Visualizzazione post con etichetta ambrosiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ambrosiano. Mostra tutti i post

venerdì 12 ottobre 2018

Chinatown




Le prime famiglie cinesi iniziarono a stabilirsi a Milano negli ultimi anni dell'800, in parte provenienti dalle comunità di Parigi e Amsterdam e in parte dai grandi porti commerciali europei, dove le navi mercantili cinesi attraccavano e, sovente, l'equipaggio riusciva ad eludere i controlli e ad immigrare illegalmente.








I primi cinesi si stabilirono in quella che allora era storicamente la zona più misera e dedita ai traffici illeciti di Milano, la Cittadella, cioè il Ticinese. Erano venditori ambulanti, principalmente di frutta e verdura.
Come si legge dal ritaglio del Corriere della Sera del 10 febbraio 1901.

Durante l'Esposizione del 1906, che si svolse al Parco Sempione, la delegazione cinese prese delle case in affitto in via Canonica; alcuni cinesi del Ticinese si spostarono così anch'essi nei dintorni di via Canonica, allora periferia della città, e con molte case di ringhiera fatiscenti e misere e con prezzi d'affitto esigui.



La maggior parte dei cinesi iniziò però ad arrivare dopo il 1926 e proveniva da una singola regione, lo Zhejiang e segnatamente dalle due maggiori città, Wenzhou, città con oltre 3 milioni di abitanti e il capoluogo Hangzhou, oltre 6 milioni.
Il motivo fu meramente commerciale, le licenze per la vendita ambulante a Milano erano tra le meno care di tutta Europa.
Inizialmente i cinesi di Milano si specializzarono tutti nella vendita delle perle false, una novità degli anni '20, che permetteva a tutte le donne, di ogni ceto sociale, di poter sfoggiare una splendida collana di perle, altrimenti costosissime.
Nel giro di pochi mesi i venditori ambulanti di perle false divennero noti in tutta la città e già nel 1927 i giornali dedicavano loro degli articoli.
Ma già nel 1929 le perle false avevano finito il loro ciclo, erano passate di moda. I cinesi di Milano così in parte migrarono in altre città europee dove le perle false non erano ancora arrivate, mentre altri iniziarono a dedicarsi ad altre attività.

I contadini e i commercianti dello Zhejiang erano noti per lo spirito imprenditoriale già in Cina, e nel giro di pochi anni riuscirono a prosperare anche a Milano.
I cinesi rimasti, circa un migliaio, quasi tutti uomini, si dedicarono così alla lavorazione della seta, specialmente per la produzione di cravatte, poi, prima della Seconda Guerra Mondiale la lavorazione venne convertita in quella della pelle, al fine di fornire cinture militari agli eserciti italiani e tedeschi. 
Per alcuni anni la loro condizione migliorò notevolmente; molti furono anche i matrimoni misti, uomo cinese con donna italiana e in milanese si iniziò a chiamare i cinesi di via Canonica col soprannome di "el Ciaina".
Ma con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale la situazione per la comunità cinese precipitò rovinosamente. 
Gran parte della comunità cinese del nord Italia venne deportata nei campi di concentramento in Abruzzo, Molise e Calabria in quanto cittadini cinesi, cioè di un Paese nemico del Giappone e quindi anche dell'Italia. 
Alla fine della guerra molte delle loro case erano state distrutte dai bombardamenti e in molti dovettero trovare riparo in campi profughi. 

Nel 1946 quasi tre quarti della comunità cinese decise di rimpatriare in Cina, probabilmente vedendo una Milano e un'Italia totalmente distrutte dalla guerra.
Rimasero poco più di un centinaio di cinesi con le loro famiglie, non poche quelle miste. Iniziarono a dedicarsi al commercio, principalmente all'ingrosso, concentrato soprattutto sull'abbigliamento e la pelletteria.




La comunità cinese iniziò a crescere dopo la Rivoluzione Culturale di Mao in Cina, quando fuggirono un enorme numero di cinesi dalle violenze delle Guardie Rosse.
Negli ultimi 30 anni sono iniziati ad immigrare anche molti cinesi di Shanghai e arrivano anche molte giovani ragazze dalle povere campagne delle regioni interne, assunte a Milano dalle famiglie di origine cinese per fare le tate e insegnare la lingua ai figli.
La comunità milanese è diventata rapidamente una delle più importanti d'Europa, sia per numero che per benessere e proprio a Milano si tenne la prima festa e sfilata con dragoni di tutto il continente, per il capodanno cinese del 1987.

