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mercoledì 13 febbraio 2019

Martedì 30 giugno 1868, quell'incontro tra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi


Due dei più autorevoli, capaci e stimanti italiani di ogni epoca e illustrissimi milanesi, vivevano, nel 1868, a poche decine di metri l'uno dall'altro. Il Manzoni nel suo palazzo di Piazza Belgiojoso, il Verdi in contrada del Monte Napoleone; nei decenni precedenti, a cavallo dell'Unità d'Italia, entrembi erano diventati famosissimi e, probabilmente, assieme a Giuseppe Garibaldi, erano i tre italiani più noti, conosciuti e stimati dell'epoca.



Nonostante una vicinanza di residenza il Manzoni e il Verdi non si erano mai conosciuti.
Fu così la contessa Clara Maffei che organizzò nel suo celebre salotto, a Palazzo Olivazzi, in via Bigli al 21, un incontro tra i due grandi milanesi.

Il Manzoni aveva già 83 anni, mentre il Verdi solo 55.
Su input della Maffei, nel maggio del 1867, il Manzoni scrisse un bigliettino che ella poi consegnò al Verdi.



La Maffei fece nel frattempo incontrare la moglie del Verdi, Giuseppina Strepponi, della quale era amica da tanti anni, al Manzoni; il Verdi, che era a Parigi per lavoro, avendo stima enorme nei confronti dello scrittore, rispose rapidamente con una lunga lettera che fece recapitare alla contessa.

"Quant'invidio mia moglie d'aver sito il Grande! Ma io non so, se, anche venendo a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete quanta e quale sia la mia venerazione per quell'Uomo che, secondo me, ha scritto non solo il più gran bel libro della nostra epoca, ma uno dei più grandi libri che siano mai usciti da cervello umano. 
E non è solo un libro, ma una consolazione per l'umanità.
Io avevo 16 anni quando lo lessi per la prima volta. Da quell'epoca ne ho letti pur molti altri, su cui l'età avanzata ha modificato o cancellato i giudizi degli anni giovanili, ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora uguale. Anzi conoscendo meglio gli uomini, si è fatto migliore..."

Il Manzoni riceveva ormai pochissime visite; oltre che ad una ragguardevole età, soffriva da tutta la vita di agorafobia, balbuzie nervose, crisi di panico violentissime.
La Maffei dovette così pazientare diversi mesi prima di riuscire ad organizzare l'incontro.
Martedì 30 giugno 1868, Giuseppe Verdi varcò la soglia del palazzo di Piazza Belgiojoso.
L'incontro fu lungo e totalmente privato e non vi sono resoconti di cosa si siano detti.
Esiste un biglietto di ringraziamenti da parte del Verdi alla Maffei:

"...cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate?
Io, me, gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini!
Quando lo vedete, baciategli la mano da parte mia, e ditegli tutta la mia venerazione."

E una breve descrizione fatta dalla moglie del Verdi, Giuseppina, che riportò alla Maffei: 

"Egli (il Verdi) diventò rosso, smorto e sudato; si cavò il cappello, lo stropicciò in modo che per poco non lo ridusse in focaccia. Più (e ciò resti fra noi) il severissimo e fierissimo orso di Busseto n'ebbe pieni gli occhi di lacrime".







L'anno dopo, nel 1869, Manzoni mandò un bigliettino per San Giuseppe al Verdi. Fu l'ultimo scambio epistolare noto tra i due.

"A Verdi, (io, Manzoni) eco insignificante della pubblica ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale delle nobili e amabili qualità dell'Uomo"


Manzoni morì il 22 maggio 1873 e il 3 giugno successivo, Verdi, scrisse: 

"Io pure vorrei dimostrare quanto affetto e venerazione ho portato e porto a quel grande che non è più e che Milano ha tanto degnamente onorato. Vorrei mettere in musica una Messa da morto da eseguirsi l'anno venturo per l'anniversario della sua morte. La Messa avrebbe proporzioni piuttosto vaste, ed oltre ad una grande orchestra ed un grande coro, ci vorrebbero anche (ora non potrei precisarli) quattro o cinque cantanti principali".

 


Il 22 maggio 1874, a un anno esatto dalla morte del Manzoni, Giuseppe Verdi offrì alla città di Milano La Messa da Requiem, che fu eseguita nella Chiesa di San Marco.
Fu diretta dallo stesso Verdi ed i quattro solisti furono Teresa Stolz (soprano), Maria Waldmann (mezzosoprano), Giuseppe Capponi (tenore) e Ormondo Maini (basso).
Il successo fu enorme e la fama della composizione superò presto i confini nazionali.

