giovedì 25 ottobre 2018

La Chiesa di Santa Maria Aurona

La chiesa di Santa Maria Aurona, o d'Aurona, si trovava lungo l'odierna via Monte di Pietà. Si trattava dell'unico edificio longobardo di Milano, sopravvissuto sino agli inizi dell'Ottocento.
La chiesa venne costruita intorno al 730, lungo le antiche Mura Massimiane di Milano.

La cerchia difensiva più antica, quella delle Mura Repubblicane, correva sul lato ovest e nord-ovest lungo Piazza della Scala, via Filodrammatici, via del Lauro per arrivare al crocicchio di via Cusani/Ponte Vetero/Broletto/Orso, dove si trovava una delle antiche porte, da cui usciva la via Comacina, per Como. Oggi corso Garibaldi.
Quando l'Imperatore Massimiano spostò la capitale a Milano, fece erigere nuove mura per comprendere quelle parti della sua capitale che erano ormai sorte fuori dalla vecchia cinta muraria.
Le mura si espansero verso ovest e nord-ovest, percorrendo proprio via dell'Orso, Monte di Pietà e girando verso sud-ovest dove venne aperta la porta della Croce Rossa, l'omonima via odierna, a fianco del palazzo di Armani, e percorrendo poi via Monte Napoleone verso sud.
Proprio sul lato delle mura lungo via Monte di Pietà, venne costruita la chiesa.
La struttura era molto semplice, un'aula unica di circa 17 metri di lunghezza per quasi 11 di larghezza.
Il muro nord della chiesa coincideva con le Mura Massimiane.

La chiesa venne costruita con lo spigolo nord occidentale intorno ad una delle tante torri di difesa.
Un atrio grosso circa 1/3 dell'aula precedeva la chiesa.
C'erano tra absidi, rettangolare quella centrale, classiche quelle ai due lati.
Questo tipo di chiesa, assolutamente un unicum a Milano, era invece molto comune nelle Alpi, soprattutto quelle Retiche, dell'odierno Trentino Alto Adige e nota come "dreiapsidensaal" o ad aula unica triabsidata.

La torre venne trasformata in campanile, probabilmente intorno al IX secolo quando le torri campanarie si diffusero in tutta Europa.
La chiesa, forse pre-esistente, divenne parte del complesso del monastero di Santa Maria Aurona, fondato intorno al 780-800.
La regola era quella benedettina e si trattava di un monastero femminile riservato solo alle vergini fanciulle nobili per quattro quarti; occupava un intero isolato, oggi identificabile con le vie Andegari, Manzoni, Monte di Pietà e Romagnosi.
La strada, attualmente chiamata Monte di Pietà, era in epoca alto medievale nota come strada Cantarana, dato che appena fuori le mura scorreva il canale difensivo di Milano, deviazione del Seveso e chiamata Grande Sevese.
Oltre si trovavano solo prati e risorgive, dove prosperavano le rane e il oro gracidare diede il nome alla strada.
Dopo l'anno Mille, all'incirca, divenne nota come Contrada dei Tre Monasteri, perchè oltre al monastero di Santa Maria Aurona, c'erano, dall'altro lato della strada, il monastero di Santa Chiara delle Clarisse, riservato alle figlie del popolo e il monastero di Sant'Agostino, riservato alle figlie della borghesia commerciale.
In seguito venne aggiunto anche un quarto monastero, di Santa Caterina della Cantarana, ma con ingresso da via Brera.
Otto Cima, il celebre giornalista-storico di Milano, ricordò in un articolo degli anni '20 che tra il popolo milanese circolava una filastrocca proprio sui Tre Monasteri alle spalle di via Manzoni, facendo proprio dei distinguo sulla classe sociale delle monache delle tre differenti strutture religiose.
Quando venivano suonate le campane dei tre monasteri nelle strade vicine si cantava:

DANN DANN, SEM TOCC DAMM
DINN DINN, SEM TOCC PEDINN
DENN DENN, SEM TOCC PUTAN

Chiesa e monastero sarebbero legato non solo ai Longobardi, che allora regnavano su buona parte dell'Italia, ma proprio alla famiglia reale.
L'Aurona a cui sono titolati monastero e chiesa, sarebbe infatti figlia del Re d'Italia, e Re dei Longobardi, Ansprando.
Dopo la morte di un re, seguivano delle violentissime lotte di successione, tipiche dei Longobardi, con vere e proprie battaglie e guerre tra opposte fazioni, ciascuna guidata da un duca.
Alla morte del Re Cuniperto, Ansprando e il duca di Torino, Ragimperto, entrarono in guerra, che, alla morte di quest'ultimo fu continuata dal figlio Ariperto.
Con forze soverchianti Ariperto fece fuggire Ansprando, prima verso i laghi, poi in Baviera.
Riuscì però a catturare la sua famiglia, che fece torturare e orrendamente mutilare.
Tra essi vi era la figlia Aurona, a cui vennero tagliate le palpebre, il naso e le orecchie.
Dopo 10 anni Ansprando riuscì a tornare in Lombardia con un esercito composto da Longobardi di Baviera e a sconfiggere il Re d'Italia Ariperto e a prendere il suo posto sul trono.
Ansprando morì dopo solo tre mesi, lasciando però il trono al figlio Liutprando, che fu tra i più grandi re longobardi e regnò per oltre 30 anni.
Secondo alcune fonti, non delle più autorevoli e certe, Ansprando aveva anche un altro figlio maschio, fatto prete e poi arrivato a guidare la chiesa Ambrosiana, diventando l'arcivescovo Teodoro II°. (Teodoro fu il primo a fregiarsi del titolo di arcivescovo di Milano).
Sarebbe quindi stato il fratello del Re Liutprando e della mutilata Aurona.
Di Teodoro II° non si sa realmente nulla o quasi. Avrebbe esercitato dal 732 al 739, quando morì; fu probabilmente fu lui a fondare il monastero dove mise la sorella come badessa.
Dal Versum de Mediolano civitate, scritto da un anonimo poeta longobardo tra il 739 e il 744, sappiamo però che Teodoro era «natus de regali germine», rafforzando così la teoria di una unione di sangue tra Aurona, Teodoro e Liutprando.
Quando Teodoro morì fu sepolto proprio nel monastero di Santa Maria Aurona. Fatto del tutto inspiegabile, essendo il monastero femminile.
L'unica possibilità è che il monastero fosse di proprietà della famiglia reale longobarda, e che quindi si trattò di una inumazione "privata".
L'ipotesi che il monastero, e la chiesa, fossero di proprietà reale viene avvalorato da quanto accadde un secolo dopo, quando la vedova dell'Imperatore Carolingio Ludovico II°, nell'880, donava a "Sant'Ambrogio", cioè alla chiesa Ambrosiana,  «monasterium quod vocatur Aurune», cioè il Monastero di Aurona.
Il complesso venne distrutto da un incendio nel 1075; il Medioevo fu un periodo durante il quale almeno 7 grandi incendi distrussero intere parti della città.



Il complesso monastico e la chiesa furono ricostruiti in stile romanico; particolarmente colpita fu la copertura della chiesa, in orditura lignea, che fu ricostruita a volte sorrette da pilastri cruciformi; si formarono così tre navate nell'aula. I lavori terminarono nel 1099, quando venne costruita anche un cappella a Santa Barbara, nome col quale poi si identificò, per vari secoli, l'intera chiesa.

In rosso la chiesa romanica, in giallo la torre-campanile
in blu il monastero.

