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domenica 24 febbraio 2019

San Salvatore in Xenodochio e l'arciprete Dateo



La mappa degli Astronomi di Brera del 1814 riporta nel riquadro in giallo il Teatro Re, appena finito di costruire; al suo posto, sino a sei anni prima, si trovava la chiesa intitolata a San Salvatore e, adiacente ad essa, nel riquadro blu, il palazzo che ha ospitato lo Xenodochio della città.
Lo Xenodochio era l'orfanotrofio di Milano, il più antico della città, d'Italia e anche di tutta Europa. Fu infatti fondato grazie alla bontà e, soprattutto, al testamento di un certo Datheus, oggi noto come Dateo.
Datheus era un milanese di origine longobarda, facente parte di una ricchissima famiglia della bassa nobiltà germanica.
Quando i Franchi invasero il Nord Italia, conquistandolo, Datheus era un presbitero e l'arciprete della Basilica di San Salvatore, già nota come Santa Maria Maggiore, una delle due cattedrali di Milano prima della costruzione del Duomo.
Di lui non sappiamo praticamente nulla se non dell'ultimissima parte della sua vita, quando, giunto sul letto di morte, lasciò un testamento che così recitava:

«Nel nome di Cristo. 22 febbraio 787, tredicesimo anno del regno in Italia di Carlo e Pipino, eccellentissimi Re e Signori nostri. 
Dateo, arciprete della santa Chiesa milanese, figlio di un alto ufficiale regio, il defunto Domnatore, con l’aiuto della divina misericordia, vuole stabilmente fondare in questa città di Milano, presso la chiesa cattedrale, un brefotrofio come opera di santa carità cristiana.
(...) infatti le donne che hanno concepito in seguito a un adulterio, perché la faccenda non si sappia in giro, uccidono i propri figli appena nati e così li mandano all'inferno senza il lavacro battesimale. Questo avviene perché non trovano un luogo dove possano conservarli in vita, tenendo nascosta nel contempo l'impura colpa del loro adulterio; allora li gettano nelle cloache, nei letamai e nei fiumi.

Pertanto io, Dateo, confermo attraverso queste disposizioni che sia istituito un brefotrofio per i bambini nella mia casa e voglio che questo brefotrofio sia posto giuridicamente sotto la potestà di Sant'Ambrogio, cioè del vescovo pro tempore.

(..) Voglio inoltre e stabilisco quanto segue: (..) che si provveda a stipendiare regolarmente alcune nutrici che allattino i bambini e procurino loro la purificazione del battesimo. Finito il periodo dell'allattamento, i piccoli vi dimorino ininterrottamente per sette anni, ricevendovi adeguata 
educazione con tutti i mezzi necessari; lo stesso brefotrofio fornisca loro vitto, vestiti e calzari.

Per quanto riguarda l’amministrazione complessiva di questa nostra istituzione, tre quarti dei lasciti e dei redditi del brefotrofio siano destinati a chi di volta in volta sarà preposto alla sua conduzione, a titolo di ricompensa personale, per mantenere chi vi presta servizio ed infine per le strutture murarie e le opere di illuminazione dell’edificio intitolato a S. Maria Mater Dei, edificio che, con l’aiuto della Provvidenza, ho intenzione di costruire come luogo di vita comune.
Nello stesso brefotrofio trovino ospitalità, in una sala riservata che ho intenzione di edificare, tutti quelli che, fra i presbiteri dell’ordine cardinale, vogliano riposarvi, in modo che possano essere pronti, senza impedimento alcuno, all’ufficiatura notturna che si celebra in chiesa.»
.


Lo xenodochio fu così eretto nell'area che ospitava i ruderi del Capitolium, il Palazzo del Governo, fatto costruire dal Prefetto Aulus Gabinus intorno al 70 avanti Cristo e che poi divenne nota come Contrada dei Due Muri, una stretta e contorta strada compresa tra l'odierna Piazza del Duomo e Via Santa Margherita e che almeno per un tratto, oggi corrisponde a Via Silvio Pellico.
Intorno all'anno Mille la struttura fu abbellita con ricchi mosaici raffiguranti la vita dei bambini all'interno della struttura. 
In un periodo incerto, ma probabilmente poco dopo la costruzione dell'orfanotrofio, fu eretta anche una cappelletta, che fu poi trasformata in una chiesa vera e propria e che prese il nome di San Salvatore in Xenodochio.

La dedica a San Salvatore era dovuta alla vicinanza con una delle due cattedrali esistenti allora, la Basilica Maior o Santa Maria Maggiore, che fu profanata dagli Unni di Attila nel 452 e riconsacrata l'anno successivo dedicandola proprio al San Salvatore.
Le prime attestazioni della chiesetta risalgono però solo al Trecento e due secoli dopo, il Richini procedette ad una drastica ricostruzione della chiesetta, che sappiamo avere una navata unica e tre cappelle.

L'opera d'arte più notevole era lo Sposalizio della Vergine di Panfilo Nuvolone, purtroppo andato perduto.
Sul pavimento all'ingresso della chiesa si trovava un'antica iscrizione a mosaico che si faceva risalire sino alla fondazione della chiesetta stessa e che riportava questo testo:



Sancte memento Deus 
quia condidit iste Datheus
Hanc aulam miseris auxilio pueris


Serviliano Lattuada la descrive nel Settecento, come una chiesa molto vecchia, umile e spoglia.
Nel 1733 fu ristrutturata internamente in stile barocco.
Mille anni esatti dopo la fondazione dello Xenodochio, il 25 dicembre del 1787 la parrocchia della chiesa di San Salvatore venne soppressa e annessa a quella del vicino Duomo.
Nel 1808 venne infine demolita per permettere, nel 1813-14, la costruzione da parte del Cagnola del Teatro Re.
Lo Xenodochio rimase attivo sicuramente sino al 1456, quando tutte le opere pie caritatevoli per gli orfani furono concentrate alla Cà Granda. L'Hospitale Grande si occupava sia degli orfani, sia delle madri, offrendo sostegno in denaro oppure il baliatico gratuito.
Nacquero poi altre due strutture caritatevoli altrettanto famose, i Martinitt, fondato nel 1532 e le Stelline nel 1515.

Nel 1780 venne fondata la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota, che si trovava all'angolo tra Via San Barnaba e Via Francesco Sforza, in un edificio poi trasformato nel vecchio Pronto Soccorso del Policlinico di Milano.
Fra il 1780 e il 1866 accolse a vario titolo 213.649 bambini, in gran parte figli legittimi di genitori poveri che erano costretti ad abbandonarli.
Un numero gigantesco.




In ogni caso, nel 1863-64 l'intera area intorno allo Xenodochio venne interessata dai lavori per la costruzione della nuova, enorme, Galleria Vittorio Emanuele II°.
Intere vie scomparvero, interi isolati, decine di palazzi, tra i più antichi della città e anche il palazzo che aveva ospitato l'antichissimo orfanotrofio fu demolito.

Dopo l'Unità d'Italia, nel 1868, la Provincia di Milano  subentra nella gestione di tutte le organizzazioni caritatevoli esistente, ma è solo nel 1890 che decise di affrontare il problema dei bambini abbandonati e degli orfani, acquistando un vasto appezzamento di terreno presso la Cascina Acquabella, nella periferia est di Milano.
I lavori per costruire un nuovo, enorme orfanotrofio iniziarono nei primi anni del XX secolo, con il progetto dell'ingegnere Vincenzo Sarti e dell'architetto Paolo Vietti Violi, autore anche dell'Ippodromo del Galoppo e dell'Ippodromo del Trotto a San Siro.

Si trattava di un edificio luminosissimo, all'avanguardia sotto ogni aspetto igienico sanitario e circondato da spazi verdi e poteva ospitare 240 orfani.



Il complesso era unito tramite un tunnel sotterraneo alla vicina clinica Macedonio Melloni.
Le madri che lì partorivano e decidevano di abbandonare la prole, previa presentazione di un attestato di "povertà" firmato da un parroco, vedevano arrivare le balie del vicino Brefotrofio Provinciale a prendere in custodia il neonato che immediatamente veniva accolto nella struttura adiacente.




Quando venne inaugurato nel 1911 l'indirizzo era Viale Piceno 60, ma nel 1930 la parte di Corso Indipendenza antistante il grande Brefotrofio venne, giustamente, intitolata all'arciprete Datheus che oltre 11 secoli prima aveva fondato lo Xenodochio, diventando così Piazzale Dateo.

Il Brefotrofio Provinciale venne chiuso nel 1964.


domenica 17 febbraio 2019

San Paolo in Compito: il governatore Aulus Gabinus, il prefetto Liprando, Dario Fo ed Enzo Jannacci, 2000 anni di storia di Milano

Tra le chiese scomparse di Milano, ve ne è una di cui non si possiedono né disegni, né incisioni o illustrazioni, nonostante fosse una delle più antiche chiese della città, sorta in uno dei punti più importanti della stessa: San Paolo in Compito.
Questa misteriosa chiesa si trovava esattamente sull'angolo occidentale tra corso Vittorio Emanuele II° e via San Paolo, dove oggi si trova il bel Palazzo Tarsis, splendido esempio di architettura neoclassica di inizio del XIX secolo.

La chiesa, sorta come cappella, potrebbe risalire, secondo una leggenda, direttamente al volere di Sant'Ambrogio nel IV secolo, che la fece costruire in quel punto per contrastare una antica tradizione pagana dei Romani che i celti di Mediolanum avevano fatto loro.

Il termine "compito" indicava letteralmente un "incrocio tra più strade", ma venne usato durante il primo secolo avanti Cristo per indicare anche i "Ludi Compitalicii", i Giochi Compitali.
Questi erano una festività a data mobile che si celebrava annualmente, a gennaio, in onore dei Lares Compitales (i Lari degli incroci), divinità protettrici della famiglia e degli incroci stradali, ai quali venivano elevati dei tempietti laddove si andavano a incrociare delle strade.
La tradizione dei Lares Compitales è probabilmente di origine ancor più antiche, risalendo infatti agli Etruschi e portata a Roma sotto Tarquinio Prisco.
I tempietti votivi agli incroci furono assorbiti dal Cristianesimo, che li fece suoi. Ancor oggi sono numerosissime le cappellette votive che si possono incontrare agli incroci stradali di mezza Europa.
Durante il periodo Repubblicano alla festa vennero aggiunti dei Giochi tra i giovani cittadini, che si sfidavano in prove di forza e destrezza.
I Giochi furono sospesi nel 58 a.C. e decaddero durante le Guerre Civili, per essere riportati in vita sotto Augusto che li riportò ai fasti precedenti.

