Enrico Molaschi, in arte "Barbapedana", soprannome con cui era noto in tutta la città, tanto quanto il vero nome non diceva niente a nessuno, era un menestrello dell'Ottocento; oggi sarebbero definiti cantautori e fu considerato il più bravo e
famoso di quel secolo.
A Milano, sin dal Cinquento, in praticamente tutte le osterie e bettole, era d'obbligo la presenza di un cantastorie, che si accompagnavano con uno strumento musicale, a fiato o, più spesso, a corde.
Sin da quel secolo vengono citati da vari autori alcuni di questi menestrelli, ma il nome "barbapedana" è citato un secolo dopo e per la prima volta da Carlo Maria Maggi, nel suo lavoro "Il Barone di Birbanza"; i "barbapedanna" erano giovani scapestrati, figli della bassa nobiltà o dei ricchi mercanti, che erano soliti girare per Milano portando il mantello appoggiato sulla spalla e abbordando le giovinette, definite "squinze".
Un secolo dopo un "Barba Pedana" è il soggetto di una "pifferata" di Antonio da Bagolino, descritto nel testo come un gran guerriero.
Enrico Molaschi era nato a Milano il 1° gennaio 1823 e morto alla Baggina nel 1911; iniziò la sua attività di cantastorie a Paullo, dove si era trasferito e dove iniziò a farsi chiamare "el Barbapedana",
e solo nel 1862 tornò a Milano con moglie e 7 figli, andando a vivere in vicolo Bindellino, una stradina scomparsa a Porta Tosa, che oggi sarebbe tra via Cesare Battisti e corso di Porta Vittoria, quasi di fronte al Tribunale.
Nel giro di pochissimo tempo divenne famosissimo, tanto che il suo modo di vestirsi, con un grande giubbone nero, con in testa il gran cappello a cilindro, con infilate nel nastro una grande penna di gallo e la coda di uno scoiattolo e a tracolla la chitarra, divenne una sorta di "divisa" per tutti i cantautori della città e del contado.
Anche il suo soprannome, "el Barbapedana", divenne rapidamente il nome con cui erano chiamati tutti i cantastorie della città.
La sua canzone più famosa si intitolava "El Piscinin", di cui si è salvato un manoscritto coevo agli anni in cui il Molaschi suonava.
Molaschi era solito girare tutte le principali osterie di Milano e spesso era chiamato a suonare in feste e matrimoni privati; il suo arrivo nei pressi delle osterie veniva contraddistinto dal suono di una marcetta e dal canto di alcune strofe che iniziavano sempre così:
"Barbapedana el gh’aveva on gilè
Senza el denanz e cont via el dedree,
Cont i sacòcc longh ona spanna,
l’era el gilè del Barbapedana…
Barbapedanna el gh’aveva on s’cioppett
Per sparà contrà i solda de Maomett
E ‘sto s’ciopett longh ona spanna
L’era el s’cioppett del Barbapedanna.
E da Bersaglier che l’era
El sparava voletela
El sparava ‘l s’cioppettin
Contra i trupp di Beduin.
Durante i mesi estivi era sovente chiamato a suonare durante i banchetti che si tenevano nelle grandi ville di delizia che le famiglie più ricche possedevano in Brianza, nel Martesana e verso il Ticino.
Nel suo repertorio c'erano galop, mazurke, valzer, polke e tutto il repertorio della canzone milanese, il tutto accompagnato con la chitarre, di cui si diceva essere un maestro assoluto.
La sua fama divenne così grande che quando la famiglia reale venne in visita a Monza, invitò il Barbapedana a suonare presso la Villa Reale.
La regina Margherita, fu talmente entusiasta del concerto che il Molaschi eseguì sotto i suoi occhi, che gli regalò una preziosa chitarra nuova.
Nel suo repertorio c'erano galop, mazurke, valzer, polke e tutto il repertorio della canzone milanese, il tutto accompagnato con la chitarre, di cui si diceva essere un maestro assoluto.
La sua fama divenne così grande che quando la famiglia reale venne in visita a Monza, invitò il Barbapedana a suonare presso la Villa Reale.
La regina Margherita, fu talmente entusiasta del concerto che il Molaschi eseguì sotto i suoi occhi, che gli regalò una preziosa chitarra nuova.
Il Molaschi continò però ad usare la sua chitarra, del 1823, un ottimo strumento realizzato dal liutaio Antonio Rovetta, che aveva bottega in via Santa Radegonda.
Un altro dei suoi apici di fama fu raggiunto durante un Carnevalone Ambrosiano, quando fu eletto a furor di popolo, Re del Carnevale.
Vestito con un prezioso giaccone d'ermellino e con la corone in testa, intrattenne il pubblico con una serie di sfrenati concerti al Teatro della Cannobiana.
