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domenica 11 novembre 2018

Sant'Aquilino e i Facchini della Balla

Sant'Aquilino, conosciuto anche come Aquilino di Milano o Aquilino di Colonia, nacque in Baviera a metà del X secolo, da una nobile famiglia. I racconti sulla sua vita, scritti cinque secoli dopo da Pietro Galesino nel Breviario Ambrosiano del 1582, fanno una perfetta agiografia del personaggio, mostrandocelo dedito alla carità e alla bontà sin da bambino, pacere tra i litiganti e profondamente religioso.
Studiò quindi teologia a Colonia e divenne un canonico, poi venne preso dal sacro fuoco della predicazione.
I suoi titoli nobiliari dovevano essere talmente rilevanti che quando morì il vescovo di Colonia, i maggiorenti della città offrirono a lui la cattedra della città.
Aquilino rifiutò e partì per Parigi per predicare; giunto nella capitale francese trovò una città allo stremo per una pestilenza. Aquilino si prodigò nelle cure dei malati e quando infine la pestilenza terminò gli venne proposto di diventare vescovo di Parigi.
Aquilino rifiutò nuovamente e partì per il nord Italia per una nuova predicazione.
Giunse così a Pavia per poi arrivare a Milano, dove voleva pregare sulla tomba di Sant'Ambrogio, di cui era profondamente devoto.
Aquilino trovò una Milano profondamente lacerata dal movimento dei Patarini, una folta schiera di popolani milanesi che lottava contro la simonia, il matrimonio dei preti e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano di quegli anni.
Contemporaneamente ai Patarini agivano anche i Catari, altro movimento eretico di origine francese che aveva preso piede nelle odierne Lombardia e Piemonte.
Aquilino predicò duramente contro le eresie, tentando di convertire gli eretici e inimicandosi intere comunità, esattamente come fece Sant'Ambrogio secoli prima nella sua lotta contro gli Ariani.
Tra il 1015 e il 1018 la tradizione vuole che Aquilino una mattina si stesse recando nella basilica di Sant'Ambrogio, per pregare, come spesso faceva, davanti i resti del santo; lungo l'odierna via Torino, all'altezza di quella che poi sarebbe diventata la Contrada della Balla, incrociò dei Catari o dei Patarini, che, riconosciutolo, lo accoltellarono alla gola con un lungo pugnale. Stessa fine fu riservata ad un certo Costanzo, probabilmente un altro prete.
I corpi furono gettati in un canale di scolo in segno di disprezzo ulteriore.

Sempre la tradizione vuole che, appena accaduto il duplice omicidio e fuggiti gli assassini, i primi ad accorrere fossero dei facchini, che erano soliti radunarsi ogni mattina all'angolo tra la Corsia e la Contrada della Balla, oggi rispettivamente via Torino e via della Palla, dove sin dall'epoca romana, si teneva un mercato di latte e formaggi, tre volte alla settimana.
Il mercato si svolgeva sotto un grosso porticato, dove veniva anche custodito tutto l'olio in vendita a Milano.
L'olio, come ogni altra merce che entrava in città, era soggetto a dazio, ma quando giungeva al mercato della Balla, veniva automaticamente esentato. Non di rado i facchini trasportavano di nascosto otri di olio dentro i bagagli che spostavano dalle Porte di Milano sino al centro.
I facchini erano una figura comune nelle città di epoca medievale, quando i commerci e gli scambi tra città e nazioni ripresero a diventare sostenuti.
Quando le merci arrivavano alle porte della città, pagato il dazio, i facchini si facevano carico di trasportarle sino a destinazione.
La maggior parte a piedi, caricandosi delle enormi "balle" sulla schiena, da cui Contrada della Balla/Palla, chi con carretti, chi, pochi, con asini o cavalli.
Furono quindi questi popolani, provenienti inizialmente dal Lago Maggiore, poi per lo più dalle valli delle Bergamasca o del Comasco, a trovare il cadavere di Aquilino.
Alcuni facchini corsero nella cattedrale dell'epoca, la basilica Maior, o Santa Tecla, nell'odierna Piazza del Duomo, e avvisarono l'arcivescovo Arnolfo II° dell'orribile delitto.
Arnolfo accorse sul luogo scortato dai più alti prelati della curia Ambrosiana e diede l'ordine di portare il corpo alla vicina basilica di San Lorenzo.
I facchini chiesero e ottennero, di poter portare loro il corpo di Aquilino.

Iniziò quindi una sorta di processione con in testa l'arcivescovo Arnolfo, i prelati e i monsignori, seguiti dai facchini che portavano il corpo del predicatore.
Giunta al Carrobbio, la processione usci dall'antica porta delle Mura Massimiane, di epoca Imperiale, e scesero verso la strada per Ticinum, cioè Pavia, per arrivare alla basilica di San Lorenzo.
Per motivi non chiari, il corpo di Aquilino non fu portato nella basilica ma nell'attigua chiesa di San Genesio, una antichissima cappella ottagonale fondata probabilmente da Galla Placidia intorno al 410.
Galla Placidia fu un'imperatrice romana, figlia dell'imperatore Teodosio I; fu anche nipote di tre imperatori, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro, tanto da poi venir chiamata "la nobilissima Gallia".
Le forme architettoniche della cappella sono assolutamente confrontabili con quelle del Mausoleo Imperiale di San Vittore al Corpo e con il Battistero di San Giovanni alle Fonti, tanto da far sospettare che l'originale destinazione della cappella fosse quella di un mausoleo imperiale riadattato nel V secolo dai cristiani di Milano.
La Cappella di San Genesio venne inglobata dalla basilica di San Lorenzo, diventandone una delle parti più preziose e meravigliose, soprattutto dopo i recenti restauri.

L'atrio era interamente ricoperto da splendidi mosaici coloratissimi, mentre la cappella era totalmente rivestita da marmi policromi provenienti da tutto l'Impero.
Col passare dei decenni la cappella venne infine dedicata a Sant'Aquilino, perdendo l'antica denominazione.
Nel 1465 una Confraternita di Sant'Aquilino nacque ufficialmente a Milano e il Papa ne approvò il culto quattro anni dopo.
Nel 1475 venne infine deciso di celebrare il culto di Sant'Aquilino il 29 gennaio di ogni anno.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nel 1581 lo proclamò compatrono della città e ne incentivò il culto, specie come protettore contro la peste.
Fu invece il cardinale di Federico Borromeo, nel 1608, a far scavare sotto la cappella di Sant'Aquilino, portando alla luce 11 sepolture di epoca romana, che hanno poi rafforzato la tesi del Mausoleo.
Fu invece nel 1697 che una sottoscrizione popolare permise di raccogliere ben 22.000 scudi d'argento per far realizzare un'urna dal celebre intagliatore, scultore e orafo Carlo Garavaglia.
Nel frattempo i facchini di Milano avevano continuato nella loro attività, utilissima e fondamentale per i commerci della città.
Ogni anno, però, al 29 di gennaio, i facchini sospendevano ogni attività nel pomeriggio per celebrare il loro "patrono", Sant'Aquilino.
In una lunga processione sfilavano dalla Corsia della Palla sino a San Lorenzo, portando una "baga" di pelle di capra, cioè un otre da cinquanta litri, di quello stesso olio che contrabbandavano; l'olio sarebbe servito per alimentare un sacro lume posto ai piedi delle spoglie mummificate del santo.
Il percorso partiva dal minuscolo incrocio tra via della Palla e vicolo Pusterla, esistente ancor oggi, davanti ad un tabernacolo con un quadrone della Vergine Maria e del Bambino.

