Quasi certamente il Carnevale trae origine dai Saturnali Romani, che si celebravano a dicembre e prevedevano anch'essi travestimenti, scherzi, doni e banchetti.
Il periodo festivo non ha una data di inizio fissa e nemmeno una lunghezza comune. Nella diocesi di Milano e in alcune parrocchie confinanti, si celebra infatti il Carnevale Ambrosiano, secondo l'antico
rito, che dura ben 4 giorni in più, e per questo era chiamato un tempo "El Carnevalun".
Nel rito romano la Quaresima inizia il Mercoledì delle Ceneri mentre a Milano e dintorni essa comincia solo la domenica successiva, quindi con quattro giorni in più di festeggiamenti carnevaleschi, che culminano nel “Sabato grasso”.
Tutto nasce da un diverso computo, relativamente alla durata della Quaresima, tra il rito ambrosiano e il rito romano.
In origine la Quaresima era calcolata esattamente partendo a ritroso dal Giovedì santo di Pasqua, secondo il calcolo della Pasqua Ebraica; i 40 giorni erano relativi ai 40 giorni passati da Gesù nel deserto.
I fedeli passano così 40 giorni di penitenza in preparazione al Venerdì santo.
Dal VII secolo la Chiesa però, per "sganciarsi" dalla tradizione ebraica, spostò la Pasqua alla domenica della risurrezione di Gesù e dalla penitenza si passò al digiuno.
Il calcolo dei 40 giorni non iniziò più quindi il Giovedì Santo ma il Sabato Santo e dato che il digiuno era proibito dalla Chiesa durante le domeniche, ecco che il nuovo termine del Carnevale sarebbe stato il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri, cioè il Martedì Grasso.
La diocesi di Milano, che lungo tutto il primo Millennio rimase sostanzialmente autonoma da Roma, e sovente molto più autorevole, grazie ai suoi arcivescovi, decise di conservare la più antica e precedente tradizione.
A complicare la cosa ci fu la tradizione dettata da Sant'Ambrogio e rispettatissima a Milano, di onorare il divieto di digiunare la domenica e quindi il Carnevale continuava anche dopo il Sabato Grasso, creando una Domenica Grassa che divenne celebre per le sue dissolutezze.
La Quaresima iniziava così solo al tramonto della domenica.
Considerato che i giorni di Carnevale Ambrosiano in più erano praticamente 5, per secoli furono enormi gli afflussi di visitatori dalle città e diocesi vicine.
Quando infatti da loro era già iniziata la dura Quaresima, a Milano si gozzovigliava, si festeggiava in modo dissoluto, si sfilava con carri e maschere e le osterie e le taverne guadagnavano montagne di denaro.
Lodovico il Moro sul finire del Quattrocento tentò con varie ordinanze di ristabilire il Sabato Grasso come ultimo giorno del Carnevale Ambrosiano, senza riuscirvi.
Con la Contro Riforma e sotto il pudico, misogino e severissimo sguardo di San Carlo Borromeo le cose si misero al peggio per i fautori della Domenica Grassa.
Il Borromeo, durante il Carnevale, era solito rinchiudersi nella chiesa di San Celso, per un ciclo di digiuni e penitenza.
Per anni il Borromeo lanciò strali e minacce, ma trovò la più forte opposizione alla riduzione del Carnevalone, non tanto nel popolino bigotto e festaiolo, ma nei nobili e nei signori locali, che delle religione avevano molto meno timore.
Fu quindi la grande Peste del 1576-77, detta appunto Peste di San Carlo, a cambiare repentinamente gli usi dei milanesi.
La diocesi di Milano, che lungo tutto il primo Millennio rimase sostanzialmente autonoma da Roma, e sovente molto più autorevole, grazie ai suoi arcivescovi, decise di conservare la più antica e precedente tradizione.
A complicare la cosa ci fu la tradizione dettata da Sant'Ambrogio e rispettatissima a Milano, di onorare il divieto di digiunare la domenica e quindi il Carnevale continuava anche dopo il Sabato Grasso, creando una Domenica Grassa che divenne celebre per le sue dissolutezze.
La Quaresima iniziava così solo al tramonto della domenica.
Considerato che i giorni di Carnevale Ambrosiano in più erano praticamente 5, per secoli furono enormi gli afflussi di visitatori dalle città e diocesi vicine.
Quando infatti da loro era già iniziata la dura Quaresima, a Milano si gozzovigliava, si festeggiava in modo dissoluto, si sfilava con carri e maschere e le osterie e le taverne guadagnavano montagne di denaro.
Lodovico il Moro sul finire del Quattrocento tentò con varie ordinanze di ristabilire il Sabato Grasso come ultimo giorno del Carnevale Ambrosiano, senza riuscirvi.
Con la Contro Riforma e sotto il pudico, misogino e severissimo sguardo di San Carlo Borromeo le cose si misero al peggio per i fautori della Domenica Grassa.
