Studiò quindi teologia a Colonia e divenne un canonico, poi venne preso dal sacro fuoco della predicazione.
I suoi titoli nobiliari dovevano essere talmente rilevanti che quando morì il vescovo di Colonia, i maggiorenti della città offrirono a lui la cattedra della città.
Aquilino rifiutò e partì per Parigi per predicare; giunto nella capitale francese trovò una città allo stremo per una pestilenza. Aquilino si prodigò nelle cure dei malati e quando infine la pestilenza terminò gli venne proposto di diventare vescovo di Parigi.
Aquilino rifiutò nuovamente e partì per il nord Italia per una nuova predicazione.
Giunse così a Pavia per poi arrivare a Milano, dove voleva pregare sulla tomba di Sant'Ambrogio, di cui era profondamente devoto.
Aquilino trovò una Milano profondamente lacerata dal movimento dei Patarini, una folta schiera di popolani milanesi che lottava contro la simonia, il matrimonio dei preti e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano di quegli anni.
Contemporaneamente ai Patarini agivano anche i Catari, altro movimento eretico di origine francese che aveva preso piede nelle odierne Lombardia e Piemonte.
Aquilino predicò duramente contro le eresie, tentando di convertire gli eretici e inimicandosi intere comunità, esattamente come fece Sant'Ambrogio secoli prima nella sua lotta contro gli Ariani.
Tra il 1015 e il 1018 la tradizione vuole che Aquilino una mattina si stesse recando nella basilica di Sant'Ambrogio, per pregare, come spesso faceva, davanti i resti del santo; lungo l'odierna via Torino, all'altezza di quella che poi sarebbe diventata la Contrada della Balla, incrociò dei Catari o dei Patarini, che, riconosciutolo, lo accoltellarono alla gola con un lungo pugnale. Stessa fine fu riservata ad un certo Costanzo, probabilmente un altro prete.
I corpi furono gettati in un canale di scolo in segno di disprezzo ulteriore.
Sempre la tradizione vuole che, appena accaduto il duplice omicidio e fuggiti gli assassini, i primi ad accorrere fossero dei facchini, che erano soliti radunarsi ogni mattina all'angolo tra la Corsia e la Contrada della Balla, oggi rispettivamente via Torino e via della Palla, dove sin dall'epoca romana, si teneva un mercato di latte e formaggi, tre volte alla settimana.
Il mercato si svolgeva sotto un grosso porticato, dove veniva anche custodito tutto l'olio in vendita a Milano.
L'olio, come ogni altra merce che entrava in città, era soggetto a dazio, ma quando giungeva al mercato della Balla, veniva automaticamente esentato. Non di rado i facchini trasportavano di nascosto otri di olio dentro i bagagli che spostavano dalle Porte di Milano sino al centro.
I facchini erano una figura comune nelle città di epoca medievale, quando i commerci e gli scambi tra città e nazioni ripresero a diventare sostenuti.
Quando le merci arrivavano alle porte della città, pagato il dazio, i facchini si facevano carico di trasportarle sino a destinazione.
La maggior parte a piedi, caricandosi delle enormi "balle" sulla schiena, da cui Contrada della Balla/Palla, chi con carretti, chi, pochi, con asini o cavalli.
Furono quindi questi popolani, provenienti inizialmente dal Lago Maggiore, poi per lo più dalle valli delle Bergamasca o del Comasco, a trovare il cadavere di Aquilino.
Alcuni facchini corsero nella cattedrale dell'epoca, la basilica Maior, o Santa Tecla, nell'odierna Piazza del Duomo, e avvisarono l'arcivescovo Arnolfo II° dell'orribile delitto.
Arnolfo accorse sul luogo scortato dai più alti prelati della curia Ambrosiana e diede l'ordine di portare il corpo alla vicina basilica di San Lorenzo.
I facchini chiesero e ottennero, di poter portare loro il corpo di Aquilino.
Iniziò quindi una sorta di processione con in testa l'arcivescovo Arnolfo, i prelati e i monsignori, seguiti dai facchini che portavano il corpo del predicatore.