Nello stesso 1987 la Repubblica Popolare Cinese decise di aprire una sua rappresentanza diplomatica in Italia, e scelse Milano.
Nell'ottobre 1962 aprì in via Fabio Filzi al 2 il primo ristorante cinese; negli anni successivi ne aprirono pochi altri, quasi tutti concentrati dentro i confini di Chinatown, ma sul finire degli anni '70 inizia il boom della ristorazione cinese.
Sul finire degli anni '80 i ristoranti cinesi sono già più di 100 a Milano, più tutti quelli dell'hinterland.
Oggi tra ristoranti cinesi, fusion, falsi-giapponesi, orientali, se ne contano parecchie centinaia.

La maggior parte dei cinesi di Milano oggi sono italiani da più generazioni e ovviamente non
vengono conteggiati come stranieri nei censimenti, facendo così risultare la comunità milanese come molto più piccola di quello che è in realtà.
Per decenni gli anziani cinesi, raggiunta la pensione, tornavano in Cina, per trascorrere gli ultimi anni di vita nei loro luoghi d'origine.
Molti tornavano anche per cercare moglie.
Per questo motivo è nata la leggenda metropolitana "dei cinesi che non muoiono mai", col sotto inteso che i defunti venivano fatti sparire e i documenti dati ad un nuovo immigrato. 
Questo leggenda, che circola da diversi decenni, continua ad essere ripetuta ossessivamente anche oggi.
A partire dal nuovo millennio è anche cambiata radicalmente il tipo di emigrante cinese. Arrivano infatti intere famiglie, che per i costi troppo alti del mattone a Chinatown, si insediano in altre parti della città, creando anche un nuovo quartiere cinese lungo via Padova.