Il Borromeo, durante il Carnevale, era solito rinchiudersi nella chiesa di San Celso, per un ciclo di digiuni e penitenza.
Per anni il Borromeo lanciò strali e minacce, ma trovò la più forte opposizione alla riduzione del Carnevalone, non tanto nel popolino bigotto e festaiolo, ma nei nobili e nei signori locali, che delle religione avevano molto meno timore.
Fu quindi la grande Peste del 1576-77, detta appunto Peste di San Carlo, a cambiare repentinamente gli usi dei milanesi.
Il Borromeo aveva infatti ottenuto dal Papa di poter celebrare un anno di Giubileo anche a Milano, dopo quello di Roma del 1575. Era la seconda volta che Milano ospitava un Anno Santo, dopo quello del 1391, sotto Gian Galeazzo Visconti.
Nel 1576 iniziarono così ad arrivare a Milano decine di migliaia di pellegrini, per ottenere le remissione dei peccati. Insieme a costoro arrivò, a luglio, anche la peste.
La corte spagnola e i signori locali fuggirono tutti lontano da Milano. Il Borromeo rimase invece in città e iniziò ad organizzare delle processioni in giro per i sestieri, esponendo anche il Sacro Chiodo.
La Quarantena prolungata più volte, costringe i milanesi a restare chiusi in casa, non viene così celebrato il Carnevale del 1577.
San Carlo decide di far erigere nelle piazze e ai crocicchi più importanti della città delle colonne sormontate dalle croci. Non potendo i milanesi andare a messa, saranno i preti a celebrale sotto le colonne, dette "crocette", e i fedeli potevano assistervi dalle finestre.
Quando il 22 luglio 1577 la peste pare non diminuire il Borromeo fa fare voto ai milanesi "per sei anni in avvenire di non farsi maschere, festini e giuochi in cambio della fine della pestilenza"; i morti sono stati già 17.000 ma per fortuna la pestilenza verrà dichiarata terminata il 20 gennaio 1578.
Quando sei anni dopo viene finalmente celebrato il Carnevale, il Borromeo ha gioco facile a far rispettare al popolo e ai signori locali il rispetto della domenica, rendendo così ufficiale la chiusura del Carnevale Ambrosiano al Sabato Grasso.
La domenica successiva entrava così di diritto come primo giorno di Quaresima. Ma il Borromeo non si accontenta di aver limato un giorno al Carnevalone e di averlo sospeso per 6 anni e il 27 gennaio 1582 proibisce le mascherate, i tornei e le vendite nei giorni festivi. Si entra così in una fase austera, rigorosa e quasi talebana del cattolicesimo della Contro Riforma. L'anno seguente il Borromeo rinizia la Caccia alle Streghe nella diocesi di Milano.
Dopo le sventurate fatte bruciare vent'anni prima, fa arrestare in Val Mesolcina 150 streghe; 12 saranno bruciate vive.
Nel 1584 Borromeo muore e lentamente il Carnevale torna ai suoi fasti.
Il Carnevale a Milano si festeggia probabilmente già nei primissimi secoli dopo Cristo, in sostituzione dei Baccanali e dei Saturnali che la nascente Chiesa Cristiana andava a proibire.
Sicuramente esistente durante il vescovato di Sant'Ambrogio, nel IV secolo, il Carnevale Ambrosiano assurse a manifestazione grandiosa e sfarzosa, nota in tutta Europa intorno all'XI secolo.
Le sfilate vengono sempre aperte e guidate da un carro con a bordo Meneghino e Cecca. La tradizione è rimasta immutata da allora.
Nel Settecento furono di gran moda delle maschere di carta pesta dipinte da ritrattisti. Maschere che riproducevano mirabilmente i volti di personaggi famosi.
Francesco Londonio, un altro pittore, fondò a metà del Settecento un altra accademia su modello di quella del Lomazzo, la Compagnia dei Foghetti, un gruppo di artisti che sfilavano a Carnevale trasportando un teatrino portatile dove si esibivano alcuni di loro.
Celebri erano le sue giornate di divertimenti dissoluti, con decine di migliaia di persone che, indossando maschere in carta o tela cerata, giravano per la città a fare scherzi, scambiare doni, mangiare e bere.
Già sotto i Visconti si pose il problema dell'ordine pubblico, con i giorni di Carnevale che vedevano anche risse e morti accoltellati.
Le cose non cambiarono con gli Sforza, che anzi iniziarono loro stessi a chiamare a corte i migliori inventori per far loro costruire macchine e scenografie colossali, con cui stupire i loro ospiti alle feste di Carnevale.
Lodovico il Moro fece venire a Milano Leonardo da Vinci proprio per queste sue capacità, non certo per la sua bravura come pittore o scultore o come architetto, qualità che sfruttò solo in seguito.
