Visualizzazione post con etichetta porta tosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta porta tosa. Mostra tutti i post

lunedì 22 ottobre 2018

Il forte austriaco di Porta Tosa



Subito dopo le gloriose Cinque Giornate di Milano, del marzo 1848, che diedero il via alla Prima Guerra d'Indipendenza, gli austriaci fuggirono da Milano, per andare a trovar riparo nel Quadrilatero, in Veneto.
L'esercito piemontese, arricchito da volontari lombardi e toscani, entrò in Lombardia il 23 marzo, dando ufficialmente via alla guerra con l'Impero Asburgico.
Ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.
Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.


Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci, guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.
Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:

«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.
Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.
Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 
Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»

Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.



Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»






La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita. 
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.
Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.

I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.
Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana
e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.
Il Principe Felix di Schwarzenberg venne nominato Governatore Militare di Milano e su suo ordine, probabilmente suggerito dal Radetzky, tra gennaio e marzo del 1849 venne costruito un nuovo forte fuori da Porta Tosa, nell'area oggi occupata dal Parco Formentano, vicino a Largo Marinai d'Italia.
Si trattava di una semplice struttura rettangolare, con spessi e possenti mura, spalti bastionati e un fossato a proteggere il tutto.
Un'alta torre cilindrica svettava al centro.



Negli stessi mesi gli austriaci provvidero a tagliare tutti gli alberi che si trovavano fuori dal Castello Sforzesco, nell'area del Foro Bonaparte.
Dato che il Governo Provvisorio aveva provveduto a far demolire i torrioni del Castello Sforzesco di quasi la metà della loro altezza, gli austriaci fecero costruire una nuova torre sul lato occidentale della Ghirlanda, la seconda linea di difesa del castello.
La torre, alta, spoglia e bianca, permetteva di inviare segnali di luce colla torre principale del nuovo forte di Porta Tosa.
Milano si ritrovava così stretta tra due castelli, Sforzesco e di Porta Tosa, pronti a sparare sulla città con i loro cannoni e a riversare le migliaia di soldati austriaci, in realtà quasi tutti croati, nelle strade della città.
Il borgo di Porta Tosa, così tranquillo sino ad allora, si ritrovò il centro della vita dei soldati austriaci. Esercitazioni, colpi a salve sparati dai possenti cannoni per festeggiare qualche lontana festività di Vienna.
I colpi dei cannoni talvolta erano così potenti che i vetri delle finestre delle case vicine andavano in frantumi. 
Il 12 agosto del 1849 venne infine concesso agli esuli fuggiti nell'agosto dell'anno precedente di tornare a Milano.
Sono però banditi 86 cittadini, tra cui Gabrio Casati, Cesare Correnti e Francesco Arese.

Quando infine gli Austriaci capitolarono nel 1859, fuggendo da Milano, il forte di Porta Tosa venne evacuato e dai suoi cannoni non partì nemmeno un colpo.
Venuto in possesso del Comune di Milano, si pensò inizialmente a demolire tutte le fortificazioni rivolte verso la città e a spostare i cannoni verso est, in caso gli austriaci fossero tornari.
Ma già l'anno successivo il Comune deliberò la demolizione del forte, venne anche riempito di terra il fossato, che si era trasformato in una vasta palude.

La carenza di fondi fermò le demolizioni e l'edificio rimase in piedi per altri 45 anni.
Venne trasformato in una caserma della Cavalleria prima, poi in magazzino, dove venivano conservate spezie e polveri varie, poi tornò ad ospitare reparti di Cavalleria. Al piano terreno le stalle, al primo i soldati.
Intorno al 1860 fu necessario rimuovere la terra che ne ricopriva il tetto, a causa delle infiltrazioni, e fu sostituita con cemento e catrame.
Nel 1862 furono demoliti tutti gli spalti bastionati che circondavano il forte, tranne quello rivolto verso la città; negli anni successivi vennero costruite varie tettoie che fungevano da magazzini.
Nel 1892-93 venne demolita la torre austriaca del Castello Sforzesco; in quegli anni fu demolita l'intera seconda cinta muraria, detta la "Ghirlanda".
A inizio del '900 la torre principale era stata mozzata a metà, mentre una parte della struttura principale era crollata per mancanza di manutenzione.
Il 2 luglio 1908 iniziò la demolizione. Le mura, possenti e spesse 3,45 metri, richiesero l'esplosione di 800 mine per essere demolite. 
I circa 60 operai lavorarono ininterrottamente sino agli inizi del 1909 per demolirlo, sotto la guida dell'ingegnere Serralunga  del Comune di Milano.
Al suo posto doveva sorgere il nuovo mercato del Verziere di Milano, spostato dopo secoli da Largo Augusto. Una struttura che nei progetti del 1906 doveva avere 70.000 mq di tettorie e 10.000 mq di stalle.
Il 9 aprile 1911 si tenne per l'ultima volta il grande mercato del Verziere, che ormai, a inizio del XX secolo, occupava un'area enorme, corrispondente alle attuali Largo Augusto, Piazza Bersaglieri, il primo tratto di Via Larga, Via Verziere, Via Cerva, Piazza Santo Stefano, Via Cesare Battisti e Corso di Porta Vittoria, paralizzando metà del centro città.
Il giorno seguente, 10 aprile, a mezzogiorno, fu ufficialmente aperto il Nuovo Mercato del Verziere, sorto al posto del Forte di Porta Tosa.












venerdì 19 ottobre 2018

La Senavra di Corso XXII Marzo

Nel 1580 un ponte venne costruito sul canale Redefossi nella zona orientale dei Bastioni Spagnoli, nel Sestiere di Porta Orientale.

