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domenica 18 ottobre 2020

Corso Vittorio Emanuele II°



Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro villaggi un "Medhelan", una vasta area di forma ovale, a prato, dove si riunivano i druidi e la popolazione, sia per motivi religiosi che politici. 
Il "Medhelan" di Milano aveva come assi dell'ovale le attuali via Manzoni, piazza della Scala e via Santa Margherita (est-ovest) e le odierne via Brera, via Verdi, piazza della Scala e via Case Rotte (nord-sud).

A sud del "Medhelan" partiva una strada che inizialmente correva parallela alla grande radura sacra, avendo quindi un andamento ad arco.
Questo grande arco è ancor oggi riscontrabile tra il Cordusio, via e piazza Mercanti, piazza del Duomo e appunto Corso Vittorio Emanuele.
Quando le Mura Repubblicane  furono erette venne aperta una porta proprio alla fine dell'attuale corso, in coincidenza con piazza San Babila e chiamata Porta Argentea.



Osservando una pianta di Milano prima delle grandi opere di sventramento del centro, compiute nel XIX secolo, si osserva facilmente come la maglia viaria fosse assolutamente disordinata e caotica, eccezion fata per una piccola porzione che manteneva l'impianto del Foro Romano, tra via Torino, piazza San Sepolcro e le Cinque Vie.
Erano strade tortuose, strette, anguste e buie. Gli unici due veri e propri viale della città erano le attuali via Manzoni e appunto il Corso. Erano sostanzialmente le uniche due strade abbastanza larghe da far passare due carri contemporaneamente, dei pedoni e salvare ancora dello spazio.

Quando si iniziò ad usare l'odonomastica a Milano, il corso venne chiamato Corsia dei Servi, da una importante chiesa, Santa Maria dei Servi, che fu poi demolita per erigere San Carlo al Corso.
Questa importanza aumentò ancor di più con la costruzione del Duomo, che si affacciava proprio sul principio della grande strada ad arco e su quella che divenne Piazza del Camposanto, dove, oltre al cimitero del Duomo, si trovavano le baracche degli scalpellini e dei muratori che stavano costruendo la cattedrale.
Lungo il corso si trovavano sin dall'antichità taverne, locande che divennero poi alberghi, caffè e pasticcerie.
C'erano anche tante altre attività commerciali affacciate sul corso, tra cui una panetteria che divenne famosa grazie al Manzoni, "el Prestin di Scansc", il Forno delle Grucce citato dal Manzoni ne I Promessi Sposi.


Il Manzoni cadde però in errore quando chiamò in quel modo la panetteria; questa infatti si chiamava da secoli "Prestin Scansi" dal nome della famiglia proprietaria.
L'errore fu scoperto da Monsignor Carlo Castiglioni, che pubblicò uno studio sulle opere e la filosofia dell'autore milanese, titolato "Variazioni Manzoniane.
Il forno degli Scansi esisteva almeno dal Seicento, quando appunto fu assaltato dai milanesi affamati il giorno di San Martino del 1628, cioè l'11 novembre; dopo gli Scansi vi furono diverse proprietà, sino a quella del signor Ambrogio Valentini, intorno al 1868-70.
E fu proprio il Valentini a far dipingere e scrivere le parole dei Promessi Sposi sull'arco che introduceva al forno, reiterando così l'errore del Manzoni.
Sopra le due vetrine affacciate sul Corso le insegne in grandi caratteri dorati erano in milanese e in fiorentino: Prestin di Scansc e Forno delle Grucce.
Nel Natale del 1870 il Valentini spedì all'anziano Alessandro Manzoni un enorme e ricchissimo cestino pieno di prelibatezze e lo scrittore, in segno di ringraziamento gli mandò un biglietto con scritto:
"Al forno delle Grucce. Ricco ormai di nuova fama propria, e non bisognoso di fasti genealogici, Alessandro Manzoni, solleticato voluttuosamente, con un vario e squisito saggio, nella gola e nelle vanità, due passioni che crescono con gli anni, presenta i più vivi e sinceri ringraziamenti."


Il Valentini si fece fare dal pittore Brighenti Rossi, nel 1872, un ritratto con la preziosa lettera in mano e il quadro fu appeso all'ingresso del forno.
Nel 1877 Valentini, diventato noto in tutta la città, rappresentante dei panettieri, ricco e agiato, cedette l'attività ad Angelo De Micheli, che la mantenne per ben 42 anni, quando, nel 1919, a causa della gravissima crisi economica post bellica, dovette chiudere, dopo tre secoli, il Prestin di Scansc.
Il palazzo fu poi demolito nel 1926 per costruire il Cinema-Teatro Odeon.
Il quadro era in vendita presso un antiquario nel giugno del 1950, per poi venire probabilmente comprato da un privato; la lettera del Manzoni è andata invece perduta.

El Prestin di Scansc si trovava al civico 3 del corso, in un palazzetto di 3 piani, abbastanza modesto; al suo fianco, al civico 1, all'angolo con la via Santa Radegonda si trovava, in un palazzo un poco più elegante, la Confetteria Baj.
Venne aperta da Giuseppe Baj Giuseppe Baj, di una famiglia di pasticceri che aveva forno in Via Broletto sin dal 1768, il Baj nacque a Milano nel 1839, entrando nell'azienda di famiglia e diventando "mastro offellajo", cioè maestro pasticcere. 

Durante le guerre risorgimentali il Baj si arruolò nei Cacciatori delle Alpi e venne decorato due volte.
I prodotti dei Baj, dolci di ogni genere, ma soprattutto panettoni, cioccolata e confetti, erano tra i migliori della città, ma Giuseppe li portò ad essere uno dei marchi più noti di tutta Europa.


Nel 1865 spostò i laboratori in Via Santa Radegonda al 2 e nel 1872 aprì una grande pasticceria all'angolo dello stesso indirizzo, affacciata sul lato absidale del Duomo, che allora si chiamava ancora Piazza del Camposanto, proprio all'inizio di Corso Vittorio Emanuele. Alla produzione dolciaria si affiancò quella di vendita di liquori, vini pregiati e distillati.
Negli stessi anni la produzione divenne semi-industriale, per reggere i ritmi della enorme richiesta. Vennero introdotti macchinari a vapore e a pompe idrauliche.


La qualità rimase però molto alta. Baj era solito selezionare canditi e uva sultanine tra le migliori importati dall'Oriente e la vaniglia dalla Polinesia Francese.
Un altro negozio venne aperto a Genova e altri in alcune città Svizzere. Giuseppe Baj si recò anche a San Pietroburgo, per portare i suoi dolci allo Zar.
A fine secolo i dolci Baj erano esportati in tutto il Mondo, Australia compresa.
La Confetteria Baj di Piazza del Duomo chiuse nel 1926, quando l'intero isolato fu demolito per costruirvi il gigantesco complesso del Cinema-Teatro Odeon e per realizzare il grande palazzo di Corso Vittorio Emanuele 1-3, che fu il primo dotato di portici del corso, e che avrebbe lentamente imposto il nuovo stile a tutta la via.
Giuseppe Baj morì poco prima della Grande Guerra.

Quando nel 1926 venne demolita il palazzo dove si trovava la Baj, fu atterrata anche la Centrale Elettrica di Santa Radegonda, sorta nel 1883 sulle ceneri dell'omonimo teatro; era la prima centrale elettrica d'Europa e consentì di illuminare la Galleria, la Scala e i Portici di Piazza del Duomo, oltre che alle dimore private nei paraggi.

In quattro lunghi anni di lavoro venne edificato il colossale edificio del Cinema-Teatro Odeon, e il nuovo palazzo che si affacciava sul principio del Corso, con enormi portici e uno stile neoclassico molto marcato.
Prerogativa del palazzo fu di avere dei portici in continuità con quelli degli edifici che lo precedevano, i Portici Settentrionali, Palazzo Haas e La Rinascente.
Quando fu inaugurato a fine maggio 1930, venne esplicitamente sottolineata la possibilità di camminare al coperto da Piazza Mercanti sino all'inizio del Corso.
I bombardamenti del 1943-44 diedero una grande spinta alla ricostruzione dei palazzi lungo il Corso, che furono tutti ricostruiti con dei portici in continuità con quelli esistenti.
Il processo fu lungo e si completò solo negli anni 60.






