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martedì 19 maggio 2020

"El Polentatt"

Nella foto si vede un uomo avvicinarsi ad una rivendita di polenta, "el Polentatt de San Clement", per la precisione.

La foto, risalente al 1880 circa, mostra come avveniva questo tipo di vendita take-away o fast-food, molto diffusa a Milano da secoli e secoli.
La polenta è uno dei piatti caldi più antichi dell'umanità. Era mangiata in Mesopotamia già millenni fa e da lì si diffuse lentamente nel Mediterraneo.

Ovviamente era un tipo di polenta molto diverso da quello odierno, non essendo noto in Eurasia il mais, autoctono delle Americhe.
La polenta era così cucinata con farine e battute di farro, orzo, segale, miglio o addirittura fave secche.
A Roma, durante il periodo repubblicano, era il piatto più comune in tutta la città.
La polenta era molto più economica rispetto al pane, un cibo per ricchi, e poteva essere accompagnato con altri semplici piatti diffusi nell'antichità, come pesce sotto sale o fritto o lessato, mitili cotti o verdure e formaggi.
I romani usavano per lo più il "far", il farro, per preparare la "puls"; "far" ci diede poi il termine farina e "puls" divenne polenta.

Circa tre millenni prima di Cristo, dall'altra parte dell'Atlantico, le popolazione degli altopiani del Messico odierno, iniziarono a selezionare e coltivare la pianta del mais, che intorno al 2.500 si diffuse sia nel Sud che nel Nord America. 
Gli Olmechi, circa un migliaio di anni a.C. iniziarono a selezionare varietà per il consumo umano e altre per quello animale.
Col ritorno di Colombo in Europa, nel 1493, arrivò anche il mais che ebbe un istantaneo successo, vista la facilità di coltivazione, l'ottima resa e la capacità di adattamento a climi molto diversi.
Nel giro di 30 anni il mais era diffuso in tutta la Penisola Iberica, la Francia Meridionale e il Nord Italia, in Val Padana.

Curioso il fatto che il mais in Italia fosse chiamato, e talvolta ancor oggi, "granoturco", pur provenendo dalla parte opposta del Mondo. Il suffisso "turco" indicava un'origine straniera, lontana e, con le carenze geografiche dell'epoca, tutto ciò che arrivava da fuori del Mediterraneo più prossimo, era "turco".
Negli stessi decenni arrivò anche il grano saraceno, segnatamente in Valtellina, da dove poi si diffuse lentamente nel Nord Italia. Anche in questo caso "saraceno" indicava una provenienza misteriosa, lontana; in realtà la pianta proveniva dalla Germania e dalla Svizzera, dove era stata introdotta da mercanti del Mar Nero, che a loro volta l'aveva presa in Himalaya.

I primi piatti di polenta di mais sono testimoniati in Friuli, intorno al 1550 e nel giro di pochi anni ebbe grande diffusione anche in Veneto e poi nel Bresciano e nella Bergamasca.
Con l'aumentare delle popolazione in Europa intorno al Tre-Quattocento, la coltivazione del mais andrò rapidamente a sostituire tutte le altre, o quasi.
La maggior parte del popolo aveva come unico piatto, durante tutto il giorno, polenta e forse un brodo o una zuppa di verdure calda.

Il mais ha però una grave carenza nutrizionale per l'uomo e, soprattutto di vitamina B e PP, carenza che provoca una malattia, la pellagra, che iniziò ad infestare la Pianura Padana e le valli alpine.
Ogni volta che arrivava la guerra, una carestia o una pestilenza, i contadini e le popolazioni più povere si nutrivano praticamente solo di polenta e la pellagra raggiungeva picchi di diffusione colossali tra il Seicento e la fine dell'Ottocento.
Il Nord Italia, Lombardia, Veneto e Friuli su tutti, era la zona più colpita dalla pellagra in tutto il continente europeo; il fatto che fossero sotto il controllo di Spagna o Austria o Francia non migliorò certo le cose, dato che le potenze occupanti si disinteressarono quasi totalmente del problema.
Fu solo dopo l'Unità d'Italia che il problema della pellagra venne studiato e affrontato a partire dal 1881, quando iniziarono a venire distribuiti e vendute frutta e verdura anche nelle aree dove normalmente non venivano prodotte o rivendute. Solo nei primi decenni del 900 la pellagra smise di infestare le valli alpine e le pianure venete.
Le popolazioni delle Americhe erano a conoscenza di questo problema legato all'eccessivo consumo di mais da secoli.
I conquistadores non riuscirono a capire perché gli indios fossero soliti cucinare il mais assieme a della cenere di calce; questo tipo di cottura era chiamato" nixtamalizzazione" (dalla lingua nahuatl "nextli", cenere di calce, e "tamalli", pasta di mais) e dopo una cottura in acqua e una notte a riposa, il mais sviluppa le vitamine PP, che prevengono la pellagra.
Il processo è in uso ancor oggi per preparare, tra gli altri piatti, le tipiche tortillas.

In Nord Italia la vendita della polenta rimase non accompagnata da altri alimenti sino a quando alcuni "polentatt" non riuscirono ad aprire delle loro attività commerciali in veri e propri negozi, e non solo come ambulanti o nei mercati.
Generalmente a Milano si trattava di una vetrina sola, che non permetteva l'accesso ai clienti, a cui erano venduti i cibi direttamente da un bancone che si affacciava su strada.
I "polentatt" iniziarono a vendere anche cibi per accompagnare la polenta.
Essendo quasi tutti bergamaschi gli "osei", gli uccellini, furono il primo accompagnamento, per la tipica "polenta & osei".
La tipica struttura di caccia usata nelle Alpi Orobie, il "roccolo", venne inventato e perfezionato solo tra Cinquecento e Seicento, e permetteva una cattura di una gran quantità di uccelletti vivi, che potevano poi essere trasportati a valle e anche a Milano.
Fu poi l'arrivo dello stoccafisso e del baccalà nel corso del Cinquecento, a portare ad una gran diffusione del merluzzo, che iniziò ad essere preparato fritto dentro enormi calderoni di, pessimo, olio bollente.
Anche i tipici pesciolini di fiumi e laghi, soprattutto le arborelle, venivano fritte e vendute con la polenta.
I "polentatt" milanesi divennero in sostanza dei veri precursori dello street-food e dei fast-food. Alcuni secoli prima.

Quando la farina di mais soppiantò totalmente le altre farine per la produzione di polenta, a fine del Seicento, i "polentatt" milanesi iniziarono a richiamare i clienti con una serie di grida che entrarono poi nei modi di dire della città, come quello della foto, "el Polentatt de la Madonina", che si trovava nell'omonima via di Brera.

"L'E' GIALDA E L'E' CALDA"

"DES DE POLENTA E TRENTA DE MERLUSS"

"DES DE POLENTA E VINTCINCH DE PESCARIA MENUDRA"

"QUINDES DE POLENTA, INCOEU LA MANGI VEDOVA"


Nel corso del Settecento aprirono parecchi "pulentatt" in tutta la città e le file, all'ora di pranzo, davanti ai loro negozi erano una consuetudine.
L'odore del pesce fritto era poi come un richiamo per tutti gli affamati.

Il prezzo della singola porzione di polenta, 2,5 soldi, era deciso dallo Stato, ed uguale per tutti i polentai di Milano, così come quello dei pesci e degli uccellini.
 