Giunta al Carrobbio, la processione usci dall'antica porta delle Mura Massimiane, di epoca Imperiale, e scesero verso la strada per Ticinum, cioè Pavia, per arrivare alla basilica di San Lorenzo.
Per motivi non chiari, il corpo di Aquilino non fu portato nella basilica ma nell'attigua chiesa di San Genesio, una antichissima cappella ottagonale fondata probabilmente da Galla Placidia intorno al 410.
Galla Placidia fu un'imperatrice romana, figlia dell'imperatore Teodosio I; fu anche nipote di tre imperatori, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro, tanto da poi venir chiamata "la nobilissima Gallia".
Le forme architettoniche della cappella sono assolutamente confrontabili con quelle del Mausoleo Imperiale di San Vittore al Corpo e con il Battistero di San Giovanni alle Fonti, tanto da far sospettare che l'originale destinazione della cappella fosse quella di un mausoleo imperiale riadattato nel V secolo dai cristiani di Milano.
La Cappella di San Genesio venne inglobata dalla basilica di San Lorenzo, diventandone una delle parti più preziose e meravigliose, soprattutto dopo i recenti restauri.
L'atrio era interamente ricoperto da splendidi mosaici coloratissimi, mentre la cappella era totalmente rivestita da marmi policromi provenienti da tutto l'Impero.
Col passare dei decenni la cappella venne infine dedicata a Sant'Aquilino, perdendo l'antica denominazione.
Nel 1465 una Confraternita di Sant'Aquilino nacque ufficialmente a Milano e il Papa ne approvò il culto quattro anni dopo.
Nel 1475 venne infine deciso di celebrare il culto di Sant'Aquilino il 29 gennaio di ogni anno.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nel 1581 lo proclamò compatrono della città e ne incentivò il culto, specie come protettore contro la peste.
Fu invece il cardinale di Federico Borromeo, nel 1608, a far scavare sotto la cappella di Sant'Aquilino, portando alla luce 11 sepolture di epoca romana, che hanno poi rafforzato la tesi del Mausoleo.
Fu invece nel 1697 che una sottoscrizione popolare permise di raccogliere ben 22.000 scudi d'argento per far realizzare un'urna dal celebre intagliatore, scultore e orafo Carlo Garavaglia.
Nel frattempo i facchini di Milano avevano continuato nella loro attività, utilissima e fondamentale per i commerci della città.
Ogni anno, però, al 29 di gennaio, i facchini sospendevano ogni attività nel pomeriggio per celebrare il loro "patrono", Sant'Aquilino.
In una lunga processione sfilavano dalla Corsia della Palla sino a San Lorenzo, portando una "baga" di pelle di capra, cioè un otre da cinquanta litri, di quello stesso olio che contrabbandavano; l'olio sarebbe servito per alimentare un sacro lume posto ai piedi delle spoglie mummificate del santo.
Il percorso partiva dal minuscolo incrocio tra via della Palla e vicolo Pusterla, esistente ancor oggi, davanti ad un tabernacolo con un quadrone della Vergine Maria e del Bambino.
Lì davanti si radunavano tutti i membri della Magnifica Badia dei Facchini, per proseguire poi lungo l'odierna via Torino, il Carrobbio e corso di Porta Ticinese, con sosta presso le chiese di Sant'Ambrogio in Solariolo, scomparsa, San Giorgio a Palazzo, Sant'Alessandro in Zebedia. Lungo tutto il percorso venivano stesi drappi bianchi con croci rosse.
I facchini indossavano i loro vestiti da cerimonia, abiti bianche e celesti con grembiuli ricamati d'oro e d'argento e indossavano cappelli rossi con pennacchi blu.
Le massime autorità religiose della città aprivano la processione, precedute da due facchini che reggevano due enormi stendardi, uno mostrante il martirio di Sant'Aquilino, l'altro, assai più profano, mostrava lo stemma della famiglia Moriggia, o Moriggi, che per secoli finanziava la processione e soprattutto le seguenti bevute nelle osterie.
Il secondo stendardo, Seicentesco, riportava la scritta: "VIVANO LI PORTATORI E LI CARBONARI - VIVA LA CASA MORIGGIA".
