazie alle sue ricchezze il Ciani poteva permettersi di affittare Villa Simonetta, la splendida dimora gentilizia, allora fuori di Porta Tenaglia, tra i campi, ammantata da un'aurea cupa sin dal Cinquecento, dopo i tristi fatti di Clelia Simonetta, moglie del proprietario e prima serial killer milanese, che organizzava splendidi balli dove invitava i più bei rampolli della città, salvo poi portarseli a letto e letteralmente farli sparire, uccidendo 11 uomini nel giro di pochi anni.
Nella villa i membri della Compagnia della Teppa invitava prostitute, balordi e perditempo di tutta la città. Le danze finivano spesso in orge e i presenti ballavano nudi nel salone delle feste.
Taluni fanno nascere il termine milanese "balabiott" a quelle danze a Villa Simonetta.
Talvolta si divertivano organizzando feroci scherzi alla nomenklatura della città.
Mauro Bichinkommer, il falsario, riuscì a organizzare una beffa ai danni dell'odiato Cardinale Karl von Gaisruck, che gli Austriaci avevano messo appositamente a controllare la Diocesi Milanese.
Il Cardinale era noto per l'avarizia, ma i Tepposti, falsificando il suo timbro e la sua firma, ordinarono un grandioso banchetto per i 18 maggiori prelati di Milano.
Il tutto a spese del Cardinale.
Celebre fu anche il lancio di una garitta nella Cerchia dei Navigli, con tanto di guardia al suo interno... La notizia venne riportata dal maggior quotidiano di allora, Il Secolo; un gruppo di soci della Compagnia della Teppa, passando a tarda notte davanti al Palazzo del Senato, lungo l'omonima via, si accorsero che una guardia croata si era rifugiata dentro la garitta e vi si era addormentata dentro.
Sollevarono quindi la garitta giallo nera, i colori degli Asburgo, e la lanciarono dentro il naviglio.
Il soldato croato si salvò, ma la garitta fece il giro della Cerchia sino ad arrivare in Darsena il mattino seguente, tra l'ilarità dei milanesi.

Un'altra delle celebri imprese dei "teppisti" fu quella ai danni di un "magut" prepotente, che tutti i giorni saltava la fila dal "polentatt" dove si serviva.
Ancora i primi del 900 i "polentatt" erano negozi molto diffusi a Milano dove si vendeva polenta nel cartoccio con pesciolini o merluzzo fritto o uccelletti delle valli orobiche.


Quel "magut" insolente e maleducato fu probabilmente notato da un qualche membro della banda mentre era in fila per comprare il suo pranzo e dopo qualche giorno un gruppetto di "teppisti" si recò dal Polentatt per avere vendetta.

Il gruppo era composto dal "Dotturin", un vero avvocato dedito alla delinquenza, "el Maghett", "el Tarantola", figlio di ricchissimi mercanti di verze e il "Macellarin", uno dei luogotenenti del Baron Bontemp.


Giunti al "polentatt", attesero l'arrivo del magut, che come sempre, con violenza saltò la coda, giuntò davanti alla vetrina dove sul bancone di legno si trovava una montagna di polenta bollente appena versata dal paiolo, i "teppisti" entrarono in azione.
Alcuni bloccarono il muratore, altri gli tagliarono i pantaloni facendoglieli cadere sino alle cavigli e tutti assieme lo sollevarono di peso, lo girarono e lo misero a chiappe nude, seduto nella polenta bollente, tra le urla del poveraccio e le risate di tutti i presenti.

