La storia, meglio, le storie della Ghita del Carrobbio, risalgono almeno al XVI-XVII secolo; sono storie di popolani per il popolo, raccontano di eroi ed eroine dei quartieri a sud del Duomo, la Vetra, il Ticinese, il Carrobbio, i quartieri più popolari e poveri della città.
Essendo di mera tradizione orale, di ogni storia, compresa quella della Ghita, esistono più versione, con in comune i personaggi e un filo conduttore, ma molto differenti nei luoghi ove si svolgono le azioni.
Nel 1863 lo scrittore milanese Giovanni Biffi scrisse un libro sulle avventure della Ghita.
La Ghita del Carrobbio viene sempre presentata come una giovane e bella ragazza di nome Margherita Sebregondi, da cui il diminutivo; abitava al Carrobbio col giovane marito e un bambino in fasce.
Il marito si chiamava Cecco Soncino e gestiva con la moglie un negozio di pollivendolo, al Carrobbio; per questo talvolta Margherita era anche chiamata "la bella pollaiola".
Un giorno il Cecco dovette andare per lavoro sino a San Donato Milanese, allora un vero e proprio viaggio.
La Ghita rimasta sola col bambino, era solito cullarlo ripetendo una filastrocca da lei inventata:
"Fà ninin popò, vegnarà a cà el papà el portarà el cocò"
Secondo altre versioni il Cecco era partito per una non precisata guerra per conto degli occupanti Spagnoli; la Ghita in entrambe le versioni, preoccupata per il marito, andò a chiedere aiuto ad un mago del quartiere, il negromante Mago Sabino.Il Mago Sabino era nativo di Venezia, da dove era fuggito dopo aver ucciso un parente della sua fidanzata, la cui famiglia si opponeva al matrimonio.
Fuggito prima nella terra di Romagna, era infine giunto a Milano, dove aveva comprato un intero palazzo nella Cittadella, Porta Ticinese.
Girando per il quartiere aveva notato la bellezza della Ghita e se ne era perdutamente innamorato.
Quando Ghita andò da lui per chiedere notizie di Cecco, Mago Sabino, con un potente sortilegio la fece addormentare e la rapì.
In un'altra versione Mago Sabino non la rapì per amore ma per denaro, volendo venderla al "super cattivo" di turno, il Don Rodrigo di questi Promessi Sposi popolani, tale Don Alfonso Carpano.
Nella versione in cui Mago Sabino si innamora di Ghita, questa viene rinchiusa nelle cantine del palazzo e tenuta prigioniera, mentre il mago cerca di realizzare una sorta di elisir di amore, per poter essere amato dalla fanciulla.
Nella versione in cui compare Don Alfonso, notare il nome tipicamente spagnoleggiante, questi fa arrestare il Mago Sabino, per sbarazzarsene e portare Ghita nella sua rocca in alta Brianza, in quella torre-fortezza che ancor oggi si chiama... Torre Ghita del Carrobbio, a Galliano, frazione di Eupilio, chiusa tra il Lago di Pusiano e il Lago del Segrino.
Il popolo del Carrobbio, scoperto il rapimento, scoppiò in tumulti di piazza contro gli occupanti Spagnoli.
Nelle versioni più recenti del racconto, compaiono addirittura delle bandiere rosse in piazza, mentre in quelle più antiche il popolo urla contro gli Spagnoli e contro l'Inquisizione.
Il Cecco, che non fa mai la figura di quello molto sveglio, in una versione viene indotto a credere che la sua bella sia finita a Corfù, in Grecia, e dopo infinite peripezie vi giunge per, ovviamente, non trovarla.
Tornato infine a Milano e scoperta lungo il viaggio la vera storia del Mago Sabino, va per affrontarlo ma questo viene ucciso dai suoi servi che vogliono rubargli il denaro.
In altre versione il Mago Sabino è in realtà niente meno che lo stregone che ha terrorizzato generazioni intere di bambini milanesi: Bargniff Bargnaff.
Al secolo Isidoro Strongoli, da Binasco, questi nella tradizione milanese viveva in uno scantinato buio e malsano nei pressi del Ponte delle Pioppette, lungo l'odierna via Molino delle Armi, non distante quindi dal Carrobbio.