A Milano i Lares Compitalia furono portati da Aulus Gabinus, colui che secondo la tradizione "rifondò" Mediolanum che, dopo la conquista del 222 a.C. era sostanzialmente rimasta una città celtica.
Aulo Gabino fu mandato a Mediolanum da Pompeo Magno, di cui Aulo era uno dei massimi sostenitori; il suo ruolo nella città della Gallia Cisalpina era quello di Governatore, che doveva assicurare l'ordine pubblico, riscuotere le tasse, garantire il rispetto delle leggi civili e religiose, amministrare la giustizia e difendere i limes, i confini, da possibili invasioni barbariche.
Aulo arrivò intorno al 70 a.C. a Mediolanum e secondo gli storici sotto il suo governatorato fu costruita la vera e propria città romana, affiancandola alla pre-esistente Medhelan dei Celti Insubri.
Aulo fece costruire il Capitolium, da dove governava, il Verzarium, un mercato dove avvenivano gli scambi di merce, un teatro, un ippodromo e un'arena dove si disputavano i giochi tanto cari ai cittadini romani e, infine, diede il via al "Compitum".
Come detto il termine "compitum" indicava letteralmente un incrocio, ma il "Compitum" era anche il punto in cui iniziava la centuriazione di un territorio e quindi anche il tracciamento della maglia viaria di una nuova città.
Il punto preciso ove iniziava la centuriazione era chiamato "umbelicus", per rimarcare la sua importanza.
Aulo Gabino non scelse a caso il nuovo "umbelicus" di Mediolanum, ma si rifece alla maglia stradale già realizzata dai Celti.
Come noto Medhelan, aveva il suo punto focale, il suo centro, il suo ombelico, nel grande ellisse che si trovava nell'area dell'attuale Piazza della Scala, con gli assi dell'ellisse che corrispondevano alle vie Manzoni/Scala/Santa Margherita/Cordusio/Cantù/San Sepolcro/Nerino (asse Est-Ovest) e alle vie del Lauro/Filodrammatici/Scala/Agnello/Beccaria (asse Nord-Sud).
Dal grande ellisse a radura, usato come luogo di adunata per prendere decisioni politico-religiose, partivano una serie di strade parallele agli assi e altre parallele all'ellisse.
La più importante di queste parallele era quella a sud, che esiste ancor oggi e mantiene un curioso andamento ad arco ed è facilmente visibile sulle mappe; si tratta del grande arco composto dalle vie Cordusio/Mercanti/Duomo/Vittorio Emanuele/San Babila.
Da questa via, già in epoca Repubblicana, cioè proprio quando arrivò a Mediolanum il governatore Aulo Gabino, partiva la strada per l'importante borgo di Crescentii Akos, poi diventato Crescenzago e da lì la strada per Bergamo e Brescia e tutta la Pianura Padana orientale.
Quando quindi Aulo dovette decidere il punto di partenza della centuriazione, e quindi l'ombelico dal quale fondare la nuova Mediolanum, decise di scegliere l'incrocio tra il prolungamento dell'asse Nord-Sud e con la più importante delle strade che uscivano dalla città.
L'incrocio tra le odierne vie San Paolo e Vittorio Emanuele II°; quello divenne il "Compitum" di Milano. L'ombelico.

E' quindi probabile che in quel punto lo stesso Aulo abbia fatto erigere un tempio per ricordare e celebrare il "Compitum" di Milano, e che proprio in quel punto, infatti, si celebrassero i Giochi e le festività dei Lares Compitales.

Non si sa se sia stato effettivamente Sant'Ambrogio a far costruire una cappella al posto di un forse ormai decrepito tempio, di sicuro la chiesa di San Paolo in Compito esisteva già intorno all'anno Mille e che anzi fu uno dei centri più importanti della Rivolta dei Patarini, un movimento popolare, guidato da alcuni preti milanesi che lottavano contro la simonia, il matrimonio dei preti e, in generale, contro la ricchezza e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano di quel periodo storico.

Sant'Erlembaldo e Liprando, tra i capi della rivolta Patarina, furono entrambi legati alla chiesa di San Paolo in Compito e addirittura Liprando ne fu rettore.
Il Liprando viene ricordato dalla chiesa Ambrosiana per la sua lotta contro il vescovo di Milano, Pietro Grossolano da Savona, che accusava di simonia e di aver comprato la cattedra; le accuse gli costarono prima il taglio delle orecchie e  poi del naso.
Per dirimere la questione il prefetto di San Paolo in Compito si offrì di superare la prova del fuoco per mostrare che Dio era dalla sua parte.
E così il 25 marzo 1103 di fronte alla Basilica Maggiore, nell'odierna Piazza del Duomo, fu eretta una enorme catasta di legna, con un passaggio di alcune decine metri al di sotto, largo e alto poco più di un metro. Quando l'intera catasta ardeva violentemente, il prefetto Liprando vi entrò e sbucò dalla parte opposta senza bruciature, tra lo stupore della folla che gridò al miracolo.
Il vescovo Grossolano dovette lasciare subito Milano e fuggì a Roma, dove il Papa e il Concilio Lateranense lo ristabilirono sulla cattedra ambrosiana.
Provò a tornare a Milano, ma i Patarini, guidati da Sant'Erlembaldo e Liprando guidarono una serie di proteste, tanto che Grossolano dovette fuggire nuovamente.
La cattedra ambrosiana rimase vuota sino al 1112, quando i milanesi elessero come nuovo arcivescovo Giordano da Clivio.
Liprando morì l'anno successivo.
La via e la piazzetta Pattari, che si trovano esattamente dall'altro lato di Corso Vittorio Emanuele, di fronte a Palazzo Tarsis, dove un tempo si trovava San Paolo in Compito, erano il luogo dove si radunavano i Patarini.

Il prefetto Liprando ha lasciato a Milano anche una torre, la Torre di Liprando, eretta assieme alla chiesa della Santissima Trinità nel 1075, in un terreno di sua proprietà allora ben al di fuori delle Mura di Milano, appena ricostruite nel 1071 dopo le drammatiche distruzioni operate dal Barbarossa. Liprando era già allora in lotta con i vescovi di Milano, tanto che dovette chiedere la protezione del Papa Urbano II°, che con una Bolla Papale mise la chiesa della Santissima Trinità sotto la protezione diretta di Roma.
Affidata poi ai benedettini, la chiesa, la torre e la canonica sopravvissero per quasi mille anni, dando origine al Borgo degli Ortolani, che si sviluppò attorno ad essa.
Nel 1967-68 l'antica chiesa di Liprando e la canonica furono demoliti per motivi di viabilità. Rimase in piedi solo l'antica torre, ancor oggi esistente, seppure chiusa in un giardino condominiale di via Giannone 9 e di proprietà privata. E' il più antico campanile di Milano dopo quello di Sant'Ambrogio.

San Paolo in Compito era uno delle chiese più ricche e potenti di Milano, sin dall'Alto Medioevo, trovandosi nella parte più importante e prospera della città, dove avevano i loro palazzi e le loro torri praticamente tutte le famiglie più ricche.

Nonostante questa ricchezza la cappella prima e la chiesa poi furono sempre di dimensioni e architettura semplici se non addirittura modeste; fu trasformata in parrocchia nel Quattrocento e rettoria nel Cinquecento,
Nel 1512 venne ritrovata, durante alcuni scavi sotto la chiesa, un'immagine sacra della Vergine Maria; considerata miracolosa venne conservata in uno scurolo, un sacrario, sotto l'altare maggiore di San Paolo in Compito.Deputati al suo culto erano dodici scolari, amministratori di cospicue rendite impiegate nel dotare dodici fanciulle povere all'anno e nella distribuzione di pane, vino e denaro ai poveri nel giorno di San Bartolomeo.

Il 25 dicembre 1787 la parrocchia di San Paolo in Compito fu soppressa, e unita alla parrocchia di San Carlo al Corso e nel 1808 la chiesa fu sconsacrata per venire poi demolita nel 1812.
L'area dove sorgeva la chiesa rimase vuota per quasi 25 anni, sino a quando il conte Paolo Tarsis, di una antica famiglia di origine novarese, diede incarico all'architetto Luigi Clerichetti di costruire un palazzo per la sua famiglia.
Palazzo Tarsis, costruito tra il 1836 e il 1838, enorme edificio neoclassico, non solo è uno degli ultimi esempi di questo stile a Milano, ma è anche l'edificio più antico oggi sopravvissuto in Corso Vittorio Emanuele. E' ancor oggi abitato dalla famiglia Tarsis.


Nel 1964 Enzo Jannacci ha già raggiunto un enorme successo nel nord Italia, con le sue canzoni in dialetto milanese. Ha debuttato in televisione, ha suonato con Gaber e con maestri del jazz internazionale come Gerry Mulligan e Chet Baker, durante splendidi concerti al Capolinea e al Cà Bianca di Milano, ma la sua canzone in dialetto gli impedisce di raggiungere tutto il potenziale pubblico italiano. E' quindi l'amico Dario Fo a proporgli di incidere alcune canzoni in italiano e di iniziare un tour che compra tutta l'Italia e non solo il Nord.
Inizia così il Tour 22 Canzoni, con Jannacci e Fo sul palco; il primo spettacolo è il 30 settembre 1964 al Teatro Gerolamo.
Gli Archivi Rai hanno un prezioso video del concerto, con interviste a Jannacci e Fo; il giovane intervistatore della Rai è Piero Angela.
Tra le nuove canzoni proposte nello spettacolo vi è "Prete Liprando e il giudizio di Dio", proprio quel prefetto Liprando, il Patarino, della chiesa di San Paolo in Compito.
Il concerto del Teatro Gerolamo fu registrato e pubblicato nel 1965 come album live, uno dei primi della storia musicale italiana.



Prete Liprando e il giudizio di dio 
di Dario Fo ed Enzo Jannacci

 Landolfo, cronista del Millecento, ci ha tramandato le "Storie del Comune di Milano" fra cui questa del giudizio di Dio, protagonista prete Liprando. Noi abbiamo cercato di musicarla con un certo impegno, e la dedichiamo a tutti quelli - e sono tanti - che pur essendo testimoni di fatti importantissimi e determinanti dell'avvenire della civiltà, neanche se ne accorgono! 

Prete Liprando, ben visto dai poveri Cristi,

andò dall'arcivescovo Agiosolano, in Sant'Ambrogio:

"Sei ladro e simoniaco, - gli disse - 

venduto all'Imperatore, quel porco.." "Cus'ee?!? 
- disse l'Arcivescovo infuriato - 
Come ti permetti, prete? Sono ex-combattente;
ho fatto la prima crociata, e anche la terza!
(...la seconda no, perchè ero malato...)
Prete Liprando rispose: "Lo so, più d'una città hai conquistata;
lo so, più d'una città tu hai insanguinata;
e adesso, Milano tu vuoi, incatenata, vederla prostrata!"
"Liprando, a 'sto punto esigo il Giudizio di Dio:
dovrai camminare sui carboni (s'intende, ardenti!);
le fascine di legna, quaranta ("Quaranta?")
s'intende, le pago io. 
Se tu non uscirai per niente arrostito, 
io me ne andrò dalla città solo e umiliato,
e per giunta, appiedato!
"Prete Liprando, domani, al calar del sole
affronterà il Giudizio di Dio in Piazza Sant'Ambrogio!"
Quaranta fascine furono ammucchiate in una catasta;
la gente veniva fin da Venegòno e da Biandrate:
"Indietro, su, non spingete, per Diana!
C'è il fuoco, non lo vedete? " "Ma io non vedo niente;
non vedo un'accidente! Son venuto da Como per niente!"
"Tornate tutti a casa! Non se ne fa più niente! 