Ma la Compagnia della Teppa aveva anche un suo lato scuro.
Oltre a banchettare nelle migliori osterie e trattorie di Milano senza pagare il conto, i Teppisti iniziarono anche ad importunare le coppiette dove l'uomo era molto più anziano della consorte.
Divenne usanza dei Teppisti di bastonare l'uomo e di rapire la donna, che veniva poi violentata.
I casi furono numerosi, ma la polizia austriaca per lunghi mesi evitò di investigare, chiudendo non uno ma entrambi gli occhi.
I motivi furono probabilmente dettati dal fatto che tra i membri della Compagnia della Teppa vi fossero cognomi "pesanti", tra cui proprio il Ciani, ma soprattutto gli austriaci preferivano che i giovani irrequieti della città si dedicassero a goliardate o a violenze comuni, piuttosto che ordire trame risorgimentali e volte ad ottenere l'agognata indipendenza del Nord Italia dalla Casa d'Asburgo.
I Teppisti continuarono quindi indisturbati a violentare donne, bastonare uomini, mangiare a sbafo, tirare scherzi a destra e a manca.
E le loro fila si ingrossarono sempre più proprio grazie a questa sorta di invulnerabilità, che al contempo li portò alla fine della loro avventura.
Il loro destino si compì nella primavera del 1821 quando uno dei capi della Compagnia si scontrò per motivi sentimentali con un altro famoso personaggio della Milano Ottocentesca: "el Gasgiott".
Nicola Gaiotti, affetto da nanismo, di professione fioraio, era nato il 6 novembre 1768 a Milano, da Carlo Gaiotti e Cattarina Agnelli, originari di Abbiategrasso.
Dal padre ereditò il chiosco di fiori fuori dalla chiesa di San Satiro, allora affacciata su Contrada de' Fustagnari e oggi su via Torino.
Ancor oggi, a distanza di secoli, vi è un chiosco di fiori nella stessa identica posizione.
Il soprannome "Gasgiott" faceva riferimento alla corporatura tozza del Gaiotti e pure alla sua andatura oscillante.

Il gasgiott in milanese era infatti un tipo particolare di gazza, piccolo e grasso, che quando cammina oscilla sulle due zampette.
Il Gasgiott era noto in tutta Milano per la sua rissosità e per il portare sempre un lungo coltello con cui non esitava a pugnalare i ladri di fiori e chi lo prendesse in giro per la sua statura.
Il Gasgiott era sposato con Maddalena Terzoli ed ebbero quattro figli; non possedeva solo il chiosco ma anche un'impresa per la produzione e la distribuzione di fiori finti per le chiese di Milano.
Quando il Teppista e il Gasgiott si scontrarono per le grazie di una giovane donzella, il Gasgiott malmenò il giovane membro della Compagnia.
Questi, tornato con le orecchie basse dai soci, raccontò l'accaduto.
Gaetano Ciani decise di dare una lezione al famoso Gasgiott, organizzandone il rapimento.
Il Gasgiott fu quindi rapito, picchiato e portato nelle cantine di Villa Simonetta.
Il nano minacciò di morte tutti i Teppisti, giurando che li avrebbe sgozzati uno per uno. 
Il Ciani non si fece prendere dalla paura e anzi rilanciò; rapito un nano... perchè non rapire anche tutti gli altri?
E così nel giro di pochi giorni i Teppisti iniziarono a sequestrare tutti i nani della città, che venivano picchiati e radunati nelle cantine di Villa Simonetta.