Questi nuovi migranti trovano una comunità perfettamente strutturata, composta dai cinesi-italiani, che hanno creato un intero mercato per accogliere ed ospitare i nuovi migranti senza che questi abbiano bisogno di imparare bene l'italiano.
Questa chiusura dei nuovi migranti, che non necessitano di integrarsi, trovando un intero "mondo cinese" a loro disposizione, ha creato negli ultimi anni alcune tensioni, cavalcate da movimenti xenofobi e razzisti.
In questi ultimi anni i cinesi italiani di Milano sempre più raramente tornano a passare la vecchiaia nella terra dei loro padri e nonni. 
La Cina è ormai un Paese sviluppato e benestante e gli emigranti non vengono più visti con rispetto, anzi vengono chiamati con disprezzo 香蕉 - xiāngjiāo, cioè banana, gialli fuori e bianchi dentro, per sottolineare come di cinese abbiano ormai solo la parte esteriore, ma che per il resto siano occidentalizzati.
Solo negli ultimi due, tre anni, il governo cinese ha iniziato una campagna volta ad esaltare i cinesi emigrati all'estero e ad accogliere con rispetto e gratitudine coloro che decidono di tornare in Cina, anche se nati all'estero e cittadini di altri Stati.
Oggi si contano oltre 10.000 imprese attive in Lombardia con a capo un cinese, dove si registra una crescita superiore al 150 per cento negli ultimi dieci anni, e il 55 per cento di queste imprese si concentra proprio a Milano.
La proverbiale capacità di lavorare tutti i giorni, sino a notte fonda, che si può riscontrare nei negozi e ristoranti cinesi, proviene dalla cultura profondamente contadina che quasi tutti i cinesi anche hanno. Nelle campagne, di tutto il Mondo, si lavora dall'alba al tramonto, tutti i giorni. In più in Cina, alla faccia del comunismo, non esiste un sistema pensionistico se non per i dipendenti statali e non esiste nemmeno un sistema di welfare sanitario. Tutto è a pagamento e quindi tutti debbono lavorare continuamente per sopravvivere.
Altro aspetto che distingue la comunità cinese è la relazione familiare. Le famiglie allargate sono una caratteristica cinese. Decine e decine di membri di un nucleo familiare sono capaci di raccogliere il denaro per aiutare un giovane membro della famiglia che deve iniziare una impresa, un ristorante, un attività commerciale... Il forte legame di sangue fa sì che il non restituire il denaro ai membri della famiglia, che agiscono come un banca senza interessi, sia una cosa assolutamente riprovevole e che porta all'onta massima, l'espulsione dalla famiglia e dalla comunità. Una sorte di morte civile.
Queste due caratteristiche, la capacità di auto-finanziarsi e la capacità di lavorare 365 giorni l'anno, per anni, per restituire il prestito, fa degli imprenditori cinesi un unicum quasi assoluto nell'Italia odierna. Sono migliaia infatti i casi di lavapiatti che diventano proprietari di ristoranti di successo, camerieri che diventano albergatori, facchini che creano enormi società di import-export.
In pratica la mobilità sociale, la possibilità di portare la propria famiglia nella borghesia, che caratterizzò il Boom Economico italiano e segnatamente quello di Milano negli anni 50-60, per i cinesi continua ancor oggi.
A partire dagli anni 90, i residenti italiani di Chinatown, che rappresentano ancor oggi oltre l'80% degli abitanti, iniziarono a protestare col Comune per la crescente attività di grossisti nelle strette vie del quartiere.
La presenza di furgoni e camion che scaricavano merce a qualsiasi ora, bloccando totalmente la circolazione, portò all'esasperazione i residenti.
Il Comune intervenne con una delibera che fissava una zona a traffico limitato controllata da telecamere e degli orari specifici per il carico scarico.
La delibera venne impugnata al TAR dai commercianti cinesi, che vinsero. Il Comune rispose mandando i vigili urbani a sanzionare spietatamente ogni minima infrazione commessa dai cinesi.
Nel giro di poche settimane vennero elevate migliaia di multe.
Il 12 aprile 2007 una multa elevata ad una una commerciante cinese scatena la rivolta. La donna stava scaricando in divieto di sosta delle merce nel suo negozio di scarpe. Fuori orario, con la revisione dell'auto scaduta.
La protesta della donna, molto veemente, scatenò una reazione violenta da parte dei connazionali accorsi. 
Rapidamente la protesta si trasformò in una guerriglia urbana con cariche e contrattacchi, durata un paio d'ore. 
Ci furono 5 feriti tra i manifestanti cinesi e furono 14 i vigili rimasti feriti.
Nove di loro ricoverati al Fatebenefratelli e altri quattro poliziotti risultarono contusi.
Due auto della polizia vennero distrutte e ribaltate. Danneggiate anche altre macchine in sosta. 
In via Niccolini, un centinaio di cinesi crearono delle barricate, stile Cinque Giornate del 1848, sventolando bandiere della Cina.
Dovette intervenire il console cinese Limin Zhang per fermare i rivoltosi. Gli scontri terminarono intorno alle 14 e un'ora dopo un corteo di cinesi cercò di uscire da Paolo Sarpi con bandiere rosse e uno striscione con scritto "Violenze e abusi sulla comunità cinese". 
Polizia e Vigili presidiarono tutto il giorno il quartiere, con la conseguente paralisi del traffico di tutta la zona. 
Due italiani che si avvicinarono ai manifestanti urlando frasi razziste vennero quasi linciati e salvati dai poliziotti.
A novembre 2007 vennero rinviati a giudizio per la rivolta di Chinatown 42 cinesi e 1 italiano. Con stupore si scoprì che si trattava del vice presidente del Consiglio Comunale di Milano, di Allenza Nazionale, partito di destra che faceva parte della Giunta Moratti, i cui esponenti erano da anni tra i più duri a chiedere lo spostamento delle attività commerciali. Due anni dopo 37 saranno condannati a pene tra 5 mesi e 1 anno e 9 mesi. Tra costoro anche il vice presidente del Consiglio Comunale.


Un articolo del Corriere della Sera dell'8 marzo 1932, grondante il tipico razzismo del ventennio fascista e il senso di superiorità da colonizzatori occidentali.



Un altro articolo, sempre del Corriere della Sera, del 22 agosto 1952.


domenica 16 settembre 2018

Marianna di Leyva, la Monaca di Monza

Il presunto ritratto di Marianna de Leyva, divenuta poi Suor Virginia Maria e universalmente nota come la Monaca di Monza, tragico personaggio dei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni.