Carlo Bugatti, genio rinascimentale

Carlo Bugatti nacque nel 1855 a Milano, in una benestante famiglia dove il padre Giovanni era un architetto con la passione per la scultura; la madre era Amelia Salvoni.Seguendo le orme paterne, studiò a Brera Belle Arti e poi all'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi; durante gli anni a Brera divenne profondamente amico di un compagno di corso, il pittore divisionista Giovanni Segantini.
Era di carattere molto chiuso e riservatissimo.
Inizia a lavorare presso il noto ebanista Mentasti, nel suo laboratorio di via San Marco e alcuni anni dopo, nel 1880, si sposa con Teresa Lorioli da cui avrà 3 figli: Ettore Arco Isidoro, Deanice e Rembrandt Annibale.
Nel 1881 la sorella di Carlo, Luigia detta Bice, sposa Giovanni Segantini, di cui sarà la fedele compagna e musa per tutta la vita.

Nel 1888 riesce finalmente ad aprire una sua attività in via Castelfidardo 6 e inizia a produrre i mobili grazie ai quali diviene rapidamente conosciuto, anche grazie alla partecipazione alla Fiera delle Arti Decorative di Milano dello stesso anno.
Tra i suoi collaboratori, come decoratori, vi sono gli amici Giovanni Segantini, Emilio Longoni ed Eugenio Quarti, che diverranno poi tutti e tre celebri artisti.

Il Bugatti nonostante un carattere chiuso era però molto estroverso nell'arte e anche nell'abbigliamento.
In un periodo storico dove il conformismo alle regole vigenti era praticamente assoluto, anche in materia di vestiario e moda, il Carlo Bugatti girava per Milano con dei vestiti che lo facevano apparire un marziano.
Indossava sempre una lunga zimarra, un tipo di soprabito di origine spagnola, allora già fuori moda da almeno un secolo e in uso solo ai Pastori Anglicani e Protestanti.
Le zimarre del Bugatti si caratterizzavano anche per un profusione di grossi bottoni e un grosso colletto ricamato. Indossava anche un grosso cappello del tutto fuori moda e unico in tutta la città, un mezzo cilindro con falde larghissime e portava sempre la bionda barba molto lunga.
Chi non lo conosceva pensava fosse un pastore di una delle tante chiese protestanti che proprio in quei decenni iniziavano ad aprire a Milano dei loro luoghi di culto, sull'onda dell'immigrazione da Svizzera e Germania.
I suoi mobili erano così descritti nel 1896: 

"Egli costrusse dei mobili d'uno stile originalissimo, che avevano del bizantino e del moresco, senza essere né l'uno, né l'altro, e dove certi cuoi pergamenati, certi legnami ageminati in metallo bianco, certe decorazioni in rame sbalzato e traforato, assumevano un'importanza mai avuta sino ad allora, nell'industria del mobiglio. 
E' vero che alcuni canterani e comodini da notte sembravano più rebus che mobili di uso quotidiano, data la difficoltà di trovare il modi di aprirli..."






Il successo del Bugatti fu però enorme, tanto che nel 1888 viene chiamato a Londra per l'Esposizione Italiana, dove ottiene ancora un gran successo e viene premiato col Gran diploma d'Onore.

Nel 1890 aprì un secondo laboratorio a Parigi, dove si sarebbe tenuta pochi mesi dopo l'Esposizione Universale e dove fu ovviamente invitato e premiato nuovamente con la Medaglia d'Argento.
E' il trionfo dell'Art Nouveau.
Rimase a Parigi per diversi mesi, dove progettò una statua per Charles Gounod.
All'inizio del 1891 fu chiamato a Londra da un nobile locale per arredare da cima a fondo il suo palazzo, infissi e boiserie comprese.


Il risultato fu pubblicato su tutte le riviste di settore europee e il Bugatti divenne molto conosciuto, tanto che uno dei principali saloni del Waldorf Astoria di New York, il "salone turco", sarà arredato con i suoi mobili.
Le sue opere vengono esposte anche ad Amsterdam e Anversa.





Lo scultore Giuseppe Grandi, autore dell'obelisco di piazza Cinque Giornate, fu suo amico e grandissimo estimatore.
Altri grandi amici ed estimatori del Bugatti furono Puccini, Rosa e Leoncavallo.

Il Bugatti si dedicava anche alla pittura, alla scultura e inventava strumenti musicali e per diletto progettava grandi edifici e teatri, di cui poi realizzava modellini in legno, progetta e decora ceramiche, tessuti e metalli.
Uno dei maggiori critici d'arte dell'epoca, Vittorie Grubicy de Dragon, giudicava l'intera produzione artistica del Bugatti, di altissimo livello, una sorta di Genio Rinascimentale delle Arti.



Rientrato a Milano, continuò a produrre mobili ma iniziò ad avere problemi economici, tanto che sul finire del '91 il Tribunale di Milano lo dichiarò insolvente e fallito, con una lunga lista di creditori.
Per sfuggire ai creditori emigra con la famiglia in Francia, a Parigi, dopo aver venduto lo studio di Milano.
Resta per cinque anni a Parigi, dove collabora con i Grandi Magazzini Dufayel e per Le Bon Marché, creando vasi e oggetti in metallo.
Nel 1896 torna infine a Milano, riesce a pagare i debiti e riapre il laboratorio, dove riscuote immediata successo, grazie all'uso di materiali pregiatissimi e al genio assoluto nel design.