Lì davanti si radunavano tutti i membri della Magnifica Badia dei Facchini, per proseguire poi lungo l'odierna via Torino, il Carrobbio e corso di Porta Ticinese, con sosta presso le chiese di Sant'Ambrogio in Solariolo, scomparsa, San Giorgio a Palazzo, Sant'Alessandro in Zebedia. Lungo tutto il percorso venivano stesi drappi bianchi con croci rosse.
I facchini indossavano i loro vestiti da cerimonia, abiti bianche e celesti con grembiuli ricamati d'oro e d'argento e indossavano cappelli rossi con pennacchi blu.
Le massime autorità religiose della città aprivano la processione, precedute da due facchini che reggevano due enormi stendardi, uno mostrante il martirio di Sant'Aquilino, l'altro, assai più profano, mostrava lo stemma della famiglia Moriggia, o Moriggi, che per secoli finanziava la processione e soprattutto le seguenti bevute nelle osterie.
Il secondo stendardo, Seicentesco, riportava la scritta: "VIVANO LI PORTATORI E LI CARBONARI - VIVA LA CASA MORIGGIA".
Partecipavano anche le famiglie dei facchini e i bambini reggevano ceri accesi e portavano cesti di fiori.
Una banda musicale suonava marce militari.
Giunti alle Colonne il corteo faceva un intero giro del sagrato della basilica per poi entrare a San Lorenzo e dirigersi verso la cappella; si svolgeva una messa alla quale partecipavano per motivi di spazio solo i facchini più anziani, veniva deposto l'otre, versato l'olio nella lampada, deposti i ceri che sarebbero serviti ad illuminare per un intero anno la cappella e benedetti i fedeli.
I facchini usciti dalla basilica lasciavano lo stendardo di Sant'Aquilino appoggiato all'arco di ingresso al sagrato della basilica, che sino agli anni 30, era separato dalle Colonne da un intero isolato di case.


Poi iniziava la baldoria. I facchini, parecchie centinaia, si disperdevano nelle decine di osterie, bettole e boecch del Ticinese, iniziando una intera notte di bevute, risate e feste.
Per tradizione i due grandi stendardi erano poi dati in pegno agli osti per ottenere in cambio del vino. Terminata la notte di baldorie, delle enormi collette tra i facchini e la generosità popolare, facevano sì che i due stendardi venissero riscattati il mattino seguente.
I facchini, con le loro divise riconoscibili, i modi schietti, popolani, erano una delle figure più tipiche e caratteristiche di Milano, tanto che la loro processione, chiamata "facchinata", divenne un modo di dire milanese: "fare una facchinata" era sinonimo di una processione quasi carnevalesca, festosa che si concludeva in osteria, con canti e balli.
Il modo di dire rimase in uso sino ai primi del Novecento.
Nel Cinquecento le "facchinate" vennero addirittura prese a esempio per le sfilate del Carnevale
Ambrosiano.
Iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta appunto, Accademia dei
Facchini della Val Blenio.

I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
Ma i facchini non avevano solo il compito di spostare le merci da una parte all'altra della città, erano anche i pompieri di Milano.
Sin dall'epoca rinascimentale spettava infatti ai facchini il pronto intervento in caso di incendio.
Quando suonavano le campane che avvisavano di un incendio, i facchini accorrevano celermente.
Per spegnere i fuochi avevano il permesso di requisire nelle osterie tutte le "brente" che trovavano.
Una "brenta" era un tipico secchio in legno milanese e indicava anche l'unità di misura dei liquidi.
Una "brenta milanese" corrispondeva a 75.5 litri odierni ed era divisa in 96 boccali, ciascuno di 0,78 litri.
Con i secchi correvano quindi a rifornirsi di acqua in qualche roggia o fontana e si prodigavano nello spegnere l'incendio.
Quando i facchini agivano come pompieri cambiavano anche nome, diventavano i "brentatori", dal secchio che usavano.
Il primo facchino che raggiungeva il luogo dell'incendio aveva diritto ad un premio in denaro.
Ai facchini che non rispondevano alla chiamata delle campane veniva al contrario comminata una multa.
L'incentivo del premio venne però eliminato agli inizi del Settecento; troppe infatti erano le risse che si scatenavano tra i facchini per gli arrivi "in contemporanea" o per i troppi furbi.
Nel 1738 vennero fornite ai "brentatori" anche le prime rudimentali pompe, ma la "brenta" rimase il loro mezzo principale.
Purtroppo non era rara che allo scoppio di un incendio dei malintenzionati entrassero nelle osterie facendosi dare la "brenta", spacciandosi per facchini/brentatori.
Il Comune di Milano decise quindi di rendere riconoscibili i facchini, tramite un documento che certificasse la loro appartenenza alla corporazione.
Il documento venne soprannominato dai facchini "Bollettone"; venne in seguito rilasciata anche una targa metallica che veniva posta sul petto o sul cappello.
Ai facchini, in caso di incendio spettavano anche compiti di polizia.
Oltre a spegnere gli incendi dovevano gestire l'ordine pubblico, allontanare i curiosi e presidiare le case danneggiate e sgomberate dall'arrivo di possibili ladri e sciacalli.
Nel 1797 vi fu un rudimentale sciopero dei facchini/brentani, che smisero di accorrere in caso d'incendio se il Comune non avesse smesso di far svolgere alcune mansioni di facchinaggio, trasporto del carbone e della legna, alla nuova corporazione degli Spazzaturai, che poi divennero gli spazzini delle Rottole, la discarica e cittadella che si trovava tra Cimiano e Crescenzago.
Gli spazzaturai rinunciarono a svolgere mansioni non loro e i facchini riniziarono a fare anche i pompieri.

Nel 1811 vennero fondati i Pompieri di Milano, detti "Coo d'Or", testa d'oro, dall'elmetto dorato, ma ai facchini fu comunque lasciato il compito di accorrere con le "brente", portare le pompe, montarle e a gestire l'ordine pubblico.
Nel 1848, durante le gloriose Cinque Giornate di marzo, i facchini furono tra i più valorosi e grazie ai loro muscoli furono tra i primi ad erigere le barricate nei vari punti strategici di Milano.
Nel 1862 i facchini/brentatori si costituirono ufficialmente in una società; erano in 400 dotati di "Bollettone" e per un paio di decenni dopo l'Unità, con l'aumentare della popolazione, il loro numero crebbe sino ad arrivare a 700 membri.
Ma già sulla fine dell'Ottocento il numero di facchini iniziò lentamente a diminuire, per poi precipitare nel nuovo secolo, con l'avvento del motore a scoppio e dei primi mezzi di trasporto, pubblico e privato.
Alla stessa stregua anche la Processione di Sant'Aquilino vide crollare il numero dei suoi partecipanti, per venire infine sospesa dalle autorità comunali nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra.
Solo nel 1925 il Prevosto di Sant'Eustorgio, don Carlo Rigogliosi, e il Presidente della Società dei Facchini, Ambrogio Porati riuscirono a far rinascere la processione, con i soli 100 facchini rimasti a Milano.
La "facchinata", partì con in testa il decano dei facchini, vestito con la sua divisa colorata, con nelle mani il bastone del sodalizio e un grosso crocefisso, seguiva la banda e i portatori delle offerte, col classico otre da 50 litri di olio e gli enormi vassoi carichi di ceri, poi arrivavano i due stendardi, l'uno raffigurante Sant'Aquilino, l'altro, andato perduto, o forse dato in pegno e mai più riscosso, quello di Casa Moriggi, raffigurante scene di facchini che scaricavano da un barcone enormi otri e botti piene di vino, con greche ai bordi composte da grappoli d'uva. Il classico sacro e profano tanto caro ai facchini.