Venne aperto anche un varco nelle mura, che prese il nome di Porta Tosa, uguale alla porta medievale che si trovava lungo le mura della Cerchia dei Navigli.
Lungo quell'asse, perfettamente orientato verso est, correva anche un naviglio, detto Naviglietto, scavato nel 1183 e primo vero naviglio della città di Milano.
Il Naviglietto, o Cavo Borgognone, univa la Cerchia dei Navigli scavata dal Guintellino pochi anni prima, con il fiume Lambro, percorrendo quelle che oggi sono Corso di Porta Vittoria, XXII Marzo, Viale Corsica e deviando poi verso sud-est per raggiungere il borgo e al monastero di Manloè, oggi Monluè.
Il Naviglietto purtroppo si rivelò da subito non navigabile. Troppo scarsa era infatti la portata d'acqua, complice le innumerevoli bocche di prelievo, quasi sempre abusive, che impoverivano la Cerchia dei Navigli, allora non ancora unita al Naviglio Grande e al Naviglio Martesana, e alimentata solo dal Seveso.




Il Naviglietto veniva quindi usato per irrigare piccoli orti e per lavare i panni.
Passava sotto la nuova Porta Tosa, sotto il Redefossi tramite un tombone e riaffiorava lungo il lunghissimo rettifilo che correva fuori città.


Fuori da Porta Tosa nei secoli successivi all'apertura del varco, non si formarono grandi borghi agricoli come il Borgo degli Ortolani fuori da Porta Tenaglia; l'area rimase sostanzialmente una serie di vasti campi coltivati e boschi, con una unica larga strada che portava sino al Lambro e poi a Paullo. Una strada percorsa praticamente solo dai lattai del Paullese, che all'alba si recavano a vendere il latte a Milano e tornavano al tramonto.

Ancora ai primi dell'Ottocento gli unici due borghi  presenti nell'est di Milano erano Calvairate, posto circa un chilometro a sud della strada per Paullo, e Manloè, sorto attorno al monastero.
Numerose erano invece le cascine, partendo dalla porta: Cascina Lazzaga, Cascina Regaja, Cascina Castiona, Cascina Prà Buono, Cascine Biscioja e Bisciojina, Cascina Cadevesa, il Molino Cadovero; poco prima di Manloè si trovava anche una fornace.
Celebre era anche l'Osteria della Malpaga, nei pressi della Cascina Biscioja.
Più ci si allontanava da Milano, verso il Lambro, più aumentavano i campi coltivati a riso, con marcite e quindi acqua stagnante e quindi zanzare e malaria.



L'area non venne quindi mai veramente urbanizzata per la sua insalubrità, soprattutto nel tratto verso Manloè e per secoli fu considerata la parte più povera del contado.
Le cose cambiarono parzialmente con Ferrante Gonzaga, dal 1546 governatore per conto dell'Imperatore Carlo V, del Ducato di Milano.
Il Gonzaga fece erigere proprio i Bastioni Spagnoli e anche aprire Porta Tosa, oltre a tutte le altre porte nelle mura. Intensi piani di urbanistica interessarono tutta la città.
Il Gonzaga si appropriò di una villa di delizia proprio lungo lo stradone che usciva da Porta Tosa, a "un tiro di archibugio", con il Naviglietto di fronte.
I vasti terreni della villa confinavano ad est e a sud con le enormi proprietà dei monaci benedettini di San Pietro in Gessate.
Il governatore, persona retta, castigata e bigotta, amava rilassarsi nel poco tempo libero in campagna. Questo suo desiderio di vita agreste lo portò negli anni milanesi ad avere ben tre ville di delizia: Villa Gonzaga fuori di Porta Tosa, Villa la Gaultiera, oggi Villa Simonetta e la Bicocca degli Arcimboldi.

Fu probabilmente il Gonzaga, o i suoi eredi, a cui la villa rimase per circa un ventennio, a rendere i dintorni delle villa vivibili. Vennero piantati filari di pioppi, realizzato un enorme giardino di rose proprio a fianco della villa ed eliminate le marcite nei dintorni; anche la strada, ormai nota come Strada della Malpaga o Strada di Manloè, venne migliorata.
Il paesaggio venne così migliorato che la zona venne chiamata "Scena aurea".
La villa venne venduta tra membri della famiglia Gonzaga. Durante uno di questi atti, nel 1548, gli eredi di Ferrante vendettero a dei loro cugini anche dei terreni non loro, bensì dei confinanti monaci di San Pietro in Gessate.
Questi preferirono abbozzare, vista la potenza della famiglia Gonzaga e il fatto che il nuovo proprietario, don Giorgio Manrique de Lara, era cognato del Cardinale di Milano.
Manrique de Lara vendette la villa alla famiglia da Po e quando morì il capostipite di questi, nel 1585, la villa passò all'anziana vedova, Daria Rusca.
I furbi monaci, vedendo una facile vittima nella Rusca, fecero immediatamente causa per i terreni che quasi 40 anni prima erano stati ingiustamente espropriati.
La causa davanti all'Uditore generale della Curia Arcivescovile venne facilmente vinta dai monaci; la vedova Rusca condannata a pagare una ingente somma, decise di cedere i terreni per finanziarsi.
Acquirente fu un alto prelato della curia milanese, monsignor Giovanni Fontana, che due anni dopo l'acquisto cedette con una donazione tutti i terreni e la villa della "Scena Aurea" ai monaci benedettini di San Pietro in Gessate, che si ritrovarono così proprietari di tutti i terreni tra il Lambro, Manloè sino a Porta Tosa. Il Fontana in cambio ebbe vita natural durante tutta la rendita dei terreni. Alla sua morte sarebbero poi passati definitivamente ai benedettini.
La villa ed il giardino della "Scena Aurea" vennero affittati per una decina d'anni ai conti della Somaglia.


