domenica 25 novembre 2018

Angela della svastica e la Banda della Comasina

Questa storia potrebbe benissimo essere la sceneggiatura di un film "polar" anni '60, i polizieschi francesi con Jean Gabin e Alain Delon o, sotto altri aspetti, la sceneggiatura di uno dei primi film di Almodòvar, grotteschi e tragici allo stesso tempo, ma in ogni caso, con un happy-end del tutto inaspettato.
E' una storia di mala milanese degli anni '70, della Banda Vallanzasca, della Comasina, di rapine, droga, omicidi e violenze di ogni genere.

E' la storia della "ragazza della svastica", al secolo Violangela Corradi, per tutti Angela.
Angela Corradi nasce ad Affori nel 1950, figlia di una coppia di circensi, il padre, con alcuni precedenti criminali, si esibiva a bordo di una moto, chiuso dentro una gabbia sferica, volteggiava facendo continui giri della morte, la madre, Bruna, era un'ottima trapezista.
I coniugi si esibivano in un circo di proprietà di un fratello della madre, un piccolo circo di provincia, il Circo Corradi, oggi non più esistente. Quel ramo della famiglia continua però ad esibirsi in spettacoli nei maggiori circhi italiani.
La dura vita del circo, i continui trasferimenti, i pochi soldi, la vita nomade e i pericoli dei rispettivi lavori, fecero sì che i Corradi decidessero per la loro unica figlia un futuro diverso. Angela avrebbe studiato e non avrebbe fatto la vita da circense.
Presero casa ad Affori, nella parte più antica, in via Osculati al numero 6, un antichissimo casale a pianta irregolare con un'ampia corte interna e tante case di ringhiera.
Angela studiò alle elementari e alle medie, ma quando terminò il secondo ciclo scolastico iniziò a frequentare i primi "ribelli" del quartiere, quasi ancora bambina. Era la metà degli anni '60, iniziavano a vedersi a Milano i primi Beat e i primi Mods.
Angela, abbandonò gli studi e trovò lavoro come commessa in un negozio del centro di Milano; era bella e lavorò negli anni successivi varie volte come modella e fotomodella.

Ma quando tornava a casa, ad Affori, incontrava i vecchi amici di scuola, diventati in buona parte dei mezzi delinquenti, con punto di ritrovo alla Latteria di via Cialdini al 120, dove oggi si trova una trattoria.
Tra la casa di via Osculati e la latteria non vi erano più di 50 metri.
Il destino volle anche che il papà di Angela cadde durante una esibizione. Si spezzò la schiena e rimase paralizzato.

La mamma per seguire le cure del marito, abbandonò il lavoro da trapezista e iniziò a fare la domestica e la cameriera.
Angela, ancora adolescente, si trovò sostanzialmente sola per intere parti della giornata.
Abbandonò così il lavoro da commessa e iniziò a frequentare sempre più la Latteria di via Cialdini.
Nel 1968, ormai maggiorenne, era fidanzata con un piccolo delinquente della zona, Claudio Calegari; insieme partirono per un viaggio in Turchia.
Angela ritornò dal viaggi con una svastica tatuata sulla schiena e, sul dito medio sinistro, una croce con una grossa N, come nazismo.
Da lì in poi divenne, soprattutto per i giornalisti, la ragazza della svastica.
Angela Corradi divenne nota alla polizia e ai lettori dei quotidiani nel settembre del 1969, quando venne arrestata assieme agli altri membri della Banda di Mezzanotte.
Venne arrestata assieme al fidanzato Calegari e ad altri 3 membri del gruppo, accusati di decine e decine di furti e rapine.
In un appartamento al piano sopra la Latteria di via Cialdini, venne rinvenuta la refurtiva di decine di colpi commessi a Milano e Torino; la proprietaria della latteria e dell'appartamento, era sposata col pregiudicato Roberto Cafuri, già in carcere per spaccio di droga.
Altra refurtiva venne rinvenuta sempre ad Affori, in un appartamento di proprietà di un altro pregiudicato, la cui moglie era amica della proprietaria della Latteria di via Cialdini.
La Banda di Mezzanotte aveva escogitato un metodo geniale per rubare nelle case in assoluta tranquillità durante i week end e la stagione estiva.
Si recavano in auto sulla riviera Adriatica, cercavano auto con targa Milano o Torino, con le chiavi dimenticate nel cruscotto. Aprivano l'auto e di solito, tra le altre chiavi presenti nel mazzo, trovavano delle chiavi di casa. Dal libretto di circolazione trovavano l'indirizzo. Poi tornavano in città e razziavano in tutta tranquillità l'appartamento.
I furti venivano alternati a rapine e in seguito ad una di queste, il gruppo venne arrestato.
Ai primi di settembre del 1969 la banda arrivò in auto in via Monviso 13. La Corradi e due complici rimasero a fare i pali fuori dal locale. Calegari e un complice entrarono con una pistola in mano in un bar e, dopo aver picchiato l'anziana barista, Luigi Campagnani, rubarono 350.000 Lire.
Un metronotte vide una Fiat 2300 verde, targata Asti, fuggire di gran carriera.
I 4 ragazzi, tutti poco più che ventenni, portavano i capelli lunghi, secondo la moda dei ribelli dell'epoca. Il mattino dopo la rapina 3 di loro corsero a tagliarsi i capelli, lasciarono l'auto dalla parte opposta della città, ne denunciarono addirittura il furto ai Carabinieri. Angela Corradi e Calegari fuggirono a Riccione.
Ma il metronotte e la barista riuscirono a descrivere i volti dei rapinatori e la polizia, rapidamente, andò a cercarli proprio ad Affori, nella Latteria di via Cialdini. Nell'appartamento soprastante trovarono due rapinatori che messi sotto torchio confessarono e denunciarono i complici.
Angela Corradi fu arrestata a Riccione e il suo bell'aspetto, la curiosità della svastica sulla schiena e il fatto inconsueto di trovare una giovane donna tra bande di balordi, la portarono immediatamente all'attenzione dei mezzi di informazione, con foto e articoli suoi giornali.
Per Angela si aprirono le porte di San Vittore, detenuta in attesa di giudizio.
Il suo avvocato riuscì a farle avere un permesso di uscita quando le condizioni del padre si aggravarono improvvisamente. Angela uscì dal carcere ma arrivò al capezzale del padre troppo tardi, quando lui era morto da pochi minuti.
Qualche mese dopo, lo stesso avvocato, riuscì a farla scarcerare, in attesa di giudizio.
Con il fidanzato in galera, la bella Angela non perse tempo e divenne la donna di un piccolo pregiudicato di Catania, trapiantato a Milano, che in quei mesi stava svolgendo il servizio militare a Verona.

Durante una licenza, tornato a Milano, portò Angela in una noto night club dell'epoca, in via San Giovanni sul Muro.
Quando i due uscirono, con lei fortunatamente ancora sulla porta, un sicario sparò tre colpi di pistola; due raggiunsero il ragazzo in piena schiena, lasciandolo per terra in gravi condizioni. Angela fu solo sfiorata da un proiettile.
Una passante riuscì a prendere nota dei numeri di targa dell'auto del sicario, che venne in seguito identificato. La polizia non riuscì però a chiarire se l'obbiettivo dell'assassino fosse il giovane di Catania o Angela Corradi.
E infine, nel settembre 1971, iniziò il processo, con le imputazioni di furto, rapina e associazione a delinquere.
A ottobre Angela Corradi venne prosciolta dall'accusa di rapina per mancanza di prove, l'accusa di associazione a delinquere venne cancellata dalla stessa Procura e venne invece condannata per tutta una serie di furti nelle case e nelle auto.
Due anni e due mesi di carcere.