Espone alla Mostra di Arti Decorative di Torino del 1902 e per lui è un vero trionfo.
Presenta la "Camera a chiocciola", una stanza costruita come un enorme guscio di chiocciola attorno ad un banco raffigurante la testa di quest'animale. Le giuria internazionale conferì il massimo riconoscimento a Bugatti.
La regina Elena di Savoia andò a visitare la mostra e volle incontrare assolutamente il Bugatti.
La regina si complimentò coll'artista e gli disse si amare profondamente il suo "stile moresco".
Il Bugatti non esitò un secondo:


«Maestà, questo non è stile moresco, questo è il mio stile!».




Nel 1899 un suo amico, lo scultore Paolo Troubetzkoy, lo raffigurò in una celebre scultura, oggi di valore enorme.
Nel 1903 decide di tornare a vivere in Francia, forse su invito del mercante Adrien Hèbrard, che gli commissiona oggetti e mobili che poi esporrà e venderà nella sua celebre galleria d'arte.
A Parigi avrà un nuovo incredibile successo come disegnatore di gioielli preziosi.
Nel 1904 lascia anche Parigi per trasferirsi a Pierrefonds, un minuscolo paesino nell'Oise, a nord di Parigi.
Si integra talmente bene che diverrà sindaco della città nel 1914 e continua a dilettarsi in tutte le arti.

Dei tre figli, il più giovane, Rembrandt Annibale Bugatti diviene in giovane età un apprezzato scultore, soprattutto di animali riprodotti dal vero; ma colpito da profonda depressione si suicida nel 1916 a Parigi.
La figlia Deanice rimase invece a vivere a Milano, unica della famiglia, morendovi nel 1932 e tre anni dopo è la volta dell'amata moglie Teresa.
Ritrovatosi solo a Pierrefonds, Carlo decide di trasferirsi dall'unico figlio rimastogli in vita, Ettore.



Questi, nel frattempo, dopo aver studiato Belle Arti a Brera assieme al fratello Rembrandt, si appassiona di meccanica e dei nuovi motori per tricicli e bicicli. 
A soli 17 anni si fa assumere come apprendista in una fabbrica di biciclette di Milano, la Prinetti e Stucchi, inventa due modelli di triciclo a motore e l'anno dopo progetta e realizza il suo primo veicolo a quattro ruote a motore, a cui seguirà, nel 1900 una vera e propria automobile, la Bugatti Tipo 2.

Nel 1902 la conglomerata alsaziana De Dietrich, specializzata da oltre due secoli nell'acciaio, chimica, finanza e farmaceutica, lo chiama a Reichshoffen come direttore della progettazione automobilistica, un nuovo ramo in cui la società vuole entrare.
Ettore Bugatti non ha ancora 21 anni e quindi è minorenne. Sarà così il padre, Carlo, a firmare per lui il primo contratto di lavoro.
A soli 28 anni, nel 1909, Ettore fonderà a Molsheim la sua casa automobilistica, diventata sinonimo di lusso e perfezione assoluti, la Bugatti.

Carlo, ormai con 79 primavere, si trasferì quindi a Molsheim in Alsazia, dove vivrà in un piccolo appartamentino nella grande villa di famiglia del figlio, diventato nel frattempo molto ricco.
Con la sua innata curiosità, passerà gli ultimi anni nelle enormi officine della Bugatti, discutendo di meccanica e ingegneria con gli operai del figlio.
Carlo Bugatti muore a Molsheim nel 1940, a 88 anni.



Le sue opere sono conservate in numerosi musei, tra i quali Museo d'Orsay a Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museo delle Arti Decorative del Castello Sforzesco di Milano, il Metropolitan Museumdi New York, il KGM di Dresda, il Furniture at Art Institute di Chicago, il Brooklyn Museum di New York, il Montreal Museum of Fine Arts di Montreal, il Kunstgewerbemuseum di Berlino e il Wolfson Collection di Miami.












Nel 2017 il film Alien Covenant di Ridley Scott, una delle scene iniziali vede uno dei protagonisti seduto sulla poltrona Trono di Carlo Bugatti.



A Milano, la città dove Carlo Bugatti nacque, studiò, creò e lungamente visse, esistono due strade che portano il suo cognome.
Via Ettore Bugati, strada quasi al Gratosoglio che porta il nome del suo celebre figlio e via Gaspare Bugatti, oscurissimo frate domenicano del Cinquecento, "noto" per aver scritto l'"Historìa universale di M. Gasparo Bugati milanese nella quale con ogni candidezza di verità si racconta brevemente e con bell'ordine tutto quel eh' è successo dal principio del mondo fino all'anno 1569".

Carlo Bugatti appare del tutto dimenticato dalla sua Milano.

Ritratto della nipote Lidia, 1937.
