Il Papa, da Romas l'ha proibito: lo spettacolo è finito!"
"Ed io lo faccio lo stesso! - disse prete Liprando - 
ma le fascine, quaranta!- io non ce le ho!..."
...La gente portava le fascine fin da Biandrate;
facevano un sacco di fumo: la gente tossiva,
tossiva e piangeva, ma non si muoveva! 
Che popolo pio! Voleva vedere il Giudizio di Dio!
"Eccolo là!... Liprando è già pronto..." "Dove l'e?"
"L'è là in fondo... È pallido, ha paura!...
Ha i piedi spogliati!... Che piedi lunghi!..."
La brace è rossa, e rosse son tutte le facce...
stan tutti con gli occhi sbarrati...
"Anch'io li ho sbarrati, però non vedo niente!"
È entrato in mezzo ai carboni senza guardare: 
è dentro, è tutto sudato, ma non è bruciato...
due donne son svenute! Una ha partorito,
ma in buona salute... 
"Dai, non spingete!" "...ma io non vedo niente!"
"Ecco, è arrivato; Dio l'ha salvato!"
"Gloria a Liprando, che Milano ha salvato!"
"L'arcivescovo è scappato" ("Gloria a Liprando!")
"L'avete veduto!" ("Gloria a Liprando!")
"Il cavallo s'è impennato!..." ("Gloria a Liprando!")
"Ecco, è cascato!..." ("Gloria a Liprando!")
"S'è mezzo massacrato!" ("Gloria a Liprando!")
"...e io non ho visto niente!" ("Gloria a Liprando!")
"Non ho visto un accidente!" ("Gloria a Liprando!")
"Son venuto da Como per niente! Per nienteeee! ("Gloria a Liprando!")

sabato 16 febbraio 2019

Il fantasma di Piazza Aquileia

Le leggende sui fantasmi di Milano sono ormai andate perdute e dimenticate e sopravvivono solo grazie a qualche vecchio o antico libro.
Uno dei fantasmi più noti di Milano, dei più avvistati e dei più temuti, fu il fantasma di Piazza Aquileia, al secolo Carlo Sala.
Il Sala nacque nell'agosto del 1738 in Alta Brianza, sul Lago di Pusiano, pare da una famiglia abbastanza agiata.
Figlio unico, alla morte dei genitori, avvenuta quando era ancora minorenne, finì sotto tutela di uno zio, che desideroso di accaparrarsi l'eredità spedì il ragazzo in seminario e lo costrinse a prendere i voti.
Il Sala doveva comunque avere uno spirito ribelle, dato che dopo un paio di anni riuscì a fuggire dal seminario e a scappare oltre confine, in Svizzera.
Dei suoi anni nel Canton Ticino non si sa nulla; riapparve in Lombardia intorno al 1770, quando iniziarono una serie di furti nelle chiese e nelle abazie tra Como, Lecco e Milano.
Venivano rubati dipinti, cassette delle offerte, paramenti sacri di valore, argenterie, opere d'arte di ogni tipo.

Il Sala poi tornava oltre confine, probabilmente lungo i tanti sentieri tra i boschi che erano usati dai contrabbandieri, e lì riusciva a vendere il tutto a qualche ricettatore svizzero.
Nel giro di poco più di 4 anni il Sala depredò 38 chiese, con furti anche di gran valore.
La storia dei furti iniziò a circolare per tutto il Lombardo-Veneto, portando a Sala un fama inaspettata e anche la simpatia di non pochi cittadini che vedevano nel rapporto tra Chiesa e occupanti austriaci un legame tutt'altro che positivo.
Fu infine arrestato durante un tentativo di furto nei pressi di Milano sul finire dell'aprile del 1774.
Il 1° di maggio arrivò nelle carceri milanesi in attesa di processo.
Il processo lo portò ad una scontata condanna a morte per blasfemia, ma la Curia Ambrosiana voleva evitare in tutti i modi di vedere trasformato il Sala in una sorta di martire, contro l'Austria ma anche contro la Chiesa.
Il condannato venne rinchiuso nel carcere e affidato alle cure dei frati di San Giovanni Decollato, detti della Congregazione della Morte, che si occupavano di accudire le anime dei condannati al patibolo.

I frati tentarono in tutti i modi di convincere il Sala a chiedere la grazia, garantendogli la commutazione della pena a qualche anno di carcere.
Ma il Sala rispose alle offerte dei frati scoppiando in una fragorosa risata e dicendo loro che avrebbe affrontato la morte piuttosto di pentirsi davanti alla Chiesa e a Dio.

Il Sala fu così trascinato in catene davanti al Sovrintendente Generale della Milizia Urbana, Conte Gian Galeazzo Serbelloni.
La Milizia Urbana era la Polizia di Milano, costituita durante l'occupazione spagnola dal cardinale Egidio Albornoz e stabilmente organizzata nel 1636 da Diego Felipe de Guzmán.
Giunti gli Austriaci la Milizia fu riorganizzata e il posto di comando affidato ad un nobile milanese direttamente sotto il controllo del Governatore d'Austria.
Il Serbelloni aveva quindi pieno potere sul destino del Sala, ma aveva bisogno di una confessione e di un pentimento pubblico con richiesta di grazia.
Il Sala rise in faccia anche al Serbelloni; questi, consapevole che l'uccisione del Sala sarebbe stata un fatto estremamente controproducente anche per il governo della città e soprattutto per i nobili che si erano schierati con l'occupante asburgico, si offrì di dare 100.000 lire al Sala, che le avrebbe poi donate alla Curia Ambrosiana quale risarcimento, fingendo fossero il frutto della spoliazione delle 38 chiese.
Il Sala non solo rifiutò sdegnato, ma riuscì a far trapelare fuori dal carcere la storia delle 100.000 lire che il Serbelloni gli aveva offerto per salvargli la vita.
Lo scandalo fu enorme ma il Serbelloni riuscì a non rovinare la sua reputazione, tanto che rimase alla guida della Milizia sino al 1796, quando Napoleone invase la Lombardia, e il Serbelloni, che doveva difendere la città dalle armate rivoluzionarie, saltò il fosso in un amen e divenne un fiero sostenitore del Bonaparte.

Per il Sala invece le cose si misero male. Nessuno riusciva a smuoverlo dalla sua rigida fermezza e infine, il 25 settembre 1775 venne portato in Piazza Vetra, nel luogo deputato alle esecuzioni dei condannati facenti parte del popolo.
La pena consisteva in 3 colpi di tenaglia rovente, l'amputazione della mano sinistra e la morte per impiccagione.
Dalla prigione di piazza Beccaria venne caricato su un carro ove fu torturato con le pinze roventi, senza che il Sala si lamentasse o tentasse di difendersi.
Arrivati in piazza Vetra scese silenziosamente dal carro e pose lui stesso la mano sul ceppo. Indicò al boia dove tagliare, poi raccolse la mano da terra e ridendo tentò di riattaccarla.
L'aiutante del boia gli diede la gallina viva che per usanza veniva posta sopra l'arto amputato per tamponare l'emorragia, ma il pennuto fuggì volando via.
Infine il Sala, sempre sorridendo, salì le scale del patibolo e si mise il cappio al collo, sotto lo sguardo sconvolto della numerosissima folla.
Poi guardò di sotto e saltò lui stesso, impiccandosi. Il boia fuggì dal patibolo, timoroso che il diavolo prendesse pure lui!

La folla rimase sgomenta e in molti pensarono che la sua anima sarebbe stata dannata per l'eternità.
Il suo cadavere, in quanto condannato per blasfemia, non poteva essere sepolto in terra consacrata, fu quindi gettato in una fossa scavata davanti al Cimitero di Porta Vercellina, detto il Foppone di San Giovannino alla Paglia, ai piedi della lunetta dei Bastioni. Esattamente nell'odierna Piazza Aquilei, all'incirca dove oggi c'è il rondò del tram.

L'area in cui venne sepolto il Sala, nel 1775, si prestava perfettamente per ospitare un fantasma!
Fuori dalle Mura, con davanti un cimitero, buia, umida e probabilmente ricca di nebbia vista la vicinanza del fiume Olona che scorreva a poche decine di metri di distanza.
Il fantasma del Sala iniziò ad essere visto già pochi mesi dopo la sua esecuzione, nelle notti di nebbia fitta si aggirava tra le ortaglie fuori davanti al Foppone, terrorizzando i passanti.
La storia voleva che il fantasma girasse ai piedi dei Bastioni urlando tremende bestemmie e ridendo a squarciagola.



Non si sa bene quando il fantasma del povero Carlo Sala finì di vagare errabondo per Porta Vercellina, di certo l'area iniziò ad essere urbanizzata solo intorno al 1870, quando nell'area oggi occupata dall'Istituto Moreschi, venne ricavato, il Deposito del Petrolio, mentre nell'area dove venne sepolto il Sala fu aperta una grossa fornace; a inizio del XX secolo fu aperta la prima strada del quartiere, via Vepra, che sul finire degli anni Venti verrà ribattezzata come via Lipari.

L'intero quartiere rimase sino agli anni Venti un'area di scarso valore fondiario, chiusa com'era tra i Bastioni di Porta Vercellina e due rami ferroviaria, la linea di Cintura Ovest e il ramo che dalla Stazione di Porta Genova correva sino al Macello Pubblico nell'odierna Piazza Sant'Agostino, per ricollegarsi alla Cintura percorrendo la sinuosa via Dezza.
All'interno dei Bastioni si trovava l'enorme complesso del Carcere di San Vittore, di fronte alla lunetta il cimitero abbandonato di San Giovannino alla Paglia e come già detto una fornace e il Deposito del Petrolio e nella non distante via Andrea Verga si trovava un grosso gasometro.
Era un'area prettamente industriale e solo nei primi anni '30, con la soppressione della linea di Cintura Ovest, dello spostamento del Macello e della demolizione dei Bastioni di Porta Vercellina/Magenta, nel novembre 1933, l'area venne riconvertita in un quartiere residenziale.
Fu probabilmente in quei primi anni del Trenta che il povero fantasma del Carlo Sala trovò finalmente la pace.

sabato 9 febbraio 2019

Gamba de Legn

Col curioso soprannome di Gamba de Legn, a Milano, erano chiamati i tram interurbane e interprovinciali a vapore, che dal centro città si dirigevano verso i maggior paesi e cittadine, lungo le principali direttrici.
Furono il primo servizio per i pendolari organizzato in modo continuativo ed efficiente, coi chiari limiti dell'epoca.
Nel 1876 fu aperta la linea tranviaria, a cavalli, tra Milano e Monza. Fu il primo servizio del genere che usciva così profondamente dai confini della città.
Prendendo spunto da questo nuovo servizio, tra il 1878 e il 1879, furono aperte altre tre linee,  la Milano-Gorgonzola-Vaprio, la Milano-Saronno-Tradate e la Milano-Magenta/Castano Primo.
Inizialmente a trazione animale, ma già dopo un anno trasformate con trazione a vapore.
Il consiglio provinciale di Milano stabilì il limite di velocità  massima al quale dovevano attenersi i conducenti; in campagna doveva essere al massimo di 15 km/h, mentre all'interno dell'area urbana  scendeva a 10 km/h.
In caso di nebbia il tram doveva essere preceduto da un uomo a piedi, per cui il limite scendeva a 5 km/h.
Visto l'immediato successo di queste quattro linee, vennero presentati subito le richieste per aprirne altre e nel 1880 furono aperte la Milano-Vimercate, la Milano-Pavia, la Milano-Lodi, la Milano-Gallarate-Tradate, la Milano-Giussano/Carate Brianza.
Peculiarità del servizio fu di essere totalmente privato; gruppi di capitale, sovente anche stranieri, chiedevano le concessioni alla Provincia e aprivano nel volgere di pochi, furiosi, mesi di lavoro, nuove tratte.

