Subito dopo le gloriose Cinque Giornate di Milano, del marzo 1848, che diedero il via alla Prima Guerra d'Indipendenza, gli austriaci fuggirono da Milano, per andare a trovar riparo nel Quadrilatero, in Veneto.
L'esercito piemontese, arricchito da volontari lombardi e toscani, entrò in Lombardia il 23 marzo, dando ufficialmente via alla guerra con l'Impero Asburgico.
Ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.
Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.
Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci, guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.
Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:
«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.
Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue.
Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.
Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'.
Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»
Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.
Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»
La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita.
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.
Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.
I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.
Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.
Il Principe Felix di Schwarzenberg venne nominato Governatore Militare di Milano e su suo ordine, probabilmente suggerito dal Radetzky, tra gennaio e marzo del 1849 venne costruito un nuovo forte fuori da Porta Tosa, nell'area oggi occupata dal Parco Formentano, vicino a Largo Marinai d'Italia.
Si trattava di una semplice struttura rettangolare, con spessi e possenti mura, spalti bastionati e un fossato a proteggere il tutto.
Un'alta torre cilindrica svettava al centro.
Negli stessi mesi gli austriaci provvidero a tagliare tutti gli alberi che si trovavano fuori dal Castello Sforzesco, nell'area del Foro Bonaparte.
Dato che il Governo Provvisorio aveva provveduto a far demolire i torrioni del Castello Sforzesco di quasi la metà della loro altezza, gli austriaci fecero costruire una nuova torre sul lato occidentale della Ghirlanda, la seconda linea di difesa del castello.
La torre, alta, spoglia e bianca, permetteva di inviare segnali di luce colla torre principale del nuovo forte di Porta Tosa.
Milano si ritrovava così stretta tra due castelli, Sforzesco e di Porta Tosa, pronti a sparare sulla città con i loro cannoni e a riversare le migliaia di soldati austriaci, in realtà quasi tutti croati, nelle strade della città.
Il borgo di Porta Tosa, così tranquillo sino ad allora, si ritrovò il centro della vita dei soldati austriaci. Esercitazioni, colpi a salve sparati dai possenti cannoni per festeggiare qualche lontana festività di Vienna.
I colpi dei cannoni talvolta erano così potenti che i vetri delle finestre delle case vicine andavano in frantumi.
Il 12 agosto del 1849 venne infine concesso agli esuli fuggiti nell'agosto dell'anno precedente di tornare a Milano.
Sono però banditi 86 cittadini, tra cui Gabrio Casati, Cesare Correnti e Francesco Arese.
Sono però banditi 86 cittadini, tra cui Gabrio Casati, Cesare Correnti e Francesco Arese.
Quando infine gli Austriaci capitolarono nel 1859, fuggendo da Milano, il forte di Porta Tosa venne evacuato e dai suoi cannoni non partì nemmeno un colpo.
Venuto in possesso del Comune di Milano, si pensò inizialmente a demolire tutte le fortificazioni rivolte verso la città e a spostare i cannoni verso est, in caso gli austriaci fossero tornari.
Ma già l'anno successivo il Comune deliberò la demolizione del forte, venne anche riempito di terra il fossato, che si era trasformato in una vasta palude.
La carenza di fondi fermò le demolizioni e l'edificio rimase in piedi per altri 45 anni.
Venne trasformato in una caserma della Cavalleria prima, poi in magazzino, dove venivano conservate spezie e polveri varie, poi tornò ad ospitare reparti di Cavalleria. Al piano terreno le stalle, al primo i soldati.
Intorno al 1860 fu necessario rimuovere la terra che ne ricopriva il tetto, a causa delle infiltrazioni, e fu sostituita con cemento e catrame.
Nel 1862 furono demoliti tutti gli spalti bastionati che circondavano il forte, tranne quello rivolto verso la città; negli anni successivi vennero costruite varie tettoie che fungevano da magazzini.
Nel 1892-93 venne demolita la torre austriaca del Castello Sforzesco; in quegli anni fu demolita l'intera seconda cinta muraria, detta la "Ghirlanda".
A inizio del '900 la torre principale era stata mozzata a metà, mentre una parte della struttura principale era crollata per mancanza di manutenzione.
Il 2 luglio 1908 iniziò la demolizione. Le mura, possenti e spesse 3,45 metri, richiesero l'esplosione di 800 mine per essere demolite.
I circa 60 operai lavorarono ininterrottamente sino agli inizi del 1909 per demolirlo, sotto la guida dell'ingegnere Serralunga del Comune di Milano.
Al suo posto doveva sorgere il nuovo mercato del Verziere di Milano, spostato dopo secoli da Largo Augusto. Una struttura che nei progetti del 1906 doveva avere 70.000 mq di tettorie e 10.000 mq di stalle.
Il 9 aprile 1911 si tenne per l'ultima volta il grande mercato del Verziere, che ormai, a inizio del XX secolo, occupava un'area enorme, corrispondente alle attuali Largo Augusto, Piazza Bersaglieri, il primo tratto di Via Larga, Via Verziere, Via Cerva, Piazza Santo Stefano, Via Cesare Battisti e Corso di Porta Vittoria, paralizzando metà del centro città.
Il giorno seguente, 10 aprile, a mezzogiorno, fu ufficialmente aperto il Nuovo Mercato del Verziere, sorto al posto del Forte di Porta Tosa.












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