Partecipavano anche le famiglie dei facchini e i bambini reggevano ceri accesi e portavano cesti di fiori.
Una banda musicale suonava marce militari.
Giunti alle Colonne il corteo faceva un intero giro del sagrato della basilica per poi entrare a San Lorenzo e dirigersi verso la cappella; si svolgeva una messa alla quale partecipavano per motivi di spazio solo i facchini più anziani, veniva deposto l'otre, versato l'olio nella lampada, deposti i ceri che sarebbero serviti ad illuminare per un intero anno la cappella e benedetti i fedeli.
I facchini usciti dalla basilica lasciavano lo stendardo di Sant'Aquilino appoggiato all'arco di ingresso al sagrato della basilica, che sino agli anni 30, era separato dalle Colonne da un intero isolato di case.
Poi iniziava la baldoria. I facchini, parecchie centinaia, si disperdevano nelle decine di osterie, bettole e boecch del Ticinese, iniziando una intera notte di bevute, risate e feste.
Per tradizione i due grandi stendardi erano poi dati in pegno agli osti per ottenere in cambio del vino. Terminata la notte di baldorie, delle enormi collette tra i facchini e la generosità popolare, facevano sì che i due stendardi venissero riscattati il mattino seguente.
I facchini, con le loro divise riconoscibili, i modi schietti, popolani, erano una delle figure più tipiche e caratteristiche di Milano, tanto che la loro processione, chiamata "facchinata", divenne un modo di dire milanese: "fare una facchinata" era sinonimo di una processione quasi carnevalesca, festosa che si concludeva in osteria, con canti e balli.
Il modo di dire rimase in uso sino ai primi del Novecento.
Nel Cinquecento le "facchinate" vennero addirittura prese a esempio per le sfilate del Carnevale
Ambrosiano.
Iniziarono a nascere le prime associazioni di milanesi che sfilavano in maschera per la città, proponendo spettacoli e travestimenti.
Fu il poeta e pittore Gian Paolo Lomazzo a fondare la prima di queste, detta appunto, Accademia dei
Facchini della Val Blenio.
I compari del Lomazzo si vestivano come i veri facchini e imitandone la parlata montanara, gutturale e incomprensibili, i modi bruschi, sfilavano creando grande ilarità.
La seconda a nascere fu la Magnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore, che si faceva beffe dei facchini che venivano dal Varesotto.
Ma i facchini non avevano solo il compito di spostare le merci da una parte all'altra della città, erano anche i pompieri di Milano.
Sin dall'epoca rinascimentale spettava infatti ai facchini il pronto intervento in caso di incendio.
Quando suonavano le campane che avvisavano di un incendio, i facchini accorrevano celermente.
Per spegnere i fuochi avevano il permesso di requisire nelle osterie tutte le "brente" che trovavano.
Una "brenta" era un tipico secchio in legno milanese e indicava anche l'unità di misura dei liquidi.
Una "brenta milanese" corrispondeva a 75.5 litri odierni ed era divisa in 96 boccali, ciascuno di 0,78 litri.
Con i secchi correvano quindi a rifornirsi di acqua in qualche roggia o fontana e si prodigavano nello spegnere l'incendio.
Quando i facchini agivano come pompieri cambiavano anche nome, diventavano i "brentatori", dal secchio che usavano.
Il primo facchino che raggiungeva il luogo dell'incendio aveva diritto ad un premio in denaro.
Ai facchini che non rispondevano alla chiamata delle campane veniva al contrario comminata una multa.
L'incentivo del premio venne però eliminato agli inizi del Settecento; troppe infatti erano le risse che si scatenavano tra i facchini per gli arrivi "in contemporanea" o per i troppi furbi.
Nel 1738 vennero fornite ai "brentatori" anche le prime rudimentali pompe, ma la "brenta" rimase il loro mezzo principale.
Purtroppo non era rara che allo scoppio di un incendio dei malintenzionati entrassero nelle osterie facendosi dare la "brenta", spacciandosi per facchini/brentatori.
Il Comune di Milano decise quindi di rendere riconoscibili i facchini, tramite un documento che certificasse la loro appartenenza alla corporazione.