Al processo si presentò con i capelli a caschetto biondi, una minigonna e lunghi stivali di cuoio nero.
I fotografi e i giornalisti si scatenarono.
Angela passa pochi mesi a San Vittore e viene poi scarcerata, i suoi ex complici sono tutti ancora dentro.
Lei è però ormai un "nome" nel mondo della mala milanese.
Diventa amica di un gruppo di giovani delinquenti che da diversi mesi aveva iniziato una serie di furti e rapine che si contraddistinguevano per uno stile molto violento, del tutto diverso dai modi della mala milanese, la "ligera", che molto raramente ricorreva alla violenza, preferendo la destrezza.
La banda è formata da giovani ragazzi, quasi tutti suoi coetanei: Renato Vallanzasca, Rossano Cochis (gli unici due ancora vivi, oggi), Antonio "pinella" Colia e la sua donna Pina Usuelli, Marco Carluccio, Silvio Zanetti, Claudio Gatti e Vito Pesce.
Sono tutti leader di piccole bande criminali nei rispettivi quartieri, Colia e Pesce alla Comasina, Vallanzasca al Giambellino, Cochis e Gatti in via Padona, Zanetti nella bergamasca e Carluccio a Monza.
Mettono insieme le forze e nasce quella che i giornalisti, anni dopo, chiameranno, senza alcun reale motivo, Banda della Comasina.
Angela inizia a frequentare i locali alla moda, dove all'epoca spadroneggiavano i delinquenti della banda di Francis "faccia d'angelo" Turatello, e proprio in uno di quelli conosce Vito Pesce, uno dei luogotenenti di Renato Vallanzasca.
I due diventano fidanzati e Angela inizia a frequentare anche gli altri membri della banda.
Nei cinque anni successivi è una esplosione di violenza.
I membri del gruppo iniziano quasi tutti a fare uno smodato di cocaina, tanto da venir chiamati la Banda dei Drogati. Decine sono le rapine, tutte violentissime.
Vengono arrestati, condannati, evadono, tornano in clandestinità e riniziano a commettere rapine, sequestri, furti clamorosi.


Le loro rapine in banca sono rapidissime e violentissime. Emblematica quella di via Serra.
In tre entrano a rapinare le buste paga dei dipendenti dell'Alfa Romeo, una montagna di miliardi di Lire, due, Cochis e Carluccio restano appostati fuori dalla banca con armi di grande calibro.
Scatta l'allarme della banca e in un breve attimo arrivano 7 volanti della Polizia, che vengono investite da una pioggia di proiettili incessante per diversi minuti. Chochis e Carluccio consumano caricatori uno dopo l'altro. Una scena degna di un film tipo Heat di Michael Mann.

La violenza aumenta ancor di più quando, per motivi del tutto futili, scoppia una guerra tra la banda di Turatello e quella di Vallanzasca.
Altri morti, sparatorie per la strada, stragi.
Arrivati nell'autunno 1976 praticamente tutti i membri della banda sono arrestati o morti.
Anche Angela Corradi viene catturata; è arrestata nel 1975, a casa di sua mamma, in via Osculati ad Affori, e rinviata a giudizio per reati gravissimi: associazione a delinquere, rapina, porto abusivo di armi da fuoco, furto e complicità in omicidio intenzionale.
I suoi sodali vengono seppelliti da ergastoli e decenni di carcere, lei se la cava con soli 5 anni.
Viene portata nell'ala femminile di San Vittore.
Sembra che la luce su di lei si debba spegnere per almeno un po' di tempo, e invece... nel dicembre dello stesso anno Angela tenta il suicidio.
Mentre si trova a San Vittore, per la distrazione di una guardia, riesce a procurarsi un coccio di vetro di una bottiglietta di Coca Cola. Se lo porta alla gola e se la apre da parte a parte.
Cade a terra nel sangue, ma il vetro, poco affilato, non ha reciso le vene e le arterie principali. Angela si salva.
Passano mesi di depressione e si arriva al marzo del 1977, quando la Corradi, nelle foto ormai senza più il caschetto biondo ma con una massa di scuri capelli arruffati e uno sguardo perso, guida una rivolta delle carcerate di San Vittore.

Rimaste in 5 con una sola guardia, la aggredirono e le rubarono le chiavi per salire sino al tetto del carcere, da cui minacciarono di lanciarsi giù.
Il motivo della rivolta era la paventata chiusura dell'ala femminile e il trasferimento in carceri lontane delle detenute.
Memori del recente tentato suicidio, le autorità presero seriamente la minaccia della Corradi e alla fine cedettero, promettendo di non trasferire nessuna detenuta.
La rivolta terminò subito dopo.
Gli anni successivi passano per Angela nella più completa tranquillità. Inizia addirittura a scrivere poesie e un suo libro viene anche pubblicato.
Il suo ex uomo, Vito Pesce, è intanto l'ultimo dei grandi capi della banda ancora libero.
Si mette in affari col fratellino di Renato, Roberto Vallanzasca, e iniziano a spacciare eroina e cocaina e ad organizzare sequestri di persona. Viene infine catturato nel marzo 1978 a Bergamo. Condannato a 90 anni di carcere, morì di cirrosi epatica in carcere nel 1985.
Per buona condotta Angela viene liberata in anticipo e torna nel suo mondo, la malavita.
Per storie di droga, il 19 luglio 1978, decide di uccidere un criminale che aveva sgarrato, probabilmente parlando con la polizia.
Afferra una pistola e si dirige verso la porta di casa per andare a commettere l'omicidio.

E in quel momento, alla ragazza con la svastica appare Gesù, che le dice:

"Dove vai con quella pistola? Io ci sono, eccomi".

Secondo la sua testimonianza viene colta da una improvvisa conversione. Decide di abbandonare la malavita e di farsi suora laica, non potendo, essendo ancora rinviata a giudizio per precedenti reati, diventare una vera e propria suora.
Si cuce da sola un abito da suora e lo indossa.
Decide di "fare del bene", ma le sue amicizie passate la portano, almeno inizialmente ad aiutare i vecchi amici; sul finire del 1979 la si trova con Elio Lanzani, un pluripregiudicato che per un breve periodo aveva fatto parte della Banda di Vallanzasca.
In una intervista al Corriere il Lanzani esalta la "sorellina" Angela, di come lei lo stesso aiutando appena uscito dal carcere.
I riflettori si riaccesero ancora una volta su Angela Corradi l'anno seguente.