Il piano del Ciani andò però oltre; decise di organizzare un ballo a Villa Simonetta invitando tutte le dame più belle di Milano.
Per far questo si recò al Monte Tabor, nei pressi di Porta Romana, dove si trovava una collinetta, addossata ai Bastioni, da cui scendeva un percorso di un toboga con pista in legno che era molto di moda in quegli anni. 
Ai piedi del Monte Tabor si radunavano le carrozze con le più belle fanciulle di Milano e lì i Teppisti iniziarono ad invitare le loro vittime.
Contemporaneamente il Ciani, la cui famiglia possedeva da decenni un palco privato al Teatro della Scala, riuscì nottetempo a rubare i costumi dell'opera Il Rigoletto, che andava sulle scene in quei giorni.
I nani vennero obbligati a vestirsi con gli abiti del Rigoletto, abiti da buffoni di corte e poi rimpinzati di cibi afrodisiaci e vino.
Poi fu detto loro che per riparare al rapimento era stata organizzata una festa con molte prostitute a loro disposizione.
Al piano di sopra, nel salone delle feste di Villa Simonetta, iniziarono ad arrivare le dame, e quando tutte furono dentro, i Teppisti chiusero tutte le porte d'uscita, immobilizzarono accompagnatori e servi, e aprirono le porte delle cantine facendo entrare un'orda di nani ubriachi e vestiti da buffoni.
Questi si precipitarono sulle dame cercando di violentarle.
Le cose precipitarono rapidamente, con i Teppisti obbligati ad intervenire per fermare i nani e la rissa seguente, che vide diversi accoltellati.
La notizia del Ratto dei Nani e del seguente ballo girò immediatamente per tutta la città e gli austriaci non poterono più girarsi dall'altra parte.
Tanto più che tra le dame oggetto di violenza vi era una della famiglia Traversi, legati ai governatori austriaci.
Nel giro di pochi giorni tutti i membri della Compagnia della Teppa furono arrestati. 
Solo ai figli di casate importanti fu concesso di espatriare e auto esiliarsi.
Gli altri vennero portati nei carceri di Szegedin e Komorn; molti furono costretti ad arruolarsi nell'esercito asburgico.
La Compagnia della Teppa cessò così di esistere, donando il termine "teppista" alla lingua italiana.
Esistono negli archivi storici del Comune una serie di lettere che Carlo Ciani, sfortunato padre di Gaetano, spedì ai governatori di Milano, implorando pietà per i guai combinati dal figlio teppista e poi per non fargli scontare la pena inquadrandolo nell'esercito.
Le implorazione di Carlo Ciani funzionarono, dato che Gaetano Ciani non ebbe ripercussioni.

Furono invece colpiti da furia asburgica i suoi fratelli Giacomo e Filippo, che del patriottismo italico fecero la loro ragione di vita.



Fu infatti tra i firmatari, nel 1815, dell'appello all'Austria di donare l'indipendenza alla Lombardia.
Nel 1821 la Banca Ciani, guidata da Giacomo, provvide ad una rimessa di fondi in Piemonte che la polizia austriaca sospettò, probabilmente a ragione, destinati a finanziare l'insurrezione piemontese, alla quale avrebbe fatto seguito, nelle loro speranze, quella milanese.
Il nome del Ciani figurò, inoltre, in un elenco di milanesi proposti per il comando della guardia nazionale da costituirsi in Lombardia non appena, come si era sperato allo scoppio della insurrezione dei marzo 1821, fossero giunti i Piemontesi.
La polizia austriaca, in possesso di questi elementi, incriminò Giacomo Ciani nel quadro del processo contro Federico Confalonieri, ma il giudice istruttore lo prosciolse per insufficienza di prove.
Ciò nonostante, l'anno dopo, decise di fuggire dall'Italia, forse temendo l'arresto.
Prima di scappare riuscirono però a riorganizzare l'azienda di famiglia, la conglomerata Ditta Ciani.
La Ditta Ciani, con sede nel Palazzo Ciani di Contrada Meravigli, venne sciolta e il giorno stesso fu aperta la Ditta Gavazzi e Quinterio, con sede nello stesso edificio e i cui soci erano i fratelli Gavazzi, già soci dei Ciani, Felice Quinterio, loro uomo di fiducia e come socio di maggioranza il barone Gaetano Ciani, che da capo della Compagnia della Teppa si ritrovò alla guida di una delle maggiori società del Nord Italia in meno di un anno!
Il Gaetano Ciani non perse però il suo spirito irrequieto e, anzi, aumentò l'odio verso l'Austria; nello stesso anno si fece fare un ritratto da un quotato pittore milanese.
Il Ciani posò in uniforme da ufficiale napoleonico e pose il grande quadro nel salone della sua casa, aperta tutto l'anno per feste e ricevimenti, in modo che tutti, austriaci compresi, potessero vedere come la pensasse il padrone di casa.
Intanto Filippo e Giacomo Ciani fuggirono in Svizzera, poi a Parigi e infine si stabilirono nel 1823 a Londra, dove riuscirono ad aprire sedi commerciali della loro azienda e intensificando l'export verso la Gran Bretagna.
Contemporaneamente divennero sempre più votati alla causa Risorgimentale, facendo di casa loro un porto sicuro per tutti i patrioti in fuga dall'Italia.
Nel 1829 lasciarono Londra per trasferirsi a Ginevra, dove accolsero il Mazzini e ne divennero rapidamente sostenitori, soprattutto economici, grazie alle loro infinite ricchezze.
Tra il 1831 e il 1833 iniziarono a stampare opuscoli e libri della Giovine Italia e a spedirli nella Penisola. 
Nel '33 si spostarono a Lugano, dove rilevarono una stamperia grazie alla quale inondarono l'Italia di libri e opuscoli; contestualmente iniziarono ad occuparsi anche della situazione del Canton Ticino,
I fratelli Ciani iniziarono a sostenere la riforma democratica ticinese del 1830; aprirono la Tipografia della Svizzera italiana che, assieme alla Tipografia di Capolago, diede un grande contributo alla diffusione del pensiero democratico.