Ritratto della moglie Teresa, 1935.


















La Bugatti 57SC Atlantic Coupe del 1938, universalmente reputata una delle auto più belle della storia delle quattro ruote; costruita in solo quattro esemplari, i due esemplari rimasti hanno un prezzo superiore ai 30 milioni di euro. Venne progettata da Gianroberto Maria Carlo Bugatti, detto Jean, nipote di Carlo e figlio del fondatore della casa automobilistica Ettore.
L'Atlantic fu una delle ultime auto disegnate da Jean, che morì nel 1939.



giovedì 25 ottobre 2018

La Chiesa di Santa Maria Aurona

La chiesa di Santa Maria Aurona, o d'Aurona, si trovava lungo l'odierna via Monte di Pietà. Si trattava dell'unico edificio longobardo di Milano, sopravvissuto sino agli inizi dell'Ottocento.
La chiesa venne costruita intorno al 730, lungo le antiche Mura Massimiane di Milano.

La cerchia difensiva più antica, quella delle Mura Repubblicane, correva sul lato ovest e nord-ovest lungo Piazza della Scala, via Filodrammatici, via del Lauro per arrivare al crocicchio di via Cusani/Ponte Vetero/Broletto/Orso, dove si trovava una delle antiche porte, da cui usciva la via Comacina, per Como. Oggi corso Garibaldi.
Quando l'Imperatore Massimiano spostò la capitale a Milano, fece erigere nuove mura per comprendere quelle parti della sua capitale che erano ormai sorte fuori dalla vecchia cinta muraria.
Le mura si espansero verso ovest e nord-ovest, percorrendo proprio via dell'Orso, Monte di Pietà e girando verso sud-ovest dove venne aperta la porta della Croce Rossa, l'omonima via odierna, a fianco del palazzo di Armani, e percorrendo poi via Monte Napoleone verso sud.
Proprio sul lato delle mura lungo via Monte di Pietà, venne costruita la chiesa.
La struttura era molto semplice, un'aula unica di circa 17 metri di lunghezza per quasi 11 di larghezza.
Il muro nord della chiesa coincideva con le Mura Massimiane.

La chiesa venne costruita con lo spigolo nord occidentale intorno ad una delle tante torri di difesa.
Un atrio grosso circa 1/3 dell'aula precedeva la chiesa.
C'erano tra absidi, rettangolare quella centrale, classiche quelle ai due lati.
Questo tipo di chiesa, assolutamente un unicum a Milano, era invece molto comune nelle Alpi, soprattutto quelle Retiche, dell'odierno Trentino Alto Adige e nota come "dreiapsidensaal" o ad aula unica triabsidata.

La torre venne trasformata in campanile, probabilmente intorno al IX secolo quando le torri campanarie si diffusero in tutta Europa.
La chiesa, forse pre-esistente, divenne parte del complesso del monastero di Santa Maria Aurona, fondato intorno al 780-800.
La regola era quella benedettina e si trattava di un monastero femminile riservato solo alle vergini fanciulle nobili per quattro quarti; occupava un intero isolato, oggi identificabile con le vie Andegari, Manzoni, Monte di Pietà e Romagnosi.
La strada, attualmente chiamata Monte di Pietà, era in epoca alto medievale nota come strada Cantarana, dato che appena fuori le mura scorreva il canale difensivo di Milano, deviazione del Seveso e chiamata Grande Sevese.
Oltre si trovavano solo prati e risorgive, dove prosperavano le rane e il oro gracidare diede il nome alla strada.
Dopo l'anno Mille, all'incirca, divenne nota come Contrada dei Tre Monasteri, perchè oltre al monastero di Santa Maria Aurona, c'erano, dall'altro lato della strada, il monastero di Santa Chiara delle Clarisse, riservato alle figlie del popolo e il monastero di Sant'Agostino, riservato alle figlie della borghesia commerciale.
In seguito venne aggiunto anche un quarto monastero, di Santa Caterina della Cantarana, ma con ingresso da via Brera.
Otto Cima, il celebre giornalista-storico di Milano, ricordò in un articolo degli anni '20 che tra il popolo milanese circolava una filastrocca proprio sui Tre Monasteri alle spalle di via Manzoni, facendo proprio dei distinguo sulla classe sociale delle monache delle tre differenti strutture religiose.
Quando venivano suonate le campane dei tre monasteri nelle strade vicine si cantava:

DANN DANN, SEM TOCC DAMM
DINN DINN, SEM TOCC PEDINN
DENN DENN, SEM TOCC PUTAN

Chiesa e monastero sarebbero legato non solo ai Longobardi, che allora regnavano su buona parte dell'Italia, ma proprio alla famiglia reale.
L'Aurona a cui sono titolati monastero e chiesa, sarebbe infatti figlia del Re d'Italia, e Re dei Longobardi, Ansprando.
Dopo la morte di un re, seguivano delle violentissime lotte di successione, tipiche dei Longobardi, con vere e proprie battaglie e guerre tra opposte fazioni, ciascuna guidata da un duca.
Alla morte del Re Cuniperto, Ansprando e il duca di Torino, Ragimperto, entrarono in guerra, che, alla morte di quest'ultimo fu continuata dal figlio Ariperto.
Con forze soverchianti Ariperto fece fuggire Ansprando, prima verso i laghi, poi in Baviera.
Riuscì però a catturare la sua famiglia, che fece torturare e orrendamente mutilare.
Tra essi vi era la figlia Aurona, a cui vennero tagliate le palpebre, il naso e le orecchie.
Dopo 10 anni Ansprando riuscì a tornare in Lombardia con un esercito composto da Longobardi di Baviera e a sconfiggere il Re d'Italia Ariperto e a prendere il suo posto sul trono.
Ansprando morì dopo solo tre mesi, lasciando però il trono al figlio Liutprando, che fu tra i più grandi re longobardi e regnò per oltre 30 anni.
Secondo alcune fonti, non delle più autorevoli e certe, Ansprando aveva anche un altro figlio maschio, fatto prete e poi arrivato a guidare la chiesa Ambrosiana, diventando l'arcivescovo Teodoro II°. (Teodoro fu il primo a fregiarsi del titolo di arcivescovo di Milano).
Sarebbe quindi stato il fratello del Re Liutprando e della mutilata Aurona.
Di Teodoro II° non si sa realmente nulla o quasi. Avrebbe esercitato dal 732 al 739, quando morì; fu probabilmente fu lui a fondare il monastero dove mise la sorella come badessa.
Dal Versum de Mediolano civitate, scritto da un anonimo poeta longobardo tra il 739 e il 744, sappiamo però che Teodoro era «natus de regali germine», rafforzando così la teoria di una unione di sangue tra Aurona, Teodoro e Liutprando.
Quando Teodoro morì fu sepolto proprio nel monastero di Santa Maria Aurona. Fatto del tutto inspiegabile, essendo il monastero femminile.
L'unica possibilità è che il monastero fosse di proprietà della famiglia reale longobarda, e che quindi si trattò di una inumazione "privata".
L'ipotesi che il monastero, e la chiesa, fossero di proprietà reale viene avvalorato da quanto accadde un secolo dopo, quando la vedova dell'Imperatore Carolingio Ludovico II°, nell'880, donava a "Sant'Ambrogio", cioè alla chiesa Ambrosiana,  «monasterium quod vocatur Aurune», cioè il Monastero di Aurona.
Il complesso venne distrutto da un incendio nel 1075; il Medioevo fu un periodo durante il quale almeno 7 grandi incendi distrussero intere parti della città.



Il complesso monastico e la chiesa furono ricostruiti in stile romanico; particolarmente colpita fu la copertura della chiesa, in orditura lignea, che fu ricostruita a volte sorrette da pilastri cruciformi; si formarono così tre navate nell'aula. I lavori terminarono nel 1099, quando venne costruita anche un cappella a Santa Barbara, nome col quale poi si identificò, per vari secoli, l'intera chiesa.

In rosso la chiesa romanica, in giallo la torre-campanile
in blu il monastero.

Il monastero di monache benedettine continuò per tre secoli a prosperare; nel 1311, nella sua struttura si rifugiò in cerca di salvezza per la propria vita, Guido Torriani, signore di Milano, che dopo aver sfidato l'Imperatore Enrico VII°, venne sconfitto in battaglia, tra le vie di Milano, dai suoi storici rivali, i Visconti. Questi attaccarono e distrussero il quartiere dove si trovavano gli edifici dei Della Torre, radendo al suolo tutti i palazzi. I Visconti lasciarono quel quartiere, alle spalle dell'attuale via Manzoni, quasi in Piazza della Scala, ridotto a ruderi per lunghi anni, come monito. 
Il toponimo di via delle Case Rotte ricorda proprio quell'evento.
Guido Torriani dopo aver trovato rifugio a Santa Maria d'Aurona dovette fuggire a Lodi e poi a Cremona.
Sul finire del XV secolo, quando era noto come monastero di Sant'Agata d'Orone, iniziò un periodo di declino.; ormai abitato da 3 sole monache, fu soppresso da Papa Sisto IV°che offrì alla badessa e alle altre 2 monache di passare all'ordine agostiniano e a stabilirsi nel convento di Sant'Agnese.
Al rifiuto della badessa il Papa fuse Santa Maria d’Aurona al vicino convento di Sant'Agostino di Vedano in Porta Nuova, da cui era separata solo dalla strada, l’attuale via Monte di Pietà; per unire i due conventi e permettere alle sorelle di spostarsi senza mostrarsi, venne scavato un passaggio sotterraneo.
San Carlo Borromeo visto il continuo declino della struttura, decise di spostare definitivamente le sorelle agostiniane di Sant'Agata d'Orone nel monastero di Sant'Agostino, fece murare il passaggio sotterraneo e vendette il monastero ad Annibale Vistarino, che vi aprì, nel 1538, un collegio per
fanciulle povere votate alla castità.
Due anni dopo un gruppo di quelle fanciulle chiese di prendere i voti e di diventare suore di clausura. Visto il rifiuto del Vistarino, fecero appello direttamente al nuovo Papa, Sisto V°, che non solo acconsentì, ma fece ritrasformare la struttura in un monastero, dedicandolo a Santa Barbara e il 7 novembre 1593 le cappuccine di Santa Barbara fecero ingresso nel complesso.
Durante questi lavori venne anche abbattuta la torre-campanile.
L'antica chiesa di Santa Maria Aurona, tutto sommato salvatasi nella forma sino ad allora, unica vestigia del mondo Longobardo a Milano, venne ricostruita integralmente dalle cappuccine.
Venne così demolito l'impianto longobardo e le successive modifiche romaniche; la chiesa venne ricostruita con le prescrizioni vigenti all'epoca, con una netta cesura tra parte dedicata al clero e parte dedicata ai laici, qui portata alla massima separazione visto che si trattava di una chiesa claustrale. Sulla facciata sopra il portale d'ingresso vi era un affresco del Cerano raffigurante Maria con monache cappuccine inginocchiate; il motivo della decorazione a fresco sopra il portale si ripeteva all'interno, sulla controfacciata, dove il Cerano aveva dipinto San Francesco con le stimmate
La chiesa aveva tre altari, il maggiore era ornato di un'ancona raffigurante la Beata Vergina con Gesù Bambino, San Francesco, Santa Chiara e Santa Chiara di Carlo Francesco Nuvolone. 
Vi si conservava come reliquia il cappello cardinalizio di San Carlo Borromeo.