Nel 1609 i Benedettini la misero in vendita e la contessa Olimpia Pallavicini moglie del conte Giorgio Trivulzio, fece una ricca offerta di 30.000 lire.
Nel 1682 gli eredi Trivulzio vendono a loro volta la "Scena Aurea" a don Ferdinando Rovida, conte di Mondandone, marchese di Bocca, che vi visse brevemente e trasformò parte della villa in una grande osteria.
Il Rovida già nel 1692 decide di far ristrutturare tutta la villa, fare un inventario e metterla in vendita; grazie a quell'inventario si ha una descrizione precisissima della villa.
Vi si accedeva dalla Strada della Malpaga scavalcando il Naviglietto grazie ad un ponticello. A fare da porta d'onore, prima del ponticello, due colonne con lesene e architrave.
Vi erano due corti, o cortili; il primo era porticato con colonne in pietra viva e tramite una porta posta ad est dava accesso alle ortaglie e ai campi. Lì si trovava anche la ghiacciaia.


Al piano nobile si trovava un'altra lunga loggia porticata, affacciata sulla corte su tre lati, da cui si accedeva alle numerose stanze, tutte con camini in marmo e affreschi.
Per salire al piano nobile, oltre allo scalone grande in marmo, vi era una preziosa "scaletta torniola", cioè una scala a chiocciola.
Le vaste cucine al piano terreno avevano ben 8 fuochi, dispensa, forno e pozzo.
Le facciate interne della villa era affrescate con scene agresti.
Dalla villa si accedeva direttamente al giardino delle rose, recintato con alti muri in mattoni, con finestrelle con griglie in ferro battuto e con il muro di sfondo affrescato. Il giardino ospitava anche le colombaie.
Nonostante la ricchezza della villa e la costosa ristrutturazione, il Rovida non riuscì a venderla per lunghi anni. Sono noti infatti una lunga serie di contratti d'affitto della villa ad una serie di commercianti e piccoli impresari: un ortolano, un lavandaio, un impresario edile.
Buon ultimo fu Santo Farina, che affittò la villa e la trasformò in una osteria, come già accaduto parecchi decenni prima.
Il Farina chiamò il suo punto di ristoro col nome che ormai era diventato di uso comune per indicare la villa e la zona. Non più "Scena Aurea", bensì la sua corruzione, Senavra.
Venne così aperta l'Osteria della Senavra, che rapidamente divenne molto celebre in tutta Milano, tanto da venir celebrata dal poeta Carlo Maria Maggi.
L'osteria sopravvisse comunque anche dopo che il Rovida riuscì a vendere la villa e i terreni ai Gesuiti di San Fedele, che ne volevano fare un luogo appartato e isolato per i loro esercizi spirituali.
La Senavra venne così venduta nel 1695.
I Gesuiti erano arrivati a Milano il 23 giugno 1563, su esplicito invito dell'Arcivescovo San Carlo Borromeo. Dalla Spagna mandarono padre Diego de Carvajal, padre Benedetto Palmio e da Vicenza il laico Giambattista Bertezzoli, col compito di fondare un collegio per l'istruzione dei giovani.
San Carlo nel 1567 assegnò loro l'antica chiesa di San Fedele quale sede e fondarono poi il Collegio di Brera.
Tra i precetti della Compagnia di Gesù, fondata da Sant'Ignazio di Loyola,
c'è quello della meditazione, del ritiro spirituale e degli esercizi dell'anima. I Gesuiti effettuavano questi esercizi in luoghi isolati, lontani dalle città, seguendo l'esempio di Gesù che andò nel deserto.
Non avendo deserti nei dintorni, i Gesuiti milanesi iniziarono a prendere in affitto delle ville poste a qualche chilometro fuori dalle mura.
La prima fu dalle parti di Cimiano, poi una nei pressi della Cascina Ghisolfa e una alla Bicocca.
Si arrivò così all'acquisto da parte dei Gesuiti di San Fedele della villa già Gonzaga, fuori da Porta Tosa.
Il sistema di congregazioni e fraternite messo in piedi dai Gesuti e il fatto che rapidamente tutte le migliori famiglie mandarono i loro rampolli a studiare nel Collegio di Brera, fece sì che nel volgere di pochi decenni i Gesuiti divennero il più potente ordine di Milano. E anche il più ricco e influente.
Praticamente tutte le grandi famiglie della città avevano studiato dai Gesuiti e facevano parte, sotto vari modi, delle confraternite da essi promosse.
Non per niente una delle più celebri massime, "Datemi un bambino per i primi suoi 7 anni di vita e potrete fare ciò che volete di lui negli anni seguenti", è attribuita proprio ai Gesuiti;  a conferma della loro presenza il fatto che il Preposito Generale dei Gesuiti, il più alto in grado dell'ordine, sia chiamato, almeno dal 1865, "il Papa Nero".
La dura morale dei Gesuiti venne profondamente apprezzata proprio da San Carlo Borromeo, che vide in loro i suoi perfetti alfieri della Contro Riforma.
Il Rovida vendette quindi la Senavra nel 1695; l'acquirente non fu direttamente l'Ordine dei Gesuiti, bensì la Congregazione dei Sacerdoti, composta dai padri gesuiti di San Fedele e il prezzo fu ancora una volta di 30.000 Lire Imperiali.
La Congregazione non aveva però i capitali e li chiese in prestito alle banche; per estinguere il debito i Gesuiti tentarono di convincere 50 delle più ricche e pie famiglie milanesi a dar loro i denari necessari da ridare alle banche.
I ricchi milanesi, pie e devoti, ma non fessi, fecero orecchie da mercante e nel 1699 il debito era ancora lì, tanto da costringere i Gesuiti a vendere la Senavra.
L'acquirente fu però un'altra costola dell'Ordine, la Veneranda Congregazione della Fabbrica; questa
riuscì a convincere il Conte Carlo Arconati, il cui figlio Gerolamo era un padre gesuita, a versare le 30.000 Lire alle banche e i Gesuiti divennero ufficialmente proprietari della Senanvra e dei suoi terreni.