Il 6 novembre 1980 la Polizia fa irruzione in un appartamento del Corvetto, in piazza Angilberto II°, e arresta due pluripregiudicati, di cui uno evaso, Vittorio de Vincenzi; con loro c'è la ragazza con la svastica, suor Angela.
Viene arrestata per favoreggiamento anche lei, per aver dato ospitalità ad un evaso e ad un ricercato, ma viene presto rilasciata.
Nell'agosto del 1982 la sua conversione la porta al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, dove viene invitata e parla su un palco a migliaia di persone. Parla del suo cammino di conversione e penitenza.
Si dichiara suora laica e negli stessi mesi chiede di poter portare assistenza spirituale ai detenuti di San Vittore, ma le viene opposto un netto rifiuto.
Ma la giustizia italiana la colpisce il 5 dicembre 1983, quando suor Angela viene arrestata nel minuscolo appartamento di via Osculati; con lei l'anziana mamma Bruna, un pitone, un topo e un gatto!
E' accusata di aver effettuato una rapina a Venezia il 28 luglio 1980; le vengono contestati anche l'associazione per delinquere, rapina a mano armata, furto, sequestro di persona e calunnia.
Viene tenuta in carcere un paio di mesi e poi viene ancora una volta rilasciata in libertà provvisoria, ma il 18 febbraio del 1981, nemmeno una settimana dopo essere stata scarcerata, Angela Corradi finisce ancora sulle prime pagine dei quotidiani.
Alle 2 di notte, vestendo abiti civili, senza il saio da suora che abitualmente indossava, con i capelli sciolti e non raccolti in una coda come era solita fare, guidava una A112 in viale Jenner.
Nella borsa aveva quasi 1 milione di Lire in contanti; l'auto le era stata prestata da un amico, che lei chiama "confratello", di una confraternita di laici da lei organizzata, l'Ordine della Misericordia, e non riconosciuta dalla Chiesa.
Mentre guida nel buio della notte tra la Bovisa e Derganino, le si affianca un auto con a bordo almeno due persone.
La superano, l'uomo sul lato del passeggero si sporge dal finestrino e spara una serie di colpi.
Tre centrano in pieno il parabrezza, lo bucano e colpiscono alla testa suor Angela.

L'auto senza controllo continua la corsa per alcune decine di metri prima di schiantarsi violentemente contro un palo della luce all'angolo con via Livigno, abbattendolo.
I sicari spariscono rapidamente e gli abitanti del quartiere, pensando ad un incidente stradale, chiamano ambulanza e vigili urbani.
Il volto di Angela è una maschera di sangue e gli infermieri non capiscono all'inizio che sotto il sangue sul viso gonfio, vi siano tre fori di proiettile.
Angela, nonostante i colpi e il violentissimo urto contro il lampione è cosciente, invoca Gesù.
Quando i paramedici scoprono i tre fori la ricoverano in tutta fretta in neurochirurgia dove viene iniziato un disperato intervento per salvarle la vita.
Angela è stata colpita da tre proiettili, uno ha trapassato la testa, senza colpire il cervello o gli occhi ed è fuoriuscito.
Il secondo l'ha colpita alla gola, rimanendo incastrato vicino alle corde vocali.
Un terzo l'ha colpita in piena bocca, distruggendole alcuni denti e conficcandosi nella mandibola.
Mamma Bruna accorre in ospedale, al Niguarda, e interrogata dai poliziotti sostiene che Angela, come tutte le notti, andasse ad aiutare i drogati della Stazione Centrale.
Suor Angela si salva anche questa volta. I medici estraggono i due proiettili e le curano le gravi ferite. Viene interrogata dagli inquirenti, ma sostiene di non ricordarsi dove stesse andando, perchè alle 2 di notte e di non sapere di chi siano i soldi trovati nella sua borsa.
Un comportamento certo non da suor Angela, ma più simile a quello da ragazza con la svastica.
Dopo nemmeno una settimana suor Angela camminava di già, le fanno degli interventi ricostruttivi dell'osso maxillofacciale e della mandibola e alla fine le danno una prognosi di solo 30 giorni.
Un vero miracolo dopo aver preso 3 colpi di pistola in testa.
La polizia e la magistratura la reinterrogano. Lei resta "reticente", non si ricorda, non sa perché le abbiano sparato.
Sostiene di essere solo una suora laica che aiuta i bisognosi in carcere e i drogati per le strade.
A fine febbraio, al terzo interrogatorio, suor Angela decide di parlare e accusa un pregiudicato del suo ferimento, senza spiegare le reali motivazioni.
Il pregiudicato, fermato dalla polizia, presenta un alibi di ferro e viene rilasciato.
Il PM Ilio Poppi, ad agosto, torna così ad Affori per riascoltare la Corradi, ma nel minuscolo appartamento di via Osculati c'è solo l'anziano mamma Bruna, col pitone, il topo e il gatto.
Sostiene che Angela sia fuggita per timore di ritorsioni da parte degli spacciatori a cui lei dava fastidio con il suo lavoro con i tossici.


Nei mesi successivi la situazione con gli inquirenti evidentemente si chiarisce, tanto che suor Angela torna a casa e vi si chiude dentro timorosa di altri attentati. In quei mesi riceve lettere minatorie e minacce di morte, ma nel settembre 1986 suor Angela viene nuovamente arrestata, proprio per falsa testimonianza, per la reticenza riguardo i motivi dell'attentato subito.
Negli stessi giorni si fa rivivi il vecchio amico Renato Vallanzasca, che in una intervista al Corriere della Sera minaccia chi ha sparato alla sua amica Angela.
In questo interminabile romanzo di malavita non manca nemmeno un errore giudiziario.
Mentre Angela continua a rimanere chiusa in casa, a pregare tutto il giorno, il 28 ottobre del 1985, all'alba, la polizia bussa ancora alla porta di casa ad Affori.
L'accusa è gravissima: sequestro di persona, banda armata, omicidio e occultamento di cadavere.
L'ordine di arresto arriva dalla Procura di Roma; si tratta del sequestro e dell'omicidio di un noto industriale romano, avvenuto alcuni anni prima.
Mamma Bruna sveglia Angela, che indossa il saio e si consegna ai poliziotti, rigettando tutte le accuse.
Viene portata a Roma ma, dopo il 30 ottobre viene rilasciata con tante scuse. Durante il sequestro e l'omicidio, avvenuti a Roma, suor Angela era in carcere a San Vittore, in attesa di giudizio.
Ma nemmeno questo nuovo arresto sarà l'ultimo per la ragazza della svastica.
Nel 1988 si chiudono le indagini sull'evasione dal carcere di San Vittore dell'aprile 1980; tra gli evasi Renato Vallanzasca e Antonio Colia, amici di vecchia data della Corradi e un gruppo di brigatisti, tra cui Corrado Alunni.
La sanguinosa evasione vide poi ricatturare i 15 fuggitivi, quasi tutti feriti in scontri a fuoco.
Per l'evasione furono arrestati 6 agenti di custodia che procurarono le armi ai carcerati.


