La mappa degli Astronomi di Brera del 1814 riporta nel riquadro in giallo il Teatro Re, appena finito di costruire; al suo posto, sino a sei anni prima, si trovava la chiesa intitolata a San Salvatore e, adiacente ad essa, nel riquadro blu, il palazzo che ha ospitato lo Xenodochio della città.
Lo Xenodochio era l'orfanotrofio di Milano, il più antico della città, d'Italia e anche di tutta Europa. Fu infatti fondato grazie alla bontà e, soprattutto, al testamento di un certo Datheus, oggi noto come Dateo.
Datheus era un milanese di origine longobarda, facente parte di una ricchissima famiglia della bassa nobiltà germanica.
Quando i Franchi invasero il Nord Italia, conquistandolo, Datheus era un presbitero e l'arciprete della Basilica di San Salvatore, già nota come Santa Maria Maggiore, una delle due cattedrali di Milano prima della costruzione del Duomo.
Di lui non sappiamo praticamente nulla se non dell'ultimissima parte della sua vita, quando, giunto sul letto di morte, lasciò un testamento che così recitava:
«Nel nome di Cristo. 22 febbraio 787, tredicesimo anno del regno in Italia di Carlo e Pipino, eccellentissimi Re e Signori nostri.
Dateo, arciprete della santa Chiesa milanese, figlio di un alto ufficiale regio, il defunto Domnatore, con l’aiuto della divina misericordia, vuole stabilmente fondare in questa città di Milano, presso la chiesa cattedrale, un brefotrofio come opera di santa carità cristiana.
(...) infatti le donne che hanno concepito in seguito a un adulterio, perché la faccenda non si sappia in giro, uccidono i propri figli appena nati e così li mandano all'inferno senza il lavacro battesimale. Questo avviene perché non trovano un luogo dove possano conservarli in vita, tenendo nascosta nel contempo l'impura colpa del loro adulterio; allora li gettano nelle cloache, nei letamai e nei fiumi.
Pertanto io, Dateo, confermo attraverso queste disposizioni che sia istituito un brefotrofio per i bambini nella mia casa e voglio che questo brefotrofio sia posto giuridicamente sotto la potestà di Sant'Ambrogio, cioè del vescovo pro tempore.
(..) Voglio inoltre e stabilisco quanto segue: (..) che si provveda a stipendiare regolarmente alcune nutrici che allattino i bambini e procurino loro la purificazione del battesimo. Finito il periodo dell'allattamento, i piccoli vi dimorino ininterrottamente per sette anni, ricevendovi adeguata
educazione con tutti i mezzi necessari; lo stesso brefotrofio fornisca loro vitto, vestiti e calzari.
Per quanto riguarda l’amministrazione complessiva di questa nostra istituzione, tre quarti dei lasciti e dei redditi del brefotrofio siano destinati a chi di volta in volta sarà preposto alla sua conduzione, a titolo di ricompensa personale, per mantenere chi vi presta servizio ed infine per le strutture murarie e le opere di illuminazione dell’edificio intitolato a S. Maria Mater Dei, edificio che, con l’aiuto della Provvidenza, ho intenzione di costruire come luogo di vita comune.
Nello stesso brefotrofio trovino ospitalità, in una sala riservata che ho intenzione di edificare, tutti quelli che, fra i presbiteri dell’ordine cardinale, vogliano riposarvi, in modo che possano essere pronti, senza impedimento alcuno, all’ufficiatura notturna che si celebra in chiesa.»
.
Lo xenodochio fu così eretto nell'area che ospitava i ruderi del Capitolium, il Palazzo del Governo, fatto costruire dal Prefetto Aulus Gabinus intorno al 70 avanti Cristo e che poi divenne nota come Contrada dei Due Muri, una stretta e contorta strada compresa tra l'odierna Piazza del Duomo e Via Santa Margherita e che almeno per un tratto, oggi corrisponde a Via Silvio Pellico.
Intorno all'anno Mille la struttura fu abbellita con ricchi mosaici raffiguranti la vita dei bambini all'interno della struttura.
In un periodo incerto, ma probabilmente poco dopo la costruzione dell'orfanotrofio, fu eretta anche una cappelletta, che fu poi trasformata in una chiesa vera e propria e che prese il nome di San Salvatore in Xenodochio.