I Gesuiti non abitarono mai la Senavra, forse troppo distante dagli agi della città e vi tenevano solo i loro esercizi spirituali; iniziarono i loro esercizi già nel 1698, come si evince da una lapide trovata a Cimiano, nell'edificio che ospità i padri prima dello spostamento: "Exercitia spiritualia ad Scenam Auream traslata - anno 1698".
In quel periodo vi abitavano alcuni "pigionanti", cioè affittuari, che i monaci non riuscirono ad espellere per lunghi anni, finchè, intorno al 1720, unico residente rimasto era tale Prospero Fortunato Pusterla, che vi risiedeva sin dalla nascita, probabilmente figlio di qualche fattore o di uno dei mercanti che ebbe la villa in proprietà e vi rimase ad abitare sino alla morte, avvenuta nel 1745.
E' da rimarcare come l'Osteria della Senavra rimase attiva sino ai primi anni del Settecento, dovendo dividere quindi il palazzo coi Gesuiti.
Intorno al 1730 l'osteria venne sfrattata, gli affittuari tutti cacciati, rimaneva solo il Pusterla, e i Gesuiti diedero incarico ad un architetto di ricostruire l'edificio.
La vecchia villa dei Gonzaga venne parzialmente demolita e venne eretto un nuovo edificio.
I lavori si bloccarono rapidamente per carenza di fondi e nel 1733 il cantiere era praticamente fermo. I Gesuiti supplicarono il Papa Clemente XII, che spedì un assegno a Milano per far continuare i lavori.
I soldi finirono però bloccati nella burocrazia ecclesiale e per lunghi decenni i lavori alla Senavra continuarono solo in minima parte.
Nel 1774, ben 40 anni dopo l'inizio dei lavori, il primo piano era quasi interamente ancora al rustico, con la sola chiesetta completata, con tanto di campanile.
Intanto, nel resto d'Europa, il potere dei Gesuiti aveva iniziato a dare molto fastidio.
Vennero accusati di una morale troppo rigida, di una chiusura totale all'Illuminismo e al Giansenismo, ma soprattutto davano enorme fastidio in Sud America, dove, nelle missioni, i padri Gesuiti troppo spesso difendevano le popolazioni autoctone, cristianizzate, dallo sfruttamento bestiale e crudele da parte dei colonizzatori europei.
Erano anche accusati di troppo ingerenze politiche, grazie alla loro influenza e alla loro vicinanza al papato, che li considerava la milizia di Cristo.
Nel 1758 il Portogallo espulse i Gesuiti dal Brasile, deportando i padri, fu poi la volta della Francia, di Malta, della Spagna nel 1767 e infine dell'Impero d'Austria.
Il 21 luglio 1773 Papa Clemente XIV pubblicò la soppressione della Compagnia di Gesù.
I padri Gesuiti si rifugiarono in massa in Prussia e Russia, nazioni non cattoliche, dove erano al loro arrivo quasi sconosciuti.
Il 7 settembre 1773 anche a Milano arrivò il dispaccio di scioglimento della Compagnia di Gesù.
Le 4 comunità gesuitiche allora esistenti il collegio di Brera, la Casa professa di San Fedele, il Collegio dei Nobili ed il Noviziato di San Gerolamo, vennero chiuse, così come le Confraternite.
Pochi giorni dopo, il 21 settembre, membri delegati del governo di Milano si presentarono alla Senavra. Vi restava padre Radaelli, di San Fedele, che assistette alla presa in consegna dei fabbricati.
Finiva così la terza vita della Senavra, da villa di delizie a osteria e infine luogo di esercizi spirituali, ma non era certo l'ultima.