 

giovedì 23 maggio 2019

Palazzo Carminati e le pubblicità in Piazza del Duomo




Il Palazzo Carminati prese il nome da un famoso ristorante sito al piano strada, l'omonimo Carminati, che a sua volta era subentrato alla birreria Casanova; fu edificato nel 1867 su committenza di Giacomo Cesati, un facoltoso industriale del settore argentiero.

Il palazzo doveva, almeno teoricamente, essere provvisorio, in attesa che venisse completato il progetto originario del Mengoni per chiudere in modo uniforme la piazza.

Costituisce il fondale delle due più importanti piazze di Milano: piazza Duomo e piazza Mercanti.




L'edificio ha una pianta a forma irregolare, diviso in due parti da una galleria, il Passaggio Duomo che collega la piazza con via Orefici.
La facciata, dalle eleganti linee architettoniche, è intonacata e scandita verticalmente da alte lesene che racchiudono finestre sormontate da timpani triangolari. 

Il blocco compatto dell'edificio è ingentilito da elaborati particolari stilistici, quali i capitelli delle lesene e i mensoloni del cornicione. 

Il prospetto è concluso da un cornicione con pinnacoli in pietra in corrispondenza delle lesene stesse.
La facciata posteriore che da su via Orefici, all'epoca poco più di un vicolo, è priva di decori.







Il palazzo era famoso per le insegne luminose pubblicitarie che ne coprivano la facciata, un forte simbolo della Milano "commerciale" dell'epoca, Milano novecentista, fiera dei suoi consumi, dei suoi cartellonisti, delle sue insegne pubblicitarie luminose.









Le luminarie di piazza Duomo si trovavano lì sin dagli anni '20 del secolo scorso, immortalate in numerosi film, citate in poesie e persino riprese da un famoso carosello degli anni Sessanta dove Ernesto Calindri, seduto a un tavolino in mezzo al traffico proprio di fronte a questo palazzo e le sue insegne caratteristiche, sorseggia un Cynar per difendersi dal "Logorio della vita moderna".




Dopo una lunga campagna a favore del decoro urbano le insegne furono smantellate, sotto la giunta Albertini nel 1999, facendo così tramontare definitivamente l'epoca dei caroselli su Piazza Duomo.

domenica 24 febbraio 2019

San Salvatore in Xenodochio e l'arciprete Dateo



La mappa degli Astronomi di Brera del 1814 riporta nel riquadro in giallo il Teatro Re, appena finito di costruire; al suo posto, sino a sei anni prima, si trovava la chiesa intitolata a San Salvatore e, adiacente ad essa, nel riquadro blu, il palazzo che ha ospitato lo Xenodochio della città.
Lo Xenodochio era l'orfanotrofio di Milano, il più antico della città, d'Italia e anche di tutta Europa. Fu infatti fondato grazie alla bontà e, soprattutto, al testamento di un certo Datheus, oggi noto come Dateo.
Datheus era un milanese di origine longobarda, facente parte di una ricchissima famiglia della bassa nobiltà germanica.
Quando i Franchi invasero il Nord Italia, conquistandolo, Datheus era un presbitero e l'arciprete della Basilica di San Salvatore, già nota come Santa Maria Maggiore, una delle due cattedrali di Milano prima della costruzione del Duomo.
Di lui non sappiamo praticamente nulla se non dell'ultimissima parte della sua vita, quando, giunto sul letto di morte, lasciò un testamento che così recitava:

«Nel nome di Cristo. 22 febbraio 787, tredicesimo anno del regno in Italia di Carlo e Pipino, eccellentissimi Re e Signori nostri. 
Dateo, arciprete della santa Chiesa milanese, figlio di un alto ufficiale regio, il defunto Domnatore, con l’aiuto della divina misericordia, vuole stabilmente fondare in questa città di Milano, presso la chiesa cattedrale, un brefotrofio come opera di santa carità cristiana.
(...) infatti le donne che hanno concepito in seguito a un adulterio, perché la faccenda non si sappia in giro, uccidono i propri figli appena nati e così li mandano all'inferno senza il lavacro battesimale. Questo avviene perché non trovano un luogo dove possano conservarli in vita, tenendo nascosta nel contempo l'impura colpa del loro adulterio; allora li gettano nelle cloache, nei letamai e nei fiumi.

Pertanto io, Dateo, confermo attraverso queste disposizioni che sia istituito un brefotrofio per i bambini nella mia casa e voglio che questo brefotrofio sia posto giuridicamente sotto la potestà di Sant'Ambrogio, cioè del vescovo pro tempore.

(..) Voglio inoltre e stabilisco quanto segue: (..) che si provveda a stipendiare regolarmente alcune nutrici che allattino i bambini e procurino loro la purificazione del battesimo. Finito il periodo dell'allattamento, i piccoli vi dimorino ininterrottamente per sette anni, ricevendovi adeguata 
educazione con tutti i mezzi necessari; lo stesso brefotrofio fornisca loro vitto, vestiti e calzari.

Per quanto riguarda l’amministrazione complessiva di questa nostra istituzione, tre quarti dei lasciti e dei redditi del brefotrofio siano destinati a chi di volta in volta sarà preposto alla sua conduzione, a titolo di ricompensa personale, per mantenere chi vi presta servizio ed infine per le strutture murarie e le opere di illuminazione dell’edificio intitolato a S. Maria Mater Dei, edificio che, con l’aiuto della Provvidenza, ho intenzione di costruire come luogo di vita comune.
Nello stesso brefotrofio trovino ospitalità, in una sala riservata che ho intenzione di edificare, tutti quelli che, fra i presbiteri dell’ordine cardinale, vogliano riposarvi, in modo che possano essere pronti, senza impedimento alcuno, all’ufficiatura notturna che si celebra in chiesa.»
.


Lo xenodochio fu così eretto nell'area che ospitava i ruderi del Capitolium, il Palazzo del Governo, fatto costruire dal Prefetto Aulus Gabinus intorno al 70 avanti Cristo e che poi divenne nota come Contrada dei Due Muri, una stretta e contorta strada compresa tra l'odierna Piazza del Duomo e Via Santa Margherita e che almeno per un tratto, oggi corrisponde a Via Silvio Pellico.
Intorno all'anno Mille la struttura fu abbellita con ricchi mosaici raffiguranti la vita dei bambini all'interno della struttura. 
In un periodo incerto, ma probabilmente poco dopo la costruzione dell'orfanotrofio, fu eretta anche una cappelletta, che fu poi trasformata in una chiesa vera e propria e che prese il nome di San Salvatore in Xenodochio.

La dedica a San Salvatore era dovuta alla vicinanza con una delle due cattedrali esistenti allora, la Basilica Maior o Santa Maria Maggiore, che fu profanata dagli Unni di Attila nel 452 e riconsacrata l'anno successivo dedicandola proprio al San Salvatore.
Le prime attestazioni della chiesetta risalgono però solo al Trecento e due secoli dopo, il Richini procedette ad una drastica ricostruzione della chiesetta, che sappiamo avere una navata unica e tre cappelle.

L'opera d'arte più notevole era lo Sposalizio della Vergine di Panfilo Nuvolone, purtroppo andato perduto.
Sul pavimento all'ingresso della chiesa si trovava un'antica iscrizione a mosaico che si faceva risalire sino alla fondazione della chiesetta stessa e che riportava questo testo:



Sancte memento Deus 
quia condidit iste Datheus
Hanc aulam miseris auxilio pueris


Serviliano Lattuada la descrive nel Settecento, come una chiesa molto vecchia, umile e spoglia.
Nel 1733 fu ristrutturata internamente in stile barocco.
Mille anni esatti dopo la fondazione dello Xenodochio, il 25 dicembre del 1787 la parrocchia della chiesa di San Salvatore venne soppressa e annessa a quella del vicino Duomo.
Nel 1808 venne infine demolita per permettere, nel 1813-14, la costruzione da parte del Cagnola del Teatro Re.
Lo Xenodochio rimase attivo sicuramente sino al 1456, quando tutte le opere pie caritatevoli per gli orfani furono concentrate alla Cà Granda. L'Hospitale Grande si occupava sia degli orfani, sia delle madri, offrendo sostegno in denaro oppure il baliatico gratuito.
Nacquero poi altre due strutture caritatevoli altrettanto famose, i Martinitt, fondato nel 1532 e le Stelline nel 1515.