L'industrializzazione galoppante, l'immigrazione che aumentava di anno in anno, in principio dalle terre povere del Triveneto e della Toscana, poi da tutto il Sud Italia, decretarono il successo dei tram a vapore per collegare Milano con i principali centri dell'area metropolitana che si stava andando a formare proprio in quella fine di XIX secolo.
Nel 1890 vi erano in servizio oltre 150 locomotive a vapore con quasi 1000 carrozze, che quotidianamente spostavano decine e decine di migliaia di lombardi verso Milano.
Ai tram interprovinciali fu posto il divieto di prolungare i binari sino al centro storico, tanto che il Milano Monza aveva il capolinea in Porta Venezia, il Milano Gallarate-Tradate al Foro Bonaparte, all'incrocio con via Cusani, il Milano-Magenta/Castano Primo anche lui al Foro, ma davanti al Teatro Dal Verme, mentre in viale di Porta Lodovica, oggi viale Bligny, si trovavano i capilinea della Milano-Pavia, nell'isolato dove oggi si trovano i nuovi edifici dell'Università Bocconi in via Roentgen, e della Milano Lodi, in viale Sabotino all'angolo con via Vittadini. Tutti i tram per le linee a nord-est, per il Vimercatese e l'Adda, avevano invece il capolinea nell'attuale viale Vittorio Veneto, allora viale di Porta Venezia, ai piedi dei Bastioni, nell'isolato compreso tra la via Lazzaretto, via Castaldi e via Zarotto.

Nel giro di un paio di decenni le linee di tram interprovinciali aumentarono in numero consistente, con anche collegamenti tra i centri minori, come la Monza-Trezzo-Bergamo, la Monza-Meda-Cantù, la Monza-Cinisello-Cusano, la Monza-Barzanò-Oggiono, la Villa Fornaci-Cassano-Treviglio-Caravaggio, la Lodi-Treviglio-Bergamo, la Pavia-Sant'Angelo Lodigiano, a cui si aggiunsero la Milano-Abbiategrasso, la Milano-Limbiate.
Nei primi anni del XX secolo ci fu un ulteriore sviluppo con numerose nuove linee che da Como, Lecco, Bergamo, Pavia, Lodi, Novara e Varese si connettevano con le cittadine più popolose delle loro province, mettendolo a loro volta in rete con i collegamenti già esistenti.
Messe tutte assieme costituivano una colossale rete di trasporto pendolari che univa tutta l'area metropolitana di Milano, permettendo di spostarsi in tempi "abbastanza ridotti" da Bergamo a Milano, da Milano a Busto Arsizio, da Pavia a Milano o da Bergamo a Lodi...

Tornando a Milano, il fatto che tutti questi tram a vapore avessero i loro enormi depositi lungo i Bastioni, faceva sì che condividessero i binari con i numerosi tram urbani che che già affollavano le vie della città.
Con l'elettrificazione del trasporto pubblico, infatti, i tram acquistarono notevole velocità di esercizio, mentre la maggior parte dei tram interurbani e interprovinciali rimasero ancora a vapore per parecchi decenni.
Capita quindi che dei tram a vapore rallentassero la circolazione dei "normali" tram urbani elettrici.
Per questo motivo i milanesi iniziarono a chiamare Gamba de Legn i tram a vapore, per la lentezza e anche per i non pochi guasti che capitavano alle sempre più vetuste locomotive.

Intorno al 1891 fu anche proposto di prosciugare la Cerchia dei Navigli e di far correre una nuova linea di tram sul fondo asciutto del canale, una sorta di metropolitana ante-litteram. 
Due anni dopo fu proposto di far correre i binari sulla strada adiacente, più semplicemente, e di prolungare i capilinea dei tram interprovinciali fin dentro il centro città, almeno sino alla Cerchia, in modo da connetterli tra loro.
Al contrario, a partire dai primi anni del XX secolo, praticamente tutti i capilinea dei tram a vapore erano stati spostati più lontano rispetto al centro cittadino. Quasi certamente per la loro lentezza e per il traffico che generavano nel centro città, sempre più caotico.

Il tram per Gallarate e quello per Saronno videro il capolinea spostarsi da via Cusani prima in via Legnano e poi in corso Sempione, il Milano-Magenta fu spostato prima in piazza Baracca e poi, nel 1911, nel grande deposito di corso Vercelli 33; il tram per Lodi passò da viale Sabotino a corso Lodi.
Infine, nel 1911, venne costruita una grande Stazione dei Tram Interprovinciali in viale di Porta Romana, oggi viale Monte Nero, nell'isolato tra viale Lazio, via Morosini e via Bergamo, dove per decenni si era trovato il poligono del Tiro a Segno Nazionale, dotata di depositi, tettoie e sale d'aspetto oltre che degli uffici e delle biglietterie.
La stazione rimase in funzione per poco più di un decennio, per venire poi smantellata e l'intera area urbanizzata.
Nel corso degli anni Venti una gran parte delle linee furono elettrificate, ma già nei seguenti anni Trenta, iniziarono a venire chiuse le prime linee, sostituite da servizi su gomma, allora giudicati più rapidi.
Nel 1939 all'ATM di Milano furono date in gestione le linee rimaste attive: Milano-Magenta-Castano, Monza-Trezzo-Bergamo, Milano-Monza, Milano-Limbiate, Milano-Abbiategrasso, Milano-Giussano/Carate, Monza-Carate, Villa Fornaci-Treviglio-Caravaggio.
Si trattava di linee tutte elettrificate, ad eccezione della Milano-Magenta-Castano e dell Monza-Trezzo.

Nell'immaginario collettivo la Milano-Magenta-Castano divenne IL Gamba de Legn.
Questo perché ancora negli anni '50 del Dopoguerra aveva il suo deposito in corso Vercelli al 33 e ogni giorno migliaia di milanesi vedevano quel buffo e antiquato trenino uscire dalla rimessa e lentamente dirigersi verso la periferia ovest.
L'ATM decise di razionalizzare le linee di trasporto sul finire degli anni Cinquanta, prediligendo il servizio su gomma rispetto a quello su rotaia.
Furono così decise le chiusure delle ultime due linee a vapore, Milano-Magenta-Castano e dell Monza-Trezzo, rispettivamente nel 1957 e nel 1958.
L'ultimo Gamba de Legn uscì così dalla rimessa di corso Vercelli il 30 agosto del '57, tra ali di folla che si fermarono a celebrare l'ultima corsa dello storico tram.



Le altre linee, elettrificate, furono alcune soppresse già nei primi anni '50 e altre riqualificate.
La Milano-Monza cadde sotto la realizzazione della linea 1 della metropolitana, il cui tragitto lungo la prima metà entro Milano era identico.
Le linee del Nord-Est per Vaprio, Gorgonzola, Trezzo e Bergamo vennero parzialmente trasformate nelle Linee Celeri dell'Adda per finire poi assorbite dalla Linea 2 della metropolitana nel tratto sino a Gorgonzola. Tutto le altre parti vennero smantellate.
Altre linee per Vimercate e Desio furono smantellate negli anni '70.
Oggi, della gigantesca rete di tram interprovinciali, sopravvive solo la Milano-Limbiate, tram linea n° 179, che da anni aspetta di vedere conclusi i lavori per la sua trasformazione in metrotranvia.




venerdì 8 febbraio 2019

Il Villino Ponti - Borghi di via Turati



Questa è la storia di un angolo di Milano totalmente stravolto e cancellato, un angolo oggi dominato da una serie di edifici costruiti a partire dal 1919, diventati a loro volta iconici e tra le migliori opere
degli architetti che li hanno progettati.
L'incrocio in questione è quello tra le vie, oggi chiamate, via Moscova, largo Donegani, via Turati, via Principe Amedeo e largo Stati Uniti d'America.



La via Turati, intorno al quale si è sviluppato tutto il quartiere, è una strada molto recente.Fu infatti aperta, col nome di via Principe Umberto, appositamente per collegare il centro della città con la prima Stazione Centrale che venne inaugurata nel 1864 in Piazza della Repubblica.
La stazione venne infatti realizzata a metà strada tra due porte, Porta Nuova e Porta Venezia; la Milano di allora era infatti ancora chiusa entro i Bastioni Spagnoli.




Per ovviare alla mancanza di un collegamento diretto col centro città venne quindi aperto un varco nel Bastione di Porta Venezia, poi chiamato Porta o Barriera Principe Umberto.
Il traforo nei bastioni fu opera del Balzaretto, già impegnato nella sistemazione dei vicini Giardini Pubblici.
Per la sua costruzione vennero fatte arrivare da Bruxelles le colonne in ghisa, realizzate in stile Secondo Impero, a sostegno del sovrastante cavalcavia, in modo di non interrompere il traffico sui soprastanti Bastioni.
Tra gli edifici demoliti per realizzare la nuova strada venne sacrificata la chiesa di San Bartolomeo.
Il curioso tracciato di via Turati, che presenta un angolo molto accentuato all'altezza dell'odierno largo Donegani, è dovuto a problemi di esproprio di terreni da parte del Comune di Milano nel 1860. Non riuscendo quindi a collegare direttamente piazza Cavour con la nuova Stazione Centrale sita in piazza della Repubblica, si decise per un percorso che contemplasse un brusco cambio di direzione, proprio nel punto in cui la nuova strada avrebbe incrociato lo stradone di Sant'Angelo, oggi via Moscova.

Quando il nuovo tracciato fu realizzato, correva quasi totalmente tra campi della vicina Caserma di Sant'Angelo e i giardini di Palazzo Melzi d'Eril, che all'epoca si affacciava sulla strada della Cavalchina, oggi via Manin.
Alcune delle più ricche famiglie dell'alta borghesia milanese si aggiudicarono alcuni dei lotti lungo il nuovo tracciato ed edificarono alcune splendide ville, con ampi giardini, in quello che presto venne chiamato Quartiere Principe Umberto.

La più bella, senza alcun dubbio, fu Villa Ponti, più nota come Villa Borghi, costruita tra il 1865 sull'angolo nord occidentale dell'odierno Largo Donegani, all'incrocio tra corso Principe Umberto/via Turati e la strada di Sant'Angelo/via Moscova.
Il progetto fu opera di uno dei migliori architetti e ingegneri dell'epoca (nonché matematico), Emilio Alemagna, che la realizzò per la famiglia Ponti, che poco dopo la costruzione la cedette ai fratelli Borghi.


