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venerdì 16 novembre 2018

La Ghita del Carrobbio


La storia, meglio, le storie della Ghita del Carrobbio, risalgono almeno al XVI-XVII secolo; sono storie di popolani per il popolo, raccontano di eroi ed eroine dei quartieri a sud del Duomo, la Vetra, il Ticinese, il Carrobbio, i quartieri più popolari e poveri della città.
Essendo di mera tradizione orale, di ogni storia, compresa quella della Ghita, esistono più versione, con in comune i personaggi e un filo conduttore, ma molto differenti nei luoghi ove si svolgono le azioni.
Nel 1863 lo scrittore milanese Giovanni Biffi scrisse un libro sulle avventure della Ghita.

La Ghita del Carrobbio viene sempre presentata come una giovane e bella ragazza di nome Margherita Sebregondi, da cui il diminutivo; abitava al Carrobbio col giovane marito e un bambino in fasce.
Il marito si chiamava Cecco Soncino e gestiva con la moglie un negozio di pollivendolo, al Carrobbio; per questo talvolta Margherita era anche chiamata "la bella pollaiola".
Un giorno il Cecco dovette andare per lavoro sino a San Donato Milanese, allora un vero e proprio viaggio.
La Ghita rimasta sola col bambino, era solito cullarlo ripetendo una filastrocca da lei inventata:


"Fà ninin popò, vegnarà a cà el papà el portarà el cocò"

Secondo altre versioni il Cecco era partito per una non precisata guerra per conto degli occupanti Spagnoli; la Ghita in entrambe le versioni, preoccupata per il marito, andò a chiedere aiuto ad un mago del quartiere, il negromante Mago Sabino.
Il Mago Sabino era nativo di Venezia, da dove era fuggito dopo aver ucciso un parente della sua fidanzata, la cui famiglia si opponeva al matrimonio.
Fuggito prima nella terra di Romagna, era infine giunto a Milano, dove aveva comprato un intero palazzo nella Cittadella, Porta Ticinese.
Girando per il quartiere aveva notato la bellezza della Ghita e se ne era perdutamente innamorato.
Quando Ghita andò da lui per chiedere notizie di Cecco, Mago Sabino, con un potente sortilegio la fece addormentare e la rapì.
In un'altra versione Mago Sabino non la rapì per amore ma per denaro, volendo venderla al "super cattivo" di turno, il Don Rodrigo di questi Promessi Sposi popolani, tale Don Alfonso Carpano.
Nella versione in cui Mago Sabino si innamora di Ghita, questa viene rinchiusa nelle cantine del palazzo e tenuta prigioniera, mentre il mago cerca di realizzare una sorta di elisir di amore, per poter essere amato dalla fanciulla.

Nella versione in cui compare Don Alfonso, notare il nome tipicamente spagnoleggiante, questi fa arrestare il Mago Sabino, per sbarazzarsene e portare Ghita nella sua rocca in alta Brianza, in quella torre-fortezza che ancor oggi si chiama... Torre Ghita del Carrobbio, a Galliano, frazione di Eupilio, chiusa tra il Lago di Pusiano e il Lago del Segrino.
Il popolo del Carrobbio, scoperto il rapimento, scoppiò in tumulti di piazza contro gli occupanti Spagnoli.
Nelle versioni più recenti del racconto, compaiono addirittura delle bandiere rosse in piazza, mentre in quelle più antiche il popolo urla contro gli Spagnoli e contro l'Inquisizione.
Il Cecco, che non fa mai la figura di quello molto sveglio, in una versione viene indotto a credere che la sua bella sia finita a Corfù, in Grecia, e dopo infinite peripezie vi giunge per, ovviamente, non trovarla.
Tornato infine a Milano e scoperta lungo il viaggio la vera storia del Mago Sabino, va per affrontarlo ma questo viene ucciso dai suoi servi che vogliono rubargli il denaro.
In altre versione il Mago Sabino è in realtà niente meno che lo stregone che ha terrorizzato generazioni intere di bambini milanesi: Bargniff Bargnaff.
Al secolo Isidoro Strongoli, da Binasco, questi nella tradizione milanese viveva in uno scantinato buio e malsano nei pressi del Ponte delle Pioppette, lungo l'odierna via Molino delle Armi, non distante quindi dal Carrobbio.
Al Bargniff venne dedicata una delle più celebri (non certo oggi, purtroppo), filastrocche milanesi:

Sott el pont de s'ciff e s'ciaff

Là ghe sta Bargniff Bargnaff

Cont la vesta verdesinna

Gran dottor chi l’indovinna.

