sabato 16 febbraio 2019

La Stretta dei Nani o Vicolo Calusca

Il vicolo Calusca, tutt'ora esistente, è stato per lunghi secoli sinonimo di malaffare, delinquenza, violenze e pericoli di ogni genere.
Ancora all'inizio del XX secolo è un piccolo budello del Ticinese da evitare accuratamente.
L'ingresso del vicolo, sconosciuto anche ai migliori conoscitori di Milano, si trova al civico 106 di corso di Porta Ticinese, ultimo civico prima di piazza XXIV Maggio e la Darsena. Per imboccare il vicolo si deve quindi passare sotto l'arco del civico 106 e addentrarsi lungo il buio passaggio.
Il vicolo è oggi lungo meno di 100 metri e sbuca nel cortile del civico 8 di piazza XXIV Maggio, dove si trovano un noto albergo e il Consolato Generale del Guatemala, segno del completo recupero del vicolo, come anche del resto del quartiere.
Con la costruzione del Laghetto di Sant'Eustorgio prima e della Darsena di Porta Ticinese poi, il quartiere, detto della Cittadella, per essere stato il primo fortificato fuori dalle Mura Medievali, divenne il porto di Milano, con tutto quello che ne conseguiva.


Era il ventre molle della città, assieme alla vicina piazza Vetra, e vie limitrofe, costituiva il quartiere più popolare e misero della città.
Bordelli, osterie, bettole di infimo livello e pensioni luride erano tipiche del quartiere.
Non faceva ovviamente eccezione il vicolo Calusca, che anzi ne era uno dei peggiori esempi.
Sino alla riforma odonomastica del 1865 lo stradino era chiamato, storicamente, vicolo, contrada o stretta dei Nani, e così appariva su alcune antiche mappe; ma il nome vicolo Calusca o Callusca appare già su alcuni documenti del 1827, derivante quasi sicuramente dal ricco proprietario di un grande negozio di seta che si apriva all'angolo tra il corso e il vicolo.

Il proprietario era un bergamasco di nome Giovanni Pietro di Calusco, quasi certamente di Calusco d'Adda.
Un'altra ipotesi è legata al nome di una famiglia gentilizia, i Lusca, che avrebbe avuto la propria dimora nel vicolo. Questa ipotesi è molto remota, infatti l'intero quartiere della Cittadella, proprio in quanto nato come porto della città, non ha praticamente alcun palazzo o villa nobiliare, essendo per sua natura popolare.
La stretta dei Nani prendeva nome, secondo una antica leggenda, dagli eventi capitati durante il ducato di Massimiliano Sforza, tra il 1512 e il 1515, quando nel vicolo furono messi ad abitare i "nani di corte", membri importanti della compagine che rallegrava le giornate della corte sforzesca.

Nani, buffoni e ballerine, come si suol dire.
Lo Sforza, secondo la leggenda, diede loro oltre alle case, anche una sorta di impunità quasi assoluta, di cui i nani approfittavano ampiamente.
Erano soliti uscire dal vicolo col buio, rapire le giovani donne del Ticinese e portarle nelle loro case, dove le violentavano.
Il timore di ritorsioni da parte delle guardie del duca, permetteva loro di agire impunemente.
Terminato il ducato di Massimiliano Sforza, il nome rimase appiccicato al corto vicolo, la stretta dei nani; dei nani della corte non si sa invece più nulla.




Per secoli la stretta dei nani, ricca di osterie e bordelli infimi, era il paradiso dei "locch", (dallo spagnolo "loco", matto), gli ubriaconi perditempo, come anche dei peggiori delinquenti, truffatori, prostitute, protettori e ladri di ogni risma.
Con non poca ironia, uno dei miseri palazzi che si affacciavano sulla stretta dei Nani era chiamato "el Paradìs", il Paradiso.


L'area urbanizzata del Ticinese nel Cinquecento e nel Seicento era meno della metà di oggi e il vicolo era tagliato perpendicolarmente da una roggia, lungo la quale si trovava una filanda.
Uno stretto passaggio senza nome, che attraversava cortile e cavedi dei palazzi, collegava il vicolo dei nani col vicolo Scaldasole che si trova(va) un centinaia di metri più a nord.









Con l'avvicinarsi dei tempi moderni, con l'industrializzazione e l'emigrazione di massa, il Ticinese diventa il ricettacolo della "Ligera", la malavita milanese, dedita a rapine e truffe, quasi mai violente.
Ancora all'inizio del XX secolo il vicolo ospita noti bordelli e alcune osterie, dove risse e accoltellamenti sono all'ordine del giorno.
La polizia stessa ha timore ad entrare nel dedalo di vicoli compresi tra vicolo Scaldasole e vicolo Calusca.
Una terra di nessuno.


Ancora dopo la pubblicazione della Legge Merlin, negli anni '50, sopravvivono almeno 3 bordelli che vengono ripetutamente chiusi dalla Polizia.

Lentamente la situazione del Ticinese migliora, soprattutto negli anni '70, quando inizia a diventare, pian piano, un quartiere alla moda, frequentato dagli alternativi di sinistra, gli extraparlamentari che trovavano affascinante andare nei bar e nelle osterie della "Ligera", poi, con gli anni '80, con l'esplosione dei locali notturni, ristoranti, bar, discoteche, pseudo osterie malfamate con prezzi esorbitanti.

Negli stessi anni vengono demolite molte delle antiche case di ringhiera del vicolo Calusca e viene edificato un enorme edificio di edilizia popolare che impedisce il passaggio verso il vicolo Scaldasole, rendendo così il vicolo a fondo cieco.



In vicolo Calusca fu aperta, nel 1972, la prima libreria di Primo Moroni, che prese proprio il nome di Libreria Calusca, o La Calusca.












Il portone del civico 106 di corso di Porta Ticinese, che da l'accesso al vicolo Calusca.


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