Nel 1780 venne fondata la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota, che si trovava all'angolo tra Via San Barnaba e Via Francesco Sforza, in un edificio poi trasformato nel vecchio Pronto Soccorso del Policlinico di Milano.
Fra il 1780 e il 1866 accolse a vario titolo 213.649 bambini, in gran parte figli legittimi di genitori poveri che erano costretti ad abbandonarli.
Un numero gigantesco.




In ogni caso, nel 1863-64 l'intera area intorno allo Xenodochio venne interessata dai lavori per la costruzione della nuova, enorme, Galleria Vittorio Emanuele II°.
Intere vie scomparvero, interi isolati, decine di palazzi, tra i più antichi della città e anche il palazzo che aveva ospitato l'antichissimo orfanotrofio fu demolito.

Dopo l'Unità d'Italia, nel 1868, la Provincia di Milano  subentra nella gestione di tutte le organizzazioni caritatevoli esistente, ma è solo nel 1890 che decise di affrontare il problema dei bambini abbandonati e degli orfani, acquistando un vasto appezzamento di terreno presso la Cascina Acquabella, nella periferia est di Milano.
I lavori per costruire un nuovo, enorme orfanotrofio iniziarono nei primi anni del XX secolo, con il progetto dell'ingegnere Vincenzo Sarti e dell'architetto Paolo Vietti Violi, autore anche dell'Ippodromo del Galoppo e dell'Ippodromo del Trotto a San Siro.

Si trattava di un edificio luminosissimo, all'avanguardia sotto ogni aspetto igienico sanitario e circondato da spazi verdi e poteva ospitare 240 orfani.



Il complesso era unito tramite un tunnel sotterraneo alla vicina clinica Macedonio Melloni.
Le madri che lì partorivano e decidevano di abbandonare la prole, previa presentazione di un attestato di "povertà" firmato da un parroco, vedevano arrivare le balie del vicino Brefotrofio Provinciale a prendere in custodia il neonato che immediatamente veniva accolto nella struttura adiacente.




Quando venne inaugurato nel 1911 l'indirizzo era Viale Piceno 60, ma nel 1930 la parte di Corso Indipendenza antistante il grande Brefotrofio venne, giustamente, intitolata all'arciprete Datheus che oltre 11 secoli prima aveva fondato lo Xenodochio, diventando così Piazzale Dateo.

Il Brefotrofio Provinciale venne chiuso nel 1964.


domenica 30 settembre 2018

Il Candelabro Trivulzio del Duomo di Milano





Una foto di inizio del 900 del grande Candelabro Trivulzio, conservato nel Duomo di Milano.

Si tratta un'opera di oreficeria in bronzo di cinque metri d'altezza per quattro di larghezza, considerata un capolavoro della scultura gotica d'oltralpe. L'origine e l'autore sono del tutto ignoti.

Le sole notizie certe che possediamo dell'opera, sono relative alla sua donazione avvenuta nel 1562 al Duomo di Milano, ad opera dell'arciprete Giovanni Battista Trivulzio, figlio di Urbano Trivulzio.
Nessuna informazione circa le sue vicende precedenti è giunta fino a noi.
Gli studiosi lo ritengono un'opera di oreficeria forgiata fra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII, nella fase di transizione tra lo stile romanico e il gotico.





Neppure la provenienza è nota, in proposito si è fatto il nome di Nicolas di Verdun, mentre altri studiosi ritengono che possa provenire da botteghe parigine, altri ancora lo accostano a manufatti provenienti da Colonia.
La fattura difforme delle raffigurazioni sembra testimoniare che ad esso lavorarono diverse botteghe.
La provenienza francese è resa più probabile dai frequenti viaggi in Francia della famiglia Trivulzio, principali esponenti del partito filo-francese nella Milano di inizio Cinquecento.








Nel medioevo esistevano numerosi esemplari di questo tipo esistenti in particolare nelle cattedrali francesi, quali Reims o Cluny, oggi scomparsi.
Il candelabro di Milano è l'unico ad essere rimasto integro fino ai nostri giorni.

Il Candelabro Trivulzio rappresentato nel 1886 da Leopoldo Burlando.



Particolari e dettagli del Candelabro Trivulzio.



domenica 23 settembre 2018

Piazza Mercanti, dai Celti, ai Romani, al Comune: duemilacinquecento anni di storia.




L'odierna Piazza Mercanti, posta tra il Duomo e il Cordusio, venne aperta e costruita solo nel 1228, ma la sua origine risale, almeno, all'epoca dei Celti Insubri, o Galli, che fondarono Milano parecchi secoli prima di Cristo.
Oggi sappiamo che il centro della Milano celtica era in Piazza della Scala, dove i druidi avevano la loro area sacra, detta Medhelan, "terra sacra di mezzo", da cui sarebbe poi arrivato Mediolanum dopo la conquista romana e infine il nome, odierno, di Milano.
Il Medhelan serviva sia per manifestazioni religiose, sia per grandi adunate del popolo per prendere decisioni di ogni tipo.
I tanti Medhelan sparsi nei territori dei Celti di tutta l'Europa centro-occidentale, avevano tutti forma ovale ed erano realizzati all'incrocio di importanti strade commerciali, in presenza di fonti o risorgive e secondo allineamenti di stelle considerate sacre dai druidi.
Il Medhelan di Piazza della Scala aveva i due assi dell'ovale di 450 metri per 320 metri, che corrispondono alle attuali via Manzoni/Santa Margherita, e l'asse perpendicolare, ormai stravolto da due millenni di modifiche, che grosso modo corre lungo il Teatro la Scala, Palazzo Marino e poi verso il Duomo a sud.
Quell'area, probabilmente circondata da un muro e da una strada alberata, mantenne la sua "forma" perimetrale ovale per quasi 2.500 anni. Ancora nell'800 era facilmente riconoscibile dalle mappe e anche oggi, seppur più a fatica, si riesce a percepire nella maglia viaria.


Appena a sud-ovest di quell'area, proseguendo sull'asse maggiore di via Manzoni/Santa Margherita, i Celti realizzarono la loro area commerciale, una sorta di mercato di scambio di merci provenienti da distanze oggi inimmaginabili.
Duranti i lavori di scavo per la linea 3 della metropolitana, nell'area tra San Giovanni in Conca, Missori e proprio alle spalle di Piazza Mercanti, vennero ritrovati reperti risalenti a VII-VI secoli avanti Cristo, reperti di origine etrusca, picena, latina e addirittura fenicia e siriana.
Per i primi secoli di esistenza del Medhelan, è probabile che l'area fosse poco abitata, se non da pochi mercanti e dai druidi,



Mappa degli Astronomi di Brera del 1814, in blu il 
Medhelan ancora ben visibile nella maglia stradale 
e in giallo la vecchia Piazza Mercanti

Gli Insubri infatti preferivano vivere nella fascia Pedemontana, dove i terreni non erano paludosi e, probabilmente non c'era il problema della malaria.
Nel 390 a.C. una migrazione di Celti Senoni, provenienti dalla Francia, e guidati da Brenno, unì le forze con i Celti Insubri e Liguri e conquistò l'Etruria e invase Roma, saccheggiandola per mesi.
Tornato al nord Italia, Brenno scelse Medhelan come nuova capitale di quella che poi sarebbe stata chiamata Federazione dei Celti. Brenno scelse di costruire le sue residenze appena a sud del Medhelan di Piazza della Scala; l'area corrisponde oggi a quella del Palazzo Reale, affacciato sul lato meridionale del Duomo.
Il nuovo centro del potere celtico divenne il "broletto" di Brenno. Il termine deriva da "brolo", che significa prato. Ecco ancora l'abitudine dei celti di radunarsi in radure, in cerchio, per prendere le decisioni fondamentali.
Secondo una leggenda, Brenno diede anche un nome differente alla nuova capitale della Federazione dei Celti: Alba.
L'area di Palazzo Reale è stata scavata a più riprese nei secoli passati ed effettivamente sono stati trovati numerosi reperti di epoca celtica.
L'area mercantile dei Celti rimase tale, quasi certamente, anche dopo la conquista romana.
Roma infatti, come d'abitudine, conquistava senza distruggere il preesistente, anzi assimilandolo.
Il Medhelan sopravvisse e il Foro Romano venne eretto poco a sud dell'area mercantile, in quella che oggi è chiamata area delle Cinque Vie, con il centro nell'odierna Piazza Santo Sepolcro.
L'area del Medhelan rimase a prato sino all'epoca Augustea, quando l'Imperatore proibì i culti druidici. Il prato interno del Medhelan venne così lentamente lottizzato e costruito.
I romani progettarono la nuova città usando per il Cardo e il Decumano gli allineamenti viari già realizzati dai Celti. Ed ecco che il tracciato del Cardo andava da Porta Ticinese (oggi Carrobbio) a Porta Nuova (oggi Piazza della Scala), e il Decumano, da Porta Romana (oggi inizio di Corso di Porta Romana) a Porta Vercellina (oggi Corso Magenta).