Villa Borghi si presentava come una sorta di casa dai tetti molto spioventi, con rimandi neogotici, con due piani fuori terra e ampi sottotetti abitabili. La villa era arretrata rispetto alla strada, quasi sul margine dell'appezzamento.
L'enorme giardino piantumato, occupava l'isolato tra le odierne vie Turati, Cavalieri, Appiani e Moscova.
Nel 1878 fu realizzato un piccolo edificio a fianco del cancello di ingresso che dava su largo Donegani e l'anno seguente, sempre su progetto di Emilio Alemagna, fu abbattuto e ricostruito realizzando prima un villino di dimensioni più piccole alla villa principale, ma molto simile architettonicamente.
Successivamente l'edificio fu prolungato fino a piegare in via Appiani e a percorrerla per una buona metà.
Durante la Grande Guerra la villa venne utilizzata come Ospedale Militare, accogliendo i feriti che arrivavano con le tradotte alla vicina Stazione Centrale.
L'intero isolato venne venduto nel primo Dopoguerra e la nuova proprietà incaricò lo studio dell’ingegnere Pier Fausto Barelli e dell’architetto Vittorino Colonnese di preparare un progetto per edificare l'intera area.
La due ville furono rapidamente demolite, tra le proteste dei milanesi; il progetto presentato fu però respinto dalla proprietà e lo studio diede mandato ad un giovane architetto assunto poco prima, nel dicembre del 1919, Giovanni Muzio, nato a Milano nel 1893.
Muzio stravolge totalmente il progetto preliminare e realizza quello che poi sarà il manifesto architettonico del movimento artistico chiamato "Novecento".
Quando nei primi mesi del 1922 si smontano i ponteggi e i milanesi possono finalmente vedere il nuovo palazzo, scoppia un pandemonio.
Il palazzo è colossale, enorme, il più alto di Milano con i suoi 7 piani più due altane.
Sino al 1920 infatti le case dentro i Bastioni non potevano superare i 5/4 della larghezza del vicolo o della strada su cui si affacciavano e ulteriori limiti erano previsti a secondo della dimensione della corte interna. Dato che la maglia viaria di Milano era ancora molto stretta in quasi tutta la città, i palazzi erano giocoforza molto bassi.
Al di fuori dei Bastioni vi era invece due leggi che regolamentava le altezze degli edifici. Una non scritta, la Servitù del Resegone, che prevedeva che tutte le case più vicine alla cinta muraria non potessero essere più alte dei bastioni stessi, in modo da non coprire la corona alpina che si doveva vedere da tutta la città; una seconda, ufficiale, fissava il limite massimo di altezza di un palazzo a 24 metri fuori terra, limite raggiunto in quegli anni solo da un edificio, un palazzo di corso Buenos Aires al 76.
Per permettere la costruzione del nuovo palazzo del Muzio, il Consiglio Comunale dovette modificare la legge e permettere la costruzione di edifici di 24 metri anche entro la Cerchia dei Bastioni.



Nel giro di poco tempo i milanesi, che non amavano quell'edificio, iniziarono a chiamarlo "la Cà Brütta", soprannome che divenne poi il nome ufficiale del palazzo!
Nelle polemiche si inserì anche il Comune, quando i tecnici si accorsero che le due grandi altane, poste agli angoli degli edifici, erano del tutto abusive e non riportate nel progetto approvato.
Una delle due altane è visibile nella foto qui sopra. In primo piano si vede anche il monumento ad Agostino Bertani, di Vincenzo Vela, inaugurato il 5 maggio 1885, poi spostato in piazza Fratelli Bandiera.
Nel 1923 vennero quindi demolite e la Cà Brütta assunse al forma definitiva.
Il progetto del Muzio era comunque realmente all'avanguardia. I terrazzi e la copertura erano trasformati in giardini, il palazzo fu il primo a Milano, e probabilmente in Italia, ad avere dei box sotterranei riservati ai residenti.

Il progetto di ampliamento di Villa Borghi del 3 giugno 1879, firmato da Emilio Alemagna.








I Moti di Milano del 1898, detti anche Moti del Pane.
Scontri di piazza, avvenuti tra il 6 e il 9 maggio del '98, tra lavoratori, anarchici, socialisti e i militari guidati dal Generale Bava Beccaris.
Sulla sinistra si vede un lampione e la cancellata di Villa Borghi. Sullo sfondo il sottopasso dei Bastioni di Porta Venezia e oltre la prima Stazione Centrale.




Corso Principe Umberto, oggi via Turati, vista dai Bastioni di Porta Venezia; sullo sfondo, nel mezzo, si nota piccola casetta edificata nel 1878 e demolito poco dopo per costruire una nuova villa.








Il complesso del Giardino Borghi intorno al 1890.



lunedì 28 gennaio 2019

Radetzky a Milano

Jan Josef Václav Antonín František Karel Radecký z Radče nasce a Trebnitz (oggi nota come Sedlčany) il 2 novembre 1766.
Sedlčany è una cittadina a sud di Praga, nelle Boemia centrale, oggi territorio della Repubblica Ceca, ma allora nel pieno cuore del Sacro Romano Impero di Maria Teresa d'Austria. E proprio per questo motivo che Jan Radecký z Radče diverrà noto con la versione tedesca del suo nome: Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl, Graf Radetzky von Radetz; per i milanesi, semplicemente noto come Maresciallo Radetzky.

Secondo figlio di una nobile famiglia della Boemia, rimase orfano giovanissimo. 
La madre, dal nome chilometrico, Marie Venantia Anna Barbora Josefa Eulalie von Bechyne Lazan morì dandolo alla luce, mentre il padre, Peter Eusebius hrabě Radecký z Radče, morì nemmeno un mese dopo.
Il piccolo Jan venne dato così alle cure del nonno paterno, il conte Wenzel Leopold Johann hrabě Radecký z Radče.
La sorella, Franziska Anna Josepha, era nata quattro anni prima.
Il patrimonio di famiglia venne amministrato dal fratello di Peter Eusebius, Václav Ignác, che in breve tempo riuscì a dilapidare una consistente fortuna.
Con il poco rimasto mandò il nipote a studiare prima a Brno e poi, nel 1781, al Collegium Theresianum di Vienna, dove i rampolli della nobiltà del Sacro Romano Impero venivano istruiti dai migliori professori e insegnanti di tutta il mondo germanofano.



Ne uscì nel 1784, dopo un percorso di scarso rendimento e con voti eccellenti solo in storia, con la predilezione per i periodi storici di Giustiniano il Grande e Luigi XIV, il Re Sole.
Due anni dopo, il 1° agosto 1784, fu accettato come cadetto nell'Esercito Imperiale e il 3 febbraio 1786 venne incorporato come Luogotenente nel reggimento di cavalleria pesante, corazzieri "Caramelli".
Combatté nella Guerra Austro-Turca del 1787-1792 e nel novembre 1787 fu nominato Primo Tenente.
Tra il 1793 e il 1795 combatté in Belgio, Olanda e lungo i confini sul Reno, riportando i primi successi e le prime medaglie al valore.
Nel 1796, come aiutante di campo del generale Johann Peter Beaulieu de Marconnay, prese parte alle guerre della Prima Coalizione contro Napoleone e la Francia.
Nei pressi di Mantova salvò la vita al Beaulieu, guidando un gruppo di Ussari, e venne promosso a Maggiore.

Il 5 aprile 1798 Radetzky sposò la contessina Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, di origine friulana, di Cervignano, dalla quale ebbe cinque maschi e tre femmine.
Il matrimonio, di mero interesse, permise al Radetzky di entrare nella cerchi ristretta della corte.
Il suocero, infatti, era il Conte Leopoldo von Strassoldo-Gräfenberg, Feldmaresciallo e Ciambellano della corte di Francesco II°; possedeva inoltre le ricche terre tra Palmanova e Aquileia. 
Durante i rari anni di pace il Radetzky amava trascorrere dei periodi di riposo a Cervignano, nei possedimenti della famiglia della moglie.


Nel 1799 venne promosso a Tenente Colonnello e decorato con il titolo di cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa, per il coraggio e la bravura durante le battaglie della Seconda Coalizione
Nel 1805 fu promosso Maggiore Generale e partecipò alla Terza Coalizione combattendo in Italia e Germania contro Napoleone. Nonostante la sconfitta austriaca fu nominato Generale di Brigata.
Nei tre anni successivi insegnò all'accademia militare.
Durante la Quinta Coalizione del 1809, Radetzky guidò il V Corpo d'Armata, distinguendosi nonostante la sconfitta finale. Fu così promosso a Tenente Feldmaresciallo e gli fu assegnato il IV Corpo d'Armata.
Nel 1810 venne insignito del titolo di commendatore dell'Ordine militare di Maria Teresa.
Il 21 agosto 1809 venne promosso capo di Stato Maggiore generale e fu incaricato di riorganizzare l'esercito austriaco ma non riuscendo a farsi finanziare i costosi piani di addestramento e riarmo preferì rinunciare all'incarico.
Con l'entrate dell'Austria nella Sesta Coalizione, Radetzky venne promosso a Capo di Stato Maggiore delle armate di Germania.
Durante la Battaglia delle Nazioni, nei pressi di Lipsia, dal 16 al 19 ottobre 1813, Napoleone venne infine sconfitto e il Radetzky fu uno dei protagonisti della vittoria.
Venne ricevuto da tutti e tre gli imperatori che avevano combattuto contro Napoleone e decorato con tutti i massimi titoli e medaglie esistenti.
Durante la lungo battaglia il Radetzky partecipò direttamente agli scontri, tanto da venire ferito due volte e di veder uccisi due cavalli che montava.
Fu in quegli anni che nacque il mito di "Vater Radetzky", cioè "papà Radetzky", come i soldati chiamavano affettuosamente e con sterminata ammirazione, il loro comandante; duro, severo ma giusto e sempre dalla parte della truppa, sempre in prima fila, sempre pronto a prendersi cura paternalisticamente dei suoi soldati.
Dopo la sconfitta Napoleone si ritirò in Francia, pronto a riarmarsi e a riorganizzarsi; gli eserciti della Sesta Coalizione, come da tradizione, si fermarono sul Reno, ma fu proprio Radetzky a suggerire di invadere la Francia, inseguire i resti dell'armata napoleonica e cercare di conquistare Parigi, cosa che effettivamente accadde.

I suoi consigli e le sue strategie furono così ammirati dai sovrani che lo zar di Russia Alessandro I° diventò suo stretto amico. 
Saputo che era rimasto ferito e che i medici gli avevano limitato il consumo di cibo e pure quello dell'amato vino ad un solo quartino al giorno, (Radetzky era noto per la voracità, la pinguedine e l'amore per il vino buono, francese e italiano), lo zar incaricò un suo cosacco, aiutante di campo, di portare ogni giorno una colossale caraffa del migliore Bordeaux, della sua personale riserva, nella tenda da campo dove si trovava il degente Radetzky.
Il cosacco si presentava ogni mattina con la gigantesca caraffa di vino dicendo in tedesco: 
"Il buon Zar Alessandro invia alla Vostra Eccellenza un quartino di vino".
Radtezky, rimessosi dalle ferite, combatté le successive battaglie in Francia ed entrò trionfante a Parigi subito dopo i tre imperatori e venne celebrato come uno dei massimi artefici della fine delle guerre napoleoniche.

Durante il susseguente Congresso di Vienna, che pose le basi dell'Europa dei seguenti decenni, Radetzky fu incaricato di tenere i rapporti tra il cancelliere Metternich e il suo ammiratore, lo zar Alessandro I°.
Nel maggio 1815 divenne comandante del quartier generale delle Armate del Reno e poche settimane dopo venne invitato a far parte del Consiglio Segreto dell'Imperatore.
L'anno dopo divenne Generale di Divisione e durante una visita dello zar a Vienna, questi gli donò una preziosissima spada tempestata di diamanti.
Dal 1818 venne chiamato a guidare lo Stato Maggiore delle armate in Ungheria, su personale richiesta dell'arciduca e Governatore Ferdinando Carlo; contemporaneamente fu nuovamente incaricato di riformare l'esercito.
Radetzky propose come primo atto un aumento della paga dei soldati, il che lo pose immediatamente in cattiva luce nel Governo, soprattutto in una Europa che usciva stremata da quasi 20 anni di guerre, milioni di morti e dei costi esorbitanti. 
Nessuno voleva pensare alla guerra o ad investire altro denaro in armi ed eserciti.
Rimase così a Budapest sino al 1829, quando ormai ampiamente superati i 60 anni, iniziò a pensare al ritiro dal servizio attivo e gli stessi sui comandanti proposero all'Imperatore di mandarlo in pensione, giudicandolo ormai vecchio e superato dai tempi ma soprattutto infastiditi dal suo zelo, dalla sua inflessibilità e dai suoi metodi autoritari.