Il 3 febbraio 1937 iniziarono i lavori di restauro della basilica di San Lorenzo, cappella di Sant'Aquilino compresa.
Venne quindi predisposta la traslazione dell'urna d'argento realizzata dal Garavaglia, contenente il corpo mummificato del santo.


Un furgone scuro, addobbato di fiori, portava sul cassone l'urna, seguita da una processione guidata dal cardinale di Milano, da numerosi prelati, rappresentati del Podestà e del governo e da una rappresentanza dei Facchini della Balla.
Le vie della città in cui sfilava il lungo corteo, erano addobbate con paramenti bianchi e rossi e le campane di tutte le chiese davanti a cui sfilava la processione, suonavano a festa.
Giunta dopo un ora in Piazza Santo Stefano, dove una banda accolse la processione, l'urna fu portata a spalla dai facchini sin dentro la chiesa di San Bernardino alle Ossa e collocata sull'altare di destra.
L'urna doveva rimanere solo un anno lontano da San Lorenzo, ma solo nel 1939 venne riportata a "casa", il 25 gennaio, giusto in tempo per la facchinata.
Sospesa nuovamente con lo scoppio della guerra, la facchinata rinacque a fatica nel Dopoguerra, anche per il numero ormai ridotto di facchini presenti a Milano.
La processione, negli anni '70, venne sostituita da un simbolico ritrovo di alcuni dei facchini della città presso la cappella di Sant'Aquilino e nella consegna di un assegno, coperto dal Comune di Milano, al don della basilica.
I giornali riportano la celebrazione di Sant'Aquilino sino al 1987, dopodiché non si hanno più notizie.



I facchini partecipavano da protagonisti anche ad almeno altre quattro antiche processioni ed eventi, le processioni di Sant'Ambrogio, dei Re Magi e del Corpus Domini e al Carnevalone Ambrosiano.





La prima li vedeva protagonisti nel trasportare l'enorme e pesantissimo Stendardo, o Gonfalone di Sant'Ambrogio, ogni primo di dicembre dalla basilica sino al Duomo, dove l'arcivescovo benediva solennemente il simbolo ambrosiano.
Servivano ben 6 facchini contemporaneamente per trasportare lo stendardo. Ogni 15 minuti veniva dato loro il cambio.
Ai lati dello stendardo sfilavano i "Coo d'Or", rivelando ancora una volta quell'antico legame tra facchini e pompieri.
Il colossale Gonfalone di Sant'Ambrogio venne realizzato nel 1565 da Scipione Delfinone e Camillo Pusterla e venne portato in processione sino al 1864, quando ormai in condizioni precarie, venne definitivamente conservato prima nel Broletto e poi nei Musei del Castello Sforzesco.




La seconda, la Processione dei Re Magi aveva luogo a Milano dagli albori della Cristianità, all'incirca dal 344,  quando il vescovo Eustorgio fece erigere una basilica, poi a lui intitolata, per porvi le ossa dei tre re, che fece appositamente arrivare a Milano, col permesso dell'Imperatore, da Santa Sofia a Costantinopoli.
Le spoglie furono poi rubate dai tedeschi di Federico Barbarossa, che le portarono nel 1164, dopo aver distrutto tutta la città, a Colonia.
Nel 1336 venne istituita nuovamente la processione dai frati domenicani della basilica di Sant'Eustorgio, nonostante non vi fossero più le reliquie.
Il giorno dell'Epifania una processione partiva quindi da Piazza del Duomo, con in testa un vessillifero che reggeva una lunga asta con in cima una cometa a sette punte dorata e con una lunga coda svolazzante.
Seguivano la cometa una serie di tamburini che dettavano il tempo e poi portatori di scimmie, pappagalli, animali esotici, poi tre cavalieri vestiti con eleganti tuniche rosse, con lunghi mantelli. Uno giovane, uno anziano, uno col volto coperto di fuliggine.
I tre Re Magi brandivano uno scettro e portavano scintillanti corone in testa. Intorno a loro si trovavano paggi e scudieri in costume, che portavano l'oro, l'incenso e la mirra.
Poi iniziava la sfilata vera e propria, a cui partecipavano decine e decine di migliaia di milanesi.
In testa al corte, nel posto d'onore si trovavano i Facchini della Balla che trasportavano enormi casse, borsoni, bauli, a rappresentare i bagagli del corte dei Re Magi.
Giunta la processione davanti a San Lorenzo, tra le case davanti al sagrato e le colonne, si trovava un figurante vestito da Re Erode che bloccava il corteo, seduto su un trono in mezzo alla strada.
Erode era circondato dal suo esercito che doveva simulare il blocco del corteo dei Re Magi per impedir loro di far visita al Bambin Gesù.
Veniva così simulato un combattimento tra l'esercito di Erode e gli accompagnatori dei Magi.
Ovviamente i Facchini della Balla si prestavano a recitar la parte.
Ricordava Otto Cima, lo storico di "milanesità, in un articolo degli anni Venti, di come non raramente si esagerasse nello scontro e che alla fine, tra Facchini e fedeli di Erode, si arrivasse realmente alle mani, con una colossale rissa.
Ma alla fine i Magi dovevano passare e i soldati ritirarsi.
Erode scendendo dal trono chiedeva quindi ai Magi cosa volessero fare, questi rispondevano che stavano cercando un bambino di nome Gesù.
Erode prendeva quindi degli enormi libri polverosi che consultava a lungo, per infine annunciare che un Gesù era nato il 25 dicembre e si trovava... nella Basilica di Sant'Eustorgio, giusto a poche centinaia di metri!
Giunti a Sant'Eustorgio, i figuranti entravano nella chiesa per trovare un enorme e colossale presepe vivente ai piedi dell'altare, con tanto di capanna, un vero bue e un vero asino.
I Magi recavano le offerte, la cometa posta in cima alla capanna, i fedeli benedetti.
Dopodiché tutti tornavano in abiti civili e, facchini compresi, seguivano i Magi ed Erode che siglavano la pace con una sana bevuta in una osteria di Porta Romana.