La Milano celtico-romana: in giallo le strade celtiche, in verde chiaro i confini del Medhelan celtico, in rosso le strade e il Foro romano, in viola l'area del Broletto Nuovo e Piazza Mercanti, in azzurro l'area sacra al cattolicesimo dal III secolo in avanti, in blu l'area del Brolo di Brenno e di Alba, in arancione le Mura Repubblicane del 40 a.C., in grigio l'espansione delle Mura Massimiane quando Milano divenne capitale dell'Impero.

Nell'area mercantile i romani vi insediarono il palazzo delle ipoteche e le scuole d'umanità, frequentate anche da Virgilio.
Vi si trovavano anche una statua di Bruto, uno degli assassini di Cesare, e quella di Cicerone, che fu pretore a Milano, durante la repubblica.
Per circa un migliaio di anni Mediolanum rimase sostanzialmente invariata come dimensioni, allargandosi durante il periodo Imperiale, quando divenne capitale, con un allargamento delle mura Massimiane.
Per tutto il Medioevo rimase però sostanzialmente confinata dentro le mura romane, con il potere politico nel Broletto dove oggi si trova Palazzo Reale, l'area mercantile dove si trova oggi Piazza Mercanti e l'area religiosa, sviluppatasi all'inizio del III secolo, dove oggi si trova Piazza del Duomo.
Della Milano celtica non rimaneva che il tempio di Belisama, poi adottato dai romani e ribattezzando tempio di Minerva, e infine incorporato nella Basilica Maior nel 355, quando fu inaugurata il nuovo centro di potere religioso di Milano.
La decisione di realizzare un nuovo Broletto venne prese nell'anno 1228, sotto la podestaria di
Aliprando Fara da Brescia, quando la necessità di unificare i vari centri del potere e, soprattutto, di fortificarli, fece scegliere la centralissima area di Piazza Mercanti.
Si provvedette pertanto ad acquistare da privati diverse case, ed anche un monastero, quello del Lentasio, trasferito a porta Romana.
Fu così realizzata una grossa piazza di forma rettangolare, al cui centro fu edificato il palazzo del Broletto Nuovo, oggi conosciuto come Palazzo della Ragione; dificato, per volere del podestà Oldrado da Tresseno, il Broletto Nuovo, terminato nel 1233 e adibito alle attività giudiziarie, che diede il nome di piazza del Broletto alla piazza stessa in epoca medioevale.
Costituito da una enorme sala al primo piano, aveva al piano terreno un largo porticato, dove potevano radunarsi i popolani prima d'essere ricevuti al piano superiore.
Il Palazzo della Ragione ispirò rapidamente le maggiori città lombarde, tanto che edifici simili vennero edificati in tutti maggiori comuni.



Nel giro di pochi anni il Broletto Nuovo attirò come una calamita, tutte le varie sedi di corporazioni e di uffici giudiziari della città, spostando così il baricentro della città.
Nel 1272 si provvedette a lastricare le strade di accesso, e Napoleone della Torre edificò sul lato settentrionale una torre.
Per accedere alla piazza fortificata si aprivano cinque porte:
*La Porta Nuova o Ferrea, riconoscibile nel passaggio verso via Santa Margherita, sotto gli archi del Palazzo dei Giureconsulti.
*La Porta di San Michele al Gallo o Vercellina, corrisponde all'attuale passaggio delle Scuole Palatine, aperto su via Orefici.
*La Porta del Podestà era il varco per il sestiere di Porta Romana, sul fianco orientale della piazza; era utilizzato anche per raggiungere il sestiere di Porta Ticinese.
*La Porta dei Pesci o di Sant'Ambrogio era il voltone che comunicava col sestiere di Porta Orientale (oggi Porta Venezia), si chiamava così in quanto si trovava in corrispondenza della contrada della Pescheria Vecchia.
*La Porta Cumana o del Cordusio comunicava col sestiere di Porta Comasina, oggi Porta Garibaldi.
Le cinque porte davano accesso ai sei sestieri in cui era divisa amministrativamente Milano.


Il passaggio degli Osii, che guarda a sud, verso Porta Ticinese, risale all'Ottocento.
L'evoluzione della piazza, almeno architettonicamente, continuò per oltre cinque secoli.
Nel 1251, viene terminata la casa per gli uffici e le carceri del Podestà, che occupa il lato est del recinto e parte dei due laterali. I lavori furono guidati da Giovanni Enrico da Ripa nel 1251 e poi da Beccaro de’ Beccaria, podestà in carica nel 1325. 
Una lapide ricorda che egli diede agli araldi d’ogni Porta le trombe d’argento, e erano stati istituti i banditori che avvisavano la città quando il podestà sedeva in Tribunale. Vi collocò inoltre sulla torre la campana detta “beccata” dal suo nome, che suonava per chiamare i cittadini alla difesa, in caso di pericolo.
Nel 1276 è teatro di una feroce repressione di una sommossa popolare da parte dell'anziano del popolo di Milano, Napo Torriani. Qui vi erano infatti anche i depositi del sale, alimento tenuto in grande valore e per questo qui ben custodito.
Nel 1316 venne costruita la Loggia degli Osii, su progetto di Scoto da San Gimignano e per iniziativa di Matteo Visconti, che volle una nuova sede per le attività giuridico-notarili della città.

Dal balcone centrale, detto “parlera”, ancora oggi esistente, il podestà e i magistrati proclamavano alla cittadinanza gli editti.
Nel 1325 venne costruito il Portico della Ferrata, su iniziativa del podestà Beccaro Beccaria.
Era anticamente lo spazio, chiuso da alte inferriate, dove si tenevano le aste dei beni dei mercanti che avevano dichiarato fallimento; per secoli legato alla vicina Casa del Podestà che si estese fino al di sopra del Portico, per ospitare parte degli appartamenti del podestà.
Nel 1433 venne edificata la Casa dei Panigarola, sul lato occidentale; conosciuto anche come Palazzo della Congregazione dei Mercanti, anticamente ospitava l’ufficio degli statuti, la cui mansione era la registrazione e la trascrizione dei decreti ducali. 
Questa prassi era un incarico che per secoli fu appannaggio della casata dei Panigarola, notai di Gallarate, da cui l’immobile prende il nome e che mantennero l’incarico fino all’estinzione della famiglia nel 1741; la facciata fu progettata e realizzata, attorno al 1466, da Giovanni Solari.

Nel 1447, inoltre viene istituita l'Universitas Studiorum, dopo la promulgazione della Repubblica Ambrosiana, fondata per fronteggiare l'egemonia di quella pavese.
Negli stessi anni venne anche costruito il Palazzo delle Scuole Palatine, di cui poco si conosce, dopo una serie di incendi e di ricostruzione nel Seicento e nel Settecento.

Nelle Scuole Palatine si insegnava principalmente il diritto e gli studenti, giovani nobili, accedevano poi alla qualifica di Giureconsulti, spostandosi ad esercitare nel contiguo, e omonimo, palazzo.
Il lato settentrionale, venne edificato su progetto dell’architetto Seregni a partire dal 1561 per iniziativa del giurista milanese Angelo Medici, asceso al soglio pontificio col nome di Pio IV. 
La costruzione, destinata a ospitare il Collegio dei Giureconsulti, inglobò l’area posta fra la torre di Napo Torriani  e il portone della pescheria vecchia, sede della gabella del sale.
Nel 1593 vi fu fondato il Banco di Sant'Ambrogio, istituto di credito, costituito con denari dei cittadini laici e religiosi, con sede in questa piazza fino al 1714.
Alla fine del XV secolo appositi decreti ducali diedero avvio a demolizioni di logge e coperti lignei a vantaggio del decoro urbano.
Nel 1773 il Palazzo del Broletto Nuovo venne sopralzato di un piano, quando la sala con loggia comunale venne trasformata, sotto Maria Teresa d'Austria, in sede dell'archivio notarile. L'opera fu a cura dell'anziano architetto Francesco Croce (progettista della guglia più alta del Duomo). 
Croce realizzò l'attuale piano di sottotetto con le finestre circolari e la voltatura del portico, che prima era coperto da un'intelaiatura di travi ed assi.