Un anno dopo, il 28 ottobre 1774, venne presentata una relazione firmata dai dottori Pietro e Bernardino Moscati, che prefigurava un riutilizzo della Senavra, appositamente ristrutturata, come Ospedale dei pazzi, in luogo del già esistente e decrepito Ospedale di San Vincenzo.
Il manicomio di Milano sino a quel momento si trovava in un edificio annesso alla chiesa di San Vincenzo in Prato, una delle più antiche della città.
Fondato intorno all'anno Mille, l'Ospedale dei pazzi, come era noto, ospitava non solo i malati mentali ma tutti colori che erano malati incurabili: ciechi, paraplegici, sordi, muti, spastici.
Per aggravare il carico erano ospitati anche i cosiddetti figli dell'ospedale, cioè i bambini abbandonati dalle loro madri presso le Ruote degli Esposti.
L'Ospedale di San Vincenzo era realmente una bolgia dantesca, un vero inferno.
I monaci dal confinante chiostro mandavano i loro avanzi di cibo come unico nutrimenti dei malati, non esistevano medicine e cure, se non la preghiera e la grazia di Dio.
Quando un pazzo o un malato iniziava a diventare molesto o ad avere quello che allora si chiamava "ballo di San Vito", attacchi dovuti alla còrea di Sydenham o all'epilessia, il rimedio era sempre lo stesso, per secoli: il malato veniva preso di forza e buttato in una vasca piena di acqua gelida pescata dalla vicina Fonte di San Calocero, ritenuta miracolosa.
I malati erano divisi in due categorie, quelli a pagamento, che ricevevano una assistenza quasi umana, e tutti gli altri, che erano trattati alla stregua di bestie.
I malati mentali venivano quasi tutti incatenati, dato che erano considerati indemoniati.
Ancora tra il Cinquecento e il Seicento il personale dell'Ospedale, addetto ad oltre 300 internati, non era composto che da una dozzina di persone, tra cui spiccava il barbiere, addetto non solo alle pratiche di chirurgia, cioè tagliare capelli, unghie e strappare i denti, ma anche alle pratiche mediche, che consistevano in salassi, purghe e continui clisteri per far uscire il demonio dai malati posseduti.
Solo nel 1688 tra il personale compare anche un medico. Sette secoli dopo la fondazione dell'Ospedale...
Incisori e ritrattisti dipinsero più volte gli ospiti dell'Ospedale dei pazzi, ritraendoli attraverso le ringhiere e i muri. Corpi attorcigliati, sovraffollamento e malattie infettive.
Tutto questo ebbe finalmente fine grazie all'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, che con un decreto autografo del 5 settembre 1780 decise di far trasferire l'Ospedale dei pazzi da San Vincenzo alla Senavra.
Fu uno degli ultimi atti dell'Imperatrice, che pochi giorni dopo morì.
Nei mesi seguenti vennero redatti gli accordi e gli statuti del manicomio. Venivano trasferiti 380 malati, di cui 90 a carico del nuovo Ospedale della Senavra e tutti gli altri a carico dello Stato.
Il 2 settembre 1781 iniziarono, o meglio, furono riniziati i lavori per portare a compimento il nuovo edificio della Senavra. Furono poi trasportati letti e tutto quanto serviva per riavviare l'ospedale.
Il 15 settembre i malati furono tutti trasferiti di notte e la Senvara era così diventata un manicomio.
La chiesetta al primo piano venne dedicata alla Beata Vergine Addolorata alla Senavra nello Spedale dei Pazzi.
Ma nel giro di poche settimane fu chiaro, ai pazienti ma ancor di più al personale dell'ospedale, per quale motivo mai nessuno vi aveva abitato stabilmente nei secoli precedenti.
La vecchia struttura, come anche quella nuova, erano state costruite su terreni dove per secoli si era praticata la coltura a marcita e il terreno era gonfio di acqua già a poche decine di centrimetri da terra.
Per questo i locali e pure la chiesetta erano costruiti al primo piano, lasciando vasti portici al piano terreno.
Ciò non eliminava però il problema, la risalita dell'umido lungo i muri fu rapida e anche il nuovo edificio divenne estremamente malsano, umido, freddo e ricoperto di muffa.
Già nel 1782 su ordine dello stesso arciduca Ferdinando si tenta di risolvere il problema; si rialza il pavimento al piano terreno e si aprono delle finestrelle a livello del suolo.
La roggia che correva sul lato sud era nei decenni esondata formando uno stagno, che fu bonificato creando dei canali di scolo.
La Senavra intanto viene riempita sempre più di malati. Nel 1787 il direttore dell'Ospedale Maggiore, Pietro Moscati, su cui ricade il governo della Senavra, aumenta il numero di pazienti, arrivando a oltre 470-500 rinchiusi. 
Vengono adattati alcuni ambienti del vecchio edificio e comprate 75 "carriole" per far dormire in emergenza i pazienti. Le "carriole" altro non sono che barelle.
In quegli anni comunque iniziò a vedersi alla Senavra una vera e propria assistenza sanitaria ai malati, non più considerati come posseduti dal diavolo; rimangono in vigore però le catene per quasi tutti i malati e vengono realizzate delle celle per i malati pericolosi, degne di un carcere medievale.
Nel 1788 venne decisa la costruzione di una nuova ala, visto l'aumento costante di pazienti e fu così raso al suolo il Giardino delle Rose che, da quando erano andati via i Gesuiti, era diventato la discarica dell'ospedale.
Il progetto di ampliamento venne disegnato dall'Ingegnere Luigi Castelli, con l'aiuto del nuovo direttore dell'Ospedale Maggiore, Bartolomeo De Battisti. L'Imperatore Leopoldo II approvò e finanziò i lavori con un decreto del 29 dicembre 1791.
E come sua nonna l'Imperatrice Maria Teresa, morì pochi giorni dopo aver firmato un decreto per la Senavra.
Nel settembre del 1793 la nuova ala venne conclusa.
A inizio dell'Ottocento divenne direttore della Senvra il dottor Cesare Castiglioni, proveniente da una famiglia ricchissima, che si dedicava alla cura dei malati di mente per pura passione.
Viaggiò in tutta Europa per visitare le strutture di ricovero, ma la vita dei malati della Senavra cambiò comunque molto poco.
Salassi, purghe, bagni ghiacciati, impacchi, clisteri, catene e bastonate erano la pratica quotidiana di cura. Il Castiglioni fece però costruire un teatro dove venivano quasi tutti i giorni rappresentate delle commedie, per alleggerire l'anima dei malati.
Nel 1836 una violenta epidemia di colera colpì la Senavra; si ammalarono circa 100 ricoverati e un terzo morì.