L'Imperatore, riconoscendo i passati meriti del Radetzky, l'ammirazione da parte dei soldati e la cieca fedeltà alla casa d'Asburgo, gli offrì invece di una triste pensione, il comando della strategica Fortezza di Olomuc e la promozione a Generale di Brigata.
Sembrava che la luce dovesse comunque lentamente spegnersi su uno degli eroi delle lotte contro Napoleone, quando improvvisamente scoppiarono dei moti insurrezionali nell'Italia Centrale, il 26 febbraio 1831.
Dopo pochi giorni l'Imperatore richiamò in servizio attivo il Radetzky, che lasciò Olomuc e si precipitò a Milano a guidare il quartier generale del feldmaresciallo Johann Maria Philipp Frimont, comandante dell'esercito austriaco del Lombardo-Veneto.
Gli eserciti austriaci, coordinati dal Radetzky, su esplicita richiesta del Papa, che vedeva le sue terre dichiararsi indipendenti, invasero lo Stato Pontificio e in brevissimo tempo ebbero la meglio sui rivoltosi emiliani, marchigiani e umbri, tanto che già il 26 marzo 1831 fu ripristinato il potere temporale del Papa e reinsediati i duchi emiliani.
Terminato il suo compito Radetzky tornò ad Olomuc, dove rimase sino al 1834, quando, complici forse delle pressioni da parte dei potenti parenti delle moglie, gli fu affidata la guida di tutte le armate in Italia del Nord e andò a sostituire il Frimont.
Il Radetzky si trasferì quindi con la sua intera famiglia a Milano.

In breve tempo "Vater Radetzky" impose la sua ferrea disciplina tra i suoi soldati e trasformò le sue truppe nelle migliori di tutto l'Impero.
Ancora una volta si spese, inutilmente, per avere degli aumenti di paga per i soldati.
Nel 1836 Radetzky fu infine promosso a Feldmaresciallo, il grado più alto nell'esercito imperiale d'Austria.
Aveva 70 anni.

Trasferitosi a Milano andò a vivere in Contrada della Brisa al numero 2872, prendendo possesso del bel Palazzo Arconati, oggi scomparso. Con lui vi erano la moglie Francesca e alcuni degli otto figli.
A Palazzo Arconati prestava servizio una bella lavandaia di nome Giuditta Meregalli, nata a Sesto San Giovanni nel 1806, che divenne presto l'amante dell'anziano Feldmaresciallo.
Lui 70 anni, lei 30, vissero un "matrimonio morganatico" a tutti gli effetti e che diede all'anziano amante ben quattro figli: Giuseppina, nata nel luglio del 1836, Luigia nata nel 1842, Ferdinando nel '43 e Francesco Giuseppe nel 1846, quando il padre aveva ormai 80 anni!
Il Feldmaresciallo non riconobbe però alcuno dei figli illegittimi, che assunsero quindi il cognome Meregalli.
Gli eredi di Radetzky, oggi decine, vivono ancora tra Milano e Monza.

Furono quelli gli anni più felici per il Radetzky. 
Sostanzialmente, dal 1834 al 1847, il Radetzky si occupò esclusivamente di addestrare e coordinare le truppe imperiali nel Nord Italia, mentre il governo della città era nelle mani del Vicerè e di Vienna.
Il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto in quegli anni, infatti, non era minacciato da alcuna potenza straniera: Toscana e Modena erano governati da rami collaterali degli Asburgo, Napoli e Parma dai Borbone, fedeli alleati, mentre con il vicino Piemonte era stato firmato un trattato, il 23 luglio 1831, che stabiliva un'alleanza difensiva in caso di invasione francese del Piemonte.

Il Feldmaresciallo amava profondamente Milano e il Nord Italia, aveva imparato a capire l'italiano e a boffonchiare qualche parola tra italiano e milanese, ma soprattutto divenne celebre per la sua insaziabile voracità, sia di cibo che di buon vino.
Cosa già notata dallo zar Alessandro I° alcuni decenni prima.
La "moglie" Giuditta, pare ottima cuoca, gli preparava colossali libagioni di cucina milanese, con grande gioia del "marito"
Una lettera spedita a Vienna in quegli anni, vede il Radetzky decantare le bontà della cucina lombarda e sottolineare la scoperta di una bistecca impanata, buonissima. Parlava ovviamente della "cotoletta alla milanese" e il fatto che lui non l'avesse mai vista fa, forse, un po' di chiarezza nella lunga disputa tra Milano e Vienna circa l'invenzione di questo piatto di carne.

Un'altra passione del Radetzky fu il gioco d'azzardo, di ogni tipo, dadi e carte su tutti e sempre per soldi. Nonostante una grande ricchezza il vecchio austriaco dovette impegnarsi con gli usurai milanesi per anni e anni, perdendo costantemente colossali somme.

Radetzky nei primi anni di governo a Milano si fece conoscere sì per la sua durezza e per il ferreo rispetto delle leggi, ma anche per una discreta empatia con il popolo più umile, per l'amore delle grandi mangiate nelle osterie e nelle bettole fuori le mura, per l'amore per le partite a carte davanti a grandi bottiglioni degli amati vini rossi che si faceva mandare dall'Oltrepò, dal Veneto, Friuli e Francia.


In quegli anni il Radetzky viene così descritto: 

"Poco aitante, col collo tozzo e breve, incastrato su un tronco sproporzionato ed esagerato per la statura che aveva, il capo rotondo e precocemente sguarnito… non ne facevano un bell’uomo. 
Possedeva un naso importante e camuso, una propensione agli accessi d’ira e agli eccessi della tavola; vestiva certi paletot meglio adatti a un impiegato delle imperial regie poste che a un maresciallo generale”.

Il Radetzky, calvo sin da giovane, portò sino a tardissima età una parrucca con un grande ciuffo sulla fronte.



Dei tanti figli avuti dalla moglie Francesco, alcuni lo seguirono a Milano, dove si fecero notare per arroganza e stupidità. 
Uno, ufficiale dell'Impero, un giorno entrò in uno dei tanti caffè del centro di Milano e cercando il quotidiano a disposizione della clientela lo trovò in mano ad un sacerdote. 
Al posto di aspettare il suo turno pretese di avere immediatamente il giornale. Al diniego del sacerdote lo prese a male parole, dicendogli il più classico dei "lei non sa chi sono io"; per tutta risposta il prete lo prese a schiaffi pubblicamente.
Il giorno dopo il prete venne convocato dal potente padre, il Radetzky, nei suoi uffici di Palazzo Cusani. 
Il povero prete, tremante, entrò nei saloni del palazzo dove trovò il Feldmaresciallo seduto alla scrivania. Quando questi lo vide si alzò di scatto e corse verso di lui e prendendogli la mano gli disse: "Brafo! Brafissimo, ben fatto!".
Si narra poi che il padre prese a pedate sul sedere il figlio scapestrato.
Da questo fatto nacque il modo di dire in Lombardia: "dà on Radetzky", cioè "dare un Radetzky", un calcione o uno sberlone, modo di dire che rimase diffuso per tutto l'Ottocento.

Tutti i giorni, dopo il pranzo, era solito passeggiare in solitudine dalle parti del Castello Sforzesco e ogni giorno uno stuolo di miserabili si disponevano lungo il percorso che il Feldmaresciallo era solito compiere.
L'anziano militare aveva sempre le tasche gonfie di monete, che distribuiva ai miseri questuanti, guardandoli con un sorriso bonario e dicendo loro: "Prendete poferelli".
Più volte Radetzky parlò di quella massa di questuanti che incontrava tutti i giorni, chiamandoli come "I miei poferelli".

Quando partecipava a pranzi ufficiali, con nobili giunti da Vienna o con la nobiltà meneghina, era celebre per addormentarsi regolarmente dopo pranzo, seduto ancora a tavola per poi mettersi a russare pesantemente.

Il lato umano del "Vater Radetzky" pareva emergere sotto la pesante divisa, ma era pronto a scomparire quando doveva difendere gli interessi degli Asburgo.

Il Lombardo-Veneto era infatti era in quella prima metà dell'Ottocento, uno dei territorio più ricchi di tutta Europa. Fertile, già industrializzato, ricco di acqua, di eccellenti allevamenti e con una ricca borghesia mercantile dedita al commercio e obbligata a pagare pesanti tasse e dazi che andavano ad arricchire le casse di Vienna.
Il controllo sul Lombardo-Veneto doveva quindi essere assoluto.

Quanto più Radetzky apprezzava Milano, tanto meno alcuni milanesi lo ricambiavano. 
Fomentati dal crescente nazionalismo, dalle tasse sempre più alte richieste dalla vorace Vienna, degli scritti del Mazzini e del Cattaneo, dall'onda montante del Risorgimento, i milanesi della ricca borghesia iniziarono ad organizzare complotti per liberarsi dall'odiato regime austriaco.
Fu tra i primi a intuire che l'Italia fosse una polveriera. I sentimenti nazionalistici del periodo risorgimentale iniziavano a diffondersi lungo tutta la penisola, ma soprattutto nel Lombardo-Veneto.
Oltre ad addestrare perfettamente le sue truppe, fece migliorare le fortezze ritenute strategiche in caso di guerra.
Questi primi sospetti aumentarono nel 1846, quando il Re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, formalmente alleato dell'Austria, iniziò ad avere rapporti di amicizia con la Francia, la grande rivale di Vienna.
Radetzky fece addestrare ancor di più le truppe, rinsaldare le fortificazioni, aumentare le scorte di armi e viveri nelle caserme e preparare dei piani di guerra contro il Piemonte e la Francia.

Nel 1847 vi furono dei moti di ribellione verso il controllo austriaco in Galizia e in altre parti dell'Impero. Tutte le ribellioni vennero duramente represse e centinaia di liberali e illuministi furono impiccati.
Più volte il Radetzky fece cenno, nei suoi discorsi durante i pranzi con i notabili milanesi, a quelle rivolte e a come fossero finite...
Erano parole sia di monito che di minaccia.
Contemporaneamente, però, il governo civile di Milano, che non ricadeva sul Radetzky, inasprì su ordine di Vienna una serie di tasse e dazi, che portarono il popolo, i commercianti e la borghesia milanese ad aumentare a dismisura l'odio verso gli Asburgo.

Destino volle che nel novembre del 1846 morì il cardinale di Milano,  l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck. Il cardinale, nel 1816, era stato nominato e posto sulla cattedra di Sant'Ambrogio non dal Papa, bensì dall'Imperatore d'Austria Francesco II° e solo dopo alcuni anni e lunghi negoziati, il Papa lo riconobbe.
Per i milanesi von Gaisruck rimase sempre un usurpatore.