Una storia mai chiarita, tra leggenda e realtà, vuole che Filippo Ciani, che era definito all'epoca come "erculeo", per la sua altezza e la sua prestanza fisica, come d'altra parte anche gli altri due fratelli, in uno dei suoi rari ritorni a Milano, ebbe un alterco con un giovane austriaco ubriaco, durante una cena.
L'erculeo Ciani prese a sberle il giovane, che era niente meno uno dei figli del Feldmaresciallo Radetzky, giunto a Milano con la famiglia, come governatore della Lombardia per conto di Vienna.
Subito dopo il fattaccio Filippo Ciani riparò definitivamente in Svizzera.

Ma il loro tramare portò l'Austria a confiscare tutti i beni della famiglia Ciani a Milano. Provvedimento che sarà cancellato nel 1838 grazie ad una amnistia generale.
Nel 1839 alle elezioni cantonali si registrò una vittoria dei conservatori, che tra i primi atti procedettero con l'espulsione dal Cantone dei mazziniani e patrioti italiani Giacomo e Filippo Ciani, e la loro cittadinanza ticinese, concessa nel 1930, fu messa sub iudice. 
I cittadini liberali si opposero alla loro espulsioni e ricorsero alle armi, minacciando un colpo di stato; fu così abbattuto il governo conservatore. 
Le successive elezioni sancirono la vittoria liberale e consentì ai democratici di riprendere il controllo della situazione e il Gran Consiglio richiamò i due fratelli.
Un analogo tentativo dei conservatori di rovesciare l'esito elettorale si produsse nel 1841: il fallito golpe terminò con l'impiccagione del loro capo Giuseppe Nessi.
Nel 1841 Giacomo Ciani aderì alla nuova Giovine Italia e riprese l'opera di proselitismo a favore del movimento mazziniano. 
Nel marzo 1848, avuta notizia dell'insurrezione milanese, e nonostante avesse ormai 72 anni, partì con un gruppo di volontari per la città lombarda, ove entrò a liberazione avvenuta. 
Fu lui a finanziare la colonna di carabinieri ticinesi comandati dall'Arcioni che partecipò alle operazioni militari contro l'Austria, durante le Cinque Giornate.
Fuggito in Svizzera finanziò l'esilio di centinaia di patrioti fuggiti da Milano dopo il ritorno delle truppe guidate da Josef Radetzky.
Ormai disilluso da tante battaglie fallite, aderì alle idee del Cattaneo, preferendo una rivoluzione delle idee a quella delle armi.
Intensificò la propaganda grazie alle sue stamperie ticinesi.
La gioia per la definitiva liberazione di Milano e per l'unificazione nazionale fu offuscata dall'essere stata realizzata dalla monarchia sabauda, che giudicava male tanto quanto quella degli Asburgo.