Il 30 aprile 1988 i PM di Milano spiccarono altri 3 ordini di custodia per quelli che furono considerati gli organizzatori dell'evasione: suor Angela Corradi, Vittorio de Vincenzi, già arrestato a casa della Corradi, al Corvetto, nel novembre 1980 e un alto dirigente della Croce Bianca di Milano.
La Corradi era ritenuta la mente dietro il piano di evasione. Obbligò il dirigente della Croce Bianca a fornire due ambulanze che sarebbero dovute servire a nascondere e trasportare gli evasi fuori da Milano. Secondo gli inquirenti suor Angela sarebbe stata dentro una delle due ambulanze.
Il piano poi fallì e gli evasi non raggiunsero mai le ambulanze e si rifugiarono in alcuni palazzi intorno a San Vittore, prendendo degli ostaggi.
Il coinvolgimento di suor Angela venne determinato da una confessione ottenuta dai PM proprio nell'autunno 1988 da uno dei delinquenti evasi da San Vittore.
Anche queste accuse caddero e suor Angela venne presto scagionata e liberata, dopo l'ennesima carcerazione preventiva.
Alcuni mesi dopo riuscì finalmente a diventare una vera suora. Prese i voti nelle suore francescane, come Sorella Viola e iniziò a lavorare con i detenuti di San Vittore.
Nel marzo 1990 fece una prima uscita "pubblica", invitata a Spino d'Adda dal parroco locale a parlare di pentimento e di redenzione.
I riflettori non erano però destinati a spegnersi su di lei.
A fine settembre 1990 due banditi entrano in un gioielleria in provincia di Livorno, con annesso laboratorio di orafi, per rapinarlo. Scatta l'allarme e i due si barricano dentro con le armi in pugno. Fuori arrivano decine di poliziotti.
Seguono minacce di uccisione di ostaggi, minacce di intervento, i due banditi che dicono che se fossero usciti sarebbero stati ammazzati immediatamente come cani, i poliziotti che giurano il contrario...
Tutte le mediazioni falliscono e la polizia decide di ricorrere a suor Viola/Angela. Viene fatta prelevare a San Vittore e portata a Livorno.
I due banditi, avvisati del suo arrivo, acconsentono a farla entrare nel laboratorio. Nel mondo della mala, il nome di Angela Corradi è ancora un nome che pesa.
Suor Viola, con i capelli castano chiari, dei grossi occhiali da sole e un cappotto a righe sopra il saio, entra nella gioielleria. Gli ostaggi riferiscono di come parlò nell'orecchio ai due banditi e poi diede loro un biglietto con scritto un messaggio. Dopo averlo letto suor Viola bruciò il fogliettino.
Poi iniziò un passaggio di biglietti tra i banditi e la polizia, con suor Viola a fare da messaggera.
Dopo una mezz'ora suor Viola uscì dalla gioielleria e poco dopo i due banditi accettarono una mediazione con la polizia, rinunciando all'auto che insistentemente chiedevano per poter fuggire.
Il sequestro continuò per altri due giorni ma alla fine la mediazione portò alla loro resa e al rilascio di tutti gli ostaggi, incolumi.
Chi aveva ancora dubbi sulla reale conversione di Angela Corradi venne presto convinto dalla dedizione che lei mise nel suo lavoro a San Vittore, con una incessante opera di dedizione verso i "peggiori" da recuperare, almeno spiritualmente.
Dal settembre 1990 suor Viola scompare dai quotidiani italiani.
Le rarissime volte in cui i giornalisti riuscirono a strapparle qualche parola, fu solo per spiegare la sua nuova missione: "E' troppo facile amare chi è buono. Difficile è amare chi odia, chi spara, chi uccide".
Nel giugno 2011 Avvenire, il giornale della CEI, scrive 4 righe 4 sull'apostolato di suor Viola a San Vittore, poi le luci tornarno a spegnersi su di lei.
Pochi mesi fa, nel settembre 2017, in un articolo per ricordare la lunga e splendida carriera di un poliziotto milanese, poi questore, viene citata Angela Corradi.
Il poliziotto, alla Mobile di Milano per lunghi decenni, racconta dei suoi incontri con la ragazza della svastica e di come la sua conversione sia definitiva, totale e assolutamente certa sin dai primi anni '80.


Una rara, forse unica immagine abbastanza recente di suor Viola la si trova in un video del TG3 Lombardia del 2011, durante una visita del Cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ai detenuti di San Vittore. Per alcuni brevi secondi appare una suora di profilo, con gli occhiali dalla montatura leggera, i capelli scuri, una piccola cicatrice all'altezza della bocca.









venerdì 16 novembre 2018

La Ghita del Carrobbio


La storia, meglio, le storie della Ghita del Carrobbio, risalgono almeno al XVI-XVII secolo; sono storie di popolani per il popolo, raccontano di eroi ed eroine dei quartieri a sud del Duomo, la Vetra, il Ticinese, il Carrobbio, i quartieri più popolari e poveri della città.
Essendo di mera tradizione orale, di ogni storia, compresa quella della Ghita, esistono più versione, con in comune i personaggi e un filo conduttore, ma molto differenti nei luoghi ove si svolgono le azioni.
Nel 1863 lo scrittore milanese Giovanni Biffi scrisse un libro sulle avventure della Ghita.

La Ghita del Carrobbio viene sempre presentata come una giovane e bella ragazza di nome Margherita Sebregondi, da cui il diminutivo; abitava al Carrobbio col giovane marito e un bambino in fasce.
Il marito si chiamava Cecco Soncino e gestiva con la moglie un negozio di pollivendolo, al Carrobbio; per questo talvolta Margherita era anche chiamata "la bella pollaiola".
Un giorno il Cecco dovette andare per lavoro sino a San Donato Milanese, allora un vero e proprio viaggio.
La Ghita rimasta sola col bambino, era solito cullarlo ripetendo una filastrocca da lei inventata:


"Fà ninin popò, vegnarà a cà el papà el portarà el cocò"

Secondo altre versioni il Cecco era partito per una non precisata guerra per conto degli occupanti Spagnoli; la Ghita in entrambe le versioni, preoccupata per il marito, andò a chiedere aiuto ad un mago del quartiere, il negromante Mago Sabino.
Il Mago Sabino era nativo di Venezia, da dove era fuggito dopo aver ucciso un parente della sua fidanzata, la cui famiglia si opponeva al matrimonio.
Fuggito prima nella terra di Romagna, era infine giunto a Milano, dove aveva comprato un intero palazzo nella Cittadella, Porta Ticinese.
Girando per il quartiere aveva notato la bellezza della Ghita e se ne era perdutamente innamorato.
Quando Ghita andò da lui per chiedere notizie di Cecco, Mago Sabino, con un potente sortilegio la fece addormentare e la rapì.
In un'altra versione Mago Sabino non la rapì per amore ma per denaro, volendo venderla al "super cattivo" di turno, il Don Rodrigo di questi Promessi Sposi popolani, tale Don Alfonso Carpano.
Nella versione in cui Mago Sabino si innamora di Ghita, questa viene rinchiusa nelle cantine del palazzo e tenuta prigioniera, mentre il mago cerca di realizzare una sorta di elisir di amore, per poter essere amato dalla fanciulla.

Nella versione in cui compare Don Alfonso, notare il nome tipicamente spagnoleggiante, questi fa arrestare il Mago Sabino, per sbarazzarsene e portare Ghita nella sua rocca in alta Brianza, in quella torre-fortezza che ancor oggi si chiama... Torre Ghita del Carrobbio, a Galliano, frazione di Eupilio, chiusa tra il Lago di Pusiano e il Lago del Segrino.
Il popolo del Carrobbio, scoperto il rapimento, scoppiò in tumulti di piazza contro gli occupanti Spagnoli.
Nelle versioni più recenti del racconto, compaiono addirittura delle bandiere rosse in piazza, mentre in quelle più antiche il popolo urla contro gli Spagnoli e contro l'Inquisizione.
Il Cecco, che non fa mai la figura di quello molto sveglio, in una versione viene indotto a credere che la sua bella sia finita a Corfù, in Grecia, e dopo infinite peripezie vi giunge per, ovviamente, non trovarla.
Tornato infine a Milano e scoperta lungo il viaggio la vera storia del Mago Sabino, va per affrontarlo ma questo viene ucciso dai suoi servi che vogliono rubargli il denaro.
In altre versione il Mago Sabino è in realtà niente meno che lo stregone che ha terrorizzato generazioni intere di bambini milanesi: Bargniff Bargnaff.
Al secolo Isidoro Strongoli, da Binasco, questi nella tradizione milanese viveva in uno scantinato buio e malsano nei pressi del Ponte delle Pioppette, lungo l'odierna via Molino delle Armi, non distante quindi dal Carrobbio.
Al Bargniff venne dedicata una delle più celebri (non certo oggi, purtroppo), filastrocche milanesi:

Sott el pont de s'ciff e s'ciaff

Là ghe sta Bargniff Bargnaff

Cont la vesta verdesinna

Gran dottor chi l’indovinna.