La terza processione era quella del Corpus Domini, istituita a Milano nel 1330 dall'arcivescovo Giovanni Visconti, era la più solenne e affollata processione di tutta la Diocesi Ambrosiana. Centinaia di migliaia di persone, molte giunte dal contado e oltre, si radunavano nella Basilica Maior e nella piazza antistante, l'odierna Piazza del Duomo, e sfilavano poi per via Mercanti, l'attuale via Torino, il Carrobbio, via del Torchio, via Lanzone e facevano una tappa nella basilica di Sant'Ambrogio, per tornare poi per via Sant'Agnese e il crocicchio di Porta Vercellina sino a Piazza Borromeo, dove entravano a Santa Maria Podone; proseguivano poi per le Cinque Vie, San Sepolcro e sbucare ancora in via Torino e tornare in Duomo. Non di rado la testa del corteo tornava in Piazza del Duomo ancora ingombra della coda del corteo.
Ad aprire la processione del Corpus Domini vi era il più grosso stendardo di Milano, talmente pesante che veniva retto da due squadre, che si alternavano, di 24 Facchini della Balla.


In occasione del Carnevalone Ambrosiano, sin dall'epoca medievale, un gruppo di Facchini della Balla veniva ingaggiato dalla nobile famiglia Pusterla, che aveva i suoi palazzi proprio all'angolo con via della Palla, dove si trova l'affresco della Vergine Maria ove si radunavano i facchini.
La presenza dei robusti e decisi facchini nei pressi dei loro palazzi faceva molto comodo ai Pusterla, che per ingraziarseli e usarli come una sorta di "esercito" personale, consegnavano loro ogni anno a Natale il "palpiroeu", cioè un vero e proprio "pacchetto" natalizio, pieno di cibarie.
I Pusterla, a Carnevale, facevano quindi costruire ogni anno un enorme Cavallo di Troia in legno, che veniva poi spinto dalle loro proprietà sino a Piazza del Duomo.
Dall'interno del cavallo, al posto dei soldati di Ulisse, uscivano i Facchini della Balla, carichi di doni per i preti delle due basiliche che sorgevano nella piazza ben prima della costruzione del Duomo.
Le fortune dei Pusterla terminarono quando Franciscolo Puesterla, sposato con Margherita Visconti, organizzò una congiura per far assassinare Luchino Visconti, cugino della moglie e, soprattutto, Signore di Milano da giusto un anno.
I Pusterla vennero arrestati e decapitati dai Visconti e terminò così la tradizione del Cavallo di Troia e pure del "palpiroeu de Natal".



I Facchini della Balla, in origine erano solo uno dei gruppi di facchini presenti a Milano.
Un altro gruppo organizzato di facchini era quello della Darsena di Porta Ticinese, che aveva il monopolio sullo scarico dei barconi.
La loro "distanza" dai facchini della Balla era rimarcata dall'avere come patrono non Sant'Aquilino ma San Cristoforo.
Nota è anche l'associazione dei Facchini del Verziere, prima a largo Augusto e poi con i loro tipici carrettini tra la Stazione Merci di Porta Vittoria e il nuovo Verziere di corso XXII Marzo.
Un'altra associazione di facchini doveva essere in via Manzoni, poco dopo l'incrocio con via Croce Rossa; lì si aprivano in serie 2 antichissime, strette ed anguste strade senza uscita: vicolo Tignoni, da un antico ospedale dove erano curati i malati di tigna, e vicolo Facchini, dove si trovava una corporazione rivale dei Facchini della Balla.

sabato 13 ottobre 2018

Il Carnevalone Ambrosiano


Il termine Carnevale ha origine dal latino "carnem levare", togliere la carne e indicava l'ultimo giorno del periodo di feste, quando il pranzo era celebrato senza mangiare carne, per introdurre i commensali alla susseguente Quaresima.
Quasi certamente il Carnevale trae origine dai Saturnali Romani, che si celebravano a dicembre e prevedevano anch'essi travestimenti, scherzi, doni e banchetti.
Il periodo festivo non ha una data di inizio fissa e nemmeno una lunghezza comune. Nella diocesi di Milano e in alcune parrocchie confinanti, si celebra infatti il Carnevale Ambrosiano, secondo l'antico
rito, che dura ben 4 giorni in più, e per questo era chiamato un tempo "El Carnevalun".
Nel rito romano la Quaresima inizia il Mercoledì delle Ceneri mentre a Milano e dintorni essa comincia solo la domenica successiva, quindi con quattro giorni in più di festeggiamenti carnevaleschi, che culminano nel “Sabato grasso”.
Tutto nasce da un diverso computo, relativamente alla durata della Quaresima, tra il rito ambrosiano e il rito romano.
In origine la Quaresima era calcolata esattamente partendo a ritroso dal Giovedì santo di Pasqua, secondo il calcolo della Pasqua Ebraica; i 40 giorni erano relativi ai 40 giorni passati da Gesù nel deserto.
I fedeli passano così 40 giorni di penitenza in preparazione al Venerdì santo.
Dal VII secolo la Chiesa però, per "sganciarsi" dalla tradizione ebraica, spostò la Pasqua alla domenica della risurrezione di Gesù e dalla penitenza si passò al digiuno.
Il calcolo dei 40 giorni non iniziò più quindi il Giovedì Santo ma il Sabato Santo e dato che il digiuno era proibito dalla Chiesa durante le domeniche, ecco che il nuovo termine del Carnevale sarebbe stato il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri, cioè il Martedì Grasso.
La diocesi di Milano, che lungo tutto il primo Millennio rimase sostanzialmente autonoma da Roma, e sovente molto più autorevole, grazie ai suoi arcivescovi, decise di conservare la più antica e precedente tradizione.

A complicare la cosa ci fu la tradizione dettata da Sant'Ambrogio e rispettatissima a Milano, di onorare il divieto di digiunare la domenica e quindi il Carnevale continuava anche dopo il Sabato Grasso, creando una Domenica Grassa che divenne celebre per le sue dissolutezze.
La Quaresima iniziava così solo al tramonto della domenica.
Considerato che i giorni di Carnevale Ambrosiano in più erano praticamente 5, per secoli furono enormi gli afflussi di visitatori dalle città e diocesi vicine.
Quando infatti da loro era già iniziata la dura Quaresima, a Milano si gozzovigliava, si festeggiava in modo dissoluto, si sfilava con carri e maschere e le osterie e le taverne guadagnavano montagne di denaro.
Lodovico il Moro sul finire del Quattrocento tentò con varie ordinanze di ristabilire il Sabato Grasso come ultimo giorno del Carnevale Ambrosiano, senza riuscirvi.
Con la Contro Riforma e sotto il pudico, misogino e severissimo sguardo di San Carlo Borromeo le cose si misero al peggio per i fautori della Domenica Grassa.
Il Borromeo, durante il Carnevale, era solito rinchiudersi nella chiesa di San Celso, per un ciclo di digiuni e penitenza.
Per anni il Borromeo lanciò strali e minacce, ma trovò la più forte opposizione alla riduzione del Carnevalone, non tanto nel popolino bigotto e festaiolo, ma nei nobili e nei signori locali, che delle religione avevano molto meno timore.
Fu quindi la grande Peste del 1576-77, detta appunto Peste di San Carlo, a cambiare repentinamente gli usi dei milanesi.