Vestito sempre con un lungo mantello verde che tutto lo avvolgeva, Bargniff Bargnaff era un potente mago che rapì la giovane Ghita.
In realtà il mito di Bargniff Bargnaff è molto più antico e del tutto scollegato alla storia della Ghita, e venne "incorporato" dal Biffi come artifizio per dare una finta mano di pseudo-verità alla storia del Carrobbio.
In tutta la Lombardia meridionale c'è il mito del diavolo Bargniff, di verde vestito, che vive nei pressi di un qualche fiume, canale o lago, in antri bui, nebbiosi e lugubri, che fingendosi un mago o un guaritore, rapiva giovani fanciulle, che, come ricordava il Romussi, vendeva poi ad un ricco, nobile e cattivo signore della zona.
Se a questo aggiungiamo che in milanese più antico, Bargniff era uno dei tanti nomi attribuiti al diavolo, ecco che il tutto ammantava di toni ancor più cupi e spaventevoli la storia della povera Ghita.



Per la cronaca il Bargniff Bargnaff viene secondo la tradizione arrestato e giudicato dalla Santa Inquisizione, torturato piacevolmente per giorni, non confessa e anzi sputa sulla croce, abiura Dio e viene infine felicemente bruciato vivo in Piazza Vetra.
Ghita, Cecco e il bambino, che secondo alcuni si chiamava Riccardino, tornano felicemente al Carrobbio.

Per lunghi decenni, al tramonto, nei giorni di tempo sereno, i burattinai si piazzavano col loro teatrino proprio all'incrocio tra la Contrada di San Simone e la Contrada del Torchio dell'Olio, oggi via Cesare Correnti e via del Torchio, proprio nel cuore del Carrobbio.
Lì raccontavano con i loro burattini la, anzi, le storie della Ghita del Carrobbio.






Un'altra celebre storia del popolo della Cittadella di Porta Ticinese, e dintorni, venne riportata in vita, nel 1841, da Ignazio Cantù, fratello del ben più noto e autorevole Cesare; si trattava del racconto "Cecco Maron e la Celestina de la Vedra", pure esso di origine Seicentesca.
In questa storia la Ghita del Carrobbio viene citata come sorella della Celestina della Vetra, anche quest'ultima protagonista dei racconti fatti ai bambini milanesi per secoli.
Il co-protagonista è ancora una volta un Cecco, di cognome Maroni, che è perdutamente innamorato di Celestina; i due vivono entrambi alla Cittadella, il Ticinese, quartiere poverissimo; il Cecco però fa fortuna, diventa ricco e scappa dalla miseria della Cittadella, va a vivere in centro, si fa chiamare Don Cecco e sposa una ricca nobildonna.
Questa però in breve tempo lo porta alla rovina, dilapidando tutti i suoi averi. E Cecco Maroni tornò alla Cittadella, rimpiangendo la Celestina della Vetra.
Anche per questa storia il popolo creò un ritornello:

Don, Don, Don Cecco Maron, 
Ciocca de festa, 
Pan in canesta, 
Vin in vassell,
Ciappa, ciappa che l'è bell!




Curiosità finale, nel febbraio 1839 Giuseppe Verdi tentò il grande salto nel mondo della musica, trasferendosi da Busseto a Milano, insieme alla moglie e al figlio di pochi mesi.
La moglie si chiamava Margherita Barezzi, detta Ghita e la famiglia Verdi andò a vivere al Carrobbio, in Contrada di San Simone, oggi via Cesare Correnti al 15.
Il trasloco non portò fortuna ai Verdi: il figlio Icilio morì nemmeno 8 mesi dopo, mentre la "Ghita del Carrobbio" di Giuseppe Verdi, morì nel giugno del 1840 a soli 26 anni.

