mercoledì 6 febbraio 2019

Personaggi della Milano scomparsa 1

EL SCIAVATTA

Una foto di un funerale negli anni '30; il corteo funebre stava percorrendo via Novara, davanti all'Osteria delle Pioppette di Trenno.
Per diversi decenni, dalla metà dell'800, sino alla primavera del 1885, un certo Agostino Peroni, detto "el Sciavatta", cioè il Ciabatta, dalle calzature sformate e distrutte, che trascinava rumorosamente, fungeva da sacrestano per le famiglie povere della città che non avevano abbastanza quattrini per pagare un prete durante il percorso dalla chiesa al cimitero.
Dopo la funzione funebre in chiesa, infatti, i preti erano soliti richiedere un obolo abbastanza caro per accompagnare il caro estinto sino al cimitero; le famiglie povere ovviavano ingaggiando "el Sciavatta".
Il Peroni, descritto come un uomo molto alto, "lungo lungo, alquanto ricurvo, inclinato in modo speciale da una parte", si piazzava così appena alle spalle dei familiari del morto, che seguivano il carro funebre, allora trainato da cavalli, e con in mano un rosario iniziava a snocciolare preghiere e il Rosario dei Morti.
Noto per avere la voce stonata, acuta e gracchiante, ottima per un funerale, dicevano i milanesi dell'epoca, era solito farsi pagare 1 Lira, ma per le famiglie meno abbienti scendeva senza problemi a 80 o 70 centesimi.
Abitava alla Cittadella, nel cuore del quartiere del Ticinese, nell'Ottocento la parte più misera e povera della città.
In gioventù aveva lavorato come ortolano e, molto pio e devoto, anche come sacrestano in varie chiese della Cittadella, tanto che preferiva come soprannome "el Sacrista".
Era sposato con vari figli, di cui uno falegname, ma non viveva più con la famiglia da decenni
La sua residenza era in via Vetraschi al 25, una strada oggi scomparsa nell'odierna Piazza Vetra, a nord di San Lorenzo. 
Viveva in una misera stanza in affitto sopra l'Osteria della Carlotta e tutte le mattine era solito recarsi di buon ora presso l'Ospedale Maggiore e presso il Comune, per sapere chi era morto, dove e quando si sarebbero tenuti i funerali.
Poi iniziava il suo giro in città offrendo i suoi servigi.
Il 15 aprile del 1885 "el Sciavatta" uscì all'alba dalla casa di via Vetraschi, incontrò un suo amico brumista al Ticinese e gli disse che andava a farsi vedere all'Ospedale Maggiore, perchè non si sentiva molto bene, dicendogli: "Mi sento in uno stato da farmi recitare fra poco il rosario che ho recitato per tanta gente...".
Ricoverato con una febbre altissima, morì poche ore dopo.
Quando il figlio falegname si recò nella piccola stanza al Ticinese, trovò una agenda sul quale il padre aveva meticolosamente riportato tutti i funerali a cui aveva partecipato.
"El Sciavatta" venne ricordato da Carlo Alberto Blanche nei suoi due volumi "Sui margini della Storia; la Vecchia Milano", uscito nel 1931.



MAMMA ROSA

Mamma Rosa era la titolare di una nota locanda della Cittadella, nel cuore del Ticinese, a cavallo tra la metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.
La locanda cambiò nome più volte nei secoli in cui rimase aperta, ma assurse a notorietà sotto la gestione di Mamma Rosa; al piano terreno c'era un'osteria e al piano superiore una serie di infime camere da letto.
Era nota per essere estremamente malfamata e frequentata dai peggiori figuri del Ticinese. Cioè i peggiori di tutta la città.

La locanda si trovava in via Arena al numero 36, quasi in Darsena, affacciata sui Bastioni di Porta Ticinese e poche decine di metri dal Naviglio di Viarenna o Naviglio Vallone.
Quando a notte fonda Mamma Rosa decideva di chiudere le porte della sua osteria, e dentro vi si trovavano vari avventori ubriachi e che non potevano permettersi di pagare una camera al piano di sopra, l'ostessa tendeva una forte e lunga fune tra i tavoli del locale, faceva disporre gli avventori ubriachi con le sedie di fronte alla fune e li faceva appoggiare sopra con le braccia, come panni stesi!
La mattina successiva Mamma Rosa allentava il nodo e immancabilmente i tanti "gaina" che dormivano "stesi" sulla fune, cadevano per terra, di piena faccia, con un brusco ma tonificante risveglio.
Era il segnala che indicava loro che dovevano uscire immediatamente dalla locanda, dopo aver passato la notte al caldo e a sbafo, complice la generosità di Mamma Rosa.
Sul finire dell'Ottocento la locanda assunse il nome di Trattoria dei Negozianti, dove per negozianti si intendevano coloro che arrivavano in città per vendere o comprare merci e nella Cittadella del Ticinese, il porto di Milano, potevano trovare veramente di tutto.
Tra il 1912 e il 1914 l'intero isolato dove si trovava la locanda di Mamma Rosa venne demolito per prolungare la via Gaudenzio Ferrari.