Marianna de Leyva nacque a Milano il 4 dicembre 1575, erede di due potentissime e ricchissime famiglie della Milano del Cinquecento; il padre era Martino de Leyva, conte di Monza e figlio del Governatore di Milano per conto della Corona di Spagna, la madre era Virginia Maria Marino, figlia di Tommaso Marino, ricchissimo banchiere genovese che aveva fatto costruire Palazzo Marino in piazza della Scala.
Marianna, a nemmeno un anno di età, ereditò dalla madre, morta di peste, Palazzo Marino e metà di un colossale patrimonio.
Essendo così piccola, Marianna venne data in affido alla zia paterna, sua omonima, Marianna marchesa Stampa-Soncino.
Il padre, dopo esser rimasto vedovo, si disinteressò totalmente della figlia, trasferendosi presto a Valencia e risposandosi.
Marianna crebbe con la zia a Palazzo Marino, donna che fu poi ricordata per essere una cattolica fervente, timorata e quasi paranoica nella sua inflessibilità.
Marianna era cresciuta in una Milano molto ricca ma molto rigorosa. La Milano Spagnola di fine Cinquecento risente profondamente della Contro Riforma Cattolica e del cattolicesimo iper rigoroso, bigotto, ossessivo della Casa di Spagna.
Quando il padre tornò a Milano, con una nuova famiglia, si ritrovò un'altra figlia, quasi adolescente e che gli costituiva un peso non gradito. Diede quindi ordine ai tutori di educarla per una vita monacale, che presto avrebbe seguito.
Il padre scelse così di farle diventare suora di clausura ma, forse con un impeto di pietas, decise di mandarla nel convento di Santa Margherita a Monza, di cui lui era feudatario e signore; automaticamente la piccola Marianna sarebbe presto diventata Madre Badessa del convento, potendo così far valere il suo cognome, la sua nobiltà e la sua ricchezza.
Il 15 marzo 1591, a soli 13 anni, venne quindi obbligata a prendere i voti, entrando poi a Santa Margherita e scegliendo come nome da suora quello della madre che non aveva mai conosciuto, Virginia.
I primi anni di convento furono tutto sommato felici. Abituata alla totale solitudine a Palazzo Marino, si ritrovò circondata da giovani ragazze come lei. 
Nel 1593 viene così descritta: 

"...era la de Leyva modesta, circospetta, affabilissima, soffusa di un invidiabile candore, amica con tutte, delle discipline letterarie istrutta, come lo poteva essere in allora una giovinetta ben educata, obbediente, per nulla dispettosa, esempio di contegno sociale perfetto."