Vestito sempre con un lungo mantello verde che tutto lo avvolgeva, Bargniff Bargnaff era un potente mago che rapì la giovane Ghita.
In realtà il mito di Bargniff Bargnaff è molto più antico e del tutto scollegato alla storia della Ghita, e venne "incorporato" dal Biffi come artifizio per dare una finta mano di pseudo-verità alla storia del Carrobbio.
In tutta la Lombardia meridionale c'è il mito del diavolo Bargniff, di verde vestito, che vive nei pressi di un qualche fiume, canale o lago, in antri bui, nebbiosi e lugubri, che fingendosi un mago o un guaritore, rapiva giovani fanciulle, che, come ricordava il Romussi, vendeva poi ad un ricco, nobile e cattivo signore della zona.
Se a questo aggiungiamo che in milanese più antico, Bargniff era uno dei tanti nomi attribuiti al diavolo, ecco che il tutto ammantava di toni ancor più cupi e spaventevoli la storia della povera Ghita.



Per la cronaca il Bargniff Bargnaff viene secondo la tradizione arrestato e giudicato dalla Santa Inquisizione, torturato piacevolmente per giorni, non confessa e anzi sputa sulla croce, abiura Dio e viene infine felicemente bruciato vivo in Piazza Vetra.
Ghita, Cecco e il bambino, che secondo alcuni si chiamava Riccardino, tornano felicemente al Carrobbio.

Per lunghi decenni, al tramonto, nei giorni di tempo sereno, i burattinai si piazzavano col loro teatrino proprio all'incrocio tra la Contrada di San Simone e la Contrada del Torchio dell'Olio, oggi via Cesare Correnti e via del Torchio, proprio nel cuore del Carrobbio.
Lì raccontavano con i loro burattini la, anzi, le storie della Ghita del Carrobbio.






Un'altra celebre storia del popolo della Cittadella di Porta Ticinese, e dintorni, venne riportata in vita, nel 1841, da Ignazio Cantù, fratello del ben più noto e autorevole Cesare; si trattava del racconto "Cecco Maron e la Celestina de la Vedra", pure esso di origine Seicentesca.
In questa storia la Ghita del Carrobbio viene citata come sorella della Celestina della Vetra, anche quest'ultima protagonista dei racconti fatti ai bambini milanesi per secoli.
Il co-protagonista è ancora una volta un Cecco, di cognome Maroni, che è perdutamente innamorato di Celestina; i due vivono entrambi alla Cittadella, il Ticinese, quartiere poverissimo; il Cecco però fa fortuna, diventa ricco e scappa dalla miseria della Cittadella, va a vivere in centro, si fa chiamare Don Cecco e sposa una ricca nobildonna.
Questa però in breve tempo lo porta alla rovina, dilapidando tutti i suoi averi. E Cecco Maroni tornò alla Cittadella, rimpiangendo la Celestina della Vetra.
Anche per questa storia il popolo creò un ritornello:

Don, Don, Don Cecco Maron, 
Ciocca de festa, 
Pan in canesta, 
Vin in vassell,
Ciappa, ciappa che l'è bell!




Curiosità finale, nel febbraio 1839 Giuseppe Verdi tentò il grande salto nel mondo della musica, trasferendosi da Busseto a Milano, insieme alla moglie e al figlio di pochi mesi.
La moglie si chiamava Margherita Barezzi, detta Ghita e la famiglia Verdi andò a vivere al Carrobbio, in Contrada di San Simone, oggi via Cesare Correnti al 15.
Il trasloco non portò fortuna ai Verdi: il figlio Icilio morì nemmeno 8 mesi dopo, mentre la "Ghita del Carrobbio" di Giuseppe Verdi, morì nel giugno del 1840 a soli 26 anni.

domenica 11 novembre 2018

Sant'Aquilino e i Facchini della Balla

Sant'Aquilino, conosciuto anche come Aquilino di Milano o Aquilino di Colonia, nacque in Baviera a metà del X secolo, da una nobile famiglia. I racconti sulla sua vita, scritti cinque secoli dopo da Pietro Galesino nel Breviario Ambrosiano del 1582, fanno una perfetta agiografia del personaggio, mostrandocelo dedito alla carità e alla bontà sin da bambino, pacere tra i litiganti e profondamente religioso.
Studiò quindi teologia a Colonia e divenne un canonico, poi venne preso dal sacro fuoco della predicazione.
I suoi titoli nobiliari dovevano essere talmente rilevanti che quando morì il vescovo di Colonia, i maggiorenti della città offrirono a lui la cattedra della città.
Aquilino rifiutò e partì per Parigi per predicare; giunto nella capitale francese trovò una città allo stremo per una pestilenza. Aquilino si prodigò nelle cure dei malati e quando infine la pestilenza terminò gli venne proposto di diventare vescovo di Parigi.
Aquilino rifiutò nuovamente e partì per il nord Italia per una nuova predicazione.
Giunse così a Pavia per poi arrivare a Milano, dove voleva pregare sulla tomba di Sant'Ambrogio, di cui era profondamente devoto.
Aquilino trovò una Milano profondamente lacerata dal movimento dei Patarini, una folta schiera di popolani milanesi che lottava contro la simonia, il matrimonio dei preti e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano di quegli anni.
Contemporaneamente ai Patarini agivano anche i Catari, altro movimento eretico di origine francese che aveva preso piede nelle odierne Lombardia e Piemonte.
Aquilino predicò duramente contro le eresie, tentando di convertire gli eretici e inimicandosi intere comunità, esattamente come fece Sant'Ambrogio secoli prima nella sua lotta contro gli Ariani.
Tra il 1015 e il 1018 la tradizione vuole che Aquilino una mattina si stesse recando nella basilica di Sant'Ambrogio, per pregare, come spesso faceva, davanti i resti del santo; lungo l'odierna via Torino, all'altezza di quella che poi sarebbe diventata la Contrada della Balla, incrociò dei Catari o dei Patarini, che, riconosciutolo, lo accoltellarono alla gola con un lungo pugnale. Stessa fine fu riservata ad un certo Costanzo, probabilmente un altro prete.
I corpi furono gettati in un canale di scolo in segno di disprezzo ulteriore.