ETTORE GAGLIANO

Con un balzo di parecchi decenni si arriva ad uno dei personaggi milanesi che hanno contraddistinto la storia popolare della città sul finire degli anni '80 del XX secolo.
Ettore Gagliano era un anziano signore nato ad Alcamo, Trapani, nel gennaio 1907, trapiantato prima in Germania e poi giunto a Milano nel Dopoguerra, che a metà degli anni '80 iniziò ad aggredire con pugni, schiaffi e testate tutti i preti che incontrava.
Il motivo era una presunta eredità che la morente sorella aveva dirottato verso una figlia adottiva, lasciando il fratello senza soldi. 

Ettore Gagliano viveva in una baracca persa in mezzo agli orti di via Lorenzo Valla, sotto gli elettrodotti che entrano in città all'altezza dello Stadera, proveniendo dal Gratosoglio. 
Vestito sempre in modo distinto e pulito, alto, un po' piegato dagli 80 anni abbondanti, aveva problemi psichici e già nei primi anni 80 era stato sottoposto a Trattamenti Sanitari Obbligatori. 
Gli venne revocata la patente nel 1984 e assegnata una pensione di invalidità.
Agli inizi aggrediva i preti che incontrava sui mezzi pubblici, gli autobus 60 e 65 i suoi preferiti per gli agguati. 
Poi iniziò ad appostarsi nei pressi dell'Arcivescovado, sia in piazza del Duomo, sia nelle vie adiacenti. 
I preti, i monsignori e i vescovi colpiti diventano decine e decine nel giro di pochi anni. 
Venne arrestato almeno 12 volte tra il 1985 e il 1988, ma la malattia mentale non prevede altro che che dei TSO e poi ancora in giro per Milano a pestare monsignori. 
Nel 1988 la situazione iniziò ad essere raccontata dal Corriere della Sera, con una serie di articoli, tra il divertito e il grottesco, che si protrassero per altri 6 anni. 
Il Gagliano scrisse una lettera al Corriere il 7 agosto dell'88, intitolata: "L'INGIUSTIZA E L'ABUSO DI POTERE DEL CLERO ITALIANO"; una lunghissima missiva in un italiano stentato.
Oltre a raccontare del presunta sottrazione dell'eredità da parte dei preti e di alcuni avvocati, il Gagliano accusava il Vaticano di avergli anche fatto cancellare una pensione tedesca di 215 Marchi al mese, si lamentava poi di una bombola a gas difettosa che gli avevano venduto e del fatto che la USSL (ASL-ATS) di via Rugabella gli avesse fatto pagare una protesi mai consegnata...
Finalmente il Comune di Milano inziò ad interessarsi al caso e decise di mandarlo ad abitare in un appartamento il più distante possibile dall'Arcivescovado, da chiese e da strutture gestite da preti, in pieno hinterland. 
Ma la distanza non fermò il vecchio siciliano.
Nei primi anni 90 il Gagliano alternò ricoveri per TSO a pestaggi violenti che aumentavano di ferocia con l'avanzare dell'età. 
Incapace forse di picchiare come un tempo iniziò infatti ad usare prima bastoni e poi spranghe di ferro, con cui ferisci anche gravemente diversi preti milanesi.
Quando iniziò a faticare anche con bastoni e spranghe, si accontentò di sputare in faccia ai vari preti che incontrava, urlando orrendi insulti e bestemmie.
Ci fu addirittura un appello del Cardinale Martini in prima pagina sul Corriere della Sera per chiedere alla magistratura di fermarlo. 
Negli anni aggredisce probabilmente oltre un centinaio di preti, alcuni arriva a picchiarli 15 volte nel giro di pochi mesi. 
Nel 1994 viene rinchiuso in un manicomio criminale per 7 mesi, poi il 20 luglio 1994 processato e assolto per incapacità totale di intendere volere. 
Gagliano aveva ormai quasi 88 anni e finalmente scomparve dalla cronaca nera dei quotidiani milanesi.




















































1 commento:

  1. Tutte le volte che riesco a leggere le storie di Milano, di una volta, mi emoziono, mi viene il magone, sono nata in via Arena al 28 e tutto ciò che riguarda il mio rione poi dopo mi fa ritornare alla mente ricordi della mia infanzia. GRAZIE

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