Nel Medioevo questo era il luogo delle esecuzioni nobiliari, dalla parte dove alloggiava il podestà, da dove solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte o le pene esemplari.
Era anche il luogo dove venivano messi alla berlina o esposti i cadaveri dei nemici dello stato perché fosse di monito a tutti.
Allo scopo viene costituito un gabbione di ferro sotto lescale del Broletto.
Con l'epoca comunale e con la fine del feudalesimo più duro, sorsero le tante corporazioni dei mercanti, che proprio intorno al Broletto misero le proprie sedi e anche i propri punti di rivendita. Non è infatti un caso che le vie più prossime a Piazza Mercanti presero nomi come: Fustagnari, Armorari, Spadari, Speronari, Cappellari ecc.
Così la piazza divenne il centro della vita meneghina per commercio, giustizia e arbitrati: nel loggiato i notarili si trovavano per contratti e donazioni, i mercanti per scambiarsi merci.
Dove oggi si trova il pozzo pare si trovasse invece la "pietra dei falliti", una scomoda roccia dove venivano pubblicamente esposti i mercanti falliti, a natiche nude, esposti al pubblico ludibrio, in modo che tutti i cittadini sapessero a chi non rivolgersi...
Il pozzo, di origine cinquecentesca, mentre le colonne sono del Settecento, originariamente si trovava lungo l'odierna via Mercanti, davanti al Palazzo dei Giureconsulti, esattamente di fronte alla torre,
nel 1879 venne prima portato al Monastero Maggiore e poi installato nel 1923 nel luogo dove oggi è possibile ammirarlo.


Tra il 1865 e il 1866 la piazza venne riformata in relazione al nuovo assetto di piazza Duomo e alla creazione di una strada di collegamento col Cordusio, via Mercanti, e all'allargamento di via Orefici, sino ad allora uno stretto budello medievale, noto come San Michele al Gallo.
Durante il fascismo, l'antico luogo della milanesità viene ribattezzato Piazza Giovinezza e le Scuole Palatine, nonché la Loggia degli Osii veniva occupata dal GUF (Gruppo Universitario Fascista).
Sul lato del Palazzo della Ragione verso via Mercanti, sulla seconda colonna, è presente una pietra, seconda la leggenda rinvenuta durante gli scavi di costruzione del palazzo nel 1233, raffigurante una "scrofa semilanuta", ritenuta per secoli il simbolo della Milano celtica, della Medhelan dell'era pre romana.




Secondo le tradizioni tramandate dai romani sulla fondazioni di Milano, fu il re celtico Belloveso a fondare la città dove vide una scrofa semilanuta.

«Giunto Belloveso fra gli Insubri e avendo determinato di fondarvi una città elesse sette de' suoi che consultassero gli oracoli degli Dei, principalmente per sapere in qual parte ne gettasse i fondamenti e qual nome le dovesse imporre. Dicesi che la risposta fosse in questi o simili sensi

Una porca di lana ricoperta segni il principio alla cittade e il nome.

Intesa la volontà de' Numi e trovatasi una porca col tergo vestito di lana, in quel luogo istesso cominciossi a fondare la città che quindi nominossi».



Tra il 1944 ed il 1951 la piazza ospitò la sede provvisoria della Rinascente, a seguito della distruzione sotto i bombardamenti della sede di Piazza del Duomo.


Negli anni 60, in un periodo in cui le automobili regnavano sovrane nelle città, divenne, incredibilmente, un parcheggio pubblico.

 





domenica 13 settembre 2015

Il Sacro Chiodo e il rito della Nivola nel Duomo di Milano

Secondo un'antica tradizione nel Duomo di Milano è conservato uno dei chiodi con cui fu crocefisso Gesù; è conservato oggi in una teca in vetro posta a 42 metri di altezza sopra l'altare maggiore, nel semicatino absidale in corrispondenza dell'altare maggiore.
Il presunto chiodo fa parte di una serie di oltre 30 chiodi della crocefissione che durante il Medioevo "fiorirono" in tutta Europa. Chiodi della croce sono ancor oggi conservati a Milano, Monza, Roma,
Colle di Val d'Elsa, Venezia, Vienna, Carpentras, Treviri, Catania.
Il Medioevo fu un periodo d'oro per il culto delle reliquie di santi, martiri e soprattutto dello stesso Gesù; i santuari che ospitavano le reliquie più venerate erano importanti mete di pellegrinaggio; la presenza di reliquie significava, per la città o il santuario che le possedeva, prestigio e protezione, nonché sicuro afflusso di offerte. Boccaccio nel Decamerone si prendeva gioco della credulità del popolino bigotto verso queste presunte reliquie. La riforma di Martin Lutero condannò e proibì il culto delle reliquie e anche la Chiesa Cattolica dovette porre un freno alle migliaia di false reliquie che invadevano chiese, basiliche e monasteri ancora nel XVI secolo. Fu infatti il Concilio di Trento a porre regole finalmente precise sul culto delle reliquie e a fare una cernita tra quelle probabilmente "vere" e quelle palesemente false. Basti pensare che intorno all'anno 1000 il poeta Cristoforo di Mitilene narra che furono trovate in pochi anni 10 mani di san Procopio, 15 mandibole di san Teodoro, 8 piedi di san Nestore, 4 teste di san Giorgio...
A ciò si deve aggiungere la tradizione della Chiesa Cattolica delle reliquie "ex contactu": si usava cioè toccare le reliquie autentiche con un oggetto, che in seguito veniva considerato anch'esso reliquia di quel santo. Non desta dunque meraviglia il fatto che più chiese o monasteri affermassero, per esempio, di possedere il cranio o un braccio di uno stesso santo.


Il Sacro Chiodo nella Croce di San Carlo Borromeo

L'arrivo del chiodo a Milano non è conosciuto. Il primo documento che ci attesta l'esistenza del Santo Chiodo nella vetusta basilica di Santa Tecla risale al 18 gennaio 1389. Si trova nel registro di Provvisione che contiene gli atti dal 1389 al 1397 ed è conservato presso l'Archivio storico civico di Milano. Si tratta della risposta di Paolo de Arzonibus, luogotenente del Vicario, e dei XII di Provvisione, a Galeazzo Visconti che aveva stabilito fossero dichiarati festivi i giorni 5 agosto, festa della Madonna della neve e 16 ottobre, festa di san Gallo, titolare di un altare in Santa Maria Maggiore. Nell'occasione si suggeriva al signore di Milano l'opportunità di stabilire, a carico del Comune, distinte offerte soprattutto per la festa di santa Tecla nell'omoni­ma basilica in cui era riposto ab antiquo, uno dei santi chiodi con cui fu crocifisso il Salvatore.
L'espressione ab antiquo fa supporre che il chiodo fosse conservato a Santa Tecla da alcuni secoli; a supporto di questa teoria si usa l'orazione unebre pronunciata da Sant’Ambrogio in morte dell'imperatore Teodosio (anno 395). In un'ampia digressione il santo narrava come Elena, madre dell'imperatore Costantino, si fosse recata in Terra Santa e qui avesse cercato con passione la croce e i chiodi della Passione. Trovatili, da due chiodi la pia donna avrebbe ricavato un diadema e un morso di cavallo donandoli poi al figlio Costantino con questo significato devozionale: "la corona è formata dalla croce perché risplenda la fede; anche le briglie sono formate dalla croce affinché l'autorità governi usando moderazione, non una imposizione ingiusta."
C'è da aggiungere che Sant'Ambrogio mai affermò la presenza del chiodo a Milano e che per oltre 1000 nessuno citò mai più la presenza di un Santo Chiodo conservato a Santa Tecla o in altre chiese meneghini.
Vari storici della Chiesa Cattolica milanese hanno formulato ipotesi circa l'arrivo del chiodo a Milano e tutte queste ipotesi pongono l'arrivo tra l'VIII secolo e le Crociate.
Per il Sassi l'arrivo coincise con la furia iconoclasta dell'Imperatore di Bisanzio Leone III Isaurico, per il Fumagalli il chiodo arrivò durante una delle prime 4 crociate, per altri fu portato dal vescovo Arnolfo Il il quale, recatosi a Gerusalemme nel 997 quale legato di Ottone III, l'avrebbe là ricevuto in dono con altre reliquie, altri ancora lo fanno arrivare a Milano insieme alle presunte spoglie dei Re Magi e poi conservate a Sant'Eustorgio.