Gli operai al lavoro per le benedettine arrivarono a riutilizzare tutto quanto demolito e raschiato dalla chiesa longobarda, come riempimento delle nuove mura.

Nel 1784 l'Imperatore Giuseppe II° decise di creare un sistema di welfare gestito dallo Stato anche nel Lombardo Veneto. Sino ad allora infatti, le decine di istituzioni storicamente presenti a Milano erano in mano agli ordini religiosi e alla curia Ambrosiana.Giuseppe II° creò una Pia Casa di Lavoro volontario, nell'anticho monastero di San Vincenzo in Prato. e una Pia Casa degli Incurabili, fuori città, ad Abbiategrasso.
Le spese in carico a questi due nuovi enti furono attribuite ad una delle più antiche istituzioni ospedaliere di Milano, i Luoghi Pii Elemosirieri, che divenne una vera e propria "holding", accorpando decine di altre istituzioni caritatevoli e ospedaliere e passando poi la gestione dagli ordini religiosi allo Stato Asburgico.
La sede del nuovo ente, denominato Luoghi Pii Riuniti, venne decisa l'anno seguente e ricadde proprio sul monastero di Santa Maria Aurona/Sant'Agata d'Orona, che venne soppresso demolito e ricostruito da Giuseppe Piermarini, vero "architetto di corte" dei governatori austriaci.
Gli altri due monasteri non furono risparmiati dalle riforme giuseppine e da quelle napoleoniche; il monastero di Santa Chiara era già stato soppresso nel 1782, mentre quello delle Agostiniane sopravvisse sino al 1798.
Con l'arrivo dei Francesi e della Rivoluzione, i Luoghi Pii Riuniti vennero cacciati dal palazzo del Piermarini e vi fu accolto il Genio Militare.
Con la Restaurazione la destinazione militare del bel palazzo venne confermata e si arrivò così ai giorni del marzo 1848, quando il Risorgimento investì in pieno l'area dell'antica Santa Maria Aurona.
Protagonisti della giornata del 21 marzo furono Augusto Afossi e Pasquale Sottocorno, a cui vennero poi dedicate due strade appena fuori i Bastioni orientali.
L'Anfossi era un militare e un avventuriero di professione. Aveva combattuto con in Francia durante i Morti del 1831, per arruolarsi poi nella Legione Straniera, combattendo in Algeria. Si arruolò poi nell'esercito egiziano nella guerra contro i Turchi; dedicatosi poi al commercio tra Smirne e Algeri, venne a sapere dell'imminenza della rivolta del Lombardo Veneto. Corse a Venezia e poi a Milano dove si offrì, ben accetto, come uno dei comandanti militari dell'insurrezione.
Dopo aver guidato valorosamente i suoi uomini per tre giorni, il 21 marzo portò i suoi volontari ad assaltare proprio il Palazzo del Genio, in via Manzoni.

La possente struttura del Piermarini, difesa da 3 ufficiali e 160 soldati degli Asburgo, tra Croati e Austriaci, resistette per ore e ore, falciando dalle finestre e dal tetto i rivoltosi.
L'Anfossi cercò di puntare un cannoncino verso il portone del palazzo, ma una palla di mitraglia sparata da una delle finestre lo colpì in pieno al capo, ferendolo gravemente.
L'Anfossi fu portato in salvo, ma morì poche ore dopo.