Filippo e Giacomo Ciani

Nel frattempo il fratello Filippo era entrato nel Governo del Canton Ticino, diventandone presto uno dei più illustri esponenti.
Tra i suoi atti più notevoli vi fu la soppressione degli Ordini religiosi che prepararono la laicizzazione dell'istruzione. 
Durante la sua presidenza del Consiglio di Stato, nel marzo 1849, fu approvato il progetto di riforma della costituzione. 
Come segretario di Stato per l'istruzione fece preparare dal Cattaneo e dal Cantoni quel progetto di revisione generale dell'organizzazione scolastica superiore ticinese che, approvato ed attuato, diede al Cantone una delle soluzioni più progredite del tempo. 
Fu così fondato il liceo cantonale, che cominciò a funzionare a Lugano alla fine del 1852; il Ciani ne seguì direttamente i primi anni di vita e dovette sostenere una dura battaglia per respingere la violenta reazione conservatrice e cattolica perché veniva sottratta al clero l'educazione dei giovani. 
Nei medesimi anni, in collaborazione col Cattaneo, si occupò di progetti rilevanti sul piano economico, indispensabili per il progresso sociale del Canton Ticino, quali la bonifica della piana di Magadino e la strada ferrata del Gottardo.



Negli stessi anni, a Milano, Gaetano Ciani, godeva di una ricchezza enorme e, dopo una gioventù scapestrata, iniziò a lavorare come speculatore edilizio.
I Ciani possedevano da tempo una serie di edifici contigui in quella che era da tempo la più bella strada della Milano Ottocentesca: Corso di Porta Orientale, oggi Corso Venezia.
I loro palazzi però erano tra i meno belli della strada, tre anonimi palazzi all'angolo con via Boschetti.
Nel 1837 Gaetano Ciani diede incarico a Gaetano Casati, suo architetto di fiducia, di realizzare un nuovo fronte sulla strada per tutti e tre i palazzi, in modo da farlo sembrare oltre che un unico, enorme edificio, anche un palazzo degno del Corso in cui si trovava.
Ma il Ciani non si fermò a questo. 
Milano continuava a vivere cristallizzata nell'Anciem Régime asburgico, anche architettonicamente.
Lo stile imperante era il neoclassicismo, tanto caro a Vienna.
Col suo classico spirito ribelle il Ciani decise, alcuni anni dopo la costruzione della facciata, nel 1855 di modificarne l'aspetto e di realizzare, nella miglior via di Milano, un qualcosa che fosse un pugno in piena faccia per gli Asburgo.
Dato che all'impegno politico non gli mancava anche il senso degli affari, per far questo rilevò nel 1852 la quota di maggioranza di una piccola società, la Ditta Andrea Boni e Compagni, che si era da poco data alla fabbricazione di terracotte.
La produzione di terracotte era una tipicità milanese sin da prima del Rinascimento, e arrivò a risultati splendidi con Santa Maria delle Grazie.
Quello fu anche l'ultimo periodo di totale indipendenza di Milano, prima dell'arrivo di Spagnoli, Francesi e Austriaci.
La produzione di terracotte era quindi anche simbolica, lontanissima dal gusto neoclassico imperante a Vienna, e quindi a Milano, e richiamava l'indipendenza della Lombardia.
Gaetano Ciani fece quindi produrre le terracotte con cui, letteralmente, ricoprì la facciata corta che prospettava su via Boschetti.
Il colore delle terracotte portò presto i milanesi a cambiare il nome del palazzo, da Casa Ciani a Cà Rossa.
Inizialmente, nel 1855, le terracotte posate vengono messe in vendita grazie ad un catalogo della Ditta Boni, e la casa è suddivisa sin dal 1837 in tanti piccoli appartamenti, tutti dati in affitto a canoni notevoli, vista la posizione. 
La Cà Rossa era quindi una notevole speculazione edilizia.
Con l'Unità d'Italia e la fuga degli Austriaci, il Ciani decise però di dare un tocco definitivo alla sua casa.