C'è da aggiungere infine che il maggior testo conosciuto sugli usi medioevali della diocesi meneghina Ordoet caerimoniae Ecclesiae Ambrosianae Mediolanensis scritto intorno al 1170 da un monaco della Cattedrale di Milano, il Beroldo, non fa alcun cenno del chiodo. 
Il Berolo, custos et cicendelarius, custode e incaricato dell'accensione dei lumi della Cattedrale, non fa il minimo accenno al Santo Chiodo e nemmeno a particolari celebrazioni che potrebbero essere connesse al suo culto.
Alla luce di questi studi e ipotesi gli stessi vertici della Chiesa Cattolica Ambrosiana hanno più volte posto come probabile l'arrivo del chiodo durante le Crociate, nel tardo Medioevo. Così sostenne anche il Cardinale Schuster.



È certo quindi che nel 1392 il Santo Chiodo era posto in Santa Tecla. Sappiamo che era conservato su di una tribuna sopra l'altare maggiore e che davanti ad esso ardevano sempre delle lampade.
Il Santo Chiodo fu trasportato solennemente in Duomo dalla vecchia basilica il 20 marzo 1461 secondo il volere dell'arcivescovo Carlo da Forlì, il quale pochi giorni prima aveva emesso il decreto di soppressione di Santa Tecla, aggregandone al Duomo tutte le istituzioni, le suppellettili, le reliquie. Recò in Duomo la Reliquia con le sue mani il prete Ardighino de Biffis, ordinario della Chiesa mag­giore e contemporaneamente canonico di Santa Tecla. 
Anche se la soppressione della vecchia cattedrale fu di molto differita a causa di una lunga vertenza tra i canonici di quella basilica e la Fabbrica del Duomo, tuttavia il Santo Chiodo da quel giorno rimase sempre in Duomo, dove, analogamente alla sua precedente collocazione, fu posto in un luogo davvero eminente, come si conveniva a un cimelio tanto importante, e cioè sulla sommità della volta del coro, a ben 42 metri dal pavimento. 
Una collocazione, quindi, soprattutto di onore e non soltanto, come ipotiz­zato dallo storico Franchetti, per sottrarlo alla "cupidigia di quegli troppo zelanti cristiani che nel medio evo invidiavano ai vicini la sorte di pos­sedere miracolose reliquie, ed usavano volentieri la forza per impadronirsene onde arricchire i loro santuari", o anche per metterlo al riparo da mani sacrileghe. Anche in Duomo davanti al Santo Chiodo fu posta un'illuminazione permanente: il Bascapè attesta che già prima dell'arrivo di san Carlo a Milano, vi ardevano davanti cinque lampade. 
Ma nonostante tale illuminazione e i vari abbelli­menti del luogo dove esso era conservato, con l'andar del tempo e forse per la posizione inacces­sibile, lontano dagli occhi dei fedeli, la devozione verso questa reliquia si affievolì.
Lungo tutto il Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento le Chiese Ambrosiane si svuotarono e di fedeli e di preti, tanto che in ormai pochissime di esse veniva celebrata messa. 
La stessa presenza in Duomo del Santo Chiodo era stata sostanzialmente dimenticata dalla popolazione e anche da molti del clero stesso.
A porre freno a questa deriva arrivarono quasi contemporaneamente San Carlo e la Grande Pestilenza del Cinquecento.
Il 25 giugno 1566 San Carlo Borromeo entrò per la prima volta in Duomo e tra i primi atti dispose di ripulire, illuminare e ricostruire in vetro la teca che conteneva il Sacro Chiodo.
Era da oltre 25 anni che il chiodo non veniva esposto ai fedeli. E per altri 10 anni l'andazzo fu quello.
Solo l'arrivo della pestilenza fece cambiare la sorte del chiodo ormai condannato ad un sostanziale oblio, così come a molte altre reliquie del cattolicesimo.
Milano fu colta dalla peste nel 1576 e San Carlo persuaso che senza un particolare inter­vento divino la città non sarebbe mai stata liberata dal tremendo flagello, indisse tre pubbliche processioni, cui egli stesso intervenne scalzo e con la corda al collo.
Mercoledì 3 ottobre si andò dal Duomo a Sant'Ambrogio e portò il crocifis­so, il venerdì successivo alla chiesa di San Nazaro e sabato 6 al Santuario della Beatissima Vergine.

Il Bascapè descrisse così la giornata:
 "...Si andò al celeberrimo santuario della Beatissima Vergine presso San Celso. Le pie confraternite in quell'occasione, tra­sgredendo la vecchia proibizione del Governato­re, convennero col volto coperto; inoltre da tutte le chiese vennero levate le reliquie che si potevano asportare senza difficoltà e portate intorno con accompagnamento di lumi accesi, per muovere maggiormente gli spiriti a raccoglimento. Carlo pensò allora di rinnovare anche la devozione di quel Santo Chiodo. 
Fino a questo tempo il Chiodo era rimasto custodito in alto, nella sommità della volta in capo alla chiesa stessa e, benché davanti brillassero perennemente cinque lampade, tuttavia quella reliquia così santa, che era stata insigne strumento della santissima e dolorosissima passione del Cristo Signore, non era circondata dal decoro conveniente e da pochi era tenuta oggetto di culto e venerazione. 
Perciò il sabato fece calare quel Sacro Chiodo da sacerdoti sollevati in alto con certe macchine e lo portò, inserito opportuna­mente m una grande croce, in processione, tra il grandissimo ossequio di tutto il popolo. 
In quel giorno, preso lo spunto dal Santo Chiodo, parlò della bontà del clementissimo Signore verso gli uomini e, proponendo gli acer­bissimi dolori che per essi Egli aveva sofferto, li esortò ardentemente ad implorare la divina mise­ricordia e li confermò nella speranza.
 Non lo riportò poi subito al suo posto, ma stabilì che rimanesse esposto alla venerazione di tutti sull'al­tare per quaranta ore, affinché tutta la cittadinan­za, accorrendo in quel luogo a pregare per la pro­pria salvezza, si sentisse spinta a grande devozio­ne dalla vista vicina di quella santissima reliquia. 
Quindi, prima di riporlo, celebrò un'altra proces­sione e portò il Santo Chiodo con un giro lun­ghissimo accompagnato da tutto il clero e dal popolo nei sei punti più frequentati della città, che si chiamano Ponti e sono situati davanti alle porte principali, secondo l'antica pianta urbana. 
Fu uno spettacolo meraviglioso vedere tutta la città accorrere con grande entusiasmo e fervore in quel giorni alle processioni, come se non aves­se più paura del contagio. 
E l'esito fu così felice, che in tanta moltitudine di persone, raccoltasi parecchie volte e nonostante il tempo umido e pesante, non solo nessuno cadde per strada, ma neanche successe nulla che provocasse un aumen­to del contagio..."



San Carlo Borromeo con il Santo Chiodo intercede presso la Madonna contro la peste, di Francesco Antonio Meloni, 1720 circa.






San Carlo in processione con il sacro chiodo fra gli appestati
Incisione eseguita nella prima metà del sec. XVIII da Johann Jakob Frey (1725-1748). La stampa discende dalla pala eseguita da Pietro da Cortona per S. Carlo ai Catinari a Roma


È ancora il Bascapè che ci attesta come, a par­tire dall'anno successivo (1577), sempre per ini­ziativa di san Carlo, la celebrazione in onore del Santo Chiodo venne attuata ogni anno, nella festa dell'Invenzione (ossia del ritrovamento) della Croce, al 3 maggio.
Ed è proprio in quei primissimi anni che appare anche la "nivola", il macchinario che permette di raggiungere il Sacro Chiodo.
Sempre il Bascapè: 

"Stabilendo quella festa annuale, diede un meraviglioso impulso al culto sia del Santo Chiodo, sia della solennità liturgica del giorno. Infatti è bellissima e devotissima questa celebra­zione. 
Dopo che tutto il clero e una gran moltitu­dine di popolo si sono radunati, fra i soavi inni dei cantori e le devote invocazioni della folla commossa, tre dei maggiori dignitari, tra i quali talvolta ho visto anche dei vescovi, rivestiti di splendidi paramenti, vengono a poco a poco por­tati in alto mediante invisibili macchine, in un abitacolo ornatissimo e circondato da un involu­cro trasparente, il quale per i lumi che si trovano all'interno offre l'aspetto di una nuvola splenden­tissima. 
Dopo lungo tempo giungono finalmente alla volta e al luogo dov'è conservato il Santo Chiodo, lo estraggono e vengono calati giù nello stesso modo. 
Quando la nuvola arriva a terra, l'arcivescovo riceve la sacrosanta Reliquia con la debita devozione, la inserisce nel centro di una grande croce e la porta lui stesso preceduto da tutti gli ecclesiastici. "Carlo, a titolo di onore e per portarlo decoro­samente, rinchiuse il Santo Chiodo in una teca d'argento, così che attraverso il cristallo potesse essere visto. 
Inoltre fece munire di un'inferriata e ornare di marmi preziosi, con splendido orna­mento, il posto della volta in cui è conservato". 