Il Borromeo aveva infatti ottenuto dal Papa di poter celebrare un anno di Giubileo anche a Milano, dopo quello di Roma del 1575. Era la seconda volta che Milano ospitava un Anno Santo, dopo quello del 1391, sotto Gian Galeazzo Visconti.
Nel 1576 iniziarono così ad arrivare a Milano decine di migliaia di pellegrini, per ottenere le remissione dei peccati. Insieme a costoro arrivò, a luglio, anche la peste.
La corte spagnola e i signori locali fuggirono tutti lontano da Milano. Il Borromeo rimase invece in città e iniziò ad organizzare delle processioni in giro per i sestieri, esponendo anche il Sacro Chiodo.
La Quarantena prolungata più volte, costringe i milanesi a restare chiusi in casa, non viene così celebrato il Carnevale del 1577. 

San Carlo decide di far erigere nelle piazze e ai crocicchi più importanti della città delle colonne sormontate dalle croci. Non potendo i milanesi andare a messa, saranno i preti a celebrale sotto le colonne, dette "crocette", e i fedeli potevano assistervi dalle finestre.
Quando il 22 luglio 1577 la peste pare non diminuire il Borromeo fa fare voto ai milanesi "per sei anni in avvenire di non farsi maschere, festini e giuochi in cambio della fine della pestilenza"; i morti sono stati già 17.000 ma per fortuna la pestilenza verrà dichiarata terminata il 20 gennaio 1578.
Quando sei anni dopo viene finalmente celebrato il Carnevale, il Borromeo ha gioco facile a far rispettare al popolo e ai signori locali il rispetto della domenica, rendendo così ufficiale la chiusura del Carnevale Ambrosiano al Sabato Grasso.
La domenica successiva entrava così di diritto come primo giorno di Quaresima. Ma il Borromeo non si accontenta di aver limato un giorno al Carnevalone e di averlo sospeso per 6 anni e il 27 gennaio 1582 proibisce le mascherate, i tornei e le vendite nei giorni festivi. Si entra così in una fase austera, rigorosa e quasi talebana del cattolicesimo della Contro Riforma. L'anno seguente il Borromeo rinizia la Caccia alle Streghe nella diocesi di Milano. 
Dopo le sventurate fatte bruciare vent'anni prima, fa arrestare in Val Mesolcina 150 streghe; 12 saranno bruciate vive.
Nel 1584 Borromeo muore e lentamente il Carnevale torna ai suoi fasti.
Il Carnevale a Milano si festeggia probabilmente già nei primissimi secoli dopo Cristo, in sostituzione dei Baccanali e dei Saturnali che la nascente Chiesa Cristiana andava a proibire.
Sicuramente esistente durante il vescovato di Sant'Ambrogio, nel IV secolo, il Carnevale Ambrosiano assurse a manifestazione grandiosa e sfarzosa, nota in tutta Europa intorno all'XI secolo.
Celebri erano le sue giornate di divertimenti dissoluti, con decine di migliaia di persone che, indossando maschere in carta o tela cerata, giravano per la città a fare scherzi, scambiare doni, mangiare e bere.

Già sotto i Visconti si pose il problema dell'ordine pubblico, con i giorni di Carnevale che vedevano anche risse e morti accoltellati.
Le cose non cambiarono con gli Sforza, che anzi iniziarono loro stessi a chiamare a corte i migliori inventori per far loro costruire macchine e scenografie colossali, con cui stupire i loro ospiti alle feste di Carnevale.
Lodovico il Moro fece venire a Milano Leonardo da Vinci proprio per queste sue capacità, non certo per la sua bravura come pittore o scultore o come architetto, qualità che sfruttò solo in seguito.
Uno dei periodi di massimo splendore del Carnevale Ambrosiano fu il primo Cinquecento, prima della Peste di San Carlo.
Oltre alla consueta bolgia dissoluta, iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta l'Accademia dei Facchini della Val Blenio.
Dalla Val Blenio, oggi nel Canton Ticinio, provenivano veramente tutti i facchini di una congregazione che si riuniva in via della Palla.
I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
Negli stessi anni si iniziarono anche a tenere sfilate lungo percorsi prefissati.
Il primo "corso" fu tra Porta Ticinese e Piazza del Duomo, passando per il Carrobbio e l'attuale via Torino. Giudicato troppo angusto venne deciso di spostare il "corso" da Piazza del Duomo giù sino a Porta Romana, passando per via Larga. 
Venne appositamente aperta via Velasca, per unire via Larga con corso di Porta Romana.
Prese piede l'usanza di lanciare uova marce sia dai balconi e dai tetti, sia dai carri che sfilavano.
I governatori spagnoli, spinti dal Borromeo, minacciarono multe salatissime per chi lanciava le uova.
Si arrivò così a proibirle pena l'arresto.
Le uova furono sostituite da palline di gesso, i "benis de gess", grandi come confetti, che venivano lanciati anche con le fionde.
Il risultato fu ben peggiore, trattandosi quasi di proiettili.
Vennero proibiti pure questi e si giunse così ad usare i semi di coriandolo selvatico, pianta diffusissima nel milanese. I semi di coriandolo venivano lasciati seccare nel gesso. Ecco nati i coriandoli!
Nel Seicento compaiono le maschere regionali della commedia dell'Arte, Meneghino e Cecca, Brighella, Rosaura.



Le sfilate vengono sempre aperte e guidate da un carro con a bordo Meneghino e Cecca. La tradizione è rimasta immutata da allora.
Nel Settecento furono di gran moda delle maschere di carta pesta dipinte da ritrattisti. Maschere che riproducevano mirabilmente i volti di personaggi famosi.
Furono numerose le rapine e gli atti violenti commessi durante i giorni del Carnevalone usando tali maschere, tanto che il 12 marzo 1749 vennero proibite.


Francesco Londonio, un altro pittore, fondò a metà del Settecento un altra accademia su modello di quella del Lomazzo, la Compagnia dei Foghetti, un gruppo di artisti che sfilavano a Carnevale trasportando un teatrino portatile dove si esibivano alcuni di loro.



Il Carnevalone continuò a prosperare sino a tutto l'Ottocento, con le sui sfilate che vennero spostate da Piazza del Duomo a corso Vittorio Emanuele e Porta Venezia.
L'ultimo grande dono di Milano al Carnevale di tutto il Mondo arriva nel 1875, quando l'ingegnere Enrico Mangili, industriale della seta di Crescenzago, si inventa l'evoluzione dei coriandoli. 
Non più semi di coriandolo ricoperti di gesso, ma coriandoli in carta, usando gli scarti della coltivazione dei bachi da seta, milioni e milioni di dischetti di carta.


In corrispondenza del punto di arrivo della sfilata, si trovava su un balcone un Gran Jury che eleggeva il "carro dell'anno".

A inizio del '900 le sfilate si tennero anche sui Bastioni di Porta Nuova e per le strade del centro, sino al trasferimento, nei primi anni '30, di tutti i festeggiamenti del Carnevalone alla Fiera di Porta Genova, che si teneva in concomitanza.
All'inizio celebrata sui bastioni di Porta Ticinese, lungo la Darsena, quando questi vennero abbattuti, fu organizzata lungo viale Papiniano e piazza Sant'Agostino, dove venivano montati i giochi del Luna Park.