Fu così che divenne celebre in tutta la città il "Polentatt de Sant'Ambroeus", un polentaio ambulante che si piazzava tutte le mattine all'alba in quella che ai primi dell'Ottocento era Piazza Mercanti e oggi è Via Mercanti. 
Sino al 1832 era uno degli innumerevoli polentai e venditori di cibo che affollavano la vicinissima Piazza del Duomo; il sindaco Beretta fece demolire tutte le baracche e spegnere tutti i fuochi che deturpavano la piazza.
Il suo nuovo punto di vendita si spostò di pochi metri, davanti al Palazzo dei Giureconsulti, esattamente davanti alla statua di Marco Bruto.
Nel 1833 Marco Bruto fu sostituito da una nuova statua, raffigurante il Vescovo di Milano Ambrogio; il santo era raffigurato in toga e una mano sollevata indicando la Trinità.
Il "polentatt" che vi stava di fronte tutto il giorno non si lasciò sfuggire l'occasione... iniziò a vendere la polenta a 3 soldi. 
Quando le proteste dei clienti arrivarono alle orecchie delle guardie austriache, il polentaio indicò la statua e si giustificò: "me lo ha detto Sant'Ambroeus di venderla a 3 soldi".

Un' altro celebre polentaio, alcuni secoli prima, vendeva alla Vetra, accendendo il fuoco sotto la colonna con la statua di San Lazzaro. Accusato di blasfemia e poi d'essere un eretico, venne torturato e bruciato vivo proprio dove era solito vendere la sua polenta ai tanti poveri conciatori di panni del quartiere.
La leggenda vuole che lo stesso giorno in cui fu arso vivo, si sarebbe dovuto sposare e che il fantasma della sua amata, morta poi di dolore, girasse di notte per il Parco della Vetra.

Quando sul finire del Settecento la popolazione della città iniziò a diventare più benestante e a potersi permettere pranzi più sostanziosi nelle tante bettole, trani, osterie e trattorie, la clientela dei polentai iniziò ad essere composta quasi solo dagli strati più bassi e umili della popolazione e, soprattutto, dai tanti "magut" che calavano a lavorare ogni mattina a Milano dal contado.

E proprio uno di questi "magut" divenne il protagonista di una delle celebri "azioni" della Compagnia della Teppa, il gruppo di giovani milanesi che agitarono le giornate dei milanesi per alcuni anni durante la Restaurazione, tra il 1816 e il 1821.
Assaporata la libertà dei modi e costumi portata dai rivoluzionari francesi, un ritorno ai ritmi composti e rigidi degli austriaci, fu un vero shock per molti giovani milanesi.
I "teppisti" si ribellarono, in malo modo, sovente, contro questa rigidità, facendo tremendi e cattivi scherzi, bastonando i nobili che più erano legati al regime di Vienna, distruggendo ristoranti e osterie, molestando le mogli dei nobili e girovagando per la città perennemente ubriachi.

Una delle celebri imprese dei "teppisti" fu quella ai danni di un "magut" prepotente, che tutti i giorni saltava la fila dal "polentatt" dove si serviva.
Quel "magut" insolente e maleducato fu probabilmente notato da un qualche membro della banda mentre era in fila per comprare il suo pranzo e dopo qualche giorno un gruppetto di "teppisti" decise di dargli una lezione.
Solo loro potevano essere prepotenti!
Il gruppo era composto dal "Dotturin", un vero avvocato dedito alla delinquenza, "el Maghett", "el Tarantola", figlio di ricchissimi mercanti di verze e il "Macellarin", uno dei luogotenenti del Baron Bontemp, il fondatore e capo indiscusso della Compagnia della Teppa, al secolo il Barone Gaetano Ciani, ricchissimo industriale e banchiere.
Giunti al "polentatt", attesero l'arrivo del "magut" che, come sempre, con violenza saltò la coda e si piazzò davanti alla vetrina, dove sul bancone di legno si trovava una montagna di polenta bollente appena versata dal paiolo
 Mentre il "magut" faceva la sua ordinazione, i "teppisti" entrarono in azione.
Alcuni bloccarono il muratore, altri gli tagliarono i pantaloni facendoglieli cadere sino alle caviglie e tutti assieme lo sollevarono di peso, lo girarono e lo misero a chiappe nude, seduto nella polenta bollente, tra le urla del poveraccio e le risate di tutti i presenti.

Se i "teppisti" vennero quasi tutti arrestati nella primavera del 1821 e la Compagnia della Teppa assurse a leggenda, i "Pulentatt" di Milano continuarono il loro commercio per ancora un secolo circa.


Con l'Unità d'Italia e i nuovi regolamenti di igiene per la somministrazione e vendita di cibo e bevande, e la lotta contro la pellagra, tra il 1881 e il 1905, molti polentai dovettero cercarsi un nuovo mestiere. Resistettero in sostanza solo quelli non ambulanti, con una loro rivendita.
Un altro "colpo duro" ai polentai fu dato dall'apertura delle "Cucine Economiche" in vari punti della città, a partire dal 1880. Garantivano un pasto caldo, senza polenta, a prezzi bassissimi.
I pochi polentai rimasti iniziarono però a fare buoni affari, proprio per il loro numero ormai esiguo.
Sempre più palazzi infatti proibivano l'apertura di nuovi punti di vendita, a causa del pestilenziale odore di fritto che dall'alba al tramonto, intasava intere strade, finestre e soprastanti appartamenti.



Verso la fine dell'Ottocento i polentai diventarono sempre più spesso delle specie di moderne gastronomie, vendendo tanti piatti pronti.
La battaglia contro la pellagra fece comunque identificare la polenta con una malattia da combattere e la sua diffusione e consumo ebbe una battuta d'arresto tra le popolazioni del Nord, soprattutto durante il periodo Giolittiano.
La maggior parte dei polentai di Milano o chiusero o lentamente si riciclarono in "pizzicagnoli" o "gastronomie".
A fine anni Trenta del Novecento i veri e propri polentai di Milano erano una manciata.
Qualcuno sopravvisse per i primissimi anni del Dopoguerra, ma già negli anni Cinquanta erano praticamente scomparsi.

Alessandro Manzoni dedicò parecchie righe del Capitolo VI de I Promessi Sposi:

"... Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. 

Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. 
La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare. 
Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. 
La mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appetito che le doveva sopravvivere. 
Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. 
Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo : - volete restar servito? -, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone.
- Vi ringrazio, - rispose Renzo: - venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all'osteria, e lì parleremo -. 
La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. 
L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo..."

mercoledì 13 febbraio 2019

Martedì 30 giugno 1868, quell'incontro tra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi


Due dei più autorevoli, capaci e stimanti italiani di ogni epoca e illustrissimi milanesi, vivevano, nel 1868, a poche decine di metri l'uno dall'altro. Il Manzoni nel suo palazzo di Piazza Belgiojoso, il Verdi in contrada del Monte Napoleone; nei decenni precedenti, a cavallo dell'Unità d'Italia, entrembi erano diventati famosissimi e, probabilmente, assieme a Giuseppe Garibaldi, erano i tre italiani più noti, conosciuti e stimati dell'epoca.



Nonostante una vicinanza di residenza il Manzoni e il Verdi non si erano mai conosciuti.
Fu così la contessa Clara Maffei che organizzò nel suo celebre salotto, a Palazzo Olivazzi, in via Bigli al 21, un incontro tra i due grandi milanesi.

Il Manzoni aveva già 83 anni, mentre il Verdi solo 55.
Su input della Maffei, nel maggio del 1867, il Manzoni scrisse un bigliettino che ella poi consegnò al Verdi.



La Maffei fece nel frattempo incontrare la moglie del Verdi, Giuseppina Strepponi, della quale era amica da tanti anni, al Manzoni; il Verdi, che era a Parigi per lavoro, avendo stima enorme nei confronti dello scrittore, rispose rapidamente con una lunga lettera che fece recapitare alla contessa.