In quella situazione di empasse, col rischio che ufficiali e soldati uscissero per una sortita, ben armati e corressero verso Porta Nuova, prendendo alle spalle i milanesi sulle barricate, si presentò in prima fila uno sconosciuto ciabattino, nato a Milano 24 anni prima: Pasquale Sottocorno, vero eroe tragico delle Cinque Giornate, talmente dimenticato da non aver nemmeno una pagina su Wikipedia.
Il Sottocorno era storpio, girando per la città con una stampella di legno, poverissimo e umile, allo scoppio dei combattimenti si unì immediatamente ai rivoltosi.
Visto morire l'Anfossi si offrì volontario per gettare delle bottiglie colme di acquaragia contro il portone del Palazzo del Genio.
Nonostante la stampella riuscì ad arrivare incolume sotto il portone e cospargerlo di acquaragia; sfidando le pallottole austriache tornò alla barricata e si fece dare una fascina infuocata.
Per la terza volta sfidò il fuoco degli Asburgo e venne ferito alla gamba buona; ciò nonostante riuscì a tornare indietro e diede finalmente fuoco alla porta.
Nel giro di pochi minuti i soldati austriaci si arresero e vennero tutti arrestati.
Il giorno dopo, seppure ferito, il Sottocorno si presentò all'assalto di uno degli ultimi edifici di Milano occupati dai soldati austriaci ormai in rotta, la Casa Pia di Ricovero, una delle tante istituzioni caritatevoli che, ironia della sorte, erano state fuse assieme dall'Imperatore d'Austria circa 60 anni prima e la cui sede si trovava nel Palazzo del Genio!
Sottocorno e gli altri eroi del Risorgimento espugnarono facilmente la Casa Pia e disarmarono i soldati austriaci.
Nei giorni successivi alle Cinque Giornate, il Governo Provvisorio, per mostrare la sua riconoscenza all'eroica ciabattino, gli diede una divisa di Guardia Nazionale e gli concesse un sussidio molto risicato.
Col tradimento dei Piemontesi e Carlo Alberto e il ritorno di Radetzky, il Sottocorno fu obbligato a fuggire da Milano assieme a tutti gli altri rivoltosi. Circa 1/3° dei milanesi abbandonò la città, dirigendosi quasi tutti in Piemonte.
Visse a Torino nella miseria più assoluta, facendo il ciabattino per strada; ammalatosi di tisi morì a Genova a 35 anni, il 10 ottobre 1857.
Poche settimane dopo la sua morte, lo scrittore e politico del Risorgimento Francesco Domenico Guerrazzi, gli dedicò un libro intitolato semplicemente Pasquale Sottocorno.
Gli Austriaci continuarono ad usare come caserma il Palazzo del Genio, che venne poi adibito a magazzino militare dopo l'Unità d'Italia.
Nel 1867 la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, nota poi come CARIPLO, cresciuta a dismisura sin dalla sua fondazione nel 1823, era in cerca di una nuova sede, dove mettervi gli uffici, ma anche un grande magazzino per le sete, per creare una sorta di Monte delle Sete.
L'area prescelta fu quella del Palazzo del Genio, che venne rapidamente demolito.
Durante gli scavi per gettare le nuova fondamenta vennero però alla luce sia le strutture del
monastero e delle chiesa di Santa Maria Aurona, sia le antiche Mura Massimiane, compresa la torre/campanile.
Sotto la guida dell'Ingegnere Giuseppe Balzaretti già nei mesi precedenti erano venute alla luce una serie di reperti che dall'epoca longobarda risalivano sino al Rinascimento, ma dal settembre 1868 si trovarono le basi delle possenti mura romane.
Queste, con uno sviluppo di ben 30 metri, vennero demolite con una lunga serie di esplosioni di mine da cava. La stessa fine fece la base della torre-campanile.
Prima di far saltare tutto in aria vennero recuperati tutta una serie di reperti che, come detto, coprivano mille anni di storia di Milano.
Si trattava di capitelli, colonne, lapidi, frammenti di intonaco, basamenti di statue, per buona parte ridotti a frammenti e usati per riempire le mura.
Da uno dei quei capitelli si trasse una iscrizione che permise di attribuire la chiesa all'arcivescovo e a sua sorella:   «Teodorus aihepiscopus qui iniuste fuit damnatus».