Con il Boom Economico e l'esplosione delle Settimane Bianche, sempre concomitanti con il Carnevale Ambrosiano, dagli anni '70 le tradizionali feste e sfilate hanno iniziato a perdere un gran numero di partecipanti, riducendosi infine a grandi raduni di massa in Piazza del Duomo e poi a feste private in discoteche e club. Solo negli ultimi anni è rinata la tradizione delle sfilate, con tanto di bandiere dei sestieri e una sfilata in maschera medievale.



mercoledì 16 novembre 2016

La chiesa di San Francesco Grande

La chiesa di San Francesco Grande fu per secoli la seconda chiesa più grande di Milano, dopo il Duomo, e una delle più ricche di tutta la Cristianità per importanza delle opere d'arte ospitate nelle sue cappelle gentilizie.
La chiesa ha una storia antichissima e complessa.
Si trovava dove oggi è sita la Caserma Garibaldi, alle spalle del complesso di Sant'Ambrogio, tra via Nirone e via Santa Valeria.


Un dettaglio di una veduta di Milano del Bonacina con al centro la facciata di San Francesco Grande, col rosone centrale, 1640. Si nota bene, grazie al dislivello nel tetto, la fusione tra la Basilica di San Narbone e la Cappella dei Francescani.

La storia inizia con i gemelli San Gervasio e San Protasio, figli di San Vitale e Santa Valeria, secondo la tradizione martirizzati da Nerone dopo essere stati convertiti da San Caio, vescovo di Milano; vennero sepolti intorno al 70 d.C. nelle "ortaglie" del palazzo del console Filippo de' Oldani, segretamente convertito al cristianesimo.  
Si trattava del primo cimitero cristiano di Milano, sito nell'area di Piazza Sant'Ambrogio, e i cui resti sono venuti alla luce più volte negli ultimi decenni.

Era chiamato "Polyandrion Cai et Philippi", la fossa comune di Caio e Filippo de' Oldani.
Sul finire del I° secolo d.C. san Castriciano de' Oldani, poi vescovo di Milano, fece erigere una basilica per ospitare i corpi dei santi Protasio e Gervasio. Dopo il martirio dei santi Nabore e Felice, avvenuto nel 340, anche i loro corpi furono sepolti nella chiesa, che da loro prese la denominazione. La Basilica di San Nabore era retta dai Canonici e aveva inizialmente tipiche forme romanico-lombarde per poi essere ricostruita in stile gotico.


Per secoli sotto la basilica vennero sepolti i vescovi e i martiri cristiani, tra cui i 290 milanesi deportati a Lodi Vecchio e massacrati dall'Imperatore Massimiano. La Basilica veniva per questo chiamata "Cimiterio de' Santi".
Nel 1222 l'arcivescovo Enrico Settala diede una dimora fissa ai Francescani, un prato nelle ortaglie di proprietà degli Oldani, alle spalle di San Nabore dove costruiscono un grande convento.
Nel 1233 i Francescani fondarono dietro l'abside della basilica una loro cappella.
Con bolla papale del 1256 i Francescani si presero anche la Basilica di San Nabore e i Canonici si trasferirono a Santa Maria Fulcorina.
Nel 1272 venne eretto il campanile della cappella dei Francescani, molto alto e di pregevole fattura. All'inizio del XIV secolo il Signore di Milano Corrado Mosca Torriani finanziò i lavori dei Francescani.
Nel 1387 finirono i lavori di "fusione" della basilica e della cappella creando una unica, enorme chiesa: San Francesco Grande.


La nuova chiesa era letteralmente stracolma di sepolture di santi e di reliquie; vi erano sepolti san Nabore, san Felice, (san Gervasio e san Protasio erano stati traslati da Sant'Ambrogio nella nuova basilica costruita poco a sud di san Nabore nel giugno 386) san Fortunato, san Caio vescovo, san Barbaba, san Materno vescovo, san Candido, santa Savina, Filippo de' Oldani, Roberto da San Severino.
Tra le innumerevoli reliquie lo scheletro di un "innocente", i bambini fatti trucidare da Erode a Betlemme, lo scheletro di san Desiderio, il teschio di San Matteo Apostolo, i teschi di sant'Odelia Vergine e di sant'Orsola, un dente di San Lorenzo, il teschio di uno dei sette senti Maccabei, ossa di santa Maria Maddalena, ossa di santa Romana, ossa di Papa san Sisto, altre ossa di san Silvestro e molte altre ancora.
Le morti illustri non si fermarono ma anzi continuarono con l'aumentare del prestigio della chiesa: i Borromeo con una cappella decorata da statue in marmo e oro tra le più belle di Milano, i Visconti, i Settala, i Sessa, i Coiro fecero seppellire i loro cari.
Volle esser lì sepolta Beatrice d'Este, come anche Francesco da Bussone detto Il Carmagnola, il Patriarca di Costantinopoli Niccolò della Porta da Castell'Arquato, Corrado Mosca Torriani, Bonvesin de la Riva, Vitaliano Borromeo.

Durante il Giubileo del 1475 arrivarono a Milano oltre 100.000 persone in soli due mesi, anche da oltralpe, per chiedere l'indulgenza nella chiesa di San Francesco Grande.
In uno dei giorni di massima affluenza morirono soffocati e calpestati  15 fedeli.
Il 25 aprile 1483 Bartolomeo Scorione, priore della Confraternita dell'Immacolata Concezione, stipulò un contratto per una pala da collocare sull'altare della cappella della Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande con un giovane artista arrivato circa un anno prima da Firenze.
Per Leonardo da Vinci era la prima commissione che otteneva a Milano e dipinse la Vergine delle Rocce, oggi al Louvre di Parigi.
Il contratto prevedeva anche due dipinti per le predelle laterali, due angeli, uno mentre suonava e uno mentre cantava. Li dipinsero i fratelli Ambrogio ed Evangelista de Predis.
La bottega dei de Predis si doveva occupare della coloritura e doratura della cornice lignea dell'ancona, intagliata da Giacomo del Maino.


Le due versioni della Vergine delle Rocce di Leonardo, a sinistra la più antica, al Louvre, a destra quella a Londra

I dipinti furono terminati intorno al 1493-94 ma non vennero consegnati alla Confraternita per via di una disputa di natura economica. I pittori volevano più soldi.
Pare che in realtà Leonardo avesse trovato un miglior acquirente, probabilmente Lodovico il Moro, Signore di Milano.
Vennero così dipinti un'altra pala con la Vergine delle Rocce e altri due angeli, questa volta entrambi ritratti mentre suonavano, uno dipinto da Ambrogio De Predis, l’altro probabilmente da uno dei discepoli del Leonardo, forse Marco d’Oggiono. 
Il capolavoro di Leonardo passò quindi da Lodovico il Moro ai Francesi, per vie non ancora ricostruite, e oggi si trova al Louvre, mentre la seconda versione venne consegnata nel 1506 alla Confraternita che poté finalmente esporla in San Francesco Grande.
L’Angelo in rosso e l’Angelo in verde originali, dipinti dai fratelli De Predis sono invece andati perduti.