"Quant'invidio mia moglie d'aver sito il Grande! Ma io non so, se, anche venendo a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete quanta e quale sia la mia venerazione per quell'Uomo che, secondo me, ha scritto non solo il più gran bel libro della nostra epoca, ma uno dei più grandi libri che siano mai usciti da cervello umano. 
E non è solo un libro, ma una consolazione per l'umanità.
Io avevo 16 anni quando lo lessi per la prima volta. Da quell'epoca ne ho letti pur molti altri, su cui l'età avanzata ha modificato o cancellato i giudizi degli anni giovanili, ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora uguale. Anzi conoscendo meglio gli uomini, si è fatto migliore..."

Il Manzoni riceveva ormai pochissime visite; oltre che ad una ragguardevole età, soffriva da tutta la vita di agorafobia, balbuzie nervose, crisi di panico violentissime.
La Maffei dovette così pazientare diversi mesi prima di riuscire ad organizzare l'incontro.
Martedì 30 giugno 1868, Giuseppe Verdi varcò la soglia del palazzo di Piazza Belgiojoso.
L'incontro fu lungo e totalmente privato e non vi sono resoconti di cosa si siano detti.
Esiste un biglietto di ringraziamenti da parte del Verdi alla Maffei:

"...cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate?
Io, me, gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini!
Quando lo vedete, baciategli la mano da parte mia, e ditegli tutta la mia venerazione."

E una breve descrizione fatta dalla moglie del Verdi, Giuseppina, che riportò alla Maffei: 

"Egli (il Verdi) diventò rosso, smorto e sudato; si cavò il cappello, lo stropicciò in modo che per poco non lo ridusse in focaccia. Più (e ciò resti fra noi) il severissimo e fierissimo orso di Busseto n'ebbe pieni gli occhi di lacrime".







L'anno dopo, nel 1869, Manzoni mandò un bigliettino per San Giuseppe al Verdi. Fu l'ultimo scambio epistolare noto tra i due.

"A Verdi, (io, Manzoni) eco insignificante della pubblica ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale delle nobili e amabili qualità dell'Uomo"


Manzoni morì il 22 maggio 1873 e il 3 giugno successivo, Verdi, scrisse: 

"Io pure vorrei dimostrare quanto affetto e venerazione ho portato e porto a quel grande che non è più e che Milano ha tanto degnamente onorato. Vorrei mettere in musica una Messa da morto da eseguirsi l'anno venturo per l'anniversario della sua morte. La Messa avrebbe proporzioni piuttosto vaste, ed oltre ad una grande orchestra ed un grande coro, ci vorrebbero anche (ora non potrei precisarli) quattro o cinque cantanti principali".

 


Il 22 maggio 1874, a un anno esatto dalla morte del Manzoni, Giuseppe Verdi offrì alla città di Milano La Messa da Requiem, che fu eseguita nella Chiesa di San Marco.
Fu diretta dallo stesso Verdi ed i quattro solisti furono Teresa Stolz (soprano), Maria Waldmann (mezzosoprano), Giuseppe Capponi (tenore) e Ormondo Maini (basso).
Il successo fu enorme e la fama della composizione superò presto i confini nazionali.

venerdì 16 novembre 2018

La Ghita del Carrobbio


La storia, meglio, le storie della Ghita del Carrobbio, risalgono almeno al XVI-XVII secolo; sono storie di popolani per il popolo, raccontano di eroi ed eroine dei quartieri a sud del Duomo, la Vetra, il Ticinese, il Carrobbio, i quartieri più popolari e poveri della città.
Essendo di mera tradizione orale, di ogni storia, compresa quella della Ghita, esistono più versione, con in comune i personaggi e un filo conduttore, ma molto differenti nei luoghi ove si svolgono le azioni.
Nel 1863 lo scrittore milanese Giovanni Biffi scrisse un libro sulle avventure della Ghita.

La Ghita del Carrobbio viene sempre presentata come una giovane e bella ragazza di nome Margherita Sebregondi, da cui il diminutivo; abitava al Carrobbio col giovane marito e un bambino in fasce.
Il marito si chiamava Cecco Soncino e gestiva con la moglie un negozio di pollivendolo, al Carrobbio; per questo talvolta Margherita era anche chiamata "la bella pollaiola".
Un giorno il Cecco dovette andare per lavoro sino a San Donato Milanese, allora un vero e proprio viaggio.
La Ghita rimasta sola col bambino, era solito cullarlo ripetendo una filastrocca da lei inventata:


"Fà ninin popò, vegnarà a cà el papà el portarà el cocò"

Secondo altre versioni il Cecco era partito per una non precisata guerra per conto degli occupanti Spagnoli; la Ghita in entrambe le versioni, preoccupata per il marito, andò a chiedere aiuto ad un mago del quartiere, il negromante Mago Sabino.
Il Mago Sabino era nativo di Venezia, da dove era fuggito dopo aver ucciso un parente della sua fidanzata, la cui famiglia si opponeva al matrimonio.
Fuggito prima nella terra di Romagna, era infine giunto a Milano, dove aveva comprato un intero palazzo nella Cittadella, Porta Ticinese.
Girando per il quartiere aveva notato la bellezza della Ghita e se ne era perdutamente innamorato.
Quando Ghita andò da lui per chiedere notizie di Cecco, Mago Sabino, con un potente sortilegio la fece addormentare e la rapì.
In un'altra versione Mago Sabino non la rapì per amore ma per denaro, volendo venderla al "super cattivo" di turno, il Don Rodrigo di questi Promessi Sposi popolani, tale Don Alfonso Carpano.
Nella versione in cui Mago Sabino si innamora di Ghita, questa viene rinchiusa nelle cantine del palazzo e tenuta prigioniera, mentre il mago cerca di realizzare una sorta di elisir di amore, per poter essere amato dalla fanciulla.

Nella versione in cui compare Don Alfonso, notare il nome tipicamente spagnoleggiante, questi fa arrestare il Mago Sabino, per sbarazzarsene e portare Ghita nella sua rocca in alta Brianza, in quella torre-fortezza che ancor oggi si chiama... Torre Ghita del Carrobbio, a Galliano, frazione di Eupilio, chiusa tra il Lago di Pusiano e il Lago del Segrino.
Il popolo del Carrobbio, scoperto il rapimento, scoppiò in tumulti di piazza contro gli occupanti Spagnoli.
Nelle versioni più recenti del racconto, compaiono addirittura delle bandiere rosse in piazza, mentre in quelle più antiche il popolo urla contro gli Spagnoli e contro l'Inquisizione.
Il Cecco, che non fa mai la figura di quello molto sveglio, in una versione viene indotto a credere che la sua bella sia finita a Corfù, in Grecia, e dopo infinite peripezie vi giunge per, ovviamente, non trovarla.
Tornato infine a Milano e scoperta lungo il viaggio la vera storia del Mago Sabino, va per affrontarlo ma questo viene ucciso dai suoi servi che vogliono rubargli il denaro.
In altre versione il Mago Sabino è in realtà niente meno che lo stregone che ha terrorizzato generazioni intere di bambini milanesi: Bargniff Bargnaff.
Al secolo Isidoro Strongoli, da Binasco, questi nella tradizione milanese viveva in uno scantinato buio e malsano nei pressi del Ponte delle Pioppette, lungo l'odierna via Molino delle Armi, non distante quindi dal Carrobbio.
Al Bargniff venne dedicata una delle più celebri (non certo oggi, purtroppo), filastrocche milanesi:

Sott el pont de s'ciff e s'ciaff

Là ghe sta Bargniff Bargnaff

Cont la vesta verdesinna

Gran dottor chi l’indovinna.