Al Bargniff venne dedicata una delle più celebri (non certo oggi, purtroppo), filastrocche milanesi:
Sott el pont de s'ciff e s'ciaff
Là ghe sta Bargniff Bargnaff
Cont la vesta verdesinna
Gran dottor chi l’indovinna.
Vestito sempre con un lungo mantello verde che tutto lo avvolgeva, Bargniff Bargnaff era un potente mago che rapì la giovane Ghita.In realtà il mito di Bargniff Bargnaff è molto più antico e del tutto scollegato alla storia della Ghita, e venne "incorporato" dal Biffi come artifizio per dare una finta mano di pseudo-verità alla storia del Carrobbio.
In tutta la Lombardia meridionale c'è il mito del diavolo Bargniff, di verde vestito, che vive nei pressi di un qualche fiume, canale o lago, in antri bui, nebbiosi e lugubri, che fingendosi un mago o un guaritore, rapiva giovani fanciulle, che, come ricordava il Romussi, vendeva poi ad un ricco, nobile e cattivo signore della zona.
Se a questo aggiungiamo che in milanese più antico, Bargniff era uno dei tanti nomi attribuiti al diavolo, ecco che il tutto ammantava di toni ancor più cupi e spaventevoli la storia della povera Ghita.
Per la cronaca il Bargniff Bargnaff viene secondo la tradizione arrestato e giudicato dalla Santa Inquisizione, torturato piacevolmente per giorni, non confessa e anzi sputa sulla croce, abiura Dio e viene infine felicemente bruciato vivo in Piazza Vetra.
Ghita, Cecco e il bambino, che secondo alcuni si chiamava Riccardino, tornano felicemente al Carrobbio.
Per lunghi decenni, al tramonto, nei giorni di tempo sereno, i burattinai si piazzavano col loro teatrino proprio all'incrocio tra la Contrada di San Simone e la Contrada del Torchio dell'Olio, oggi via Cesare Correnti e via del Torchio, proprio nel cuore del Carrobbio.
Lì raccontavano con i loro burattini la, anzi, le storie della Ghita del Carrobbio.
Un'altra celebre storia del popolo della Cittadella di Porta Ticinese, e dintorni, venne riportata in vita, nel 1841, da Ignazio Cantù, fratello del ben più noto e autorevole Cesare; si trattava del racconto "Cecco Maron e la Celestina de la Vedra", pure esso di origine Seicentesca.
In questa storia la Ghita del Carrobbio viene citata come sorella della Celestina della Vetra, anche quest'ultima protagonista dei racconti fatti ai bambini milanesi per secoli.
Il co-protagonista è ancora una volta un Cecco, di cognome Maroni, che è perdutamente innamorato di Celestina; i due vivono entrambi alla Cittadella, il Ticinese, quartiere poverissimo; il Cecco però fa fortuna, diventa ricco e scappa dalla miseria della Cittadella, va a vivere in centro, si fa chiamare Don Cecco e sposa una ricca nobildonna.
Questa però in breve tempo lo porta alla rovina, dilapidando tutti i suoi averi. E Cecco Maroni tornò alla Cittadella, rimpiangendo la Celestina della Vetra.
Anche per questa storia il popolo creò un ritornello:
Don, Don, Don Cecco Maron,
Ciocca de festa,
Pan in canesta,
Vin in vassell,
Ciappa, ciappa che l'è bell!
Curiosità finale, nel febbraio 1839 Giuseppe Verdi tentò il grande salto nel mondo della musica, trasferendosi da Busseto a Milano, insieme alla moglie e al figlio di pochi mesi.
La moglie si chiamava Margherita Barezzi, detta Ghita e la famiglia Verdi andò a vivere al Carrobbio, in Contrada di San Simone, oggi via Cesare Correnti al 15.
Il trasloco non portò fortuna ai Verdi: il figlio Icilio morì nemmeno 8 mesi dopo, mentre la "Ghita del Carrobbio" di Giuseppe Verdi, morì nel giugno del 1840 a soli 26 anni.






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