Nel 1848, dopo le Cinque Giornate di Milano e la cacciata degli Austriaci, il Governo Provvisorio incaricò il giovane medico Andrea Verga di dirigere la Senavra.
Dopo alcuni giorni di studio il Verga fece un appello alla città, perchè non facesse più finta di non sapere dell'esistenza della Senavra, luogo che descrisse come malsano e indegno del peggior carcere.
Ma lo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza distolse l'attenzione dei milanesi dalla Senavra.
Il primo di agosto dello stesso anno, mentre il Verga si trovava al manicomio, vide arrivare un numeroso gruppo di contadini dalle campagne della Bassa Bergamasca e addirittura dal Bresciano.
Questi riportavano notizie di disfatta militare, di fuga e rotta e di avanzata degli Austriaci.
La censura invece faceva pubblicare sui quotidiani milanesi notizie di vittorie e avanzate dei nord Italiani.
Il Verga potè accogliere solo alcuni contadini, non avendo certo spazio dove ospitarli tutti e indirizzò gli altri verso Milano.
La Senavra si trovava ancora molto fuori dalla città, anche a metà Ottocento.
Solo un carretto partiva la mattina dalla Senavra, andava al Verziere, veniva caricato di cibo per i malati e tornava indietro.
Il Verga usò quindi il carretto per andare a chiedere informazioni al Governo Provvisorio circa i racconti dei contadini bergamaschi; ovviamente fu rassicurato che nulla era vero. Anzi!
Tornò quindi in tranquillità alla Senavra, ma due giorni dopo, al mattino, il manicomio fu circondato da centinaia di soldati di Carlo Alberto allo sbando. Feriti, laceri, provati, giovani fuggiti dal fronte.
Il personale della Senavra, resosi conto della situazione, uscì e portò loro acqua, polenta, vino e tutto quanto potevano dar loro.
I soldati, rifocillatisi, scapparono poi verso Milano. Poche ore dopo uno dei muri della Senavra venne sfondato da un colpo di cannone e poco dopo il pesante portone venne sfondato e i soldati Austriaci entrarono nei palazzi, alla ricerca dei soldati Piemontesi e Lombardi.
Gli Austriaci si accontentarono di lasciare 4 loro feriti gravi in letti nell'Ospedale e ordinarono al Verga di curarli, cosa che egli debitamente fece.
La situazione attorno alla Senavra era di vera e propria guerra; nel pomeriggio il 1° Reggimento dei Savoia venne schierato di fronte alla Senavra, mentre il 2° a Castagnedo, oggi via Tertulliano/Sulmona, e la Brigata Casale alla Gamboloita, oggi piazzale Corvetto.
Di fronte c'era la Brigata Clam a Morsenchio, dotata di numerosi cannoni a lunga gittata, a Linate il Reggimento di Cavalleria Weiss.
I cannoni austriaci iniziarono a martellare le truppe italiane e Milano incessantemente, tanto da obbligare Carlo Alberto a trattare, per tutta la notte la resa della città.



All'alba il Maresciallo Radetzky rientrava a Milano, passando per Porta Romana.
I soldati Austriaci si acquartierarono proprio fuori di Porta Tosa, attorno alla Senavra.

Il Verga fece riparare il portone e con la scusa che i matti avrebbero potuto fuggire, si barricò dentro.
Le provviste furono sufficienti per un paio di giorni, ma la guerra finì rapidamente, con una sonora sconfitta. I contadini nascosti nei solai poterono uscire e fecero ritorno nelle loro campagne.
Tornati gli Austriaci, la vita alla Senavra riprese a scorrere come sempre.
Il Verga venne confermato alla guida del manicomio e negli anni successivi tentò anche di ottenere dei fondi per l'abbellimento degli edifici e del verde circostante.