Sempre la tradizione vuole che, appena accaduto il duplice omicidio e fuggiti gli assassini, i primi ad accorrere fossero dei facchini, che erano soliti radunarsi ogni mattina all'angolo tra la Corsia e la Contrada della Balla, oggi rispettivamente via Torino e via della Palla, dove sin dall'epoca romana, si teneva un mercato di latte e formaggi, tre volte alla settimana.
Il mercato si svolgeva sotto un grosso porticato, dove veniva anche custodito tutto l'olio in vendita a Milano.
L'olio, come ogni altra merce che entrava in città, era soggetto a dazio, ma quando giungeva al mercato della Balla, veniva automaticamente esentato. Non di rado i facchini trasportavano di nascosto otri di olio dentro i bagagli che spostavano dalle Porte di Milano sino al centro.
I facchini erano una figura comune nelle città di epoca medievale, quando i commerci e gli scambi tra città e nazioni ripresero a diventare sostenuti.
Quando le merci arrivavano alle porte della città, pagato il dazio, i facchini si facevano carico di trasportarle sino a destinazione.
La maggior parte a piedi, caricandosi delle enormi "balle" sulla schiena, da cui Contrada della Balla/Palla, chi con carretti, chi, pochi, con asini o cavalli.
Furono quindi questi popolani, provenienti inizialmente dal Lago Maggiore, poi per lo più dalle valli delle Bergamasca o del Comasco, a trovare il cadavere di Aquilino.
Alcuni facchini corsero nella cattedrale dell'epoca, la basilica Maior, o Santa Tecla, nell'odierna Piazza del Duomo, e avvisarono l'arcivescovo Arnolfo II° dell'orribile delitto.
Arnolfo accorse sul luogo scortato dai più alti prelati della curia Ambrosiana e diede l'ordine di portare il corpo alla vicina basilica di San Lorenzo.
I facchini chiesero e ottennero, di poter portare loro il corpo di Aquilino.

Iniziò quindi una sorta di processione con in testa l'arcivescovo Arnolfo, i prelati e i monsignori, seguiti dai facchini che portavano il corpo del predicatore.
Giunta al Carrobbio, la processione usci dall'antica porta delle Mura Massimiane, di epoca Imperiale, e scesero verso la strada per Ticinum, cioè Pavia, per arrivare alla basilica di San Lorenzo.
Per motivi non chiari, il corpo di Aquilino non fu portato nella basilica ma nell'attigua chiesa di San Genesio, una antichissima cappella ottagonale fondata probabilmente da Galla Placidia intorno al 410.
Galla Placidia fu un'imperatrice romana, figlia dell'imperatore Teodosio I; fu anche nipote di tre imperatori, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro, tanto da poi venir chiamata "la nobilissima Gallia".
Le forme architettoniche della cappella sono assolutamente confrontabili con quelle del Mausoleo Imperiale di San Vittore al Corpo e con il Battistero di San Giovanni alle Fonti, tanto da far sospettare che l'originale destinazione della cappella fosse quella di un mausoleo imperiale riadattato nel V secolo dai cristiani di Milano.
La Cappella di San Genesio venne inglobata dalla basilica di San Lorenzo, diventandone una delle parti più preziose e meravigliose, soprattutto dopo i recenti restauri.

L'atrio era interamente ricoperto da splendidi mosaici coloratissimi, mentre la cappella era totalmente rivestita da marmi policromi provenienti da tutto l'Impero.
Col passare dei decenni la cappella venne infine dedicata a Sant'Aquilino, perdendo l'antica denominazione.
Nel 1465 una Confraternita di Sant'Aquilino nacque ufficialmente a Milano e il Papa ne approvò il culto quattro anni dopo.
Nel 1475 venne infine deciso di celebrare il culto di Sant'Aquilino il 29 gennaio di ogni anno.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nel 1581 lo proclamò compatrono della città e ne incentivò il culto, specie come protettore contro la peste.
Fu invece il cardinale di Federico Borromeo, nel 1608, a far scavare sotto la cappella di Sant'Aquilino, portando alla luce 11 sepolture di epoca romana, che hanno poi rafforzato la tesi del Mausoleo.
Fu invece nel 1697 che una sottoscrizione popolare permise di raccogliere ben 22.000 scudi d'argento per far realizzare un'urna dal celebre intagliatore, scultore e orafo Carlo Garavaglia.
Nel frattempo i facchini di Milano avevano continuato nella loro attività, utilissima e fondamentale per i commerci della città.
Ogni anno, però, al 29 di gennaio, i facchini sospendevano ogni attività nel pomeriggio per celebrare il loro "patrono", Sant'Aquilino.
In una lunga processione sfilavano dalla Corsia della Palla sino a San Lorenzo, portando una "baga" di pelle di capra, cioè un otre da cinquanta litri, di quello stesso olio che contrabbandavano; l'olio sarebbe servito per alimentare un sacro lume posto ai piedi delle spoglie mummificate del santo.
Il percorso partiva dal minuscolo incrocio tra via della Palla e vicolo Pusterla, esistente ancor oggi, davanti ad un tabernacolo con un quadrone della Vergine Maria e del Bambino.

Lì davanti si radunavano tutti i membri della Magnifica Badia dei Facchini, per proseguire poi lungo l'odierna via Torino, il Carrobbio e corso di Porta Ticinese, con sosta presso le chiese di Sant'Ambrogio in Solariolo, scomparsa, San Giorgio a Palazzo, Sant'Alessandro in Zebedia. Lungo tutto il percorso venivano stesi drappi bianchi con croci rosse.
I facchini indossavano i loro vestiti da cerimonia, abiti bianche e celesti con grembiuli ricamati d'oro e d'argento e indossavano cappelli rossi con pennacchi blu.
Le massime autorità religiose della città aprivano la processione, precedute da due facchini che reggevano due enormi stendardi, uno mostrante il martirio di Sant'Aquilino, l'altro, assai più profano, mostrava lo stemma della famiglia Moriggia, o Moriggi, che per secoli finanziava la processione e soprattutto le seguenti bevute nelle osterie.
Il secondo stendardo, Seicentesco, riportava la scritta: "VIVANO LI PORTATORI E LI CARBONARI - VIVA LA CASA MORIGGIA".
Partecipavano anche le famiglie dei facchini e i bambini reggevano ceri accesi e portavano cesti di fiori.
Una banda musicale suonava marce militari.
Giunti alle Colonne il corteo faceva un intero giro del sagrato della basilica per poi entrare a San Lorenzo e dirigersi verso la cappella; si svolgeva una messa alla quale partecipavano per motivi di spazio solo i facchini più anziani, veniva deposto l'otre, versato l'olio nella lampada, deposti i ceri che sarebbero serviti ad illuminare per un intero anno la cappella e benedetti i fedeli.
I facchini usciti dalla basilica lasciavano lo stendardo di Sant'Aquilino appoggiato all'arco di ingresso al sagrato della basilica, che sino agli anni 30, era separato dalle Colonne da un intero isolato di case.


Poi iniziava la baldoria. I facchini, parecchie centinaia, si disperdevano nelle decine di osterie, bettole e boecch del Ticinese, iniziando una intera notte di bevute, risate e feste.
Per tradizione i due grandi stendardi erano poi dati in pegno agli osti per ottenere in cambio del vino. Terminata la notte di baldorie, delle enormi collette tra i facchini e la generosità popolare, facevano sì che i due stendardi venissero riscattati il mattino seguente.
I facchini, con le loro divise riconoscibili, i modi schietti, popolani, erano una delle figure più tipiche e caratteristiche di Milano, tanto che la loro processione, chiamata "facchinata", divenne un modo di dire milanese: "fare una facchinata" era sinonimo di una processione quasi carnevalesca, festosa che si concludeva in osteria, con canti e balli.
Il modo di dire rimase in uso sino ai primi del Novecento.
Nel Cinquecento le "facchinate" vennero addirittura prese a esempio per le sfilate del Carnevale
Ambrosiano.
Iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta appunto, Accademia dei
Facchini della Val Blenio.