La dedica a San Salvatore era dovuta alla vicinanza con una delle due cattedrali esistenti allora, la Basilica Maior o Santa Maria Maggiore, che fu profanata dagli Unni di Attila nel 452 e riconsacrata l'anno successivo dedicandola proprio al San Salvatore.
Le prime attestazioni della chiesetta risalgono però solo al Trecento e due secoli dopo, il Richini procedette ad una drastica ricostruzione della chiesetta, che sappiamo avere una navata unica e tre cappelle.
L'opera d'arte più notevole era lo Sposalizio della Vergine di Panfilo Nuvolone, purtroppo andato perduto.
Sul pavimento all'ingresso della chiesa si trovava un'antica iscrizione a mosaico che si faceva risalire sino alla fondazione della chiesetta stessa e che riportava questo testo:
Sancte memento Deus
quia condidit iste Datheus
Hanc aulam miseris auxilio pueris
quia condidit iste Datheus
Hanc aulam miseris auxilio pueris
Serviliano Lattuada la descrive nel Settecento, come una chiesa molto vecchia, umile e spoglia.
Nel 1733 fu ristrutturata internamente in stile barocco.
Mille anni esatti dopo la fondazione dello Xenodochio, il 25 dicembre del 1787 la parrocchia della chiesa di San Salvatore venne soppressa e annessa a quella del vicino Duomo.
Nel 1808 venne infine demolita per permettere, nel 1813-14, la costruzione da parte del Cagnola del Teatro Re.
Lo Xenodochio rimase attivo sicuramente sino al 1456, quando tutte le opere pie caritatevoli per gli orfani furono concentrate alla Cà Granda. L'Hospitale Grande si occupava sia degli orfani, sia delle madri, offrendo sostegno in denaro oppure il baliatico gratuito.
Nacquero poi altre due strutture caritatevoli altrettanto famose, i Martinitt, fondato nel 1532 e le Stelline nel 1515.
Nel 1780 venne fondata la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota, che si trovava all'angolo tra Via San Barnaba e Via Francesco Sforza, in un edificio poi trasformato nel vecchio Pronto Soccorso del Policlinico di Milano.
Fra il 1780 e il 1866 accolse a vario titolo 213.649 bambini, in gran parte figli legittimi di genitori poveri che erano costretti ad abbandonarli.
Un numero gigantesco.
In ogni caso, nel 1863-64 l'intera area intorno allo Xenodochio venne interessata dai lavori per la costruzione della nuova, enorme, Galleria Vittorio Emanuele II°.
Intere vie scomparvero, interi isolati, decine di palazzi, tra i più antichi della città e anche il palazzo che aveva ospitato l'antichissimo orfanotrofio fu demolito.
Dopo l'Unità d'Italia, nel 1868, la Provincia di Milano subentra nella gestione di tutte le organizzazioni caritatevoli esistente, ma è solo nel 1890 che decise di affrontare il problema dei bambini abbandonati e degli orfani, acquistando un vasto appezzamento di terreno presso la Cascina Acquabella, nella periferia est di Milano.
I lavori per costruire un nuovo, enorme orfanotrofio iniziarono nei primi anni del XX secolo, con il progetto dell'ingegnere Vincenzo Sarti e dell'architetto Paolo Vietti Violi, autore anche dell'Ippodromo del Galoppo e dell'Ippodromo del Trotto a San Siro.
Si trattava di un edificio luminosissimo, all'avanguardia sotto ogni aspetto igienico sanitario e circondato da spazi verdi e poteva ospitare 240 orfani.
Il complesso era unito tramite un tunnel sotterraneo alla vicina clinica Macedonio Melloni.
Le madri che lì partorivano e decidevano di abbandonare la prole, previa presentazione di un attestato di "povertà" firmato da un parroco, vedevano arrivare le balie del vicino Brefotrofio Provinciale a prendere in custodia il neonato che immediatamente veniva accolto nella struttura adiacente.
Quando venne inaugurato nel 1911 l'indirizzo era Viale Piceno 60, ma nel 1930 la parte di Corso Indipendenza antistante il grande Brefotrofio venne, giustamente, intitolata all'arciprete Datheus che oltre 11 secoli prima aveva fondato lo Xenodochio, diventando così Piazzale Dateo.
Il Brefotrofio Provinciale venne chiuso nel 1964.





Nessun commento:
Posta un commento