Vestito sempre con un lungo mantello verde che tutto lo avvolgeva, Bargniff Bargnaff era un potente mago che rapì la giovane Ghita.
In realtà il mito di Bargniff Bargnaff è molto più antico e del tutto scollegato alla storia della Ghita, e venne "incorporato" dal Biffi come artifizio per dare una finta mano di pseudo-verità alla storia del Carrobbio.
In tutta la Lombardia meridionale c'è il mito del diavolo Bargniff, di verde vestito, che vive nei pressi di un qualche fiume, canale o lago, in antri bui, nebbiosi e lugubri, che fingendosi un mago o un guaritore, rapiva giovani fanciulle, che, come ricordava il Romussi, vendeva poi ad un ricco, nobile e cattivo signore della zona.
Se a questo aggiungiamo che in milanese più antico, Bargniff era uno dei tanti nomi attribuiti al diavolo, ecco che il tutto ammantava di toni ancor più cupi e spaventevoli la storia della povera Ghita.



Per la cronaca il Bargniff Bargnaff viene secondo la tradizione arrestato e giudicato dalla Santa Inquisizione, torturato piacevolmente per giorni, non confessa e anzi sputa sulla croce, abiura Dio e viene infine felicemente bruciato vivo in Piazza Vetra.
Ghita, Cecco e il bambino, che secondo alcuni si chiamava Riccardino, tornano felicemente al Carrobbio.

Per lunghi decenni, al tramonto, nei giorni di tempo sereno, i burattinai si piazzavano col loro teatrino proprio all'incrocio tra la Contrada di San Simone e la Contrada del Torchio dell'Olio, oggi via Cesare Correnti e via del Torchio, proprio nel cuore del Carrobbio.
Lì raccontavano con i loro burattini la, anzi, le storie della Ghita del Carrobbio.






Un'altra celebre storia del popolo della Cittadella di Porta Ticinese, e dintorni, venne riportata in vita, nel 1841, da Ignazio Cantù, fratello del ben più noto e autorevole Cesare; si trattava del racconto "Cecco Maron e la Celestina de la Vedra", pure esso di origine Seicentesca.
In questa storia la Ghita del Carrobbio viene citata come sorella della Celestina della Vetra, anche quest'ultima protagonista dei racconti fatti ai bambini milanesi per secoli.
Il co-protagonista è ancora una volta un Cecco, di cognome Maroni, che è perdutamente innamorato di Celestina; i due vivono entrambi alla Cittadella, il Ticinese, quartiere poverissimo; il Cecco però fa fortuna, diventa ricco e scappa dalla miseria della Cittadella, va a vivere in centro, si fa chiamare Don Cecco e sposa una ricca nobildonna.
Questa però in breve tempo lo porta alla rovina, dilapidando tutti i suoi averi. E Cecco Maroni tornò alla Cittadella, rimpiangendo la Celestina della Vetra.
Anche per questa storia il popolo creò un ritornello:

Don, Don, Don Cecco Maron, 
Ciocca de festa, 
Pan in canesta, 
Vin in vassell,
Ciappa, ciappa che l'è bell!




Curiosità finale, nel febbraio 1839 Giuseppe Verdi tentò il grande salto nel mondo della musica, trasferendosi da Busseto a Milano, insieme alla moglie e al figlio di pochi mesi.
La moglie si chiamava Margherita Barezzi, detta Ghita e la famiglia Verdi andò a vivere al Carrobbio, in Contrada di San Simone, oggi via Cesare Correnti al 15.
Il trasloco non portò fortuna ai Verdi: il figlio Icilio morì nemmeno 8 mesi dopo, mentre la "Ghita del Carrobbio" di Giuseppe Verdi, morì nel giugno del 1840 a soli 26 anni.

domenica 16 settembre 2018

Marianna di Leyva, la Monaca di Monza

Il presunto ritratto di Marianna de Leyva, divenuta poi Suor Virginia Maria e universalmente nota come la Monaca di Monza, tragico personaggio dei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni.

Marianna de Leyva nacque a Milano il 4 dicembre 1575, erede di due potentissime e ricchissime famiglie della Milano del Cinquecento; il padre era Martino de Leyva, conte di Monza e figlio del Governatore di Milano per conto della Corona di Spagna, la madre era Virginia Maria Marino, figlia di Tommaso Marino, ricchissimo banchiere genovese che aveva fatto costruire Palazzo Marino in piazza della Scala.
Marianna, a nemmeno un anno di età, ereditò dalla madre, morta di peste, Palazzo Marino e metà di un colossale patrimonio.
Essendo così piccola, Marianna venne data in affido alla zia paterna, sua omonima, Marianna marchesa Stampa-Soncino.
Il padre, dopo esser rimasto vedovo, si disinteressò totalmente della figlia, trasferendosi presto a Valencia e risposandosi.
Marianna crebbe con la zia a Palazzo Marino, donna che fu poi ricordata per essere una cattolica fervente, timorata e quasi paranoica nella sua inflessibilità.
Marianna era cresciuta in una Milano molto ricca ma molto rigorosa. La Milano Spagnola di fine Cinquecento risente profondamente della Contro Riforma Cattolica e del cattolicesimo iper rigoroso, bigotto, ossessivo della Casa di Spagna.
Quando il padre tornò a Milano, con una nuova famiglia, si ritrovò un'altra figlia, quasi adolescente e che gli costituiva un peso non gradito. Diede quindi ordine ai tutori di educarla per una vita monacale, che presto avrebbe seguito.
Il padre scelse così di farle diventare suora di clausura ma, forse con un impeto di pietas, decise di mandarla nel convento di Santa Margherita a Monza, di cui lui era feudatario e signore; automaticamente la piccola Marianna sarebbe presto diventata Madre Badessa del convento, potendo così far valere il suo cognome, la sua nobiltà e la sua ricchezza.
Il 15 marzo 1591, a soli 13 anni, venne quindi obbligata a prendere i voti, entrando poi a Santa Margherita e scegliendo come nome da suora quello della madre che non aveva mai conosciuto, Virginia.
I primi anni di convento furono tutto sommato felici. Abituata alla totale solitudine a Palazzo Marino, si ritrovò circondata da giovani ragazze come lei. 
Nel 1593 viene così descritta: 

"...era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto."