Il monastero di monache benedettine continuò per tre secoli a prosperare; nel 1311, nella sua struttura si rifugiò in cerca di salvezza per la propria vita, Guido Torriani, signore di Milano, che dopo aver sfidato l'Imperatore Enrico VII°, venne sconfitto in battaglia, tra le vie di Milano, dai suoi storici rivali, i Visconti. Questi attaccarono e distrussero il quartiere dove si trovavano gli edifici dei Della Torre, radendo al suolo tutti i palazzi. I Visconti lasciarono quel quartiere, alle spalle dell'attuale via Manzoni, quasi in Piazza della Scala, ridotto a ruderi per lunghi anni, come monito. 
Il toponimo di via delle Case Rotte ricorda proprio quell'evento.
Guido Torriani dopo aver trovato rifugio a Santa Maria d'Aurona dovette fuggire a Lodi e poi a Cremona.
Sul finire del XV secolo, quando era noto come monastero di Sant'Agata d'Orone, iniziò un periodo di declino.; ormai abitato da 3 sole monache, fu soppresso da Papa Sisto IV°che offrì alla badessa e alle altre 2 monache di passare all'ordine agostiniano e a stabilirsi nel convento di Sant'Agnese.
Al rifiuto della badessa il Papa fuse Santa Maria d’Aurona al vicino convento di Sant'Agostino di Vedano in Porta Nuova, da cui era separata solo dalla strada, l’attuale via Monte di Pietà; per unire i due conventi e permettere alle sorelle di spostarsi senza mostrarsi, venne scavato un passaggio sotterraneo.
San Carlo Borromeo visto il continuo declino della struttura, decise di spostare definitivamente le sorelle agostiniane di Sant'Agata d'Orone nel monastero di Sant'Agostino, fece murare il passaggio sotterraneo e vendette il monastero ad Annibale Vistarino, che vi aprì, nel 1538, un collegio per
fanciulle povere votate alla castità.
Due anni dopo un gruppo di quelle fanciulle chiese di prendere i voti e di diventare suore di clausura. Visto il rifiuto del Vistarino, fecero appello direttamente al nuovo Papa, Sisto V°, che non solo acconsentì, ma fece ritrasformare la struttura in un monastero, dedicandolo a Santa Barbara e il 7 novembre 1593 le cappuccine di Santa Barbara fecero ingresso nel complesso.
Durante questi lavori venne anche abbattuta la torre-campanile.
L'antica chiesa di Santa Maria Aurona, tutto sommato salvatasi nella forma sino ad allora, unica vestigia del mondo Longobardo a Milano, venne ricostruita integralmente dalle cappuccine.
Venne così demolito l'impianto longobardo e le successive modifiche romaniche; la chiesa venne ricostruita con le prescrizioni vigenti all'epoca, con una netta cesura tra parte dedicata al clero e parte dedicata ai laici, qui portata alla massima separazione visto che si trattava di una chiesa claustrale. Sulla facciata sopra il portale d'ingresso vi era un affresco del Cerano raffigurante Maria con monache cappuccine inginocchiate; il motivo della decorazione a fresco sopra il portale si ripeteva all'interno, sulla controfacciata, dove il Cerano aveva dipinto San Francesco con le stimmate
La chiesa aveva tre altari, il maggiore era ornato di un'ancona raffigurante la Beata Vergina con Gesù Bambino, San Francesco, Santa Chiara e Santa Chiara di Carlo Francesco Nuvolone. 
Vi si conservava come reliquia il cappello cardinalizio di San Carlo Borromeo.

Gli operai al lavoro per le benedettine arrivarono a riutilizzare tutto quanto demolito e raschiato dalla chiesa longobarda, come riempimento delle nuove mura.