Intorno al 1880 i gusti musicali andavano cambiando e il Molaschi aveva tra l'altro ormai perso tutti i denti, non riuscendo più a cantare.
Vestito con un prezioso giaccone d'ermellino e con la corone in testa, intrattenne il pubblico con una serie di sfrenati concerti al Teatro della Cannobiana.
Intorno al 1880 i gusti musicali andavano cambiando e il Molaschi aveva tra l'altro ormai perso tutti i denti, non riuscendo più a cantare.
Girava così per le osterie suonando la chitarra e fischiettando i pezzi.
Sul finire del secolo il Molaschi venne portato dai familiari, ormai ben 9 figli, al Pio Albergo Trivulzio, il grandissimo ospizio che allora si trovava in via della Signora, a Porta Vittoria, a pochi passi dalla casa del Molaschi.
Quando nel 1910 il Pio Albergo Trivulzio fu trasferito nella nuova e vasta sede nell'omonima via, lungo la strada per Baggio, tanto da venir poi chiamato la Baggina, il Molaschi, quasi ottantenne, fu portato nella nuova sede, ma il Comune di Milano volle celebrarlo per un'ultima volta.
Il duca Uberto Visconti di Modrone lo caricò sulla sua automobile scoperta e si mise in prima fila, ad aprire il lungo corte di "veggioni", che a piedi andavano da via della Signora sino alla Baggina; il Molaschi imbracciò per un'ultima volta la sua chitarra e per tutto il lungo tragitto suonò i suoi pezzi più celebri.
Ali di folla accompagnarono il corteo per tutto il suo tragitto.
"El Barbapedana" morì l'anno successivo, il 26 ottobre 1911.
La sua celebre chitarra venne salvata ed è oggi esposta nel Museo degli Istrumenti Musicali al Castello Sforzesco di Milano.
La canzone era tipica della Pianura Padana, antichissima e di autore sconosciuto, cantanta nelle osterie di tutte le città e paesi, nei differenti dialetti. Il Molaschi rese però talmente celebre la sua versione in milanese, che già a fine Ottocento "El Piscinin" veniva descritta come una tipica canzone meneghina!
Per picinin che lera
el balava volonterra
el ballava su'n quattrin
de tant che lera picinin;
Con un brassa de Fustagn
la fà forra tutti pagn
na vansà un bucunin
la fà forra un barettin
de tant che lera picinin;
Con un brazza de Terlis
la fà forra sessanta camis
na vansa un tantirolin
la fa forra i manscunin
de tant che lerra picinin;
Con la pena d'un puresin
la fa forra un bel Lettin
na vansà un tantirolin
la impenii dù Cossinin
de tant che lerra picinin;
Con un oregia de camus
la fa forra dusent pappus
e na vansà un tantirolin
la fa forra i sibrettin
de tant che lerra picinin;
Con una segia de Calcina
la fa sà chà e Cusina
nà avansà un tantirolin
la fà forra anche el Camin
de tant che lerra picinin;
Con un tochel de cadenass
la fa forra mojetta e bernass
na vansà un buconin
la fa forra el Cadenin
de tacassù el sò pignatin
de tant che lerra picinin;
Con una gugia de calsset
la fà forra tresent stachet
na vansà un bucunin
la fà forra el martelin
de picà dent i stachetin
de tant che lerra picinin;
Con una gugia da cusì
la fa forra sapa e bajì
nà vansà un tantirolin
la fa forra ancha el Folcin
de taiatoch i bachettin
de tant che lerra picinin.
el balava volonterra
el ballava su'n quattrin
de tant che lera picinin;
Con un brassa de Fustagn
la fà forra tutti pagn
na vansà un bucunin
la fà forra un barettin
de tant che lera picinin;
Con un brazza de Terlis
la fà forra sessanta camis
na vansa un tantirolin
la fa forra i manscunin
de tant che lerra picinin;
Con la pena d'un puresin
la fa forra un bel Lettin
na vansà un tantirolin
la impenii dù Cossinin
de tant che lerra picinin;
Con un oregia de camus
la fa forra dusent pappus
e na vansà un tantirolin
la fa forra i sibrettin
de tant che lerra picinin;
Con una segia de Calcina
la fa sà chà e Cusina
nà avansà un tantirolin
la fà forra anche el Camin
de tant che lerra picinin;
Con un tochel de cadenass
la fa forra mojetta e bernass
na vansà un buconin
la fa forra el Cadenin
de tacassù el sò pignatin
de tant che lerra picinin;
Con una gugia de calsset
la fà forra tresent stachet
na vansà un bucunin
la fà forra el martelin
de picà dent i stachetin
de tant che lerra picinin;
Con una gugia da cusì
la fa forra sapa e bajì
nà vansà un tantirolin
la fa forra ancha el Folcin
de taiatoch i bachettin
de tant che lerra picinin.




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