mercoledì 4 marzo 2015

Le streghe della Vetra



Piazza Vetra, incastrata tra la Basilica Ariana di San Lorenzo e la Cerchia dei Navigli, è stata per secoli il luogo deputato alla tortura e alla morte dei milanesi condannati per i più disparati reati.
Le prime condanne a morte avvennero nell'XI° secolo e continuarono  sino al XVIII° secolo quando gli occupanti spagnoli spostarono il patibolo fuori da Porta Lodovica. In ogni caso le esecuzioni continuarono anche in Piazza Vetra sino a metà '800, seppur sporadicamente.
L'intera area era ammantata da un'aria funesta e malsana. Il quartiere era deputato al lavoro della conciatura dei panni che venivano lavorati dai "vetraschi", giovanissimi lavoratori che utilizzavano il vetro per grattare i panni e poi conciarli. Il canale di scolo utilizzato era la Vetra, che oltre a dare il nome alla piazza e al quartiere, lo costeggiava per tutto il lato nord ed est. 
L'area per secoli fu tra le più povere e misere di Milano e mantenne questa caratteristica sino a pochi decenni or sono. 
Per accedere all'area provenendo dal centro si doveva passare sul "ponte della morte" che scavalcava la Vetra. Nella spianata irregolare di terra umida e putrida si trovavano agli estremi opposti un'area deputata alla tortura dei condannati e una per la loro esecuzione e successivo rogo.
Nei pressi venne prima eretta una croce, poi la statua di San Lazzaro, il santo che assiste alla sofferenza.



In questo quadro di desolazione arrivarono i primi processi alle streghe e agli eretici.
Se i primi eretici arsi vivi in Europa furono gli sventurati cristiani "ortodossi" di Mons Fortis, bruciati nel Borgo Monforte nel 1038, seguirono poi un numero imprecisato di streghe, stregoni e adoratori del demonio. Quasi sempre torturati per estorcere ridicole confessioni.
Uno dei primissimi casi, ancor prima della nascita dell'Inquisizione, fu quello di Guglielma la Boema, santa morta a Milano nel 1281, riesumata e il cui cadavere fu bruciato per eresia in Piazza Vetra. Insieme alla ex-santa vennero bruciati in quel 1230 suor Maifreda, suor Giacoma e il teologo Andrea Saramita.



Bisogna aspettare il 1327 con la Bolla "Super illius specula" di papa Giovanni XXII, con la quale inizia ufficialmente la caccia alle streghe da parte della Chiesa, tramite l'Inquisizione.
Il 16 settembre 1385 Gaspare Grassi, "pubblico negromante, incantatore di demoni, uomo di eretica pravità e relapso nella abiurata eresia", viene condannato a morte e immediatamente giustiziato. Essendo il Grassi un nobile viene però decapitato, e non bruciato, al Broletto, in Piazza Mercanti.
Il 26 maggio 1390 viene processata e bruciata in Piazza Vetra la prima strega: Sibillia Zanni arrestata per stregoneria da parte dell'inquisitore di Sant'Eustogio fra' Beltramino di Cernuscullo. 
Il 13 agosto dello stesso anno tocca a Pierina de' Bugatis, strangolata e bruciata.
Negli stessi anni la follia dilaga nel nord della Lombardia. A Como l'inquisitore Antonio da Casale fa bruciare 300 streghe in pochi mesi. Nel 1431 la Val Levantina e la Valtellina vengono "invase" dall'Inquisizione che condanna decine e decine di donne al rogo per stregoneria.
Il 30 gennaio 1471 il Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza assiste all'esecuzione di Caterina de Pilli detta Ruggiera da Bergamo.
Tra il 1483 e il 1485 la mannaia dell'Inquisizione cala a Bormio dove vengono massacrate decine di donne accusate di stregoneria. Il paese mantenne questa primato di violenza sino al XVII° quando vennero ancora bruciate 34 donne, sempre per stregoneria.
Nel 1490 viene bruciata una nobile, Antonia da Pallanza, al Broletto.
Tocca alla Valcamonica nel 1510: le streghe arse vive sono più di 60. Numerosi anche gli stegoni bruciati. 
Nel 1514 si passa a Lugano e Mendrisio con oltre 300 donne bruciate vive.
Il 13 febbraio 1515 viene bruciata in S. Eustorgio (che si alternava con Piazza Vetra) una Giovannina.
Per tutto l'inizio del '500 si bruciano in Lombardia alcune centinaia di streghe. Le Valli Alpine e Sub Alpine sono i luoghi di massimo lavoro per l'Inquisizione.
Il 24 luglio 1519 viene bruciata in S. Eustorgio una Simona Ostera di Porta Comasina.
Il 21 ottobre 1542 viene bruciata in S. Eustorgio Lucia da Lissono. S. Eustorgio pare avere superato Piazza Vetra quale luogo preferito per i roghi.
Papa Paolo IV nel 1558 rende definitivo il trasferimento del tribunale dell'Inquisizione di Milano da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie.
Carlo Borromeo viene consacrato arcivescovo di Milano nel 1563. Inizierà una carriera spesso deputata a bruciare donne e uomini accusati di stregoneria.
La sua prima vittima è Domenica di Scappi, detta la Gioggia, di Luino.Nel 1569 San Carlo Borromeo ha pesanti screzi col senato milanese. Il santo vuole bruciare 8 streghe catturate nel lecchese. Il Senato si oppone. Le condanne continueranno per tutta la durata della sua carica di Arcivescovo di Milano, in città e nell'intera, enorme, diocesi.
In Val Mesolcina, dopo una visita patorale di San Carlo Borromeo, e su suo imput, vengono arrestate 150 persone, tra cui il prevosto locale. Di queste 11 saranno condannate al rogo.