L'Angelo Rosso e L'Angelo Verde oggi alla National Gallery di Londra

Nel 1551 Ferrante Gonzaga, governatore di Milano per conto della corona di Spagna, fece abbassare i più alti campanili di Milano in modo che non possano essere usati come punti di osservazione, o di sparo, verso le due nuove fortificazioni del Castello Sforzesco che sta facendo costruire: la "tenaglia" di porta Vercellina e la "tenaglia" di porta Comacina. Vengono abbassati i campanili di San Simpliciano e proprio quello di San Francesco, quest'ultimo di un terzo dell'altezza "per 40 brazza", cioè 24 metri, facendo supporre quindi una altezza originaria di oltre 70 metri.

L'anno successivo, nel 1552 il ricchissimo commerciante Tomaso Marino, corruttore e avidissimo banchiere, fa costruire l’Oratorio dei Genovesi nell'attuale via Nirone, accanto all’abside della grande chiesa di San Francesco; viene dedicato a San Giovanni Battista e il Marino commissiona anche una Crocifissione a Bernardino Campi, pala attualmente finita, chissà come, nella Badia di Fiesole.
Tra il 1570 e il 1576 l'antica facciata viene abbattuta e ricostruita 20 metri arretrata; la basilica era in quell’epoca in mattoni rossi, ricca di statue in facciata e con tre grandi navate, 8 altari nella navata di sinistra e un totale di ben 21 cappelle gentilizie, sorte in modo disordinato a partire dal XIV secolo. Nell'occasione fu anche spostato l'altare maggiore, dal mezzo della chiesa al coro.

Tra le 21 cappelle degne di nota vi sono sicuramente la Cappella di San Francesco d’Assisi con statue e stucchi dorati e dipinti del Fiamminghino; la Cappella di San Bonaventura con dipinti di Stefano Maria Legnani; la Cappella di San Giuseppe con una grande statuta del santo in grandezza naturale in marmo di Carrara e affreschi e dipinti di Federico Panza; la Cappella di Sant’Antonio da Padova con dipinti di Natale Cremonesi, Federico Macagni  e del Nuvoloni; la Cappella della Beata Vergine di Caravaggio, con statue e putti in marmo di Carrara scolpiti da Stefano Sampietro e con un grande quadro di Pietro Gilardi; la Cappella del Sant’Angelo Custode, con statute del Cornara e dipinti di Federico Bianchi e di Federico Panza; la Cappella della Passione del Nostro Signore, col favoloso monumento Biraghi scolpito nel 1520 dal Bambaia oggi all’Isola Bella nelle Collezioni Borromeo; altro importante monumento era quello della famiglia Borromeo scolpito da Gian Antonio Piatti nel 1475 e pure esso salvato e portato presso l’Isola Bella e infine il monumento funebre di Beatrice d’Este, scolpito da Giovanni di Balduccio, primo esempio di gotico in Italia. I monumenti funebri delle famiglie  Panigarola,  Dal Verme,  Bascapé,  Crivelli sono invece andati perduti.



Monumenti del Bambaia e del Piatti, oggi all'Isola Bella sul Lago Maggiore


Altre cappelle furono affrescate da Bernardino Zenale, che lasciò anche un grande dipinto, come ricorda il Vasari; altre furono dipinte da Aurelio ed Evangelista Luini e dai fratelli Procaccini, come ricostruito da Luca Beltrami.

Nel 1688 la chiesa ha un cedimento strutturale e la parte anteriore, facciata compresa, crolla: viene ricostruita in stile barocco, con progetto del Nuvolone, allargandola verso via Santa Valeria che viene stretta per l'occasione;  vengono eliminate le prime tre campate e le cappelle e gli altari vennero riordinati in modo simmetrico lungo le navate laterali, infine viene aperta una nuova porta verso via Santa Valeria. I lavori terminano nel 1697. Molti dei dipinti e degli affreschi del Cinquecento andarono perduti e vennero sostituiti da nuove opere d’arte di Andrea Lanzani, Andrea Porta, Pietro Maggi.

Un disegno in pianta che mostra le demolizioni avvenute per la ricostruzione della chiesa dopo il crollo del 1688

Nel 1781 la seconda versione della Vergine delle Rocce di Leonardo viene portata presso la chiesa di Santa Caterina alla Ruota, lungo l’attuale via San Barnaba, demolita nel 1910 per allargare il Policlinico

. Nel  1785 il conte di Cicognara, regio amministratore dei beni ereditati dall'istituzione soppressa, la cedette per centododici zecchini romani al pittore inglese Gavin Hamilton, che la portò in Inghilterra. I suoi eredi vendettero il dipinto a Lord Lansdowne; l'opera passò poi al conte di Suffolk e nel 1880 alla National Gallery, che la pagò duecentocinquantamila franchi. I due angeli vennero invece venduti nel 1801 al conte Giacomo Melzi per finire poi pure essi a Londra, alla National Gallery.

Nel 1789 il convento venne soppresso dall'imperatore Giuseppe II d'Austria e riadattato a ospedale militare.
San Francesco Grande venne invece sconsacrata e trasformata in un magazzino.
Nel 1799 l'amministrazione cittadina richiede fondi per chiudere con un muro il sagrato di San Francesco, ridotta ad un covo di delinquenti e senza casa. Nell'ottobre del 1800 iniziano invece i lavori per trasformare il convento da ospedale militare a orfanotrofio.
Il 1802 vede l'amministrazione cittadina indecisa se trasformare San Pietro in Gessate o San Francesco Grande in magazzino. Viene invece deciso nel 1803 di trasformare l'intera area a nord di Sant'Ambrogio in una grande caserma per ospitare i Veliti Reali di Napoleone, cioè la Guardia Imperiale.
Inizialmente ospitati nel convento, in numero di 692, nel maggio 1806 vennero fatta formale richiesta di adattare la chiesa a dormitorio.
Ma le precarie condizioni delle mura perimetrali della chiesa spinse il Ministro della Guerra della Repubblica Cisalpina, Marie-François Auguste de Caffarelli du Falga, a richiedere il 6 novembre 1806 al Viceré Eugenio Bonaparte di abbattere la chiesa.

Progetto della nuova caserma con sovrapposta la pianta di San Francesco Grande

Nel gennaio 1807 vengono così appaltati i lavori di demolizione che avvengono brutalmente nel marzo e aprile con l'uso di mine che arrecano danni ai vicini edifici.
Il disprezzo per quella che per quasi due millenni è stata una delle chiese più importanti di Milano e della Cristianità tutta, è totale.
Le distruzioni iniziano dall'abside senza nemmeno rimuovere  statue, decorazioni, lapidi e affreschi.

Il prevosto della vicina Sant'Ambrogio, Gabrio Maria Nava, supplica con una lettera del 27 giugno 1807 il Ministro Auguste de Caffarelli du Falga, di permettere ai suoi fratelli di spostare le opere d'arte.
A rispondere fu il Colonnello Rossi del Genio Militare che permise al prevosto di spostare quel che voleva a patto che ciò non venisse a costare nulla all'amministrazione.
Tra il poco salvato vi è il fronte di un sarcofago paleocristiano esposto oggi in Sant’Ambrogio.

Nello stesso anno materiale di risulta dalla demolizione viene usato per costruire l'Arco della Pace del Cagnola e l'anno dopo per le sponde del Naviglio Pavese.