Purtroppo non si conosce praticamente nulla su Teodoro e non si riesce quindi a capire un possibile motivo di dannazione.
Tutti i reperti, 263, furono salvati, catalogati e depositati in un magazzino della CARIPLO, come voluto dal Balzaretti. Dopo le prime analisi i pezzi nell'estate del 1869 vennero consegnati al Museo Patrio di Archeologia, che li mise nella chiesa sconsacrata di Santa Maria di Brera, allora sede del museo.
In principio, una "lettura" disattenta li fece datare tutti al periodo di Teodoro II°.
Anche il grande Luca Beltrami cadde in questo errore di datazione; c'è da dire che di Santa Maria
d'Aurona non si conosceva nulla e quindi era estremamente difficile immaginare dove e come fossero usati i frammenti ritrovati.
Nel frattempo, le notizie riguardo all'impor
tanza delle scoperte fatte in via Monte di Pietà divennero ben note negli ambienti culturali tanto da ispirare i lavori di ricostruzione di San Giovanni in Conca.
Quando il 17 aprile 1881 venne inaugurata il "nuovo" Tempio Valdese, che niente altro era che una sistemazione dell'antica chiesa di San Giovanni in Conca, del V secolo, nell'attuale Piazza Missori, l'interno venne ricostruito con pilastri a pianta cruciforme ispirati dalla chiesa longobarda di Santa Maria Aurona.

Fu solo nel 1944 che nell'archivio della Curia Ambrosiana fu ritrovata una splendida mappa del complesso monastico e della chiesa, risalente al 1580 circa, al periodo di lavori eseguiti su input di Papa Sisto V° e della ricostruzione e rititolazione a Santa Barbara.


Da quella mappa si riuscì ad ottenere una planimetria dell'intera area dei monasteri.
Nel 1954 invece fu la volta di una parte, consistente, dei reperti, che vennero attribuiti al periodo del "Rinascimento Liutprandeo"; i reperti, intanto erano finiti, sin dal 1899, nelle nuove sale del Museo archeologico nella Corte Ducale del Castello Sforzesco.










giovedì 6 ottobre 2016

Picasso a Milano, 1953



La mostra di Picasso del 1953, monumento vivente della pittura verrà ricordata in tutto il Mondo come uno dei massimi momenti culturali del Dopoguerra. La mostra venne curata da Franco Russoli, Fernanda Wittgens e Attilio Rossi.
Il Rossi era uno dei massimi interpreti dell'astrattismo e dell'iperealismo del XX secolo italiano. Fuggito dal fascismo nel 1935, si era trasferito in Argentina. Rientrato a Milano nel 1950 reniziò a dipingere e a frequentare gli ambienti culturali milanesi.
Nel 1953 Attilio Rossi contribuisce alla realizzazione e al successo clamoroso della grande mostra di Picasso, di cui cura il catalogo e i tre grandi manifesti. A Picasso Rossi è legato da un'antica e solida amicizia, che si basa sulla comune sensibilità verso le forme espressive dell'avanguardia artistica, sulla condivisione dei valori antifascisti.




La mostra sta infatti nascendo zoppa, non si riesce a ottenere Guernica. Picasso risponde negativamente alla richiesta anche per motivi politici, perché è ancora troppo recente la Seconda guerra mondiale
Gli organizzatori si arrendono. Ma Attilio Rossi cerca un contatto diretto con Picasso. Rossi si reca così a Vallauris. È una giornata intensa di colloqui, quella con Picasso ma Rossi ha molti argomenti convincenti, tra cui uno particolarmente suggestivo, che riguarda il contesto in cui l'opera verrà esposta, non in uno spazio asettico, ma nell'immenso Salone delle Cariatidi ancora stravolto dai segni degli incendi e dei bombardamenti aerei, dove per la prima volta dopo la guerra i visitatori avrebbero potuto entrare.
Torna con Guernica e l'offerta di altri 70 quadri. Sarà possibile, per motivi di spazio, accettarne solo una ventina.



Il 26 settembre del 1953 si apre la mostra a Palazzo Reale con opere degli anni giovanili provenienti da Barcellona e dal Museo d'Arte Moderna Occidentale di Mosca e un gruppo di grandi dipinti di significato politico e civile, di proprietà dell'artista, dal Massacro in Corea ai due pannelli La Pace e La Guerra, memento dei campi di concentramento nazisti, fino a Guernica, allora in deposito presso il MoMa di New York.


 


Picasso seguì personalmente l'allestimento di Guernica nella sala delle Cariatidi. La mostra doveva durare dal 23 settembre al 30 novembre, ma venne prorogata sino al 31 dicembre per l'incredibile successo: oltre 200.000 paganti. In totale vennero esposte 329 opere di Picasso, oltre un centinaio della sua collezione personale. 

Dal 5 maggio al 31 giugno parte della mostra si spostò a Roma alla Galleria Nazionale di Arte Moderna, ma Picasso non permise l'esposizione di Guernica e dopo che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti non permise l'esposizione di Massacro in Corea per "non offendere l'alleato Americano", Picasso non fece esporre nemmeno i suoi dipinti personali. 



La mostra, monca, con sole 250 opere attirò solo 40.000 visitatori. Nel 2001 e nel 2015 le opere di Picasso tornarono a Milano e nonostante l'assenza di Guernica la mostra dell'anno scorso ha fatto registrare il record di presenze italiano per una personale: 560.000 visitatori in 4 mesi.




Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...