In quell'occasione san Carlo permise di ritrar­re il Santo Chiodo per ricavarne immagini che i fedeli potessero tenere presso di sé per devozione. Fece poi eseguire due facsimili della Reliquia e dopo averli messi a contatto con questa, li inviò in dono uno a Filippo Il di Spagna - che gli rispose poi con una lettera di ringraziamento - e l'altro ad Anna d'Ajamonte.

L’annuale festa dell'Invenzione della Croce fu celebrata sempre con grande solennità il 3 maggio di ogni anno per svariati secoli.
I diari dei cerimonieri del Duomo offrono copiose notizie anche sui riti del 3 maggio, permettendo di ricostruire una sorta di cronaca di questa solennità. Le notizie che se ne ricavano sono della più diversa specie: dalla presenza di qualche perso­naggio illustre per i quali si provvide addirit­tura a far calare appositamente il Santo Chiodo al di fuori della data convenzionale, a litigi e conte­se su diritti di precedenza e privilegi; dalle nota­zioni meteorologiche che talvolta portarono a rinun­ciare alla lunga processione per la pioggia e tener­la all'interno del Duomo, a quelle musicali e vi è traccia di esecuzioni lunghissime che allungarono oltre misura la durata dei riti.
Ad adorare il Sacro Chiodo giunsero teste coronate e cardinali da tutta Europa:  la regina Marghe­rita di Spagna, l'Arciduchessa d'Austria, Fernandez de Velasco Governatore di Milano il duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga, Carlo d'Austria, il principe Giovanni d'Austria, il duca Orazio Ludovisi generale di Santa Chiesa, il duca di Feria Governatore di Milano, il duca di Maqueda, il marchese di Caracena, l'imperatrice Elisabetta, il maresciallo Noailles generale delle truppe francesi di stanza nello stato di Milano, la vice-regina di Napoli moglie del conte Giulio Visconti, Maria Teresa Imperatrice d'Austria...

Per secoli il rito venne officiato secondo lo stesso cerimoniale e fu solo a metà Ottocento, subito dopo i moti del 1848, che i prelati del Duomo sconvolsero il cerimoniale del 3 maggio per timore che il Sacro Chiodo potesse venire rubato o le processioni usate per scatenare rivolte o barricate.
Fino al 1847 il percorso delle processioni si snodava attraverso via Borsinari, Pescheria vecchia, piazza Mercanti, le vie Fustagnari, Cordusio, Bocchetto, Bollo, piazza San Sepolcro e le vie Asole, Lupa, Pennacchiari, Mercanti d'oro, piazza Duomo.
Poi venne modificato a seguito dei moti del 1848: da piazza Duomo per le vie Cappellari, Dogana, Orefici, Gallo, Cordusio, Bocchetto, indi come il percorso precedente.
In seguito a generali disposizioni del 1876 si svolse solo all'interno del Duomo, sopprimendo la processione ma conservando sempre lo stesso cerimoniale.



Fu il Cardinale Montini, poi Papa Paolo VI, ad introdurre l'usanza che fosse il cardinale stesso a salire sulla nivola e a recuperare il Sacro Chiodo posto nella teca a 42 metri di altezza.
Il cambio di tradizione fu probabilmente dovuto alla maggior sicurezza data dalle moderne tecnologia che rendevano la nivola finalmente sicura.
Fu infatti a metà anni 60 del Novecento che venne elettrificato il meccanismo che sollevava la nivola; in precedenza erano le braccia di 16 uomini a sollevare l'ascensore sino ai 42 metri.
La nivola fu fatta quasi certamente realizzare da San Carlo Borromeo, il cardinale che riportò il culto della reliquia del Santo Chiodo ai fasti Medioevali dopo quasi mezzo secolo di oblio.
Erroneamente attribuita a Leonardo da Vinci, che collaborò sì con la Veneranda Fabrica del Duomo ma solo per alcuni disegni per la costruzione del tiburio della Cattedrale, e che visse a Milano tra il 1508 e il 1513, la nivola fu ordinata con un decreto del febbraio 1577 direttamente da San Carlo Borromeo, decreto conservato negli archivi dell'Arcidiocesi. Sino ad allora infatti il Santo Chiodo non veniva mai esposto ai fedeli e rimaneva perennemente posto nella teca sopra l'altare maggiore.
Un'antica descrizione della nivola è contenuta nel diario del cerimoniere del 1583-84. Questo può suggerire che in quell'anno la "macchina", forse fino ad allora senza un aspetto particolarmente degno di nota, sia stata addobbata e illuminata ovvero fosse usata per la prima volta.
Nel suo assetto attuale, la nivola risale all'epo­ca di Federico Borromeo. 
È di forma circa ellis­soidale, all'esterno tutta rivestita di tela intera­mente dipinta a olio con figure di angeli in volo tra nubi e squarci di cielo. 
Agli inizi del '700 venne guarnita di quattro statue lignee pure rappresen­tanti angeli. I dipinti risalgono al 1612, anno in cui, a maggio, gli Annali della Fabbrica del Duomo parlano degli accordi presi "con Paolo Camillo Landriani, detto il Duchino, per la dovuta merce­de della nube da lui fatta, nella quale si ascende a prendere il S. Chiodo". 
Il 4 giugno 1701, sempre secondo gli Annali, vennero "pagate L.500 all'in­tagliatore Giovan Battista Agnesi per mercede di quattro angioli da esso formati per la nuvola del Santo Chiodo." 
L'ingegnere Gio. Battista Quadrio nel suo rapporto informa che "di questi quattro due sono di grandezza naturale, gli altri due sono putti, tutti di legname ed in attitudine ben scher­zanti; che dopo fatti si sono vuotati di dentro per renderli più leggieri. Li collauda, dicendoli ben fatti come i gruppi di nuvole". 
All'interno della nivola, su due sedili posti l'uno di fronte all'altro, possono prendere como­damente posto quattro persone. 
La nivola è lunga 3 metri e larga 2,5; pesa circa 8 quintali. 



La nivola fu restaurata più volte. Secondo il diario del 1648, durante la riposizione del Chiodo, "si stette gran tempo con la nuvola in alto, perché era rotto non so che ferro, a segno che S. E. Cardinale Cesare Monti s'infastidiva in aspettar tanto".
Il guasto era destinato ad avere conseguenze: il 18 maggio successivo "cascò la nuvola del S. Chiodo nella scuola delle donne e si fracassò". 
Altro restauro, di cui si fa memoria in una scritta dipinta sulla nivola stessa, venne attuato nel 1794; anche gli Annali attestano che nel 1795 la nivola venne nuovamente dipinta dal pittore. Luigi Schiepati.
Nel 1968, come già accennato, il meccanismo di trazione è stato modificato e modernizzato: ai due argani a trazione umana, otto uomini per argano, opportunamente sincronizzati, venne sostituito un moderno elettromeccanico di trazio­ne.



La nivola nel 1750


Sempre nel 1968 si scoprì che il Duomo stava correndo un serio rischio di cedimento strutturale.
Lungo tutto l'800 e i primi decenni del 900 pesanti blocchi di marmo si erano staccati dal soffitto ed erano crollati dentro le navate. I problemi alle colonne non vennero affrontati tempestivamente nel XIX secolo ed esplosero con tutta la loro gravità a fine anni 60. Complice anche la costruzione della metropolitana che corre a fianco delle fondamente del Duomo e l'abbassamento della falda freatica, la situazione statica mutò e le colonne dovettero rapidamente essere "incamiciate" con cemento armato onde evitare il crollo dell'intera struttura sottostante alla guglia centrale. Le metropolitane dovettero rallentare in prossimità del Duomo, il traffico automobilistico vietato e pedonalizzata la piazza. 
I restauri interni si conclusero nel 1986.