I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
Ma i facchini non avevano solo il compito di spostare le merci da una parte all'altra della città, erano anche i pompieri di Milano.
Sin dall'epoca rinascimentale spettava infatti ai facchini il pronto intervento in caso di incendio.
Quando suonavano le campane che avvisavano di un incendio, i facchini accorrevano celermente.
Per spegnere i fuochi avevano il permesso di requisire nelle osterie tutte le "brente" che trovavano.
Una "brenta" era un tipico secchio in legno milanese e indicava anche l'unità di misura dei liquidi.
Una "brenta milanese" corrispondeva a 75.5 litri odierni ed era divisa in 96 boccali, ciascuno di 0,78 litri.
Con i secchi correvano quindi a rifornirsi di acqua in qualche roggia o fontana e si prodigavano nello spegnere l'incendio.
Quando i facchini agivano come pompieri cambiavano anche nome, diventavano i "brentatori", dal secchio che usavano.
Il primo facchino che raggiungeva il luogo dell'incendio aveva diritto ad un premio in denaro.
Ai facchini che non rispondevano alla chiamata delle campane veniva al contrario comminata una multa.
L'incentivo del premio venne però eliminato agli inizi del Settecento; troppe infatti erano le risse che si scatenavano tra i facchini per gli arrivi "in contemporanea" o per i troppi furbi.
Nel 1738 vennero fornite ai "brentatori" anche le prime rudimentali pompe, ma la "brenta" rimase il loro mezzo principale.
Purtroppo non era rara che allo scoppio di un incendio dei malintenzionati entrassero nelle osterie facendosi dare la "brenta", spacciandosi per facchini/brentatori.
Il Comune di Milano decise quindi di rendere riconoscibili i facchini, tramite un documento che certificasse la loro appartenenza alla corporazione.
Il documento venne soprannominato dai facchini "Bollettone"; venne in seguito rilasciata anche una targa metallica che veniva posta sul petto o sul cappello.
Ai facchini, in caso di incendio spettavano anche compiti di polizia.
Oltre a spegnere gli incendi dovevano gestire l'ordine pubblico, allontanare i curiosi e presidiare le case danneggiate e sgomberate dall'arrivo di possibili ladri e sciacalli.
Nel 1797 vi fu un rudimentale sciopero dei facchini/brentani, che smisero di accorrere in caso d'incendio se il Comune non avesse smesso di far svolgere alcune mansioni di facchinaggio, trasporto del carbone e della legna, alla nuova corporazione degli Spazzaturai, che poi divennero gli spazzini delle Rottole, la discarica e cittadella che si trovava tra Cimiano e Crescenzago.
Gli spazzaturai rinunciarono a svolgere mansioni non loro e i facchini riniziarono a fare anche i pompieri.

Nel 1811 vennero fondati i Pompieri di Milano, detti "Coo d'Or", testa d'oro, dall'elmetto dorato, ma ai facchini fu comunque lasciato il compito di accorrere con le "brente", portare le pompe, montarle e a gestire l'ordine pubblico.
Nel 1848, durante le gloriose Cinque Giornate di marzo, i facchini furono tra i più valorosi e grazie ai loro muscoli furono tra i primi ad erigere le barricate nei vari punti strategici di Milano.
Nel 1862 i facchini/brentatori si costituirono ufficialmente in una società; erano in 400 dotati di "Bollettone" e per un paio di decenni dopo l'Unità, con l'aumentare della popolazione, il loro numero crebbe sino ad arrivare a 700 membri.
Ma già sulla fine dell'Ottocento il numero di facchini iniziò lentamente a diminuire, per poi precipitare nel nuovo secolo, con l'avvento del motore a scoppio e dei primi mezzi di trasporto, pubblico e privato.
Alla stessa stregua anche la Processione di Sant'Aquilino vide crollare il numero dei suoi partecipanti, per venire infine sospesa dalle autorità comunali nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra.
Solo nel 1925 il Prevosto di Sant'Eustorgio, don Carlo Rigogliosi, e il Presidente della Società dei Facchini, Ambrogio Porati riuscirono a far rinascere la processione, con i soli 100 facchini rimasti a Milano.
La "facchinata", partì con in testa il decano dei facchini, vestito con la sua divisa colorata, con nelle mani il bastone del sodalizio e un grosso crocefisso, seguiva la banda e i portatori delle offerte, col classico otre da 50 litri di olio e gli enormi vassoi carichi di ceri, poi arrivavano i due stendardi, l'uno raffigurante Sant'Aquilino, l'altro, andato perduto, o forse dato in pegno e mai più riscosso, quello di Casa Moriggi, raffigurante scene di facchini che scaricavano da un barcone enormi otri e botti piene di vino, con greche ai bordi composte da grappoli d'uva. Il classico sacro e profano tanto caro ai facchini.

Il 3 febbraio 1937 iniziarono i lavori di restauro della basilica di San Lorenzo, cappella di Sant'Aquilino compresa.
Venne quindi predisposta la traslazione dell'urna d'argento realizzata dal Garavaglia, contenente il corpo mummificato del santo.


Un furgone scuro, addobbato di fiori, portava sul cassone l'urna, seguita da una processione guidata dal cardinale di Milano, da numerosi prelati, rappresentati del Podestà e del governo e da una rappresentanza dei Facchini della Balla.
Le vie della città in cui sfilava il lungo corteo, erano addobbate con paramenti bianchi e rossi e le campane di tutte le chiese davanti a cui sfilava la processione, suonavano a festa.
Giunta dopo un ora in Piazza Santo Stefano, dove una banda accolse la processione, l'urna fu portata a spalla dai facchini sin dentro la chiesa di San Bernardino alle Ossa e collocata sull'altare di destra.
L'urna doveva rimanere solo un anno lontano da San Lorenzo, ma solo nel 1939 venne riportata a "casa", il 25 gennaio, giusto in tempo per la facchinata.
Sospesa nuovamente con lo scoppio della guerra, la facchinata rinacque a fatica nel Dopoguerra, anche per il numero ormai ridotto di facchini presenti a Milano.
La processione, negli anni '70, venne sostituita da un simbolico ritrovo di alcuni dei facchini della città presso la cappella di Sant'Aquilino e nella consegna di un assegno, coperto dal Comune di Milano, al don della basilica.
I giornali riportano la celebrazione di Sant'Aquilino sino al 1987, dopodiché non si hanno più notizie.



I facchini partecipavano da protagonisti anche ad almeno altre quattro antiche processioni ed eventi, le processioni di Sant'Ambrogio, dei Re Magi e del Corpus Domini e al Carnevalone Ambrosiano.