Le demolizioni proseguono per tre lunghi anni fino a quando nel febbraio 1811 viene acquistato un grande terreno per costruire una fornace presso San Cristoforo lungo il Naviglio Grande; doveva servire a produrre 5 milioni di mattoni per costruire la nuova caserma.
Viene abbattuto anche il contiguo Oratorio dei Genovesi voluto da Tommaso Marino nel 1552.


Nel 1813 la caserma è quasi ultimata ma la caduta di Napoleone e la Restaurazione, riportano gli Austriaci a Milano; quando le truppe imperiali di Vienna entrano nella caserma la trovano mezza distrutta dai Veliti che prima di fuggire la danneggeranno pesantemente. 
La Caserma sarà pienamente ristrutturata solo 30 anni dopo, da Giovanni Voghera, e inaugurata nel 1843.

Durante degli scavi in via Santa Valeria nel biennio 1939-40, vennero alla luce le fondamenta della chiesa tardo Seicentesca.

Scavi in via Santa Valeria


Pianta del 1807 che mostra l'antico profilo di San Francesco Grande dopo la ricostruzione di fine Seicento con sovrapposta la caserma e i terreni e palazzi da esporpriare.

martedì 6 ottobre 2015

Santuario di Santa Maria alla Fontana


Fondato su volere di Charles II d'Amboise governatore di Milano nel periodo di Luigi XII di Francia nel luogo ove una sorgente, nota come fontanile dei Visconti, fuori Porta Comasina, aveva assunto potere taumaturgico nelle credenze e del popolo e della ricca nobiltà. L'acqua di Santa Maria alla Fontana era particolarmente indicata per "curare" malattie come l'artrite o l'osteoporosi.
La fonte era frequentata sin dal V secolo e durante i lavori di costruzione nel Cinquecento fu ritrovata una struttura in pietra dell'Alto Medioevo che permetteva di entrare nella polla creata dal fontanile e alcune modeste strutture di deflusso delle acque per regolarne il livello.



A lungo attribuito a Leonardo da Vinci e al Bramante sappiamo oggi essere stato progettato da Giovanni Antonio Amedeo, con la posa della prima pietra il 29 settembre 1507.
La struttura su due livelli vedeva a 2 metri e mezzo sotto terra una larga "piscina" che accoglieva le acque prodigiose e permetteva ai fedeli di immergersi e/o bere, mentre al livello superiore si apriva il santuario vero e proprio e tramite una serie di chiostri e portici i due livelli comunicavano liberamente, in modo che messe e canti era udite contemporaneamente anche al livello inferiore.




Purtroppo i Benedettini di San Simpliciano dovettero cedere il Santuario nel 1547 ai Padri Minimi di San Francesco di Paola, appena giunti a Milano e bisognosi di un luogo di culto tutto loro.
I monaci calabresi presero dunque possesso della struttura e la stravolsero totalmente, chiudendo i chiostri e rendendo non comunicanti i due livelli, stravolgendo la pianta e sostanzialmente trasformando il santuario in un monastero. Al progetto partecipò il Richini padre.
Su progetto del Bombarda costruirono un presbiterio al posto del cappellone preesistente e sviluppano la nuova costruzione con 3 navate molto banali.







Ma il peggio deve ancora venire, i monaci di San Francesco di Paola ottengono infatti nel 1599 un nuovo luogo di culto più addentro alla città, Santa Maria alla Fontana era nel Cinquecento infatti in piena campagna, persa in una vasta foresta; viene loro assegnata la chiesa di Sant'Anastasia e annesso convento lungo l'attuale via Manzoni.
Ai primi del Settecento sarà poi demolita e al suo posto sorgerà la chiesa di San Francesco di Paola ancor oggi esistente e terminata, come facciata, solo nel 1890 dall'Alemagna.
Contestualmente i Padri Minori quasi abbandonano Santa Maria alla Fontana, che si riduce a parrocchia di un migliaio di anime sparse in cascine e piccoli borghi nel nord di Milano. Solo il 5 agosto di ogni anno, in memoria della Madonna della Neve apparsa a Papa Liberio nel 352 e al cui culto venne sin da epoca medioevale associata la miracolosa acqua di Santa Maria alla Fontana, il luogo si riempiva di fedeli che andavano in campagna a bagnarsi con le prodigiose acque.
Con l'arrivo di Napoleone gli ordini religiosi vengono sciolti e anche il santuario si svuota e perde definitivamente rilievo.
Nei decenni successivi dell'Ottocento l'area tra il santuario e Milano viene sempre più urbanizzata: arrivano officine, ferriere, stabilimenti. L'area è difinitivamente disboscata, i campi trasformati in strade e il tutto diventà città. La popolazione arriva a superare i 20.000 abitanti già nel 1879. Qualche anno prima, nel 1873, insieme agli altri Corpi Santi anche l'area di Santa Maria alla Fontana entra a far parte di Milano.
Nel 1877 avviene una vera catastrofe per il santuario: uno sversamento di bitume in una vicinissima fabbrica con conseguente incendio tappò lo sfogo delle acque dal sottosuolo.
Venne praticato un foro artificiale per cerca la falda acquifera ma le acque erano ormai compromesse e non più potabili.
Da allora dagli ugelli della fontana esce banalissima acqua dell'acquedotto milanese.
Gli abitanti intanto raddoppiano già ai primi dell'900, tanto che il santuario non è più in grado di accogliere i fedeli.
Nel 1920 vengono quindi approntati importanti lavori per allungare le navate e dare una nuova facciata, di dubbio gusto, al santuario. Il progetto venne affidato agli architetti Griffini e Mezzanotte.






Nello stesso periodo l'intera zona attorno al santuario viene stravolta dalla decisione della Edison di impiantare la più importante sottostazione elettrica del nord Milano esattamente a fianco della chiesa.
Le bombe della Seconda Guerra Mondiale danneggiano gravemente la struttura dell'edificio che sarà restaurato nei primi anni 50. Durante i lavori vennero eliminate parecchie strutture addossate al santuario nei secoli precedenti e fu ritrovata una lastra in pietra originaria da cui usciva l'acqua miracolosa.





Il sacello inferiore fu ristrutturato significativamente da Ferdinando Reggiori nel 1956-60; gli importanti e notevoli affreschi cinquecenteschi e seicenteschi vengono restaurati solo nel 2006/07.






L'Amedeo spesso dimenticato o nemmeno conosciuto è stato uno dei massimi splendori del Rinascimento Lombardo, scultore, ingegnere e architetto di altissimo livello.
Lavorò alla Certosa di Pavia, al Duomo di Milano, a San Satiro, Santa Maria presso San Celso, il Duomo di Pavia, la Cattedrale di Lugano, alla Cà Granda e fu ingegnere ducale per Lodovico il Moro.
Solo pochi anni fa è stata ritrovata la lettera di incarico che affidò i lavori all'Amedeo.
Ciò nonostante continua ad aver valore la tesi secondo la quale ai lavori parteciparono anche Bramante, Cristoforo Solari e Leonardo, soprattutto alla luce di una sospensione dei lavori nel 1509 e, forse, un allontanamento dell'Amedeo e un riaffido dei lavori.
A prova di ciò vengono portati alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo che riproducono quasi fedelmente porzioni del sacello di Santa Maria alla Fontana.








Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...