Uno dei periodi di massimo splendore del Carnevale Ambrosiano fu il primo Cinquecento, prima della Peste di San Carlo.
Oltre alla consueta bolgia dissoluta, iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta l'Accademia dei Facchini della Val Blenio.
Uno dei periodi di massimo splendore del Carnevale Ambrosiano fu il primo Cinquecento, prima della Peste di San Carlo.
Oltre alla consueta bolgia dissoluta, iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta l'Accademia dei Facchini della Val Blenio.
Dalla Val Blenio, oggi nel Canton Ticinio, provenivano veramente tutti i facchini di una congregazione che si riuniva in via della Palla.
I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
Negli stessi anni si iniziarono anche a tenere sfilate lungo percorsi prefissati.
Il primo "corso" fu tra Porta Ticinese e Piazza del Duomo, passando per il Carrobbio e l'attuale via Torino. Giudicato troppo angusto venne deciso di spostare il "corso" da Piazza del Duomo giù sino a Porta Romana, passando per via Larga.
Venne appositamente aperta via Velasca, per unire via Larga con corso di Porta Romana.
Prese piede l'usanza di lanciare uova marce sia dai balconi e dai tetti, sia dai carri che sfilavano.
I governatori spagnoli, spinti dal Borromeo, minacciarono multe salatissime per chi lanciava le uova.
Si arrivò così a proibirle pena l'arresto.
Le uova furono sostituite da palline di gesso, i "benis de gess", grandi come confetti, che venivano lanciati anche con le fionde.
Il risultato fu ben peggiore, trattandosi quasi di proiettili.
Le uova furono sostituite da palline di gesso, i "benis de gess", grandi come confetti, che venivano lanciati anche con le fionde.
Il risultato fu ben peggiore, trattandosi quasi di proiettili.
Vennero proibiti pure questi e si giunse così ad usare i semi di coriandolo selvatico, pianta diffusissima nel milanese. I semi di coriandolo venivano lasciati seccare nel gesso. Ecco nati i coriandoli!
Nel Seicento compaiono le maschere regionali della commedia dell'Arte, Meneghino e Cecca, Brighella, Rosaura.
Nel Seicento compaiono le maschere regionali della commedia dell'Arte, Meneghino e Cecca, Brighella, Rosaura.
Nel Settecento furono di gran moda delle maschere di carta pesta dipinte da ritrattisti. Maschere che riproducevano mirabilmente i volti di personaggi famosi.
Furono numerose le rapine e gli atti violenti commessi durante i giorni del Carnevalone usando tali maschere, tanto che il 12 marzo 1749 vennero proibite.
Francesco Londonio, un altro pittore, fondò a metà del Settecento un altra accademia su modello di quella del Lomazzo, la Compagnia dei Foghetti, un gruppo di artisti che sfilavano a Carnevale trasportando un teatrino portatile dove si esibivano alcuni di loro.
Il Carnevalone continuò a prosperare sino a tutto l'Ottocento, con le sui sfilate che vennero spostate da Piazza del Duomo a corso Vittorio Emanuele e Porta Venezia.
L'ultimo grande dono di Milano al Carnevale di tutto il Mondo arriva nel 1875, quando l'ingegnere Enrico Mangili, industriale della seta di Crescenzago, si inventa l'evoluzione dei coriandoli.
Non più semi di coriandolo ricoperti di gesso, ma coriandoli in carta, usando gli scarti della coltivazione dei bachi da seta, milioni e milioni di dischetti di carta.
In corrispondenza del punto di arrivo della sfilata, si trovava su un balcone un Gran Jury che eleggeva il "carro dell'anno".
A inizio del '900 le sfilate si tennero anche sui Bastioni di Porta Nuova e per le strade del centro, sino al trasferimento, nei primi anni '30, di tutti i festeggiamenti del Carnevalone alla Fiera di Porta Genova, che si teneva in concomitanza.
All'inizio celebrata sui bastioni di Porta Ticinese, lungo la Darsena, quando questi vennero abbattuti, fu organizzata lungo viale Papiniano e piazza Sant'Agostino, dove venivano montati i giochi del Luna Park.

All'inizio celebrata sui bastioni di Porta Ticinese, lungo la Darsena, quando questi vennero abbattuti, fu organizzata lungo viale Papiniano e piazza Sant'Agostino, dove venivano montati i giochi del Luna Park.

Con il Boom Economico e l'esplosione delle Settimane Bianche, sempre concomitanti con il Carnevale Ambrosiano, dagli anni '70 le tradizionali feste e sfilate hanno iniziato a perdere un gran numero di partecipanti, riducendosi infine a grandi raduni di massa in Piazza del Duomo e poi a feste private in discoteche e club. Solo negli ultimi anni è rinata la tradizione delle sfilate, con tanto di bandiere dei sestieri e una sfilata in maschera medievale.








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