Ovviamente tra il 1968 e il 1986 il Rito della Nivola non fu più celebrato e il Sacro Chiodo rimase posto nella teca a 42 metri sopra l'altare maggiore. Nel 1986 si modernizzò l'impianto elettrico del sistema di sollevamento della nivola.
Da allora la preparazione della nivola per il Rito segue uno schema ben definito: la nivola, che lungo il corso del­l'anno resta appesa, avvolta in una tela di juta, sul soffit­to della prima campata nella navata destra del Duomo, viene preparata qualche giorno prima del rito, nella parte centrale del coro vecchio, in fondo all'attuale cappella feriale.
All'ascensione di collaudo il giorno prima della salita del Cardinale, curata dai tecnici della fabbrica del Duomo, segue quella degli ostiari, che provvedono alla pulizia del tabernacolo e alla verifica della praticabilità delle sue serrature.



Gian Battista della Rovere, detto il Fiammenghino dipinta nel 1602, "il 6 ottobre 1576 San Carlo dal Duomo si diresse verso la basilica di Santa Maria presso San Celso; portò la croce con la reliquia del Santo Chiodo, indossando, la cappa paonazza, con il cappuccio sulla testa, trascinando per terra lo strascico. Aveva i piedi nudi, una fune attorno al collo, come si fa per i condannati"


In occasione della festa della Croce anche il Duomo era sontuosamente addobbato.
Parti­colare splendore conferivano alla cattedrale i 22 grandi quadri che nell'occasione erano esposti tra i piloni: un mirabile ciclo di tele - sette delle quali andate perdute - raffiguranti episodi delle storie del ritrovamento della Croce e delle vicende del Chiodo. 
Questi i soggetti delle tele, secondo l'ordine in cui vennero elencati per la prima volta da Pietro Antonio Frigerio nella sua celebre descrizione del Duomo e con l'indi­cazione dell'attuale collocazione delle tele superstiti: 
1. A Costantino appare la croce col motto "In hoc signo vinces", di Pietro Paolo Pessina (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
2. Costantino al concilio di Nicea raccomanda a san Macario di cercare la croce, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
3. Sant'Elena è avvertita in sogno da un ange­lo, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei mercanti di Lione (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 
4. Costantino provvede sant'Elena dell'oc­corrente per il viaggio in Terra Santa, del Bellotto, offerto dalla corporazione degli offella­ri (disperso). 
5. Sant'Elena, giunta a Gerusalemme, è ricevu­ta dal vescovo san Macario, di Antonio Lucini (Duomo, sagrestia delle messe). 
6. San Macario e sant'Elena sono ispirati circa la ubicazione del luogo dove si trova la croce, di ignoto, offerto dalla corporazione degli osti (disperso). 
7. Sant'Elena fa distruggere la statua di Venere eretta sul Calvario, di T. Formenti detto Formentino (disperso). 
8. Sant'Elena alla presenza di san Macario fa scavare nel terreno e ritrova le tre croci, di G. Battista Barbesti, offerto dalla corporazione dei calzolai (Milano, chiesa di S. Maria in Camposanto). 
9. Il miracolo del morto risuscitato dal contat­to con la vera croce, di Andrea Lanzani, offerto dalla Camera dei mercanti di seta (chiesa di S. Maria in Camposanto). 
10. La guarigione istantanea di un'inferma al contatto con una delle tre croci, offerto dalla cor­porazione dei filatori, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
11. Sant'Elena e san Macario venerano la croce e i sacri chiodi, di certo Sampietro (S. Maria in Camposanto). 
12. Il ritrovamento del Santo Sepolcro e dei Sacri Chiodi, di Carlo Preda (disperso). 
13. Sant 'Elena, sorpresa da tempesta nel­l'Adriatico, immerge in mare uno dei sacri chio­di, di Francesco Fabbrica, offerto dalla corpora­zione dei cordai (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 
14. Sant'Elena indica a san Macario quale parte di croce desidera venga destinata all'erigen­da basilica del Santo Sepolcro, del Ferroni (disperso). 
15. Un fabbro trasforma il Chiodo in un freno, che viene benedetto da un sacerdote, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei fabbri (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 
16. L'imperatore Giustino, tormentato nel sonno dai demoni, ne è liberato dalla presenza del Chiodo, di Andrea (o Ferdinando?) Porta (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
17. Elena offre a Costantino il freno e il dia­dema ricavati dai sacri chiodi, di Tommaso Formentino, offerto dalla corporazione degli orefici (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 
18. Costantino, che reca la croce rivestito degli abiti imperiali, è fermato da angeli finché non li abbia deposti, di Carlo Preda, offerto dalla corpo­razione dei droghieri (in S. Maria in Camposanto). 
19. Eraclio costringe Siroe a restituire la croce, di Pietro Antonio Magatti, offerto dalla corpora­zione dei merciai (Duomo, sagrestia delle messe). 
20. Siroe re di Persia restituisce la croce ad alcuni schiavi, del Formentino, offerto dalla stessa corporazione (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
21. Lo stesso episodio, elaborato in forma diversa da Antonio Maria Ruggeri (disperso). 
22. San Carlo reca il processione il Santo Chiodo durante la peste, del Pessina, offerto dalla corporazione dei cervellari (disperso).



Tutte queste tele furono eseguite anteriormen­te al 1739, anno in cui vide la luce l'opera del Frigerio. Alcuni dipinti erano già pronti nel 1708, e per la prima volta vennero in quell'anno esposti in Duomo. Così il cerimoniere dava notizia della grande novità dell'apparato in cattedrale: "In domo quest'anno si è fatto un apparato sontuosis­simo con l'esposizione di alcuni quadri preziosi donati dalle università [le corporazioni] di Milano, quale apparato si andrà acrescendo per l'avvenire a gloria del Signore"
In occasione delle feste della Croce era espo­sto sulla porta centrale del Duomo anche il grande quadro rappresentante la Gloria del Santo Chiodo, posto nella croce processionale sostenuta da angeli in volo. 
La tela, risalente all'ultimo scorcio del Seicento, non fa parte del ciclo pittorico sopra citato. Continuò ad essere esposta per le feste della Croce anche quando per il deperimento e la dispersione di alcuni quadri, non si esponeva più l'intero ciclo dei quadroni. 
Anche sulla facciata della chiesa del Santo Sepolcro era appesa per l'occasione una bella tela rappresentante i santi Ambrogio e Carlo in adora­zione del Santo Chiodo racchiuso nella sua custo­dia a forma di croce sorretta da angeli. 
Altri quadri erano esposti lungo il percorso della processione. 
Il Corno afferma che nel 1628 in contrada Pescheria Vecchia, sotto la porta della piazza dei Mercanti, fu rappresentata la scena del ritrovamento del Chiodo da parte di sant'Ambrogio nella bottega d'un mercante di ferri di cavallo, e che poi in quello stesso luogo si esponeva costantemente un quadro raffigu­rante san Carlo parato pontificalmente in adora­zione della Sacra Reliquia; questo apparteneva a padre Pio Chiappano, provinciale dei carmelita­ni di Lombardia.


San Carlo porta la croce col Santo Chiodo, sullo sfondo la facciata del Duomo di Milano nel Cinquecento. Dipinto di Galizia Fede, 1627-30.


Oggi è cambiata la data della celebrazione che si tiene il sabato più vicino al 14 settembre, quando prima della celebrazione dei Vespri solenni, l'Arcivescovo sale con la nivola a prele­vare la Reliquia; durante l'ascesa e la discesa la Cappella del Duomo canta le litanie dei santi, e un canonico legge il Vangelo col racconto della Passione del Signore. 
Il Chiodo rimane esposto presso l'altar mag­giore per tutta la domenica, nel pomeriggio della quale, dopo i Vespri, viene recato in processione lungo le navate del Duomo, con la partecipazione del Capitolo e delle confraternite. L’esposizione dura fino a tutto lunedì, quando, dopo la messa vespertina concelebrata dai canoni­ci del Capitolo, il Chiodo viene riportato nella sua custodia.


San Carlo Borromeo porta in processione il chiodo della croce, 1618 ca di Carlo Saraceni. Chiesa di Santa Lorenzo in Lucina, Roma.



Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...