venerdì 12 ottobre 2018

Chinatown




Le prime famiglie cinesi iniziarono a stabilirsi a Milano negli ultimi anni dell'800, in parte provenienti dalle comunità di Parigi e Amsterdam e in parte dai grandi porti commerciali europei, dove le navi mercantili cinesi attraccavano e, sovente, l'equipaggio riusciva ad eludere i controlli e ad immigrare illegalmente.








I primi cinesi si stabilirono in quella che allora era storicamente la zona più misera e dedita ai traffici illeciti di Milano, la Cittadella, cioè il Ticinese. Erano venditori ambulanti, principalmente di frutta e verdura.
Come si legge dal ritaglio del Corriere della Sera del 10 febbraio 1901.

Durante l'Esposizione del 1906, che si svolse al Parco Sempione, la delegazione cinese prese delle case in affitto in via Canonica; alcuni cinesi del Ticinese si spostarono così anch'essi nei dintorni di via Canonica, allora periferia della città, e con molte case di ringhiera fatiscenti e misere e con prezzi d'affitto esigui.



La maggior parte dei cinesi iniziò però ad arrivare dopo il 1926 e proveniva da una singola regione, lo Zhejiang e segnatamente dalle due maggiori città, Wenzhou, città con oltre 3 milioni di abitanti e il capoluogo Hangzhou, oltre 6 milioni.
Il motivo fu meramente commerciale, le licenze per la vendita ambulante a Milano erano tra le meno care di tutta Europa.
Inizialmente i cinesi di Milano si specializzarono tutti nella vendita delle perle false, una novità degli anni '20, che permetteva a tutte le donne, di ogni ceto sociale, di poter sfoggiare una splendida collana di perle, altrimenti costosissime.
Nel giro di pochi mesi i venditori ambulanti di perle false divennero noti in tutta la città e già nel 1927 i giornali dedicavano loro degli articoli.
Ma già nel 1929 le perle false avevano finito il loro ciclo, erano passate di moda. I cinesi di Milano così in parte migrarono in altre città europee dove le perle false non erano ancora arrivate, mentre altri iniziarono a dedicarsi ad altre attività.

I contadini e i commercianti dello Zhejiang erano noti per lo spirito imprenditoriale già in Cina, e nel giro di pochi anni riuscirono a prosperare anche a Milano.
I cinesi rimasti, circa un migliaio, quasi tutti uomini, si dedicarono così alla lavorazione della seta, specialmente per la produzione di cravatte, poi, prima della Seconda Guerra Mondiale la lavorazione venne convertita in quella della pelle, al fine di fornire cinture militari agli eserciti italiani e tedeschi. 
Per alcuni anni la loro condizione migliorò notevolmente; molti furono anche i matrimoni misti, uomo cinese con donna italiana e in milanese si iniziò a chiamare i cinesi di via Canonica col soprannome di "el Ciaina".
Ma con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale la situazione per la comunità cinese precipitò rovinosamente. 
Gran parte della comunità cinese del nord Italia venne deportata nei campi di concentramento in Abruzzo, Molise e Calabria in quanto cittadini cinesi, cioè di un Paese nemico del Giappone e quindi anche dell'Italia. 
Alla fine della guerra molte delle loro case erano state distrutte dai bombardamenti e in molti dovettero trovare riparo in campi profughi. 

Nel 1946 quasi tre quarti della comunità cinese decise di rimpatriare in Cina, probabilmente vedendo una Milano e un'Italia totalmente distrutte dalla guerra.
Rimasero poco più di un centinaio di cinesi con le loro famiglie, non poche quelle miste. Iniziarono a dedicarsi al commercio, principalmente all'ingrosso, concentrato soprattutto sull'abbigliamento e la pelletteria.




La comunità cinese iniziò a crescere dopo la Rivoluzione Culturale di Mao in Cina, quando fuggirono un enorme numero di cinesi dalle violenze delle Guardie Rosse.
Negli ultimi 30 anni sono iniziati ad immigrare anche molti cinesi di Shanghai e arrivano anche molte giovani ragazze dalle povere campagne delle regioni interne, assunte a Milano dalle famiglie di origine cinese per fare le tate e insegnare la lingua ai figli.
La comunità milanese è diventata rapidamente una delle più importanti d'Europa, sia per numero che per benessere e proprio a Milano si tenne la prima festa e sfilata con dragoni di tutto il continente, per il capodanno cinese del 1987.