La prima li vedeva protagonisti nel trasportare l'enorme e pesantissimo Stendardo, o Gonfalone di Sant'Ambrogio, ogni primo di dicembre dalla basilica sino al Duomo, dove l'arcivescovo benediva solennemente il simbolo ambrosiano.
Servivano ben 6 facchini contemporaneamente per trasportare lo stendardo. Ogni 15 minuti veniva dato loro il cambio.
Ai lati dello stendardo sfilavano i "Coo d'Or", rivelando ancora una volta quell'antico legame tra facchini e pompieri.
Il colossale Gonfalone di Sant'Ambrogio venne realizzato nel 1565 da Scipione Delfinone e Camillo Pusterla e venne portato in processione sino al 1864, quando ormai in condizioni precarie, venne definitivamente conservato prima nel Broletto e poi nei Musei del Castello Sforzesco.




La seconda, la Processione dei Re Magi aveva luogo a Milano dagli albori della Cristianità, all'incirca dal 344,  quando il vescovo Eustorgio fece erigere una basilica, poi a lui intitolata, per porvi le ossa dei tre re, che fece appositamente arrivare a Milano, col permesso dell'Imperatore, da Santa Sofia a Costantinopoli.
Le spoglie furono poi rubate dai tedeschi di Federico Barbarossa, che le portarono nel 1164, dopo aver distrutto tutta la città, a Colonia.
Nel 1336 venne istituita nuovamente la processione dai frati domenicani della basilica di Sant'Eustorgio, nonostante non vi fossero più le reliquie.
Il giorno dell'Epifania una processione partiva quindi da Piazza del Duomo, con in testa un vessillifero che reggeva una lunga asta con in cima una cometa a sette punte dorata e con una lunga coda svolazzante.
Seguivano la cometa una serie di tamburini che dettavano il tempo e poi portatori di scimmie, pappagalli, animali esotici, poi tre cavalieri vestiti con eleganti tuniche rosse, con lunghi mantelli. Uno giovane, uno anziano, uno col volto coperto di fuliggine.
I tre Re Magi brandivano uno scettro e portavano scintillanti corone in testa. Intorno a loro si trovavano paggi e scudieri in costume, che portavano l'oro, l'incenso e la mirra.
Poi iniziava la sfilata vera e propria, a cui partecipavano decine e decine di migliaia di milanesi.
In testa al corte, nel posto d'onore si trovavano i Facchini della Balla che trasportavano enormi casse, borsoni, bauli, a rappresentare i bagagli del corte dei Re Magi.
Giunta la processione davanti a San Lorenzo, tra le case davanti al sagrato e le colonne, si trovava un figurante vestito da Re Erode che bloccava il corteo, seduto su un trono in mezzo alla strada.
Erode era circondato dal suo esercito che doveva simulare il blocco del corteo dei Re Magi per impedir loro di far visita al Bambin Gesù.
Veniva così simulato un combattimento tra l'esercito di Erode e gli accompagnatori dei Magi.
Ovviamente i Facchini della Balla si prestavano a recitar la parte.
Ricordava Otto Cima, lo storico di "milanesità, in un articolo degli anni Venti, di come non raramente si esagerasse nello scontro e che alla fine, tra Facchini e fedeli di Erode, si arrivasse realmente alle mani, con una colossale rissa.
Ma alla fine i Magi dovevano passare e i soldati ritirarsi.
Erode scendendo dal trono chiedeva quindi ai Magi cosa volessero fare, questi rispondevano che stavano cercando un bambino di nome Gesù.
Erode prendeva quindi degli enormi libri polverosi che consultava a lungo, per infine annunciare che un Gesù era nato il 25 dicembre e si trovava... nella Basilica di Sant'Eustorgio, giusto a poche centinaia di metri!
Giunti a Sant'Eustorgio, i figuranti entravano nella chiesa per trovare un enorme e colossale presepe vivente ai piedi dell'altare, con tanto di capanna, un vero bue e un vero asino.
I Magi recavano le offerte, la cometa posta in cima alla capanna, i fedeli benedetti.
Dopodiché tutti tornavano in abiti civili e, facchini compresi, seguivano i Magi ed Erode che siglavano la pace con una sana bevuta in una osteria di Porta Romana.

La terza processione era quella del Corpus Domini, istituita a Milano nel 1330 dall'arcivescovo Giovanni Visconti, era la più solenne e affollata processione di tutta la Diocesi Ambrosiana. Centinaia di migliaia di persone, molte giunte dal contado e oltre, si radunavano nella Basilica Maior e nella piazza antistante, l'odierna Piazza del Duomo, e sfilavano poi per via Mercanti, l'attuale via Torino, il Carrobbio, via del Torchio, via Lanzone e facevano una tappa nella basilica di Sant'Ambrogio, per tornare poi per via Sant'Agnese e il crocicchio di Porta Vercellina sino a Piazza Borromeo, dove entravano a Santa Maria Podone; proseguivano poi per le Cinque Vie, San Sepolcro e sbucare ancora in via Torino e tornare in Duomo. Non di rado la testa del corteo tornava in Piazza del Duomo ancora ingombra della coda del corteo.
Ad aprire la processione del Corpus Domini vi era il più grosso stendardo di Milano, talmente pesante che veniva retto da due squadre, che si alternavano, di 24 Facchini della Balla.


In occasione del Carnevalone Ambrosiano, sin dall'epoca medievale, un gruppo di Facchini della Balla veniva ingaggiato dalla nobile famiglia Pusterla, che aveva i suoi palazzi proprio all'angolo con via della Palla, dove si trova l'affresco della Vergine Maria ove si radunavano i facchini.
La presenza dei robusti e decisi facchini nei pressi dei loro palazzi faceva molto comodo ai Pusterla, che per ingraziarseli e usarli come una sorta di "esercito" personale, consegnavano loro ogni anno a Natale il "palpiroeu", cioè un vero e proprio "pacchetto" natalizio, pieno di cibarie.
I Pusterla, a Carnevale, facevano quindi costruire ogni anno un enorme Cavallo di Troia in legno, che veniva poi spinto dalle loro proprietà sino a Piazza del Duomo.
Dall'interno del cavallo, al posto dei soldati di Ulisse, uscivano i Facchini della Balla, carichi di doni per i preti delle due basiliche che sorgevano nella piazza ben prima della costruzione del Duomo.
Le fortune dei Pusterla terminarono quando Franciscolo Puesterla, sposato con Margherita Visconti, organizzò una congiura per far assassinare Luchino Visconti, cugino della moglie e, soprattutto, Signore di Milano da giusto un anno.
I Pusterla vennero arrestati e decapitati dai Visconti e terminò così la tradizione del Cavallo di Troia e pure del "palpiroeu de Natal".



I Facchini della Balla, in origine erano solo uno dei gruppi di facchini presenti a Milano.
Un altro gruppo organizzato di facchini era quello della Darsena di Porta Ticinese, che aveva il monopolio sullo scarico dei barconi.
La loro "distanza" dai facchini della Balla era rimarcata dall'avere come patrono non Sant'Aquilino ma San Cristoforo.
Nota è anche l'associazione dei Facchini del Verziere, prima a largo Augusto e poi con i loro tipici carrettini tra la Stazione Merci di Porta Vittoria e il nuovo Verziere di corso XXII Marzo.
Un'altra associazione di facchini doveva essere in via Manzoni, poco dopo l'incrocio con via Croce Rossa; lì si aprivano in serie 2 antichissime, strette ed anguste strade senza uscita: vicolo Tignoni, da un antico ospedale dove erano curati i malati di tigna, e vicolo Facchini, dove si trovava una corporazione rivale dei Facchini della Balla.

Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...