Il documento venne soprannominato dai facchini "Bollettone"; venne in seguito rilasciata anche una targa metallica che veniva posta sul petto o sul cappello.
Ai facchini, in caso di incendio spettavano anche compiti di polizia.
Oltre a spegnere gli incendi dovevano gestire l'ordine pubblico, allontanare i curiosi e presidiare le case danneggiate e sgomberate dall'arrivo di possibili ladri e sciacalli.
Nel 1797 vi fu un rudimentale sciopero dei facchini/brentani, che smisero di accorrere in caso d'incendio se il Comune non avesse smesso di far svolgere alcune mansioni di facchinaggio, trasporto del carbone e della legna, alla nuova corporazione degli Spazzaturai, che poi divennero gli spazzini delle Rottole, la discarica e cittadella che si trovava tra Cimiano e Crescenzago.
Gli spazzaturai rinunciarono a svolgere mansioni non loro e i facchini riniziarono a fare anche i pompieri.
Nel 1811 vennero fondati i Pompieri di Milano, detti "Coo d'Or", testa d'oro, dall'elmetto dorato, ma ai facchini fu comunque lasciato il compito di accorrere con le "brente", portare le pompe, montarle e a gestire l'ordine pubblico.
Nel 1848, durante le gloriose Cinque Giornate di marzo, i facchini furono tra i più valorosi e grazie ai loro muscoli furono tra i primi ad erigere le barricate nei vari punti strategici di Milano.
Nel 1862 i facchini/brentatori si costituirono ufficialmente in una società; erano in 400 dotati di "Bollettone" e per un paio di decenni dopo l'Unità, con l'aumentare della popolazione, il loro numero crebbe sino ad arrivare a 700 membri.
Ma già sulla fine dell'Ottocento il numero di facchini iniziò lentamente a diminuire, per poi precipitare nel nuovo secolo, con l'avvento del motore a scoppio e dei primi mezzi di trasporto, pubblico e privato.
Alla stessa stregua anche la Processione di Sant'Aquilino vide crollare il numero dei suoi partecipanti, per venire infine sospesa dalle autorità comunali nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra.
Solo nel 1925 il Prevosto di Sant'Eustorgio, don Carlo Rigogliosi, e il Presidente della Società dei Facchini, Ambrogio Porati riuscirono a far rinascere la processione, con i soli 100 facchini rimasti a Milano.
La "facchinata", partì con in testa il decano dei facchini, vestito con la sua divisa colorata, con nelle mani il bastone del sodalizio e un grosso crocefisso, seguiva la banda e i portatori delle offerte, col classico otre da 50 litri di olio e gli enormi vassoi carichi di ceri, poi arrivavano i due stendardi, l'uno raffigurante Sant'Aquilino, l'altro, andato perduto, o forse dato in pegno e mai più riscosso, quello di Casa Moriggi, raffigurante scene di facchini che scaricavano da un barcone enormi otri e botti piene di vino, con greche ai bordi composte da grappoli d'uva. Il classico sacro e profano tanto caro ai facchini.
Il 3 febbraio 1937 iniziarono i lavori di restauro della basilica di San Lorenzo, cappella di Sant'Aquilino compresa.
Venne quindi predisposta la traslazione dell'urna d'argento realizzata dal Garavaglia, contenente il corpo mummificato del santo.
Un furgone scuro, addobbato di fiori, portava sul cassone l'urna, seguita da una processione guidata dal cardinale di Milano, da numerosi prelati, rappresentati del Podestà e del governo e da una rappresentanza dei Facchini della Balla.
Le vie della città in cui sfilava il lungo corteo, erano addobbate con paramenti bianchi e rossi e le campane di tutte le chiese davanti a cui sfilava la processione, suonavano a festa.
Giunta dopo un ora in Piazza Santo Stefano, dove una banda accolse la processione, l'urna fu portata a spalla dai facchini sin dentro la chiesa di San Bernardino alle Ossa e collocata sull'altare di destra.
L'urna doveva rimanere solo un anno lontano da San Lorenzo, ma solo nel 1939 venne riportata a "casa", il 25 gennaio, giusto in tempo per la facchinata.