Nello stesso 1987 la Repubblica Popolare Cinese decise di aprire una sua rappresentanza diplomatica in Italia, e scelse Milano.
Nell'ottobre 1962 aprì in via Fabio Filzi al 2 il primo ristorante cinese; negli anni successivi ne aprirono pochi altri, quasi tutti concentrati dentro i confini di Chinatown, ma sul finire degli anni '70 inizia il boom della ristorazione cinese.
Sul finire degli anni '80 i ristoranti cinesi sono già più di 100 a Milano, più tutti quelli dell'hinterland.
Oggi tra ristoranti cinesi, fusion, falsi-giapponesi, orientali, se ne contano parecchie centinaia.

La maggior parte dei cinesi di Milano oggi sono italiani da più generazioni e ovviamente non
vengono conteggiati come stranieri nei censimenti, facendo così risultare la comunità milanese come molto più piccola di quello che è in realtà.
Per decenni gli anziani cinesi, raggiunta la pensione, tornavano in Cina, per trascorrere gli ultimi anni di vita nei loro luoghi d'origine.
Molti tornavano anche per cercare moglie.
Per questo motivo è nata la leggenda metropolitana "dei cinesi che non muoiono mai", col sotto inteso che i defunti venivano fatti sparire e i documenti dati ad un nuovo immigrato. 
Questo leggenda, che circola da diversi decenni, continua ad essere ripetuta ossessivamente anche oggi.
A partire dal nuovo millennio è anche cambiata radicalmente il tipo di emigrante cinese. Arrivano infatti intere famiglie, che per i costi troppo alti del mattone a Chinatown, si insediano in altre parti della città, creando anche un nuovo quartiere cinese lungo via Padova.