Morto nel 1846, pochi mesi dopo, a sorpresa, Papa Pio IX mandò a Milano Carlo Bartolomeo Romilli, italiano e addirittura bergamasco. La festa e la gioia tra i milanesi fu tale che la popolazione si riverso nelle strade e celebrò il nuovo cardinale per due giorni.
Radetzky capì che la festa era esclusivamente dovuta alla nazionalità del porporato e che essa avrebbe solo potuto aggravare la situazione.
Mandò quindi dei soldati in Piazza del Duomo il 9 settembre 1847, per disperdere i manifestanti, ma la folla aggredì i soldati che aprirono il fuoco uccidendo un uomo e ferendone decine.
Fu l'inizio di un periodo di alcuni mesi di continue manifestazioni popolari, di attentati e di agguati agli occupanti austriaci.
Radetsky mise da parte il suo amore per Milano e i milanesi e mostrò in un attimo il suo rigido carattere militare, fedele solo agli Asburgo, a Dio e all'Austria.
A novembre del 1847 dichiarò lo Stato d'assedio su Milano e alcuni giorni dopo anche la Legge Stataria, con cui si prendeva l'autorità di incarcerare, processare ed impiccare entro due ore qualunque cittadino del Lombardo-Veneto.
Praticamente la dittatura.
Quando i capi rivoluzionari organizzarono nei primi giorni del 1848 uno sciopero del tabacco e del gioco del Lotto, il Radetzky mandò le sue truppe in giro per la città a distribuire gratuitamente sigari. 
Scoppiarono così altri incedenti che videro cadere 6 milanesi e 56 restare gravemente feriti. 
Il Radetzky pareva diventare inarrestabile nella sua repressione. 
Proibì la rappresentazione alla Scala di opere che considerava rivoluzionarie, proibì di indossare certi cappelli che venivano usati dai fautori dell'Unità d'Italia e infine, a febbraio, iniziò una durissima ondata di arresti dei più noti personaggi liberali della città.
Tutti arrestati e deportati nelle durissime carceri in Austria e Croazia.
Solo in pochi riuscirono a fuggire in Svizzera e Piemonte.
Il 18 gennaio, intanto, l'arciduca Ranieri e il governatore Johann Baptist Spaur erano fuggiti da Milano, su suggerimento del Radetzky, che si trovava così a guidare il Lombardo Veneto sia militarmente che civilmente. Il potere assoluto.

Si arrivò così al 18 marzo del 1848, quando molte insurrezioni erano già scoppiate in mezza Europa.
Il podestà di Milano, il Conte Gabrio Casati, alla guida di un gruppo di manifestanti chiese di fare alcune deboli concessioni di autonomia; per tutta risposta Radetzky fece uscire le truppe, per lo più formate da 8.000 soldati croati, dal Castello Sforzesco.
I soldati imperiali presero il controllo del Palazzo del Governatore, dove pensavano vi fossero i capi della rivolta.
Diffusasi la voce in città, la popolazione, sapientemente aizzata e organizzata già da giorni, scese in piazza.
Scoppiarono così i Moti di Milano.
Radetzky in poche ore fece convergere altre truppa nella città, arrivando ad avere oltre 20.000 soldati.
I milanesi risposero con l'erezione di oltre 1.700 barricate nelle vie cittadine.
I viali nei pressi delle caserme di cavalleria vennero cosparsi di chiodi e vetri, per impedire ai cavalli di uscire.
Il 20 marzo la situazione era allo stallo. Radetzky controllava la cinta dei Bastioni Spagnoli e tutte le porte della città, oltre che il Castello Sforzesco.
All'interno di Milano regnava invece una finta tranquillità, con l'intera città in mano agli insorti; alcuni cecchini austriaci, nascosti sui tetti, sulle torri e sui campanili, sparavano contro i milanesi, mentre i milanesi asserragliavano le caserme rimaste isolate nella città.
Radetzky propose quindi una tregua che spaccò in due il Consiglio di Guerra dei milanesi.
Una fazione voleva accettare la tregua per dare il tempo al Re di Sardegna di entrare in Lombardia e attaccare il Radetzky. Guidati dal Casati, avevano infatti già da lungo tempo stretto accordi con i Savoia per realizzare l'unità del Nord Italia.
L'altra fazione, guidata dal democratico e federalista Cattaneo, respingeva l'unione con i Savoia, pensando fosse solo il modo di passare da una dominazione ad un'altra.
Alla fine prevalse il Cattaneo, la tregua fu respinta e scoppiò la vera rivolta in tutta la città.

Nella notte del 21 marzo la situazione cambiò repentinamente, quando la popolazione del contado insorse e circondò a sua volte le truppe austriache che stavano sulle mura della città.
Radetzky si trovava così isolato e iniziò ad organizzare una via di fuga per sé e per i suoi soldati.

Il mattino del 22 marzo i milanesi attaccarono in massa le porte della città, ma fu solo a notte che cadde la prima porta, Porta Tosa, poi ribattezzata Porta Vittoria.
Nel giro di poche ore gli austriaci riuscirono a fuggire in massa in direzione di Verona, mentre gli insorti prendevano il controllo di tutta la città, conquistando le poche caserme rimaste sotto controllo austriaco.

Radetzky dovette fuggire nascosto in una carrozza carica di fieno, trainata da cavalli da tiro e senza scorta.

Durante la notte ci fu un ulteriore scontro tra Casati e Cattaneo, col primo che mandò un messaggero a Carlo Alberto chiedendogli di attraversare il Ticino.
Il mattino del 23 marzo 1848 i Savoia entrarono in Lombardia, dando così il via alla Prima Guerra di Indipendenza, ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.

Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.

Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.

Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:



«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.

Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.

Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 

Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»






Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.

Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»


La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita.
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.

Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.
I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.


Durante la Prima Guerra d'Indipendenza, il vecchio Feldmaresciallo, di 82 anni, diede ancora una volta dimostrazione delle sue enormi capacità strategiche, battendo, spesso con forze inferiori, l'esercito piemontese e gli insorti lombardi, veneti e toscani.
La Presa di Vicenza e le Battaglie di Custoza e Volta Mantovana furono dei capolavori militari.




A Vienna, per celebrare la vittoria di Radetzky, venne organizzato per il 31 agsto un "Festival per la Gran vittoria, con allegorica e simbolica rappresentazione e luminarie eccezionali, in onore dei nostri coraggiosi soldati in Italia, e per beneficenza ai soldati feriti".
Per l'occasione gli organizzatori chiesero al direttore dei balli imperiali di corte, Johann Strauss, di comporre un brano appositamente. Strauss in brevissimo tempo compose La Marcia di Radetzky, capolavoro della musica ottocentesca.

Nelle settimane successive gli echi della ribellione nel Nord Italia giunsero sino a Budapest, Praga e Vienna, le "tre capitali" dell'Impero. A giugno scoppiarono enormi rivolte in tutte e tre le città, chiedendo maggiori libertà, democrazie e la fine dell'assolutismo asburgico.
In breve tempo, con una durezza simile a quella del Radetzky, i due generali Windischgrätz e Jellacic repressero le rivolte con dei bagni di sangue.
A Vienna furono uccisi oltre 2000 rivoltosi e l'Imperatore e la corte dovettero fuggire.
Quando l'ordine fu ristabilito l'assolutismo e la repressione si fecero ancor più duri e considerati necessari dagli Asburgo.
I soldati dell'Impero iniziarono ad incidere sulle loro spade le lettere WJR, iniziali dei tre generali che avevano salvato Milano, Praga, Budapest e Vienna dalle rivoluzioni democratiche.

Il potere dei tre generali divenne tale che prima imposero un nuovo cancelliere, il Principe Felix di Schwarzenberg, che era stato agli ordini del Radetzky durante le recenti battaglie in Lombardia e ferito a Custoza; venne creata per lui la nuova carica di Presidente dei Ministri dell'Impero e venne anche nominato dai tre generali come Ministro degli Esteri.

L'8 dicembre del 1848, Radetzky, Windischgrätz e Jellacic fecero deporre l'Imperatore Ferdinando I°, che consideravano un inetto e troppo cauto nel reprimere i moti insurrezionali e nazionalistici e fecero salire al trono d'Austria il nipote Francesco Giuseppe.

Sistemata la corte a Vienna il Radetzky potè tornare a Milano, seppure brevemente. 
La città non aveva più un governo civile. Tutte le cariche erano in capo ad una sola persona: Il Feldmaresciallo, che governava in modo rigido e spietato, offeso dal tradimento della "sua" Milano.

Pochi mesi dopo, il 20 marzo 1849, a sorpresa il Radetzky decise unilateralmente di invadere il Regno di Sardegna, per sradicare definitivamente la malapianta che vi stava nascendo, quel sentimento di Unità d'Italia che vedeva nei Savoia l'unica casa regnante atta all'uopo.

Attaccò nel giro di pochi giorni Vigevano, Mortara e Novara, dove sconfisse definitivamente le truppe di Carlo Alberto.

La sera del 23 marzo, ad un anno esatto dalla sua fuga da Milano, nascosto su un carro carico di fieno, Radetzky si prese la vendetta contro colui che considerava l'ispiratore e uno dei finanziatori e organizzatori delle Cinque Giornate di Milano e, conseguentemente, della fine del suo momento di vita più felice, in un'esistenza di guerre e combattimenti a cui pensava di aver definitivamente posto termine.

Radetzky mandò un elenco di condizioni durissime per la resa dei piemontesi, tra cui prendere il figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, come ostaggio.
Carlo Alberto preferì così abdicare, in modo da togliersi dalla contesa, avendo capito che l'astio di Radetzky non era contro i piemontesi ma contro di lui, considerandolo l'ispiratore dei Moti del '48.

Fu quindi il nuovo Re Vittorio Emanuele II°, salito al trono da poche ore, a presentarsi ad un faccia a faccia con il Feldmaresciallo Radetzky, che in quel momento rappresentava l'Austria più dell'Imperatore stesso.
Vittorio Emanuele aveva 29 anni. Radetzky 83. Si incontrarono in una cascina presso la località di Vignale, con unico testimone un generale austriaco.
Radetzky chiese 200 milioni di Lire per le indennità di guerra e il passaggio di Alessandria e del suo territorio alla Lombardia.
In principio Vittorio Emanuele accettò, ma il parlamento piemontese non ratificò l'accordo; per evitare una invasione e lo scoppiò di una nuova guerra destabilizzante per tutta Europa, vari sovrani iniziarono ad intercedere per il Piemonte.


Alla fine l'Imperatore Francesco Giuseppe decise di abbandonare Alessandria e ridurre le indennità a 75 milioni.
Da parte sua il Feldmaresciallo Radetzky, il 12 agosto 1849 fece una amnistia generale per tutti i lombardi e i veneti che erano fuggiti in Svizzera e Piemonte l'anno precedente.
Contemporaneamente le truppe di Radetzky avevano assediato Venezia, dove era stata proclamata la Repubblica di San Marco.
Presa per fame e da una epidemia di colera, Venezia si dovette arrendere il 23 agosto 1849.

Era così finita la prima gloriosa pagina del Risorgimento Italiano, soffocato nel sangue da un generale di 82 anni che amava profondamente il Nord Italia, era sposato ad una friulana, aveva un'amante milanese, dei figli che parlavano italiano e viveva felicemente a Milano.

Dal 1849 al 1857 Radetzky mantenne il controllo totale del Lombardo-Veneto. Potere civile e militare, potere assoluto.
Il 16 ottobre '49 questo potere assoluto fu ufficializzato e il Radetzky fece affiggere un proclama sui muri delle città e dei paesi del Lombardo-Veneto:

«L'Imperatore pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere: da quel giorno egli fu l'autocrate del regno dei cattivi sudditi».