Nel 1784 l'Imperatore Giuseppe II° decise di creare un sistema di welfare gestito dallo Stato anche nel Lombardo Veneto. Sino ad allora infatti, le decine di istituzioni storicamente presenti a Milano erano in mano agli ordini religiosi e alla curia Ambrosiana.Giuseppe II° creò una Pia Casa di Lavoro volontario, nell'anticho monastero di San Vincenzo in Prato. e una Pia Casa degli Incurabili, fuori città, ad Abbiategrasso.
Le spese in carico a questi due nuovi enti furono attribuite ad una delle più antiche istituzioni ospedaliere di Milano, i Luoghi Pii Elemosirieri, che divenne una vera e propria "holding", accorpando decine di altre istituzioni caritatevoli e ospedaliere e passando poi la gestione dagli ordini religiosi allo Stato Asburgico.
La sede del nuovo ente, denominato Luoghi Pii Riuniti, venne decisa l'anno seguente e ricadde proprio sul monastero di Santa Maria Aurona/Sant'Agata d'Orona, che venne soppresso demolito e ricostruito da Giuseppe Piermarini, vero "architetto di corte" dei governatori austriaci.
Gli altri due monasteri non furono risparmiati dalle riforme giuseppine e da quelle napoleoniche; il monastero di Santa Chiara era già stato soppresso nel 1782, mentre quello delle Agostiniane sopravvisse sino al 1798.
Con l'arrivo dei Francesi e della Rivoluzione, i Luoghi Pii Riuniti vennero cacciati dal palazzo del Piermarini e vi fu accolto il Genio Militare.
Con la Restaurazione la destinazione militare del bel palazzo venne confermata e si arrivò così ai giorni del marzo 1848, quando il Risorgimento investì in pieno l'area dell'antica Santa Maria Aurona.
Protagonisti della giornata del 21 marzo furono Augusto Afossi e Pasquale Sottocorno, a cui vennero poi dedicate due strade appena fuori i Bastioni orientali.
L'Anfossi era un militare e un avventuriero di professione. Aveva combattuto con in Francia durante i Morti del 1831, per arruolarsi poi nella Legione Straniera, combattendo in Algeria. Si arruolò poi nell'esercito egiziano nella guerra contro i Turchi; dedicatosi poi al commercio tra Smirne e Algeri, venne a sapere dell'imminenza della rivolta del Lombardo Veneto. Corse a Venezia e poi a Milano dove si offrì, ben accetto, come uno dei comandanti militari dell'insurrezione.
Dopo aver guidato valorosamente i suoi uomini per tre giorni, il 21 marzo portò i suoi volontari ad assaltare proprio il Palazzo del Genio, in via Manzoni.

La possente struttura del Piermarini, difesa da 3 ufficiali e 160 soldati degli Asburgo, tra Croati e Austriaci, resistette per ore e ore, falciando dalle finestre e dal tetto i rivoltosi.
L'Anfossi cercò di puntare un cannoncino verso il portone del palazzo, ma una palla di mitraglia sparata da una delle finestre lo colpì in pieno al capo, ferendolo gravemente.
L'Anfossi fu portato in salvo, ma morì poche ore dopo.

In quella situazione di empasse, col rischio che ufficiali e soldati uscissero per una sortita, ben armati e corressero verso Porta Nuova, prendendo alle spalle i milanesi sulle barricate, si presentò in prima fila uno sconosciuto ciabattino, nato a Milano 24 anni prima: Pasquale Sottocorno, vero eroe tragico delle Cinque Giornate, talmente dimenticato da non aver nemmeno una pagina su Wikipedia.
Il Sottocorno era storpio, girando per la città con una stampella di legno, poverissimo e umile, allo scoppio dei combattimenti si unì immediatamente ai rivoltosi.
Visto morire l'Anfossi si offrì volontario per gettare delle bottiglie colme di acquaragia contro il portone del Palazzo del Genio.
Nonostante la stampella riuscì ad arrivare incolume sotto il portone e cospargerlo di acquaragia; sfidando le pallottole austriache tornò alla barricata e si fece dare una fascina infuocata.
Per la terza volta sfidò il fuoco degli Asburgo e venne ferito alla gamba buona; ciò nonostante riuscì a tornare indietro e diede finalmente fuoco alla porta.
Nel giro di pochi minuti i soldati austriaci si arresero e vennero tutti arrestati.
Il giorno dopo, seppure ferito, il Sottocorno si presentò all'assalto di uno degli ultimi edifici di Milano occupati dai soldati austriaci ormai in rotta, la Casa Pia di Ricovero, una delle tante istituzioni caritatevoli che, ironia della sorte, erano state fuse assieme dall'Imperatore d'Austria circa 60 anni prima e la cui sede si trovava nel Palazzo del Genio!
Sottocorno e gli altri eroi del Risorgimento espugnarono facilmente la Casa Pia e disarmarono i soldati austriaci.
Nei giorni successivi alle Cinque Giornate, il Governo Provvisorio, per mostrare la sua riconoscenza all'eroica ciabattino, gli diede una divisa di Guardia Nazionale e gli concesse un sussidio molto risicato.
Col tradimento dei Piemontesi e Carlo Alberto e il ritorno di Radetzky, il Sottocorno fu obbligato a fuggire da Milano assieme a tutti gli altri rivoltosi. Circa 1/3° dei milanesi abbandonò la città, dirigendosi quasi tutti in Piemonte.
Visse a Torino nella miseria più assoluta, facendo il ciabattino per strada; ammalatosi di tisi morì a Genova a 35 anni, il 10 ottobre 1857.
Poche settimane dopo la sua morte, lo scrittore e politico del Risorgimento Francesco Domenico Guerrazzi, gli dedicò un libro intitolato semplicemente Pasquale Sottocorno.
Gli Austriaci continuarono ad usare come caserma il Palazzo del Genio, che venne poi adibito a magazzino militare dopo l'Unità d'Italia.
Nel 1867 la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, nota poi come CARIPLO, cresciuta a dismisura sin dalla sua fondazione nel 1823, era in cerca di una nuova sede, dove mettervi gli uffici, ma anche un grande magazzino per le sete, per creare una sorta di Monte delle Sete.
L'area prescelta fu quella del Palazzo del Genio, che venne rapidamente demolito.
Durante gli scavi per gettare le nuova fondamenta vennero però alla luce sia le strutture del
monastero e delle chiesa di Santa Maria Aurona, sia le antiche Mura Massimiane, compresa la torre/campanile.
Sotto la guida dell'Ingegnere Giuseppe Balzaretti già nei mesi precedenti erano venute alla luce una serie di reperti che dall'epoca longobarda risalivano sino al Rinascimento, ma dal settembre 1868 si trovarono le basi delle possenti mura romane.
Queste, con uno sviluppo di ben 30 metri, vennero demolite con una lunga serie di esplosioni di mine da cava. La stessa fine fece la base della torre-campanile.
Prima di far saltare tutto in aria vennero recuperati tutta una serie di reperti che, come detto, coprivano mille anni di storia di Milano.
Si trattava di capitelli, colonne, lapidi, frammenti di intonaco, basamenti di statue, per buona parte ridotti a frammenti e usati per riempire le mura.
Da uno dei quei capitelli si trasse una iscrizione che permise di attribuire la chiesa all'arcivescovo e a sua sorella:   «Teodorus aihepiscopus qui iniuste fuit damnatus».