Ma passando gli anni la vita di clausura iniziò a soffocarla; la vicinanza a Dio diminuì, memore anche del cattolicesimo soffocante della zia, aumentò invece in lei una fede smisurata in Maria.
Sono ancora conservate le innumerevoli missive che suor Virginia faceva recapitare alla Madonna di Loreto.
A 22 anni suor Virginia diviene insegnante delle educande e sacrestana. Una mattina si accorge che una delle sue educande scambia sguardi e parole con un ragazzo, al di là del muro di confine del convento.
Confinante con il monastero era infatti la proprietà dei nobili Osio, trapiantati da Milano a Monza.
L'educanda, Isabella Degli Ortensi, e l'erede degli Osio, Giovanni Paolo, hanno una relazione. Vengono colti a fare l'amore e suor Virginia informa la famiglia della giovane del fatto. 
Isabella degli Ortensi viene immediatamente ritirata dal convento, anche per timore del potere di suor Virginia; soli 15 giorni dopo la giovane Isabella viene maritata per coprire lo scandalo.
Il giovane Osio è invece ben conosciuto a Monza e soprattutto nel convento. I suoi aiutanti, i suoi "bravi", sono spesso a servizio del convento, per le faccende che le sorelle non potevano sbrigare fuori dalle mura.
Viene descritto come bello, giovane, ricco e ozioso, solvente presso i creditori e con una buona educazione umanistica.
Pochi giorni dopo il matrimonio riparatore avviene però a Monza un grave fatto di sangue. Un uomo dei De Leyva, tale Molteno, viene ritrovato morto accoltellato.
Viene subito sospettato come mandante proprio l'Osio, che forse si sentiva umiliato da quanto accaduto alla sua giovane amante.
Fu proprio suor Virginia a chiedere l'arresto dell'Osio.
Mancano però le prove, ma l'Osio, timoroso di una ritorsione, è costretto a rinchiudersi in casa. E proprio dalle finestre di quella casa, confinanti con il convento, suor Virginia e l'Osio iniziarono a scambiarsi sguardi e occhiate.
Ma l'Osio si sente sempre più a rischio, tanto da dover fuggire oltre l'Adda, in Veneto. Rimarrà per oltre un anno lontano dalla Lombardia.
I parenti dell'Osio iniziarono a fare pressioni su suor Virginia, per farle ritirare la denuncia contro l'Osio. 
Alcuni di costoro erano amici di vari parenti e fratellastri di suor Virginia, dei De Leyva come lei.
Fu così la Madre Badessa del convento, Francesca Imbersaga, venne convinta ad obbligare suor Virginia a perdonare l'Osio. 
Virginia ricorderà poi come Madre Francesca la obbligò, secondo il voto dell'obbedienza; l'Osio può così tornare a Monza.
Nel 1598 riniziano così i lunghi sguardi tra i due, fino a quando l'Osio scrisse una lettera a suor Virginia. Questa finalmente accetta di leggerla, ma la missiva è molto esplicita, i termini usati dall'Osio sono eccesivi, probabilmente volgari, e sortiscono una chiusura totale da parte di suor Virginia.
Entra così in gioco un prete amico dell'Osio, don Paolo Arrigone, che scrive di suo pugno diverse lettere a suor Virginia, fingendosi l'Osio. 
Le lettere, che diventano caste e pure, riescono a convincere suor Virginia della bontà d'animo dell'Osio.
Dopo le numerose lettere inizia uno scambio di doni e contemporaneamente iniziano anche le voci, le dicerie, le maleparole a riguardo di quella relazione, ancora agli inizi ma già potenzialmente distruttiva.
Per mettere a tacere le voci, i parenti dell'Osio iniziano a raccontare che egli voglia farsi prete o monaco e che le lettere con suor Virginia servano solo a conoscere meglio il mondo religioso...
Si giunse così al primo incontro, di persona, tra i due. Una notte, una suora fedele a Virginia, suor Ottavia, gettò la chiave di un cancello per entrare nel convento al di là del muro di cinta. L'Osio entrò e si incontrò con la sua amata nel confessionale.
Il rimorso è tale che suor Virgina cade malata per mesi, interrompendo così gli scambi epistolari, ma l'amore tra i due era troppo forte. Ristabilitasi, suor Virginia rinizia a scambiare lettere e doni, poi visite sulla porta del convento e infine a far entrare nottetempo l'Osio nei suoi appartamenti.
Nel 1599 il giovane Giovanni Paolo Osio e la giovane suor Virginia iniziarono ad essere amanti.
Con la complicità di suor Ottavia Ricci e suor Benedetta Homati, nel giro di pochi mesi l'Osio era solito dormire nelle stanze di suor Virginia.
Nel 1602 suor Virginia partorì un bambino morto e nello stesso periodo l'Osio iniziò un rapporto amoroso sia con suor Ottavia, sia con suor Benedetta.
Dopo il parto, suor Virginia venne presa da un profondo stato di depressione e da intensi rimorsi. 
Le crisi di coscienza, che accompagnarono tutto il suo rapporto con l'Osio, si acuirono fino a portarla ad usare la magia, diventando coprofaga, mangiando cioè gli escrementi dell'amato per liberarsi di lui e, poi, sull'orlo della disperazione, a decidere di gettarsi nel pozzo del chiostro per suicidarsi, salvata all'ultimo momento da suor Ottavia.
Riesce a liberarsi dell'Osio, infine, a pena di auto punizioni corporali tremende, di privazioni e di un ricorso ossessivo alla preghiera.
Ma l'Osio non si arrende, folle di amore, accetta di seguire gli ordini di suor Virginia. Si reca in pellegrinaggio a Loreto, poi a Roma, forse addirittura dal Papa, chiedendo di perdonarlo per quanto fatto, ma tornato a Monza, rinizia a bombardare suor Virginia di lettere di folle e cieco amore.
Virgina resiste per altri 4 mesi, ma alla fine capitola e nel dicembre 1603 fa tornare l'Osio nei suoi appartamenti
Nell'agosto 1604 suorVirginia partorì di nuovo, una bambina che fu chiamata Alma Francesca Margherita, che senza alcun timore l'Osio portò a Milano a far battezzare come sua figlia.
La piccola Alma crebbe col padre ma frequentando spessissimo il monastero di Monza.
La relazione "a quattro" continuò incredibilmente per 10 anni sino a quando suor Caterina Cassini da Meda, da poco nel monastero, scoprì l'indicibile.
Pronta a denunciare o a ricattare i quattro, venne immediatamente uccisa dall'Osio, che nascose poi il cadavere con l'aiuto delle tre amanti.
Negli anni successivi i quattro eliminarono tutti coloro che minacciavano la loro storia; nel frattempo altre due sorelle, suor Silvia Casati e suor Candida Colomba, entrano a conoscenza della relazione tra i quattro.
Di tutta questa storia incomincia ad arrivare voce anche a Milano, soprattutto al Governatore e, nel 1607, l’Osio viene arrestato ed incarcerato a Pavia. 
Intanto anche il cardinale Borromeo incomincia a fare indagini sul convento monzese e tra luglio ed agosto fa alcune visite al convento per parlare con le suore.
Osio fugge dal carcere e inizia ad uccidere tutti i testimoni: colpisce suo Ottavia alla testa e la getta nel Lambro, senza però riuscire ad ucciderla, mentre suor Benedetta viene gettata in un pozzo, dove sarà poi trovata anche la testa di suor Caterina.
L'Osio fa uccidere da un suo "bravo", un sicario, alcuni testimoni del processo che si stava per tenere a suo carico, poi fugge a Venezia in compagnia dei suoi "bravi".

Suor Benedetta sopravvive e interrogata dal cardinale Borromeo confessa, cosa che faranno poi anche suor Candida e suor Silvia.
Il 22 dicembre 1607 a Milano viene interrogata Suor Virginia, che ammette la relazione con Gian Paolo Osio e l’assassinio della conversa, ed incolpa di tutto l’uomo.
Il 25 febbraio Osio viene condannato in contumacia alla forca ed alla confisca dei beni, la sua casa di Monza viene demolita:

“Gio Paolo Osio è condannato alla forca e alla confisca dei beni … ed è bandito per sempre da tutto il territorio di Milano così e in modo tale che, se il detto Osio dovesse cadere nelle mani della giustizia, lo si conduca sopra un carro davanti al monastero di S. Margherita della città di Monza e lì gli si tagli la mano destra; sia poi condotto, sopra lo stesso carro, al luogo dell’esecuzione della sentenza e intanto sia torturato con delle tenaglie incandescenti; infine sia appeso ala forca, così che muoia; e il suo cadavere sia tagliato a pezzi, e questi siano appesi nei luoghi dove sono stati commessi i delitti, fuori tuttavia della detta città”.

