sabato 16 febbraio 2019

Il fantasma di Piazza Aquileia

Le leggende sui fantasmi di Milano sono ormai andate perdute e dimenticate e sopravvivono solo grazie a qualche vecchio o antico libro.
Uno dei fantasmi più noti di Milano, dei più avvistati e dei più temuti, fu il fantasma di Piazza Aquileia, al secolo Carlo Sala.
Il Sala nacque nell'agosto del 1738 in Alta Brianza, sul Lago di Pusiano, pare da una famiglia abbastanza agiata.
Figlio unico, alla morte dei genitori, avvenuta quando era ancora minorenne, finì sotto tutela di uno zio, che desideroso di accaparrarsi l'eredità spedì il ragazzo in seminario e lo costrinse a prendere i voti.
Il Sala doveva comunque avere uno spirito ribelle, dato che dopo un paio di anni riuscì a fuggire dal seminario e a scappare oltre confine, in Svizzera.
Dei suoi anni nel Canton Ticino non si sa nulla; riapparve in Lombardia intorno al 1770, quando iniziarono una serie di furti nelle chiese e nelle abazie tra Como, Lecco e Milano.
Venivano rubati dipinti, cassette delle offerte, paramenti sacri di valore, argenterie, opere d'arte di ogni tipo.

Il Sala poi tornava oltre confine, probabilmente lungo i tanti sentieri tra i boschi che erano usati dai contrabbandieri, e lì riusciva a vendere il tutto a qualche ricettatore svizzero.
Nel giro di poco più di 4 anni il Sala depredò 38 chiese, con furti anche di gran valore.
La storia dei furti iniziò a circolare per tutto il Lombardo-Veneto, portando a Sala un fama inaspettata e anche la simpatia di non pochi cittadini che vedevano nel rapporto tra Chiesa e occupanti austriaci un legame tutt'altro che positivo.
Fu infine arrestato durante un tentativo di furto nei pressi di Milano sul finire dell'aprile del 1774.
Il 1° di maggio arrivò nelle carceri milanesi in attesa di processo.
Il processo lo portò ad una scontata condanna a morte per blasfemia, ma la Curia Ambrosiana voleva evitare in tutti i modi di vedere trasformato il Sala in una sorta di martire, contro l'Austria ma anche contro la Chiesa.
Il condannato venne rinchiuso nel carcere e affidato alle cure dei frati di San Giovanni Decollato, detti della Congregazione della Morte, che si occupavano di accudire le anime dei condannati al patibolo.

I frati tentarono in tutti i modi di convincere il Sala a chiedere la grazia, garantendogli la commutazione della pena a qualche anno di carcere.
Ma il Sala rispose alle offerte dei frati scoppiando in una fragorosa risata e dicendo loro che avrebbe affrontato la morte piuttosto di pentirsi davanti alla Chiesa e a Dio.

Il Sala fu così trascinato in catene davanti al Sovrintendente Generale della Milizia Urbana, Conte Gian Galeazzo Serbelloni.
La Milizia Urbana era la Polizia di Milano, costituita durante l'occupazione spagnola dal cardinale Egidio Albornoz e stabilmente organizzata nel 1636 da Diego Felipe de Guzmán.
Giunti gli Austriaci la Milizia fu riorganizzata e il posto di comando affidato ad un nobile milanese direttamente sotto il controllo del Governatore d'Austria.
Il Serbelloni aveva quindi pieno potere sul destino del Sala, ma aveva bisogno di una confessione e di un pentimento pubblico con richiesta di grazia.
Il Sala rise in faccia anche al Serbelloni; questi, consapevole che l'uccisione del Sala sarebbe stata un fatto estremamente controproducente anche per il governo della città e soprattutto per i nobili che si erano schierati con l'occupante asburgico, si offrì di dare 100.000 lire al Sala, che le avrebbe poi donate alla Curia Ambrosiana quale risarcimento, fingendo fossero il frutto della spoliazione delle 38 chiese.
Il Sala non solo rifiutò sdegnato, ma riuscì a far trapelare fuori dal carcere la storia delle 100.000 lire che il Serbelloni gli aveva offerto per salvargli la vita.
Lo scandalo fu enorme ma il Serbelloni riuscì a non rovinare la sua reputazione, tanto che rimase alla guida della Milizia sino al 1796, quando Napoleone invase la Lombardia, e il Serbelloni, che doveva difendere la città dalle armate rivoluzionarie, saltò il fosso in un amen e divenne un fiero sostenitore del Bonaparte.