Questi nuovi migranti trovano una comunità perfettamente strutturata, composta dai cinesi-italiani, che hanno creato un intero mercato per accogliere ed ospitare i nuovi migranti senza che questi abbiano bisogno di imparare bene l'italiano.
Questa chiusura dei nuovi migranti, che non necessitano di integrarsi, trovando un intero "mondo cinese" a loro disposizione, ha creato negli ultimi anni alcune tensioni, cavalcate da movimenti xenofobi e razzisti.
In questi ultimi anni i cinesi italiani di Milano sempre più raramente tornano a passare la vecchiaia nella terra dei loro padri e nonni. 
La Cina è ormai un Paese sviluppato e benestante e gli emigranti non vengono più visti con rispetto, anzi vengono chiamati con disprezzo 香蕉 - xiāngjiāo, cioè banana, gialli fuori e bianchi dentro, per sottolineare come di cinese abbiano ormai solo la parte esteriore, ma che per il resto siano occidentalizzati.
Solo negli ultimi due, tre anni, il governo cinese ha iniziato una campagna volta ad esaltare i cinesi emigrati all'estero e ad accogliere con rispetto e gratitudine coloro che decidono di tornare in Cina, anche se nati all'estero e cittadini di altri Stati.
Oggi si contano oltre 10.000 imprese attive in Lombardia con a capo un cinese, dove si registra una crescita superiore al 150 per cento negli ultimi dieci anni, e il 55 per cento di queste imprese si concentra proprio a Milano.
La proverbiale capacità di lavorare tutti i giorni, sino a notte fonda, che si può riscontrare nei negozi e ristoranti cinesi, proviene dalla cultura profondamente contadina che quasi tutti i cinesi anche hanno. Nelle campagne, di tutto il Mondo, si lavora dall'alba al tramonto, tutti i giorni. In più in Cina, alla faccia del comunismo, non esiste un sistema pensionistico se non per i dipendenti statali e non esiste nemmeno un sistema di welfare sanitario. Tutto è a pagamento e quindi tutti debbono lavorare continuamente per sopravvivere.
Altro aspetto che distingue la comunità cinese è la relazione familiare. Le famiglie allargate sono una caratteristica cinese. Decine e decine di membri di un nucleo familiare sono capaci di raccogliere il denaro per aiutare un giovane membro della famiglia che deve iniziare una impresa, un ristorante, un attività commerciale... Il forte legame di sangue fa sì che il non restituire il denaro ai membri della famiglia, che agiscono come un banca senza interessi, sia una cosa assolutamente riprovevole e che porta all'onta massima, l'espulsione dalla famiglia e dalla comunità. Una sorte di morte civile.
Queste due caratteristiche, la capacità di auto-finanziarsi e la capacità di lavorare 365 giorni l'anno, per anni, per restituire il prestito, fa degli imprenditori cinesi un unicum quasi assoluto nell'Italia odierna. Sono migliaia infatti i casi di lavapiatti che diventano proprietari di ristoranti di successo, camerieri che diventano albergatori, facchini che creano enormi società di import-export.
In pratica la mobilità sociale, la possibilità di portare la propria famiglia nella borghesia, che caratterizzò il Boom Economico italiano e segnatamente quello di Milano negli anni 50-60, per i cinesi continua ancor oggi.
A partire dagli anni 90, i residenti italiani di Chinatown, che rappresentano ancor oggi oltre l'80% degli abitanti, iniziarono a protestare col Comune per la crescente attività di grossisti nelle strette vie del quartiere.
La presenza di furgoni e camion che scaricavano merce a qualsiasi ora, bloccando totalmente la circolazione, portò all'esasperazione i residenti.
Il Comune intervenne con una delibera che fissava una zona a traffico limitato controllata da telecamere e degli orari specifici per il carico scarico.
La delibera venne impugnata al TAR dai commercianti cinesi, che vinsero. Il Comune rispose mandando i vigili urbani a sanzionare spietatamente ogni minima infrazione commessa dai cinesi.
Nel giro di poche settimane vennero elevate migliaia di multe.
Il 12 aprile 2007 una multa elevata ad una una commerciante cinese scatena la rivolta. La donna stava scaricando in divieto di sosta delle merce nel suo negozio di scarpe. Fuori orario, con la revisione dell'auto scaduta.
La protesta della donna, molto veemente, scatenò una reazione violenta da parte dei connazionali accorsi. 
Rapidamente la protesta si trasformò in una guerriglia urbana con cariche e contrattacchi, durata un paio d'ore. 
Ci furono 5 feriti tra i manifestanti cinesi e furono 14 i vigili rimasti feriti.
Nove di loro ricoverati al Fatebenefratelli e altri quattro poliziotti risultarono contusi.
Due auto della polizia vennero distrutte e ribaltate. Danneggiate anche altre macchine in sosta. 
In via Niccolini, un centinaio di cinesi crearono delle barricate, stile Cinque Giornate del 1848, sventolando bandiere della Cina.
Dovette intervenire il console cinese Limin Zhang per fermare i rivoltosi. Gli scontri terminarono intorno alle 14 e un'ora dopo un corteo di cinesi cercò di uscire da Paolo Sarpi con bandiere rosse e uno striscione con scritto "Violenze e abusi sulla comunità cinese". 
Polizia e Vigili presidiarono tutto il giorno il quartiere, con la conseguente paralisi del traffico di tutta la zona. 
Due italiani che si avvicinarono ai manifestanti urlando frasi razziste vennero quasi linciati e salvati dai poliziotti.
A novembre 2007 vennero rinviati a giudizio per la rivolta di Chinatown 42 cinesi e 1 italiano. Con stupore si scoprì che si trattava del vice presidente del Consiglio Comunale di Milano, di Allenza Nazionale, partito di destra che faceva parte della Giunta Moratti, i cui esponenti erano da anni tra i più duri a chiedere lo spostamento delle attività commerciali. Due anni dopo 37 saranno condannati a pene tra 5 mesi e 1 anno e 9 mesi. Tra costoro anche il vice presidente del Consiglio Comunale.


Un articolo del Corriere della Sera dell'8 marzo 1932, grondante il tipico razzismo del ventennio fascista e il senso di superiorità da colonizzatori occidentali.



Un altro articolo, sempre del Corriere della Sera, del 22 agosto 1952.


Nessun commento:

Posta un commento

Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...