Da una sua lettera all'amministrazione comunale si scopre che la Senavra a metà Ottocento è totalmente circondata su due lati da alti fusti e cespugli vari, che quasi la nascondo a chi proviene da Milano. Il Verga chiederà più volte di tagliare e ripulire quelle piante che portavano ancor più umido e rendevano tetro e buio il manicomio.
Sul lato orientale invece la Senavra aveva un vasto appezzamento agricolo, in origine un vigneto dei Gesuiti, poi coltivato a verdure, usando gli internati, appositamente incatenati, come contadini.
Nei pressi, sfruttando le acque del Naviglietto, si era installato anche uno dei tantissimi lavandai di Milano.
Sul fianco ovest, verso Milano, era stata creata una strada, diretta a sud, che arrivava al borgo agricolo di Calvairate e alla Cascina Mancatutto.
Sempre dalle lettere del Verga, queste precedenti al 1848, sappiamo che più volte scoppiarono incendi dalle cucine.
Gli 8 fuochi erano quasi sempre accessi e la legna utilizzata, accatastata nelle umide corti, era fradicia d'acqua, creando così, una volta bruciata, un intenso fumo scuro.
Questo fumo e la fuliggine intasarono più volte le 8 canne fumarie, portando a degli incendi che alcune volte interessarono anche i comignoli e di conseguenza l'orditura primaria e secondaria del tetto.
I malati venivano evacuati in fretta e furia, incatenati perchè non fuggissero e il personale ospedaliero spegneva l'incendio a secchiate d'acqua pescata nel Naviglietto.
Il Verga iniziò a scrivere decine di lettere per richiedere una "macchina d'incendi", cioè una pompa a mano per pesare l'acqua dal Naviglietto o dalla roggia sul retro e poi spruzzarla in alto.
Ci vollero anni, ma infine, nel 1846, la  "macchina d'incendi" venne fornita alla Senavra; purtroppo, solo due anni dopo, un fortissimo incendio nei fienili della Cascina Mancatutto fece sì che i fattori accorressero alla Senavra per prendere la pompa anti incendio e non sapendola usare, la distrussero.
Il Verga continuò intanto nella sua intensa opera di recupero e cura dei suoi malati.
Divise i pazzi in vari gruppi, in base alla loro pericolosità.
Degli oltre 600 internati, circa 100 vennero assegnati dei lavori, realizzare abiti, scarpe, sedie, tessere, coltivare il vicino orto; i migliori venivano portati in cucina, al fienile e in economato.
Una buona metà, poteva poi fare dei giri quasi quotidiani nel contado. Spesso legati o incatenati.
Il verga riuscì anche ad ottenere più personale, visto l'aumento continuo di ricoverati. L'Ospedale Maggiore si fece carico di affittare due intere cascine per ospitare il nuovo personale, la vicina Cascina Castiona, a duecento metri a nord, oltre il Naviglietto, e la più lontana Cascina Gambotta che si trovava all'Acquabella, lungo quella che oggi è la via Sottocorno.
La Senvra intanto continuava a "vivere" grazie a ricche donazioni che filantropi lombardi lasciavano all'Ospedale Maggiore.
Nel 1855 l'Ospedale Maggiore annunciò, con troppa fretta, la prossima realizzazione di una nuova sede per i pazzi di tutto il milanese. La burocrazia austriaca e la carenza di fondi bloccarono tutto e solo dopo l'Unità d'Italia l'Ospedale Maggiore petè comprare la grossa villa Crivelli a Mombello, nel comune di Limbiate, dove nel 1863 furono spostati i malati più tranquilli e meno problematici.
Il sogno di costruire un nuovo grande ospedale, appositamente progettato, svanì definitivamente quando si decise di aggiungere alcuni edifici a Villa Clerici a Mombello.
Nel luglio 1872 questi nuovi padiglioni erano conclusi e vennero trasferiti tutti i malati della Senavra.
A settembre una delibera ufficializzò la chiusura della Senavra e la trasformazione del Mombello, come venne da subito chiamato, nell'Ospedale psichiatrico generale della provincia di Milano.
L'Ospedale Maggiore cercò di tenersi la Senavra, visto che la città iniziava a svilupparsi fuori dai Bastioni anche verso est, ma la Provincia, che era la vera proprietaria degli edifici mise tutto in vendita.
L'acquirente fu la Congregazione della Carità che vi aprì un ricovero per poveri anziani, il Pio Ricovero di Mendicità.
La Senavra così divenne un ospizio per medincanti. Il problema dei senza casa che giravano ubriachi a chiedere l'elemosina era già sentito allora e la soluzione fu trovata nel "deportare" tutti costoro alla Senavra.
L'ospizio non era però una galera e quindi, i mendicanti "deportati", ottenevano un bagno, un pasto e un letto per una notte, poi potevano andarsene.
Divenne pratica comune tra tutti i mendicanti di Milano di farsi "catturare" in tardo pomeriggio, farsi portare alla Senavra, cenare, dormire comodamente al caldo, fare colazione e tornare a mendicare il mattino dopo.
La voce si sparse rapidamente e Milano venne invasa da mendicanti provenienti anche da lontane città. Questa incredibile situazioni durò quasi 50 anni
Nel settembre 1882, dopo la disastrosa inondazione del Polesine del giorno 17, il Pio Ricovero di Mendicità venne temporaneamente chiuso e ripulito; circa 300 abitanti del Polesine furono lì ospitati a spese del Comune di Milano.
Nel marzo del 1911 intanto il Comune deliberò la chisura del Naviglietto anche nel tratto davanti alla Senavra. Il canale, noto anche come Cavo Borgognone, era già stato interrato nella sua prima parte appena fuori Porta Tosa negli anni precedenti.
Intorno al 1925 il Comune iniziò a discutere di una demolizione delle ali "nuove" della Senavra, preservando solo la chiesetta e quanto restava della villa del Gonzaga, ma non si fece praticamente nulla, in compenso i medicanti vennero definitivamente cacciati e il Pio Ricovero fu trasformato in alloggi per famiglie sfrattate. Nel 1929 vi abitavano 273 famiglie per un totale di 1220 persone.
Un affollamente inimmaginabile!
A metà degli anni '30, il Comune di Milano e la Provincia chiusero il Pio Ricovero di Mendicità e dopo una pesante e costosa ristrutturazione lo riaprirono come Ospedale Opera Maternità ed Infanzia, per ospitare e curare mamme e bambini piccoli.
In questa occasione furono demoliti gli edifici più recenti e fatiscenti e preservate le parti più antiche.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale portò alla chiusura del nuovo ospedale e, quando nel 1945 i nazi-fascisti vennero sconfitti, la Senavra, semidistrutta, venne occupata da decine e decine di famiglie di disperati che avevano perso la casa sotto i bombardamenti.
La situazione igienica divenne rapidamente infernale, ma ci vollero comunque diversi anni prima che il Comune avesse i mezzi per ricollocarli in nuove case popolari.
Una volta liberata la Senavra ebbe una nuova destinazione, diventando una delle sedi dell'E.C.A. l'Ente Comunale di Assistenza, che sino agli anni '60 fu profondamente attiva nell'aiutare i milanesi più poveri e provati dalla guerra.
Nel 1955, la parte della Senavra sopravvissuta, ormai vincolata e dichiarata Monumento Nazionale, ospitava ancora dei senza casa e contemporaneamente, sul lato  nord, affacciato su quello che era
intanto diventato Corso XXII Marzo, dove un tempo correva il Naviglietto, venne costruita una nuova chiesa, la Chiesa del preziosissimo Sangue di Gesù, che doveva dare sollievo all'affollatissima parrocchia di Santa Maria del Suffragio.
Il terreno antistante la Senavra era stato acquistato già nel 1933 dal parroco di Santa Maria del Suffragio, proprio per costruirvi una nuova chiesa.
La carenza di fondi e la guerra aveva portato ad un ritardo di 20 anni nei piani di don Angelo Portaluppi.
Tra il '55 e il '61 la Senavra  ospitava ancora 92 famiglie di senza casa, ormai molti immigrati dal sud Italia, per un totale di 370 persone. Il consueto sovraffollamento, nonostante i costanti aiuti dell'E.C.A. portò a diversi casi di cronaca nera.
L'apice fu raggiunto nel gennaio del 1961, quando una famiglia originaria di Avellino fu coinvolta in un cruento caso di "delitto d'onore".
Al rientro del padre alla Senavra, questi trovò la figlia, sposata, in atteggiamenti intimi con un altro uomo, ospite della struttura, un senza casa di Napoli. Il padre accoltellò la figlia e l'amante al petto, ferendo gravemente solo il secondo.
I senza casa della Senavra furono trasferiti in una struttura dell'E.C.A. in via Oglio, al Corvetto,
nell'ottobre 1961.
Il 21 ottobre 1966 finiscono i lavori per la costruzione della nuova chiesa, che incorpora parte delle strutture della Senavra. Il Cardonale Montini, poi Papa Paolo IV, celebrò la messa inaugurale.
Un paio di anni dopo alcuni locali vennero adibiti dal Comune a Centro Culturale la Senavra, con ingresso da via Cipro al 10, portando ad un ulteriore restauro delle parti più antiche del complesso.