Per il Sala invece le cose si misero male. Nessuno riusciva a smuoverlo dalla sua rigida fermezza e infine, il 25 settembre 1775 venne portato in Piazza Vetra, nel luogo deputato alle esecuzioni dei condannati facenti parte del popolo.
La pena consisteva in 3 colpi di tenaglia rovente, l'amputazione della mano sinistra e la morte per impiccagione.
Dalla prigione di piazza Beccaria venne caricato su un carro ove fu torturato con le pinze roventi, senza che il Sala si lamentasse o tentasse di difendersi.
Arrivati in piazza Vetra scese silenziosamente dal carro e pose lui stesso la mano sul ceppo. Indicò al boia dove tagliare, poi raccolse la mano da terra e ridendo tentò di riattaccarla.
L'aiutante del boia gli diede la gallina viva che per usanza veniva posta sopra l'arto amputato per tamponare l'emorragia, ma il pennuto fuggì volando via.
Infine il Sala, sempre sorridendo, salì le scale del patibolo e si mise il cappio al collo, sotto lo sguardo sconvolto della numerosissima folla.
Poi guardò di sotto e saltò lui stesso, impiccandosi. Il boia fuggì dal patibolo, timoroso che il diavolo prendesse pure lui!

La folla rimase sgomenta e in molti pensarono che la sua anima sarebbe stata dannata per l'eternità.
Il suo cadavere, in quanto condannato per blasfemia, non poteva essere sepolto in terra consacrata, fu quindi gettato in una fossa scavata davanti al Cimitero di Porta Vercellina, detto il Foppone di San Giovannino alla Paglia, ai piedi della lunetta dei Bastioni. Esattamente nell'odierna Piazza Aquilei, all'incirca dove oggi c'è il rondò del tram.

L'area in cui venne sepolto il Sala, nel 1775, si prestava perfettamente per ospitare un fantasma!
Fuori dalle Mura, con davanti un cimitero, buia, umida e probabilmente ricca di nebbia vista la vicinanza del fiume Olona che scorreva a poche decine di metri di distanza.
Il fantasma del Sala iniziò ad essere visto già pochi mesi dopo la sua esecuzione, nelle notti di nebbia fitta si aggirava tra le ortaglie fuori davanti al Foppone, terrorizzando i passanti.
La storia voleva che il fantasma girasse ai piedi dei Bastioni urlando tremende bestemmie e ridendo a squarciagola.



Non si sa bene quando il fantasma del povero Carlo Sala finì di vagare errabondo per Porta Vercellina, di certo l'area iniziò ad essere urbanizzata solo intorno al 1870, quando nell'area oggi occupata dall'Istituto Moreschi, venne ricavato, il Deposito del Petrolio, mentre nell'area dove venne sepolto il Sala fu aperta una grossa fornace; a inizio del XX secolo fu aperta la prima strada del quartiere, via Vepra, che sul finire degli anni Venti verrà ribattezzata come via Lipari.

L'intero quartiere rimase sino agli anni Venti un'area di scarso valore fondiario, chiusa com'era tra i Bastioni di Porta Vercellina e due rami ferroviaria, la linea di Cintura Ovest e il ramo che dalla Stazione di Porta Genova correva sino al Macello Pubblico nell'odierna Piazza Sant'Agostino, per ricollegarsi alla Cintura percorrendo la sinuosa via Dezza.
All'interno dei Bastioni si trovava l'enorme complesso del Carcere di San Vittore, di fronte alla lunetta il cimitero abbandonato di San Giovannino alla Paglia e come già detto una fornace e il Deposito del Petrolio e nella non distante via Andrea Verga si trovava un grosso gasometro.
Era un'area prettamente industriale e solo nei primi anni '30, con la soppressione della linea di Cintura Ovest, dello spostamento del Macello e della demolizione dei Bastioni di Porta Vercellina/Magenta, nel novembre 1933, l'area venne riconvertita in un quartiere residenziale.
Fu probabilmente in quei primi anni del Trenta che il povero fantasma del Carlo Sala trovò finalmente la pace.

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