La processione, negli anni '70, venne sostituita da un simbolico ritrovo di alcuni dei facchini della città presso la cappella di Sant'Aquilino e nella consegna di un assegno, coperto dal Comune di Milano, al don della basilica.
I giornali riportano la celebrazione di Sant'Aquilino sino al 1987, dopodiché non si hanno più notizie.
I facchini partecipavano da protagonisti anche ad almeno altre quattro antiche processioni ed eventi, le processioni di Sant'Ambrogio, dei Re Magi e del Corpus Domini e al Carnevalone Ambrosiano.
La prima li vedeva protagonisti nel trasportare l'enorme e pesantissimo Stendardo, o Gonfalone di Sant'Ambrogio, ogni primo di dicembre dalla basilica sino al Duomo, dove l'arcivescovo benediva solennemente il simbolo ambrosiano.
Servivano ben 6 facchini contemporaneamente per trasportare lo stendardo. Ogni 15 minuti veniva dato loro il cambio.
Ai lati dello stendardo sfilavano i "Coo d'Or", rivelando ancora una volta quell'antico legame tra facchini e pompieri.
Il colossale Gonfalone di Sant'Ambrogio venne realizzato nel 1565 da Scipione Delfinone e Camillo Pusterla e venne portato in processione sino al 1864, quando ormai in condizioni precarie, venne definitivamente conservato prima nel Broletto e poi nei Musei del Castello Sforzesco.
La seconda, la Processione dei Re Magi aveva luogo a Milano dagli albori della Cristianità, all'incirca dal 344, quando il vescovo Eustorgio fece erigere una basilica, poi a lui intitolata, per porvi le ossa dei tre re, che fece appositamente arrivare a Milano, col permesso dell'Imperatore, da Santa Sofia a Costantinopoli.
Le spoglie furono poi rubate dai tedeschi di Federico Barbarossa, che le portarono nel 1164, dopo aver distrutto tutta la città, a Colonia.
Nel 1336 venne istituita nuovamente la processione dai frati domenicani della basilica di Sant'Eustorgio, nonostante non vi fossero più le reliquie.
Il giorno dell'Epifania una processione partiva quindi da Piazza del Duomo, con in testa un vessillifero che reggeva una lunga asta con in cima una cometa a sette punte dorata e con una lunga coda svolazzante.
Seguivano la cometa una serie di tamburini che dettavano il tempo e poi portatori di scimmie, pappagalli, animali esotici, poi tre cavalieri vestiti con eleganti tuniche rosse, con lunghi mantelli. Uno giovane, uno anziano, uno col volto coperto di fuliggine.
I tre Re Magi brandivano uno scettro e portavano scintillanti corone in testa. Intorno a loro si trovavano paggi e scudieri in costume, che portavano l'oro, l'incenso e la mirra.
Poi iniziava la sfilata vera e propria, a cui partecipavano decine e decine di migliaia di milanesi.
In testa al corte, nel posto d'onore si trovavano i Facchini della Balla che trasportavano enormi casse, borsoni, bauli, a rappresentare i bagagli del corte dei Re Magi.
Giunta la processione davanti a San Lorenzo, tra le case davanti al sagrato e le colonne, si trovava un figurante vestito da Re Erode che bloccava il corteo, seduto su un trono in mezzo alla strada.
Erode era circondato dal suo esercito che doveva simulare il blocco del corteo dei Re Magi per impedir loro di far visita al Bambin Gesù.
Veniva così simulato un combattimento tra l'esercito di Erode e gli accompagnatori dei Magi.
Ovviamente i Facchini della Balla si prestavano a recitar la parte.
Ricordava Otto Cima, lo storico di "milanesità, in un articolo degli anni Venti, di come non raramente si esagerasse nello scontro e che alla fine, tra Facchini e fedeli di Erode, si arrivasse realmente alle mani, con una colossale rissa.
Ma alla fine i Magi dovevano passare e i soldati ritirarsi.
Erode scendendo dal trono chiedeva quindi ai Magi cosa volessero fare, questi rispondevano che stavano cercando un bambino di nome Gesù.
Erode prendeva quindi degli enormi libri polverosi che consultava a lungo, per infine annunciare che un Gesù era nato il 25 dicembre e si trovava... nella Basilica di Sant'Eustorgio, giusto a poche centinaia di metri!