Il processo a suor Virginia inizia il 27 novembre 1607. La donna si difende con la tesi della nullità dei voti e sostenendo che forze diaboliche avevano esercitato su di lei una forza irreversibile.
La famiglia di suor Virginia, i potenti De Leyva, mirarono esclusivamente a salvaguardare il buon 
nome della famiglia e arrivarono a chiedere esplicitamente al cardinale Borromeo di avvelenare la loro parente; don Luis De Leyva, fratellastro di suor Virginia, venuto appositamente a Milano, durante un colloquio col Borromeo disse:

“di non desiderare affatto un processo scandaloso sulla condotta della sorellastra, ma che sia lui come la sua famiglia avrebbero preferito mille volte saperla morta di veleno, ché questo sarebbe stato il solo mezzo per mettere a tacere tutto”.

Dal suo nascondiglio si rifà vivo l'Osio, che scrive una lettera al cardinale, scagionando suor Virginia, e dando la responsabilità  alle altre sorelle e a sè stesso. 
La lettera viene messa agli atti del processo, ma non cambia di una virgola l'esito, tanto più che il cardinale Borromeo vuole e pretende una punizione esemplare.
Viene condannata ad essere murata viva in una cella del Ritiro di Santa Valeria per essere murata in una cella.
Il Ritiro di Santa Valeria nasce nel 1532, quando alcuni cittadini milanesi di agiata condizione sociale risolsero di dare la possibilità alle donne in difficoltà di trovare assistenza acquistando per loro una casa situata presso la chiesa di Santa Valeria, costruita sui resti del Palazzo Imperiale, in via Brisa, da cui il ricovero prese il nome; a partire dal 1574 circa, all'epoca dell'arcivescovo Carlo Borromeo, accolse anche, per volontà del presule, monache velate che avevano mancato ai voti e dato scandalo.
La cella di suor Virginia è di 3 metri per 1,80 e un minuscolo pertugio permette di darle del cibo, ma non ci sono finestre.
Le descrizioni dell'epoca del Ritiro di Santa Valeria e delle condizioni in cui visse Virginia, sono agghiaccianti:

"... subito appena entrata era stata posta in una parte del monastero in precedenza sempre deserta per un disgustoso odore che vi emanava da qualche luogo... una cella larga tre braccia, lunga cinque, con un solo pertugio nella parete che le consente di ricevere il cibo e la luce per recitare il breviario: isolata da tutti e senza alcun conforto umano.
La tetra cella di suor Virginia è un luogo infetto e buio dove la sventurata e costretta a subire, senza alcuna difesa, i rigori dell'umido e freddo inverno milanese come il soffocante caldo estivo.
Scarsa l'acqua per le abluzioni, nutrimento insufficiente e malsano, qualche volta persino ripugnante, nessun abito o indumento di ricambio, nessuna coperta, soltanto un saccone in terra la cui paglia marcisce in due mesi e viene cambiata ogni sei.
...il recipiente delle deiezioni veniva vuotato ogni quattro o cinque giorni, obbligando la reclusa a respirare l'aria più mefitica".


Gian Paolo Osio, nonostante fosse ancora ricercato e sul cui capo gravava una taglia di ben 1000 scudi, era nel frattempo tornato nel territorio Lombardo e arrivato di nascosto a Milano si era rifugiato nella casa di alcuni suoi vecchi amici, i ricchi Taverna, casa che oggi è Palazzo Isimbardi. 
Questi però lo tradirono e lo massacrarono a bastonate e pugnalate, per poi decapitarlo e offrire la sua testa al Governatore Fuentes sul finire del 1609.
Negli stessi giorni è emessa la sentenza anche contro le altre suore, Benedetta, Candida e Silvia, condannate ad essere murate vive a vita nel convento di Santa Margherita.
Suor Virginia rimane reclusa per 12 anni in quasi assoluto silenzio, sopravvivendo a tremende punizioni, spesso anche corporali e a ogni genere di privazione.
Dichiaratasi pentita, tentò di incontrare il Cardinale Borromeo per quasi tre anni ma, nonostante l'intercessione di suore e confessori, che si convinsero di un reale pentimento, i dubbi e i sospetti del Borromeo rimasero granitici.
Inondato di lettere e missive di richieste per un incontro, alla fine, dopo oltre 10 anni di reclusione, il Borromeo andò a Santa Valeria a incontrare suor Virginia.
Le parole che le rivolse furono riportate dall'unico testimone presente:

“E così dunque, femmina spudorata, non ti vergogni di presentarti al tuo Pastore? E così dunque tu, infame, osi anche stare davanti ad un presule? Tu, del tutto indegna di stare sulla terra, degna piuttosto di ogni supplizio, degna di essere rinchiusa tra due pareti, finché sei viva, come pure di essere sepolta all’inferno, una volta morta. Di’, su, di’ chiaramente una buona volta se sei proprio quella stessa che in passato era tanto potente! Non sei stata abbastanza punita sino ad ora? Desideri ancora che si faccia ricorso a carceri più strette, che ti siano comminati supplizi più severi? Che vuoi, femmina miserabile? E stai attenta a non alzare gli occhi impudichi, indegni di fruire e godere la luce”.

Suor Virginia, ridotta ormai ad uno scheletro, in lacrime, sporca e maleodorante, raccontò a Federigo Borromeo delle voci di angeli che sentiva e delle visioni, celestiali e demoniache e concluse chiedendogli semplicemente di spiegargliele; non chiese un perdono e tanto meno la grazia.
Inizialmente il cardinale rimase ferreo nell'atteggiamento, sospettoso che la De Leyva lo pigliasse in giro, ma rimase colpito dall'atteggiamento mistico e dalle condizioni abominevoli delle donna.
Ciò che più lo colpì fu che suor Virginia indossava ancora lo stesso abito, lurido e semi distrutto, di quando era stata condannata, 13 anni prima.
Dopo diversi mesi, il 25 settembre 1622, il Borromeo decise di concederle la grazia; Virginia volle però restare a Santa Valeria, da libera, ma continuando a fare la suora.
Decise anche di restare a vivere nella orrenda e maleodorante cella che l'aveva ospitata per 13 anni, ma il cardinale fece spostare Virginia in una cella pulita e salubre, con finestre; le fece dare cibo in abbondanza.
Dalle testimonianze dell'epoca pare che suor Virgina fosse molto instabile nei comportamenti: continuò ad indossare i panni logori e lerci, a puzzare terribilmente e rimase praticamente in silenzio per il resto della sua vita.
Ciò nonostante col passare dei mesi attirò nuovamente l'interesse del Borromeo, questa volta per le sue pratiche di pietà.
Superata l'iniziale diffidenza, il porporato esortò la donna a scrivere lettere, al fine di consolare altre monache che attraversavano momenti di crisi.
Alla fine il Borromeo si convinse della bontà della conversione di Virginia, tanto da riportare il suo caso nella sua opera "De sacris admirandis auditionibus".
Morto il Borromeo nel 1631, di suor Virginia non si seppe mai più nulla sino al 1646 quando tentò, inutilmente, di mantenere Monza tra i beni dei de Leyva, che, ormai senza eredi maschi, fu ceduta ai Durini.
Suor Virginia morì il 7 gennaio 1650, alla veneranda età, per l'epoca, di 75 anni.
La data della sua morte venne scoperta solo molti decenni dopo, trovandola casualmente in un documento contabile del Ritiro.
Il Ritiro di Santa Valeria fu soppresso da Giuseppe II nel 1785. L'edificio che lo ospitava fu venduto al conte Alfonso Castiglioni e demolito nei primi anni del XIX secolo.
Il Manzoni costruì il personaggio di Gertrude dei Promessi Sposi su quello di Virginia de Leyva, ma creando una Monaca di Monza molto lontana da quella reale. 
Nonostante questa discrepanza notevole tra i fatti e il carattere delle "due monache", quella reale e quella manzoniana, la seconda, suor Gertrude, prevalse rapidamente su quella reale, suor Virginia. 
E il tutto nonostante esistano ancora gli atti del processo alla De Leyva, le lettere spedite dal Ritiro di Santa Valeria al cardinale Borromeo, le lettere dell'Osio, le testimonianze dei "bravi" e delle altre suore, gli scritti dei De Leyva...
Decine di saggi, libri e film, sono stati scritti e basati su suor Gertrude e non su suor Virginia, rendendo reale un personaggio di fantasia.
Nel 1911, il prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Achille Ratti, poi Papa Pio XI°, ritrovò casualmente un foglio autografo del Cardinale Federigo Borromeo, dove questi stendeva una veloce biografia di suor Virginia, elencandone in 16 punti la vita, i peccati e il lungo percorso di pentimento.
La biografia doveva essere inserita in una ristampa del suo libro "Philogios, sive de amore virtutis".
Ratti fece immediatamente pubblicare lo scritto del Borromeo che riportava i 16 punti:

1) Vitae progressus et malitiae - cenni della vita di Virginia de Leyva prima di prendere i voti e prime leggere malizie.
2) Casus sed moderati: primi peccati non ancora gravi.
3) Tentamenta divina: tentazioni divine di pentimento.
4) Inter caetera perpetuus stimulus numquam amissus: nonostante i peccati terribili, la luce divina non fu mai persa del tutto.
5) Poena, confessio et illuminatio: il processo, la confessione e i primi atti di pentimento tramite l'illuminazione divina.
6) Carcer: sulla durissima carcerazione.
7) Vita et experta divina: sul miracolo del pentimento, sulle visioni e i dialoghi con gli angeli.
8) Diaboli tentamenta: sui possibili tentativi del diavolo di riportare suor Virginia nel peccato.
9) Lachrymae non a natura: sull'abnorme capacità di pianto di suor Virginia, che non era umana ma divina.
10) Gradus humilitatis: sull'umiltà e le privazioni.
11) Dilectio et obedientia superiorum: sulla capacità di suor Virginia di accettare la volontà divina.
12) Cessatio tentationum: fine delle tentazioni diaboliche.
13) Epistolae scriptae et exemplaria epistolarum: sulla relazione epistolare tra Virgina e il cardinale stesso.
14) Paupertas summa: sulla povertà e miseria che suor Virginia continuò a vivere anche dopo il perdono.
15) Egritudines diuturnae et cum pericolo magno: sulle condizioni medico-spirituali di Virginia e delle privazioni che continuava ad infliggersi.
16) Omnia dona celestia credit superiorum merito habere: su come suor Virginia non si attribuisse alcun merito per il pentimento, ma di come fosse solo uno strumento di Dio.

Il Borromeo terminava la sua nota con queste parole:

“Ne più oltre io voglio dire della grandezza di questo lume divino, poiché quelli che poco sanno, non hauranno vigore di intendere le mie parole, e quelli che intendono, non ne hanno bisogno”.

Il convento che ospitava Marianna venne demolito nel 1850, tranne le cantine, oggi usate dal Gruppo Meregalli, commercianti di vini e discendenti del Feldmaresciallo Radetzky



mercoledì 4 marzo 2015

Le streghe della Vetra



Piazza Vetra, incastrata tra la Basilica Ariana di San Lorenzo e la Cerchia dei Navigli, è stata per secoli il luogo deputato alla tortura e alla morte dei milanesi condannati per i più disparati reati.
Le prime condanne a morte avvennero nell'XI° secolo e continuarono  sino al XVIII° secolo quando gli occupanti spagnoli spostarono il patibolo fuori da Porta Lodovica. In ogni caso le esecuzioni continuarono anche in Piazza Vetra sino a metà '800, seppur sporadicamente.
L'intera area era ammantata da un'aria funesta e malsana. Il quartiere era deputato al lavoro della conciatura dei panni che venivano lavorati dai "vetraschi", giovanissimi lavoratori che utilizzavano il vetro per grattare i panni e poi conciarli. Il canale di scolo utilizzato era la Vetra, che oltre a dare il nome alla piazza e al quartiere, lo costeggiava per tutto il lato nord ed est. 
L'area per secoli fu tra le più povere e misere di Milano e mantenne questa caratteristica sino a pochi decenni or sono. 
Per accedere all'area provenendo dal centro si doveva passare sul "ponte della morte" che scavalcava la Vetra. Nella spianata irregolare di terra umida e putrida si trovavano agli estremi opposti un'area deputata alla tortura dei condannati e una per la loro esecuzione e successivo rogo.
Nei pressi venne prima eretta una croce, poi la statua di San Lazzaro, il santo che assiste alla sofferenza.



In questo quadro di desolazione arrivarono i primi processi alle streghe e agli eretici.
Se i primi eretici arsi vivi in Europa furono gli sventurati cristiani "ortodossi" di Mons Fortis, bruciati nel Borgo Monforte nel 1038, seguirono poi un numero imprecisato di streghe, stregoni e adoratori del demonio. Quasi sempre torturati per estorcere ridicole confessioni.
Uno dei primissimi casi, ancor prima della nascita dell'Inquisizione, fu quello di Guglielma la Boema, santa morta a Milano nel 1281, riesumata e il cui cadavere fu bruciato per eresia in Piazza Vetra. Insieme alla ex-santa vennero bruciati in quel 1230 suor Maifreda, suor Giacoma e il teologo Andrea Saramita.



Bisogna aspettare il 1327 con la Bolla "Super illius specula" di papa Giovanni XXII, con la quale inizia ufficialmente la caccia alle streghe da parte della Chiesa, tramite l'Inquisizione.
Il 16 settembre 1385 Gaspare Grassi, "pubblico negromante, incantatore di demoni, uomo di eretica pravità e relapso nella abiurata eresia", viene condannato a morte e immediatamente giustiziato. Essendo il Grassi un nobile viene però decapitato, e non bruciato, al Broletto, in Piazza Mercanti.
Il 26 maggio 1390 viene processata e bruciata in Piazza Vetra la prima strega: Sibillia Zanni arrestata per stregoneria da parte dell'inquisitore di Sant'Eustogio fra' Beltramino di Cernuscullo. 
Il 13 agosto dello stesso anno tocca a Pierina de' Bugatis, strangolata e bruciata.
Negli stessi anni la follia dilaga nel nord della Lombardia. A Como l'inquisitore Antonio da Casale fa bruciare 300 streghe in pochi mesi. Nel 1431 la Val Levantina e la Valtellina vengono "invase" dall'Inquisizione che condanna decine e decine di donne al rogo per stregoneria.
Il 30 gennaio 1471 il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza assiste all'esecuzione di Caterina de Pilli detta Ruggiera da Bergamo.
Tra il 1483 e il 1485 la mannaia dell'Inquisizione cala a Bormio dove vengono massacrate decine di donne accusate di stregoneria. Il paese mantenne questa primato di violenza sino al XVII° quando vennero ancora bruciate 34 donne, sempre per stregoneria.
Nel 1490 viene bruciata una nobile, Antonia da Pallanza, al Broletto.
Tocca alla Valcamonica nel 1510: le streghe arse vive sono più di 60. Numerosi anche gli stegoni bruciati. 
Nel 1514 si passa a Lugano e Mendrisio con oltre 300 donne bruciate vive.
Il 13 febbraio 1515 viene bruciata in S. Eustorgio (che si alternava con Piazza Vetra) una Giovannina.
Per tutto l'inizio del '500 si bruciano in Lombardia alcune centinaia di streghe. Le Valli Alpine e Sub Alpine sono i luoghi di massimo lavoro per l'Inquisizione.
Il 24 luglio 1519 viene bruciata in S. Eustorgio una Simona Ostera di Porta Comasina.
Il 21 ottobre 1542 viene bruciata in S. Eustorgio Lucia da Lissono. S. Eustorgio pare avere superato Piazza Vetra quale luogo preferito per i roghi.
Papa Paolo IV nel 1558 rende definitivo il trasferimento del tribunale dell'Inquisizione di Milano da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie.
Carlo Borromeo viene consacrato arcivescovo di Milano nel 1563. Inizierà una carriera spesso deputata a bruciare donne e uomini accusati di stregoneria.
La sua prima vittima è Domenica di Scappi, detta la Gioggia, di Luino.Nel 1569 San Carlo Borromeo ha pesanti screzi col senato milanese. Il santo vuole bruciare 8 streghe catturate nel lecchese. Il Senato si oppone. Le condanne continueranno per tutta la durata della sua carica di Arcivescovo di Milano, in città e nell'intera, enorme, diocesi.
In Val Mesolcina, dopo una visita patorale di San Carlo Borromeo, e su suo imput, vengono arrestate 150 persone, tra cui il prevosto locale. Di queste 11 saranno condannate al rogo.