L'11 giugno 1595 un altro Borromeo entra in Duomo. Federico Borromeo viene consacrato arcivescovo di Milano. Tre anni dopo è promotore della trasformazione della Torre dell'Imperatore, sita in via Della Chiusa, lungo la Cerchia Interna, in un carcere per streghe.
L'anno dopo viene bruciata al mercato di via Ponte Vetero la strega Marta de Lomazzi.
Il 10 giugno 1603 vengono bruciate alla Vetra Gabbana la Montina e Isabella Arienti, detta la Fabene,
Durante gli anni di Federico Borromeo si sussegono i roghi di streghe, della maggior parte di esse non resta traccia scritta o atti di processi.
Nel giugno del 1611 tocca alla Vetra a Doralice de' Volpi, poi ad Antonia de' Santini
Il 29 giugno sempre del 1611 il governatore di Milano Juan de Velasco invia una lettera al Papa, dove lamenta l'inerzia dell'Inquisizione ambrosiana contro le streghe e descrive la gravissima situazione di Milano infestata da streghe e malefiche.
A luglio lo stesso Velasco tira fuori dal cassetto il vecchio progetto di Federico Borromeo per l'acquisto della Torre dell'Imperatore, al fine di istituire un carcere per le streghe. Tentativo ancora una volta fallito.
Il 4 marzo 1617 termina con il rogo di Caterina de Medici un lungo processo che la vedeva accusata di strgoneria e di aver tentato di avvelenare il nobile senatore Luigi Melzi d'Eril. Il rogo avviene in Piazza Vetra.
Per la gran folla che vuole assistere alle torture, allo strangolamento e al rogo viene realizzato un appasito palco, chiamato "baltresca".
Nel maggio 1620 viene bruciato alla Vetra come stregone Giacomo Guglielmotto.
Nel giugno sempre alla Vetra tocca ad Angela dell'Acqua e Maria de' Restelli.
Il 1° agosto 1630 vengono torturati e giustiziati in Piazza Vetra come untori Gian Giacomo Mora e il suo amico Guglielmo Piazza.
Mora aveva un negozio di barbiere in zona di Porta Ticinese. Insieme al ‘complice’ Guglielmo Piazza, venne accusato di diffondere la peste e quindi condannato a morte. La sentenza fu crudelissima. La si può leggere anche nel testo di Alessandro Manzoni ‘La colonna infame’:

“.. Che i nominati Piazza e Mora, denunziata ad essi prima la morte, sieno torturati, adoperando anche il canape. … Che posti sur carro sieno condotti al luogo solito del supplizio, per via sieno tanagliati con ferro rovente nei luoghi ove hanno commesso il delitto; davanti alla bottega del Mora sia ad entrambi mozza la mano destra; sien loro sfracellate le ossa all’usato; si innalzi la ruota, essi vi sieno intrecciati vivi: dopo sei ore scannati; poi si ardano i cadaveri, le ceneri si gettino al fiume; la casa del Mora sia spianata, e sullo spiazzo eretta una colonna che abbia nome d’infame, e porti una iscrizione del fatto. ..”