Anche il lato lungo sul Corso fu decorato con le terracotte tra il 1860 e il 1862; la facciata fu divisa in tre parti: una centrale più ricca di ornati e due laterali.
Di nuova ideazione è lo spazio centrale, zona ‘parlante’ della facciata, in cui si concentrano rilievi, busti e scritte inneggianti agli eroi e ai successi del Risorgimento nazionale.
Nello spazio del cornicione, in forma di epigrafe, compare la scritta: “L’Italia e Francia 1859 / L’indipendenza delle nazioni risorge”; nei 4 timpani laterali furono riportare le scritte: “Palestro 31 maggio 1859”, “Magenta 4 giugno 1859”, “Solferino S. Martino 24 giugno 1859”, “Palermo 27 maggio 1860”, “Ancona 28 settembre 1860” e “Gaeta 13 febbraio 1861”.
Sul portale vennero poste delle terracotte con delle scene legate ad eventi del Risorgimento, con tanto di didascalie: “Vittorio Emanuele II a St. Martino nel 1859”, “L’ingresso di Garibaldi in Napoli nel 1860”, “Roma rappresentata nell’Anno 1861”, “Venezia rappresentata nell’Anno 1861” (entrambe malinconiche, in quanto ancora escluse dal processo unitario), “Proclama agli Italiani di Napoleone III a Magenta” e infine “Cavour al Parlamento”.

Sopra il portale venne posto un grosso busto di Garibaldi, tanto per chiarire le cose; ma ogni angolo delle facciate venne ricoperto di terracotte in rilievo raffiguranti soldati, fortezze, cannoni, lance, fucili, corazze, stemmi, trombe e tamburi.

Il grande scrittore e giornalista del Corriere di inizio del '900, Otto Cima, ricordava circa Casa Ciani come il bassorilievo in terracotta raffigurante Napoleone III venisse regolarmente decapitato.
Per decenni le terracotte non furono mai oggetto di vandalismo, nemmeno occasionale.
Tranne appunto la testa di Napoleone III, che il Cima ricorda decapita più e più volte, sino a quando la Ditta Boni si decise di realizzare il bronzo, unica parte in quel materiale di tutto l'edificio!



Il successo della Cà Rossa fu immediato ed enorme, tanto da diventare una moda per tutta Milano.
La Ditta Boni, e quindi anche il Ciani, misero in commercio un catalogo con sopra tutti i tipi di terracotta disponibili, catalogate e col prezzo unitario.

Alessandro Manzoni, colpito dalla bellezza della Cà Rossa, volle che la sua dimora di Piazza Belgiojoso fosse anch'essa rivestita di terracotte rosse, sia sul lato principale che su quello su via Morone. L'incarico ovviamente andò alla Ditta Boni.
Allo stesso modo venne rivestito Palazzo Brambilla in Piazza della Scala, poi noto per decenni come Casa Rossa e demolito dal Beltrami nel riordino della Piazza sul finire dell''800 e i primi del '900.
Il successo delle terracotte a Milano durò per quasi un trentennio, sino al 1880 circa, quando la moda si esaurì e venne del tutto dimenticata, salvo per il grandioso palazzo neogotico del Museo di Storia dei Giardini Pubblici, costruito nel 1888 e rivestito da un numero enorme di terracotte.

La Cà Rossa dei Ciani, che in origine non fu altro che un'abile operazione di speculazione edilizia e imprenditoriale, vide la sua fine, perlomeno nell'aspetto risorgimentale, a partire dal 1928, quando venne cinta da una alta cesata in legno e i proprietari presentarono un progetto per alzarla di ben tre piani, ovviamente rimuovendo tutte le terracotte.
I Ciani avevano già da tempo venduto il complesso all’Istituto Italiano di Previdenza.Fu solo l'intervento di Giorgio Nicodemi, che proprio nel '28 fu chiamato a guidare la Soprintendenza dei Musei Civici di Milano, a permettere di salvare alcune delle terracotte di Casa Ciani.
Nel luglio dello stesso anno Nicodemi ottiene il permesso dalle Belle Arti di salvare: “frammenti dell’attico sul fronte principale del palazzo con le figure dell’Italia e della Francia; due cariatidi sull’angolo tra il corso Venezia e via Boschetti, sorreggenti il balcone di primo piano e mensole relative”.