L'11 giugno 1595 un altro Borromeo entra in Duomo. Federico Borromeo viene consacrato arcivescovo di Milano. Tre anni dopo è promotore della trasformazione della Torre dell'Imperatore, sita in via Della Chiusa, lungo la Cerchia Interna, in un carcere per streghe.
L'anno dopo viene bruciata al mercato di via Ponte Vetero la strega Marta de Lomazzi.
Il 10 giugno 1603 vengono bruciate alla Vetra Gabbana la Montina e Isabella Arienti, detta la Fabene,
Durante gli anni di Federico Borromeo si sussegono i roghi di streghe, della maggior parte di esse non resta traccia scritta o atti di processi.
Nel giugno del 1611 tocca alla Vetra a Doralice de' Volpi, poi ad Antonia de' Santini
Il 29 giugno sempre del 1611 il governatore di Milano Juan de Velasco invia una lettera al Papa, dove lamenta l'inerzia dell'Inquisizione ambrosiana contro le streghe e descrive la gravissima situazione di Milano infestata da streghe e malefiche.
A luglio lo stesso Velasco tira fuori dal cassetto il vecchio progetto di Federico Borromeo per l'acquisto della Torre dell'Imperatore, al fine di istituire un carcere per le streghe. Tentativo ancora una volta fallito.
Il 4 marzo 1617 termina con il rogo di Caterina de Medici un lungo processo che la vedeva accusata di strgoneria e di aver tentato di avvelenare il nobile senatore Luigi Melzi d'Eril. Il rogo avviene in Piazza Vetra.
Per la gran folla che vuole assistere alle torture, allo strangolamento e al rogo viene realizzato un appasito palco, chiamato "baltresca".
Nel maggio 1620 viene bruciato alla Vetra come stregone Giacomo Guglielmotto.
Nel giugno sempre alla Vetra tocca ad Angela dell'Acqua e Maria de' Restelli.
Il 1° agosto 1630 vengono torturati e giustiziati in Piazza Vetra come untori Gian Giacomo Mora e il suo amico Guglielmo Piazza.
Mora aveva un negozio di barbiere in zona di Porta Ticinese. Insieme al ‘complice’ Guglielmo Piazza, venne accusato di diffondere la peste e quindi condannato a morte. La sentenza fu crudelissima. La si può leggere anche nel testo di Alessandro Manzoni ‘La colonna infame’:

“.. Che i nominati Piazza e Mora, denunziata ad essi prima la morte, sieno torturati, adoperando anche il canape. … Che posti sur carro sieno condotti al luogo solito del supplizio, per via sieno tanagliati con ferro rovente nei luoghi ove hanno commesso il delitto; davanti alla bottega del Mora sia ad entrambi mozza la mano destra; sien loro sfracellate le ossa all’usato; si innalzi la ruota, essi vi sieno intrecciati vivi: dopo sei ore scannati; poi si ardano i cadaveri, le ceneri si gettino al fiume; la casa del Mora sia spianata, e sullo spiazzo eretta una colonna che abbia nome d’infame, e porti una iscrizione del fatto. ..”

Il negozio da barbiere e la casa di Giangiacomo Mora furono effettivamente rase al suolo. Fu posta a memoria cittadina una colonna (che rimase alla vista di tutti dal 1630 fino al 1778 quando venne abbattuta) che recava un’epigrafe in latino la cui traduzione è:

LUNGI ADUNQUE LUNGI DA QUI
BUONI CITTADINI
CHE VOI L’INFELICE INFAME SUOLO
NON CONTAMINI
1630

Il 12 novembre 1641 vengono bruciate alla Vetra come streghe Anna Maria Pamolea, padrona, e Margarita Martignona, sua serva. Sono le ultime due streghe condannate a Milano.
Il 30 luglio 1680 è il tempo dell'ultimo stregone, bruciato però in Piazza Santo Stefano, di fronte al Laghetto, si chiama Carlo Anna.
Le condanne a morte continuano però per quasi altri due secoli, spesso proprio alla Vetra. Tra i casi celebri quello di un frate, Carlo Casletto
Tra giugno e agosto 1788 vengono bruciati nel chiostro di S. Maria delle Grazie, per volere dell'imperatore Giuseppe II, tutti i documenti relativi all'Inquisizione di Milano, che coprivano il periodo 1314-1764.
Si chiude così uno dei periodi più bui e cupi della Chiesa Ambrosiana.

I roghi di Piazza Vetra consegneranno alla storia anche due filastrocche cantate dai bambini, spesso ignari del significato delle parole.
Isidoro Strongoli, mago stregone presso il Ponte delle Pioppette, soprannominato el Bargniff, vestito sempre con un mantello verde, viene arrestato per stregoneria, torturato rifiuta di confessare, rifiuta il conforto religioso e finisce sul rogo. 
Una filastrocca per secoli ne ricorderà il martirio: 

Sott el pont de Ciff Ciaff
La ghe sta bargniff-bargnaff

Con la vesta verdesina
Gran dottor chi l’indovina.

La seconda filastrocca era ispirata all’erede di una nobile famiglia milanese, tal Cicca, che si disse avesse fatto un patto con Barlicch, che in milanese era uno dei nomi del diavolo. Inseguito in mezzo Ducato, arrestato, fuggito e infine ripreso, venne selvaggiamente torturato, cavandogli gli occhi e tagliandogli naso e lingua e orecchie.

Poi fu portato in Piazza Vetra e impiccato. Nessuno, tra la folla, ovviamente riuscì a riconoscerlo, dato che il volto era completamente massacrato. Solo quando il boia gli tolse gli abiti, tutti, vedendo i grandi tatuaggi sulle braccia, il leone e gli speroni d’oro che aveva ottenuto come ringraziamento dal papa per aver combattuto per lui, lo riconobbero! Era il Cicca.

I monelli presenti in gran numero inventarono presto una filastrocco e anche un gioco che si faceva mentre la si cantava.

Cicca Cicca
Neppure Berlicca
Dalla forca ti salvò.
Ma Cicca Berlicca
La forca t’impicca,
Vedi il leon,
Vè lo speron,
Induvina chi l’è quest.









Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...