Il negozio da barbiere e la casa di Giangiacomo Mora furono effettivamente rase al suolo. Fu posta a memoria cittadina una colonna (che rimase alla vista di tutti dal 1630 fino al 1778 quando venne abbattuta) che recava un’epigrafe in latino la cui traduzione è:

LUNGI ADUNQUE LUNGI DA QUI
BUONI CITTADINI
CHE VOI L’INFELICE INFAME SUOLO
NON CONTAMINI
1630

Il 12 novembre 1641 vengono bruciate alla Vetra come streghe Anna Maria Pamolea, padrona, e Margarita Martignona, sua serva. Sono le ultime due streghe condannate a Milano.
Il 30 luglio 1680 è il tempo dell'ultimo stregone, bruciato però in Piazza Santo Stefano, di fronte al Laghetto, si chiama Carlo Anna.
Le condanne a morte continuano però per quasi altri due secoli, spesso proprio alla Vetra. Tra i casi celebri quello di un frate, Carlo Casletto
Tra giugno e agosto 1788 vengono bruciati nel chiostro di S. Maria delle Grazie, per volere dell'imperatore Giuseppe II, tutti i documenti relativi all'Inquisizione di Milano, che coprivano il periodo 1314-1764.
Si chiude così uno dei periodi più bui e cupi della Chiesa Ambrosiana.

I roghi di Piazza Vetra consegneranno alla storia anche due filastrocche cantate dai bambini, spesso ignari del significato delle parole.
Isidoro Strongoli, mago stregone presso il Ponte delle Pioppette, soprannominato el Bargniff, vestito sempre con un mantello verde, viene arrestato per stregoneria, torturato rifiuta di confessare, rifiuta il conforto religioso e finisce sul rogo. 
Una filastrocca per secoli ne ricorderà il martirio: 

Sott el pont de Ciff Ciaff
La ghe sta bargniff-bargnaff

Con la vesta verdesina
Gran dottor chi l’indovina.

La seconda filastrocca era ispirata all’erede di una nobile famiglia milanese, tal Cicca, che si disse avesse fatto un patto con Barlicch, che in milanese era uno dei nomi del diavolo. Inseguito in mezzo Ducato, arrestato, fuggito e infine ripreso, venne selvaggiamente torturato, cavandogli gli occhi e tagliandogli naso e lingua e orecchie.

Poi fu portato in Piazza Vetra e impiccato. Nessuno, tra la folla, ovviamente riuscì a riconoscerlo, dato che il volto era completamente massacrato. Solo quando il boia gli tolse gli abiti, tutti, vedendo i grandi tatuaggi sulle braccia, il leone e gli speroni d’oro che aveva ottenuto come ringraziamento dal papa per aver combattuto per lui, lo riconobbero! Era il Cicca.

I monelli presenti in gran numero inventarono presto una filastrocco e anche un gioco che si faceva mentre la si cantava.

Cicca Cicca
Neppure Berlicca
Dalla forca ti salvò.
Ma Cicca Berlicca
La forca t’impicca,
Vedi il leon,
Vè lo speron,
Induvina chi l’è quest.









domenica 1 marzo 2015

La povera Rosetta



A inizio '900 il Ticinese e tutta l'area di Piazza Vetra era il cuore della Milano nera, malfamata, violenta, fatta di osterie, trani e bettole tra i peggiori e di tanti, troppi bordelli con le prostitute più disperate. Un ideale "ventre molle" del Bottonuto, il quartiere poco più a nord, verso il Duomo che era un altro emblema della Milano da evitare.
Qui era nata e viveva Elvira Rosa Ottorina Andressi figlia di una madre della quale si sapeva che era forte bevitrice scostumata e avida di denaro. Pare addirittura che avesse venduto la figlia a un ricco signore, quando era ancora una ragazzina di tredici anni,  esibendosi poi come canzonettista al Sammartino in piazza Beccarla, con il nome d'atre di Rosetta de Woltery e infine prendendo la via del marciapiedi quando era ancora di parecchio minorenne.
Col nome d'arte di Rosetta batteva sotto casa, in Piazza Vetra, e precisamente alla colonnetta.
Non è chiaro se fosse un'osteria sita nei pressi della "colonna infame" del Mora o di una colonnetta rimessa nel posto di quella più celebre e poi scomparsa a sua volta, o come nella canzone di Nanni Svampa un semplice parcheggio nei pressi della ex casa di Gian Giacomo Mora.
Nella notte del 13 agosto (o secondo altri il 24 o del 26) del 1913 la Rosetta venne uccisa.
Incolpato dal popolo è il questurino Musti, calabrese o napoletano, che innamorato della Rosetta si vede respingere ogni volta, sino appunto ad una calda notte d'estate, quando il Musti, respinto per l'ennesima volta, si vendica colpendo la Rosetta alla testa col calcio di un fucile sino a renderla agonizzante.
Viene portata gravissima al Niguarda, confida ad altre prostitute accorse al capezzale d'essere stata picchiata ma il Musti nega ogni addebito e anzi rilancia dicendo che la Rosetta ha tentato il suicidio.
Rosetta muore e l'intera "ligera", la malavita del Ticinese, insorge.
Quando vengono celebrati i funerali alla Vetra l'intera malavita milanese si presenta vestita di nero. Dietro al feretro della Rosetta sfilano tutte le prostitute milanesi vestite di bianco.
Minacce di morte vengono riferite al questurino Musti, che viene accusato dalla malavita d'essere un camorrista.