Sin dal ritorno a Milano Radetzky aveva iniziato a mostrare il suo lato più spietato, autoritario e inflessibile.
Deciso a non rinunciare a che Milano fosse austriaca, iniziò una repressione violentissima.
Vennero arrestati tutti i collusi con i Moti del 1848. Le loro case espropriate, i beni sequestrati, i congiurati spediti nelle peggiori galere sulle gelide Alpi austriache.
Le tasse aumentarono e colpirono maggiormente proprio l'alta borghesia, che aveva così tanto aderito alle idee del Mazzini e del Cattaneo.
Per anni la polizia segreta del Radetzky andò a caccia di nuovi agitatori, arrestandoli e fucilandoli, impiccandoli e arrivando addirittura a proibire il funerale e il seppellimento in terra consacrata, gettando i cadaveri in fosse comuni.

Fece condannare parecchie migliaia di lombardi e veneti alla pena di morte per impiccagione e più di 1.000 vennero effettivamente giustiziati.
Le altre migliaia videro la pena commutata in 20, 25, 30 anni di duro carcere e lavori forzati, che quasi sempre portavano ad una lenta morte.

Il 6 febbraio 1853 scoppiarono dei nuovi moti a Milano. Un gruppo di insorti con idee socialiste, da cui presero le distanze sia Mazzini che i liberali e i democratici, organizzarono una insurrezione in modo del tutto maldestro.
Circa un migliaio di rivoltosi attaccarono in decine di punti diversi della città i soldati austriaci, armati solo di pugnali e spade; vennero erette anche diverse barricate e assaltate le caserme e il Castello.
I combattimenti durarono diverse ore, con i rivoltosi che attendevano un fantomatico carico di armi proveniente dal Ticino e l'insurrezione della parte della guarnigione composta da soldati ungheresi, che non avvenne.
Giunti i rinforzi il mattino seguente, i rivoltosi furono uccisi o catturati in massa.
Caddero 10 soldati austriaci e 47 rimasero gravemente feriti.
Radetzky mise in moto la macchina della repressione, ma al contrario del massacro che tutti si aspettavano, fece condannare a morte solo 18 degli 895 insorti.
Furono impiccati e fucilati già l'8 febbraio.

Questa insurrezione fu vista con estremo fastidio a Vienna. I metodi del Radetzky apparivano ormai brutali e fuori contesto anche alla corte asburgica.
Da anni il Radetzky era solito far comminare "pubbliche bastonature" a coloro che venivano colti cospirare o anche solo "parlar male dell'Austria".
Il clima di terrore che i suoi soldati e la sua polizia aveva generato in Lombardia e Veneto, alimentava solo altre rivolte e altre discordie.
Vienna, dopo i Moti del 1853, decise così di affiancargli un consigliere civile, in modo da diminuire il potere del Radetzky e nel 1854 impose all'anziano Feldmaresciallo di togliere lo Stato di Assedio in città, che ormai vigeva dal novembre 1847!

Il potere di Radetzky rimaneva comunque immenso. Nonostante avesse ormai 88 anni, i Corpi d'Armata presenti in Italia era sicuramente più fedeli a lui che all'Imperatore.

La moglie, Francesca Romana von Strassoldo-Gräfenberg, morì il 12 gennaio 1854, all'età di settantaquattro anni

Era intanto scoppiata, nell'ottobre del 1853, la Guerra di Crimea, dove la Russia si trovò a combattere contro le forze di Regno Unito, Francia e Impero Ottomano.
L'Austria era neutrale, ma un suo ingresso in guerra, da una o dall'altra parte, avrebbe cambiato radicalmente gli eventi.
Radetzky ovviamente parteggiava per la tanto cara Russia degli zar, ma a Vienna la pensavano in modo diverso e nell'ottobre del '53 iniziarono a mobilitare l'esercito per invade la Russia.
Per scongiurare l'apertura di un secondo fronte la Russia dovette accettare un accordo detto "I Quattro Punti", che era prodromo ad una neutralità, in quel conflitto, dell'Austria.
A fine novembre la Russia accetto l'accordo e l'Austria rimase neutrale nella Guerra di Crimea, ma il 2 dicembre del 1854 l'Austria strinse un'alleanza con Francia e Regno Unito.
Radetzky insorse alla notizia, giudicando folle l'abbandono della più classica delle alleanze dell'Austria e non solo lo disse ripetutamente, ma lo scrisse in una lettera spedita all'Imperatore Francesco Giuseppe. Governo, corte e Imperatore non presero bene la lettera ricevuta da Milano.


Ormai sempre più vecchio e malato il Radetzky continuava comunque ad esercitare il suo potere sul Nord Italia.
Nel novembre del 1856 l'Imperatore venne in Italia a visitare le sue terre. Giunto a Milano il 15 gennaio 1857, si fermeranno sino al 2 marzo.
Nell'attuale piazzale Loreto venne eretto un enorme padiglione per accogliere i sovrani.
Radetzky sarà lì ad aspettare il suo poco amato Imperatore.

Il Feldmaresciallo aveva 91 anni e il sovrano fece sapere in giro, sia a corte sia a Milano, che lo trovò terribilmente vecchio e "rimbambito".
Era una sorta di requiem sul governo assolutista e spietato del Radetzky.

Il 28 febbraio del 1857, con l'Imperatore ancora a Milano, Radetzky venne pensionato. L'Imperatore gli concessa di continuare a vivere nella Villa Reale di via Palestro, dove si era trasferito ormai da molti anni.

L'anziano militare si tagliò i grandi baffi bianchi che tanto lo aveva contraddistinto, come a sigillare la fine di un'epoca, ed ebbe parole molto amare: "Mi si butta via come un limone spremuto".

Perseguitato anche in quegli anni di estrema vecchiaia dal demone del gioco e inseguito dagli usurai milanesi, arrivò a "vendere" la propria salma in cambio di una piccola fortuna. L'acquirente era un austriaco desideroso di creare una sorta di Pantheon dei grandi di Vienna!
Il feldmaresciallo prese i soldi, ma la sua salma "se la tenne stretta"...

L'anziano Radetzky pareva non rendersi più conto del passare degli anni, dei suoi 91 anni, del corpo ormai malato e usurato da una dura vita militare prima e da anni e anni di alimentazione smodata e di una passione per il vino che sfiorava l'alcolismo.
Soffriva anche da anni di prostatite dovuta alle ore e ore passate seduto o a cavallo e per l'uso, tipico degli ufficiali austriaci, di non indossare mutande sotto gli attillatissimi pantaloni in pelle di daino.

Non riuscendo più a passeggiare per la sua Milano si faceva portare in giro in carrozza, ma temuto e disprezzato dai milanesi, ormai non poteva far altro che girare per le caserme a visitare i reparti.

Il Feldmaresciallo cadde da una scala della sua dimora la mattina del 5 gennaio 1858, batté il capo e morì poche ore dopo.
L'imperatore proclamò un lutto di 14 giorni in tutti i territori dell'Impero e il 5° Reggimento Ussari venne ribattezzato, in suo onore, Reggimento Ussari di Radetzky.
Venne tenuto un funerale nel Duomo di Milano, ma i banchi riservati al governo della città, ai nobili, ai borghesi e alle famiglie più altolocate, rimasero desolatamente vuote.
In pratica parteciparono al funerale solo gli austriaci residenti a Milano.
La salma fu poi portata a Vienna dove ricevette un colossale e grandioso funerale.
Il successivo 19 gennaio 1858 i suoi resti vennero tumulati nel mausoleo militare di Klein-Wetzdorf in Bassa Austria.

Giuditta Meregalli, la tanto amata moglie morganatica, mori a Milano il 10 maggio 1895.
La figlia della Meregalli e del Radetzky, Luigia, detta Nina, si sposò nel 1877 con Romualdo Borletti, che divenne un famoso e ricchissimo imprenditore nel ramo della canapa e del lino. 
Il figlio Senatore Borletti, nipote del Feldmaresciallo, fondò la Veglia Borletti, fu comproprietario della Mondadori, de Il Secolo, creò la Rinascente e fu proprietario dell'Inter F.C.

Dei tanti figli maschi avuti dal matrimonio ufficiale, due, soldati, morirono per alcolismo ancora giovani, uno solo riuscì a fare una vera carriera da ufficiale, Theodor Konstantin, che divenne generale; si sposò a Padova con una nobile austriaca, Josephine Schafarzik, e l'unico loro figlio, Theodor Joseph Radetzky, nato nel 1851, si sposò a Praga con Gabrielle Johanna von Liebieg, erede di una delle più ricche famiglie dell'Impero Asburgico, con numerosi centri tessili. I pronipoti di questo ramo di discendenti del Radetzky vivono ancora tra Austria e Repubblica Ceca.

L'anno dopo la morte dell'ultimo grande generale dell'Impero, che aveva servito gli Asburgo sotto 5 diversi imperatori, e come aveva esattamente previsto dopo la rottura dell'alleanza storica con la Russia, l'Impero d'Austria perse il Lombardo Veneto, che passò al Piemonte e fu la base per la nascita di quel Regno d'Italia che l'Austria tanto aveva tramato perché mai si formasse.

E' molto probabile che la spietatezza del Radetzky nel periodo 1847-1957, diede il via alla nascita di un vero sentimento nazionalista nell'Italia del Nord, prima rinchiuso tra le mura delle case dei nobili e dei borghesi illuminati.
Le condanne a morte, le tasse pesantissime, le pubbliche bastonature, la repressione e la pesante cappa autoritaria fecero germogliare i semi del Risorgimento ancor più rapidamente.
Ancor oggi a Milano il nome Radetzky è sinonimo di autoritarismo, di cieco e ottuso comando, di violenza gratuita e repressione, al pari del suo epigono di 50 anni dopo, il generale piemontese Bava Beccaris, che represse a cannonate la Rivolta del Pane, i Moti del 1898.

Nonostante questo il Radetzky non può essere solo considerato come "l'Impiccatore", come fu soprannominato a metà Ottocento.
Fu un uomo del Settecento che ebbe la ventura di una vita lunghissima e di guidare il Lombardo Veneto a metà Ottocento, con regole, comportamenti, atti che erano ormai fuori tempo massimo.
Fu però anche un grandissimo stratega, un generale amatissimo dai suoi soldati, un abile diplomatico e, quando poté vivere in pace, amò profondamente Milano e, almeno in parte, fu amato dal popolo milanese.

Tra i lasciti del feldmaresciallo a Milano e all'Italia vi sono anche gli "gnocchi alla Radetzky", una ricetta oggi un po' dimenticata, ma che ebbe grande successo sino a pochi decenni fa.
Si trattava di gnocchi di zucca con noce moscata, condite con abbondantissimo burro fuso, salvia e Grana Padano.
La ricetta pare fosse una specialità dell'amante del Radetzky, Giuditta Meregalli e che l'anziano austriaco ne fosse ghiottissimo.

Uno dei discendenti della Meregalli e del Radetzky è Giuseppe Mergalli, a capo dell'omonimo gruppo di commercianti di vini, fondato oltre un secolo e mezzo fa e la cui sede si trova a Monza sul luogo dell'antico Convento che ospitava la Monaca di Monza di manzoniana memoria.
Le cantine, unica parte conservatasi, sono ancora quelle originali del Cinquecento.













Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...