Giunti a Sant'Eustorgio, i figuranti entravano nella chiesa per trovare un enorme e colossale presepe vivente ai piedi dell'altare, con tanto di capanna, un vero bue e un vero asino.
I Magi recavano le offerte, la cometa posta in cima alla capanna, i fedeli benedetti.
Dopodiché tutti tornavano in abiti civili e, facchini compresi, seguivano i Magi ed Erode che siglavano la pace con una sana bevuta in una osteria di Porta Romana.
La terza processione era quella del Corpus Domini, istituita a Milano nel 1330 dall'arcivescovo Giovanni Visconti, era la più solenne e affollata processione di tutta la Diocesi Ambrosiana. Centinaia di migliaia di persone, molte giunte dal contado e oltre, si radunavano nella Basilica Maior e nella piazza antistante, l'odierna Piazza del Duomo, e sfilavano poi per via Mercanti, l'attuale via Torino, il Carrobbio, via del Torchio, via Lanzone e facevano una tappa nella basilica di Sant'Ambrogio, per tornare poi per via Sant'Agnese e il crocicchio di Porta Vercellina sino a Piazza Borromeo, dove entravano a Santa Maria Podone; proseguivano poi per le Cinque Vie, San Sepolcro e sbucare ancora in via Torino e tornare in Duomo. Non di rado la testa del corteo tornava in Piazza del Duomo ancora ingombra della coda del corteo.
Ad aprire la processione del Corpus Domini vi era il più grosso stendardo di Milano, talmente pesante che veniva retto da due squadre, che si alternavano, di 24 Facchini della Balla.
In occasione del Carnevalone Ambrosiano, sin dall'epoca medievale, un gruppo di Facchini della Balla veniva ingaggiato dalla nobile famiglia Pusterla, che aveva i suoi palazzi proprio all'angolo con via della Palla, dove si trova l'affresco della Vergine Maria ove si radunavano i facchini.
La presenza dei robusti e decisi facchini nei pressi dei loro palazzi faceva molto comodo ai Pusterla, che per ingraziarseli e usarli come una sorta di "esercito" personale, consegnavano loro ogni anno a Natale il "palpiroeu", cioè un vero e proprio "pacchetto" natalizio, pieno di cibarie.
I Pusterla, a Carnevale, facevano quindi costruire ogni anno un enorme Cavallo di Troia in legno, che veniva poi spinto dalle loro proprietà sino a Piazza del Duomo.
Dall'interno del cavallo, al posto dei soldati di Ulisse, uscivano i Facchini della Balla, carichi di doni per i preti delle due basiliche che sorgevano nella piazza ben prima della costruzione del Duomo.
Le fortune dei Pusterla terminarono quando Franciscolo Puesterla, sposato con Margherita Visconti, organizzò una congiura per far assassinare Luchino Visconti, cugino della moglie e, soprattutto, Signore di Milano da giusto un anno.
I Pusterla vennero arrestati e decapitati dai Visconti e terminò così la tradizione del Cavallo di Troia e pure del "palpiroeu de Natal".
I Facchini della Balla, in origine erano solo uno dei gruppi di facchini presenti a Milano.
Un altro gruppo organizzato di facchini era quello della Darsena di Porta Ticinese, che aveva il monopolio sullo scarico dei barconi.
La loro "distanza" dai facchini della Balla era rimarcata dall'avere come patrono non Sant'Aquilino ma San Cristoforo.
Nota è anche l'associazione dei Facchini del Verziere, prima a largo Augusto e poi con i loro tipici carrettini tra la Stazione Merci di Porta Vittoria e il nuovo Verziere di corso XXII Marzo.
Un'altra associazione di facchini doveva essere in via Manzoni, poco dopo l'incrocio con via Croce Rossa; lì si aprivano in serie 2 antichissime, strette ed anguste strade senza uscita: vicolo Tignoni, da un antico ospedale dove erano curati i malati di tigna, e vicolo Facchini, dove si trovava una corporazione rivale dei Facchini della Balla.














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