Per secoli la Senavra è stata sinonimo di pazzia, a Milano, tanto che in dialetto era normale dire "L’è vùn de la Senavra" per indicare chi si comportava in modo strano; con l'apertura del Mombello si iniziò ad usare il nuovo ospedale come riferimento. Oggi entrambi i modi di dire sono quasi totalmente andati perduti.
Resta invece la folkloristica storia del fantasma della Senavra, uno spirito di un anziano mendicante, morto al manicomio di Corso XXII Marzo che, per oscuri motivi, si aggirerebbe dalle parti di Piazzale Maggi, dove un tempo si trovavano le Cascine Torrette e la Cascina Moncucco.
Nelle notti nebbiose il fantasma si avvicina ai passanti (quanti passanti ci sono in Piazza Maggi di notte?!) e li spaventerebbe col suono degli zoccoli caprini che si ritrova al posto dei piedi. L'unico modo per cacciarlo è lanciargli qualche monetina. Forse un ricordo di quando i mendicanti erano rinchiusi alla Senavra!
Anche il fantasma di Carlina, una donna adultera che nel Medioevo si suicidò lanciandosi dal Duomo, girerebbe dalle parti di Piazzale Maggi.
Non è ben chiaro per quale motivo due fantasmi debbano girare per un enorme svincolo autostradale dove è già raro trovare degli umani in carne e ossa...











Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...