Le parti da salvare sono però talmente pesanti che saranno portate nei sotterranei dei musei del Castello Sforzesco solo l'anno successivo.
Purtroppo quell'ala  del Castello venne colpita dai bombardamenti del 1943 e i reperti della Cà Rossa sono andati dispersi.
Fortunatamente i tecnici dell’Istituto Italiano di Previdenza, colpiti dalla qualità delle terracotte, ne fecero salvare una parte a loro volta, che furono poi murati su una parete di uno dei cortili interni, giunti sino a noi. Si tratta delle cornici di due finestre del piano terra, una elaborata lesena e l’imponente portale istoriato.
Alcune singole parti di terracotte vennero staccate e usate come decorazioni in palazzi della zona di Corso Venezia, mentre gli stampi delle terracotte sono rintracciabili sulla bella facciata del Teatro Fossati di Corso Garibaldi e sulla Casa Rossa a Bellinzona, in Svizzera.

La Cà Rossa, o Casa Ciani, visse quindi per poco più di 70 anni con le sue forme risorgimentali, il suo ideatore, il barone Gaetano Ciani, visse invece sino a 91 anni, una vita lunghissima per l'epoca, ma comune all'intera famiglia, visto che il fratello Giacomo morì a 93 anni e il fratello Filippo a 92.
Gaetano Ciani, il baron Bontemp già capo della Compagnia della Teppa, poi diventato eroe risorgimentale, speculatore edilizio e imprenditore di gran successo, continuò ad incrementare il patrimonio di famiglia investendo sul Lago di Como, prima comprando Villa d'Este a Cernobbio e poi facendo costruire l’Hotel Reine d’Angleterre, e dando un grande impulso al nascente turismo lacustre.
A Villa d'Este il Ciani diede alcune splendide feste in onore dell'Unità d'Italia, ad alcune delle quali parteciparono i migliori nomi del Risorgimento Italiano, oltre che ai suoi due fratelli, che giungevano appositamente dal Canton Ticino.
Il Ciani, che da decenni abitava nel palazzo di Corso Venezia 43, tre civici più avanti rispetto alla Cà Rossa, splendido palazzo neoclassico, con tanto di enorme timpano e colonne, che evidentemente non disturbavano il Ciani più di tanto, e oggi sede dell'Automobile Club di Milano, quando si trasferiva sul Lago di Como a Villa d'Este, era solito tuffarsi da uno dei parapetti e farsi un bagno nelle acque fredde.
Ancora ottantenne continuava con questa usanza, sino a quando ci rimise quasi la pelle, rischiando di morire affogato e rimanendo paralizzato sul lato sinistro del corpo.
Ma il baron Bontemp non si perse d'animo e pochi mesi dopo era già pronto a risposarsi con una giovane dama milanese della famiglia Appiani.
Lui, che aveva guidato i Teppisti nella caccia agli uomini anziani sposati con le giovani, vecchi che finivano poi violentemente bastonati...

I tre fratelli Ciani morirono tutti più che novantenni nell'arco di un paio di anni, e vennero sepolti nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale di Milano; la tomba era decorata da una grande scultura di Vincenzo Vela.



Il Vela aveva già lavorato su commissione del barone Ciani, nel 1850, per realizzare una statua, la Desolazione, posta poi sulla tomba dei genitori degli 11 fratelli Ciani, e oggi spostata a Lugano.



Nel 1925 i fratelli Giacomo e Filippo vennero esumati, probabilmente su richiesta di eredi svizzeri, e spostati in una tomba della famiglia Decio, parenti del Lago d'Orta.
L'idea era di portarli a Lugano in una grande tomba monumentale da costruirsi sul lungo lago.





Il progetto tardò a partire, per quasi un secolo. Fu infatti solo nel 2013 che la tomba dei Ciani a Lugano venne approntata, e i due eroi risorgimentali spostati con tutti gli onori.




Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...