Purtroppo non si conosce praticamente nulla su Teodoro e non si riesce quindi a capire un possibile motivo di dannazione.
Tutti i reperti, 263, furono salvati, catalogati e depositati in un magazzino della CARIPLO, come voluto dal Balzaretti. Dopo le prime analisi i pezzi nell'estate del 1869 vennero consegnati al Museo Patrio di Archeologia, che li mise nella chiesa sconsacrata di Santa Maria di Brera, allora sede del museo.
In principio, una "lettura" disattenta li fece datare tutti al periodo di Teodoro II°.
Anche il grande Luca Beltrami cadde in questo errore di datazione; c'è da dire che di Santa Maria
d'Aurona non si conosceva nulla e quindi era estremamente difficile immaginare dove e come fossero usati i frammenti ritrovati.
Nel frattempo, le notizie riguardo all'impor
tanza delle scoperte fatte in via Monte di Pietà divennero ben note negli ambienti culturali tanto da ispirare i lavori di ricostruzione di San Giovanni in Conca.
Quando il 17 aprile 1881 venne inaugurata il "nuovo" Tempio Valdese, che niente altro era che una sistemazione dell'antica chiesa di San Giovanni in Conca, del V secolo, nell'attuale Piazza Missori, l'interno venne ricostruito con pilastri a pianta cruciforme ispirati dalla chiesa longobarda di Santa Maria Aurona.

Fu solo nel 1944 che nell'archivio della Curia Ambrosiana fu ritrovata una splendida mappa del complesso monastico e della chiesa, risalente al 1580 circa, al periodo di lavori eseguiti su input di Papa Sisto V° e della ricostruzione e rititolazione a Santa Barbara.


Da quella mappa si riuscì ad ottenere una planimetria dell'intera area dei monasteri.
Nel 1954 invece fu la volta di una parte, consistente, dei reperti, che vennero attribuiti al periodo del "Rinascimento Liutprandeo"; i reperti, intanto erano finiti, sin dal 1899, nelle nuove sale del Museo archeologico nella Corte Ducale del Castello Sforzesco.










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