Finito il grandioso funerale la Rosetta entra direttamente nella leggenda della mala milanese con una canzone che in parecchie versioni sarà cantata per decenni in tutte le osterie milanesi.

La Povera Rosetta 

Il tredici di agosto,
in una notte scura,
commisero un delitto
gli agenti di questura.
Hanno ammazzato un angelo:
di nome la Rosetta.
Era di piazza Vetra,
battea la Colonnetta.
Chi ha ucciso la Rosetta
non è della Ligera:
forse viene da Napoli,
è della mano nera.
Rosetta, mia Rosetta,
dal mondo sei sparita,
lasciando in gran dolore
tutta la malavita.
Tutta la malavita
era vestita in nero:
per ‘compagnar Rosetta,
Rosetta al cimitero.
Le sue compagne, tutte,
eran vestite in bianco:
per ‘compagnar Rosetta,
Rosetta al camposanto.
Si sente pianger forte
in questa brutta sera:
piange la piazza Vetra
e piange la Ligera.
Oh, guardia calabrese:
per te sarà finita;
perché te l’ha giurata
tutta la malavita.
Dormi, Rosetta: dormi
Giù nella fredda terra;
a chi t’ha pugnalato,
noi gli farem la guerra;
a chi t’ha pugnalato
noi gli farem la guerra.

Nei primi anni '80 interviene però sull'argomento niente meno che Leonardo Sciascia. Con una profonda ricerca negli archivi di Corriere, Avanti! e altri quotidiani locali di inizio secolo e grazie alle testimonianze tramandate scopre che la storia della Rosetta è differente.
Il nome cambia in Elvira Andrezzi, anni 19, abitante in via Gaudenzio Ferrari 7.
La cronava dell'Avanti! riporta un suo tentativo di sucidio avvenuto il 26 agosto 1913 usando del Sublimato Corrosivo (Cloruro Mercurico), allora molto "di moda" come metodo per togliersi rapidamente la vita. La Rosseta ricoverata al Niguarda a notte fonda muore il mattino dopo.
La polizia sostiene il suicidio della prostituta tramite veleno.
La lavanda gastrica non trovò alcuna traccia di sostanze velenose. Rosetta morì alle 11:30 del mattino.
Sciascia riesce infine a scoprire i fatti: Rosetta, due amiche e 4 clienti si dirigono verso via Vetraschi 22 dove vive una sorella di Rosetta. Fermati al Carrobbio da alcuni questurini vengono invitati a "circolare". Al loro rifiuto i questurini chiamano una ventina di colleghi che a manganellate assalgono il gruppetto. Rosetta viene colpita in testa e sul petto. Cade a terra, colpita anche da calci, sviene.
Gli altri vengono arrestati. Rosetta viene soccorsa dal fratello zoppo, Arturo, un facchino della Vetra. Ma nel momento in cui i due stanno per tornare verso via Ferrari i questurini tornano e li rimassacrano a manganellate.
Rosetta cade ancora e batte violentemente il capo contro il selciato. Intanto una folla si è raggruppata ad osservare il pestaggio. Alle finestre della Vetra si accalcano le persone.
I poliziotti tirano fuori le pistole e minacciano tutti i possibili testimoni. Arturo è arrestato, Rosetta portata in ospedale.
Il mattino dopo la sorella di via Vetraschi è l'unica ammessa a visitarla. Rosetta riesce solo a dirle "Mi hanno ammazzata". Perde poi i sensi e morirà poche ore dopo. All'obitorio si radunano migliaia di persone, la polizia stenta a mantenere l'ordine.
Alle ore 16 dello stesso 27 agosto il corte funebre si dirige verso il Musocco.
Il prete celebra il funerale, a riprova che non vi fu alcun sucidio.
Il mattino successivo la Questura di Milano manda dozzine di agenti a compiere una enorme retata alla Vetra e al Ticinese. Sono arrestati decine di presunti appartenenti alla Ligera. O forse scomodi testimoni.







Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...