Ma passando gli anni la vita di clausura iniziò a soffocarla; la vicinanza a Dio diminuì, memore anche del cattolicesimo soffocante della zia, aumentò invece in lei una fede smisurata in Maria.
Sono ancora conservate le innumerevoli missive che suor Virginia faceva recapitare alla Madonna di Loreto.
A 22 anni suor Virginia diviene insegnante delle educande e sacrestana. Una mattina si accorge che una delle sue educande scambia sguardi e parole con un ragazzo, al di là del muro di confine del convento.
Confinante con il monastero era infatti la proprietà dei nobili Osio, trapiantati da Milano a Monza.
L'educanda, Isabella Degli Ortensi, e l'erede degli Osio, Giovanni Paolo, hanno una relazione. Vengono colti a fare l'amore e suor Virginia informa la famiglia della giovane del fatto. 
Isabella degli Ortensi viene immediatamente ritirata dal convento, anche per timore del potere di suor Virginia; soli 15 giorni dopo la giovane Isabella viene maritata per coprire lo scandalo.
Il giovane Osio è invece ben conosciuto a Monza e soprattutto nel convento. I suoi aiutanti, i suoi "bravi", sono spesso a servizio del convento, per le faccende che le sorelle non potevano sbrigare fuori dalle mura.
Viene descritto come bello, giovane, ricco e ozioso, solvente presso i creditori e con una buona educazione umanistica.
Pochi giorni dopo il matrimonio riparatore avviene però a Monza un grave fatto di sangue. Un uomo dei De Leyva, tale Molteno, viene ritrovato morto accoltellato.
Viene subito sospettato come mandante proprio l'Osio, che forse si sentiva umiliato da quanto accaduto alla sua giovane amante.
Fu proprio suor Virginia a chiedere l'arresto dell'Osio.
Mancano però le prove, ma l'Osio, timoroso di una ritorsione, è costretto a rinchiudersi in casa. E proprio dalle finestre di quella casa, confinanti con il convento, suor Virginia e l'Osio iniziarono a scambiarsi sguardi e occhiate.
Ma l'Osio si sente sempre più a rischio, tanto da dover fuggire oltre l'Adda, in Veneto. Rimarrà per oltre un anno lontano dalla Lombardia.
I parenti dell'Osio iniziarono a fare pressioni su suor Virginia, per farle ritirare la denuncia contro l'Osio. 
Alcuni di costoro erano amici di vari parenti e fratellastri di suor Virginia, dei De Leyva come lei.
Fu così la Madre Badessa del convento, Francesca Imbersaga, venne convinta ad obbligare suor Virginia a perdonare l'Osio. 
Virginia ricorderà poi come Madre Francesca la obbligò, secondo il voto dell'obbedienza; l'Osio può così tornare a Monza.
Nel 1598 riniziano così i lunghi sguardi tra i due, fino a quando l'Osio scrisse una lettera a suor Virginia. Questa finalmente accetta di leggerla, ma la missiva è molto esplicita, i termini usati dall'Osio sono eccesivi, probabilmente volgari, e sortiscono una chiusura totale da parte di suor Virginia.
Entra così in gioco un prete amico dell'Osio, don Paolo Arrigone, che scrive di suo pugno diverse lettere a suor Virginia, fingendosi l'Osio. 
Le lettere, che diventano caste e pure, riescono a convincere suor Virginia della bontà d'animo dell'Osio.
Dopo le numerose lettere inizia uno scambio di doni e contemporaneamente iniziano anche le voci, le dicerie, le maleparole a riguardo di quella relazione, ancora agli inizi ma già potenzialmente distruttiva.
Per mettere a tacere le voci, i parenti dell'Osio iniziano a raccontare che egli voglia farsi prete o monaco e che le lettere con suor Virginia servano solo a conoscere meglio il mondo religioso...
Si giunse così al primo incontro, di persona, tra i due. Una notte, una suora fedele a Virginia, suor Ottavia, gettò la chiave di un cancello per entrare nel convento al di là del muro di cinta. L'Osio entrò e si incontrò con la sua amata nel confessionale.
Il rimorso è tale che suor Virgina cade malata per mesi, interrompendo così gli scambi epistolari, ma l'amore tra i due era troppo forte. Ristabilitasi, suor Virginia rinizia a scambiare lettere e doni, poi visite sulla porta del convento e infine a far entrare nottetempo l'Osio nei suoi appartamenti.
Nel 1599 il giovane Giovanni Paolo Osio e la giovane suor Virginia iniziarono ad essere amanti.
Con la complicità di suor Ottavia Ricci e suor Benedetta Homati, nel giro di pochi mesi l'Osio era solito dormire nelle stanze di suor Virginia.
Nel 1602 suor Virginia partorì un bambino morto e nello stesso periodo l'Osio iniziò un rapporto amoroso sia con suor Ottavia, sia con suor Benedetta.
Dopo il parto, suor Virginia venne presa da un profondo stato di depressione e da intensi rimorsi. 
Le crisi di coscienza, che accompagnarono tutto il suo rapporto con l'Osio, si acuirono fino a portarla ad usare la magia, diventando coprofaga, mangiando cioè gli escrementi dell'amato per liberarsi di lui e, poi, sull'orlo della disperazione, a decidere di gettarsi nel pozzo del chiostro per suicidarsi, salvata all'ultimo momento da suor Ottavia.
Riesce a liberarsi dell'Osio, infine, a pena di auto punizioni corporali tremende, di privazioni e di un ricorso ossessivo alla preghiera.
Ma l'Osio non si arrende, folle di amore, accetta di seguire gli ordini di suor Virginia. Si reca in pellegrinaggio a Loreto, poi a Roma, forse addirittura dal Papa, chiedendo di perdonarlo per quanto fatto, ma tornato a Monza, rinizia a bombardare suor Virginia di lettere di folle e cieco amore.
Virgina resiste per altri 4 mesi, ma alla fine capitola e nel dicembre 1603 fa tornare l'Osio nei suoi appartamenti
Nell'agosto 1604 suorVirginia partorì di nuovo, una bambina che fu chiamata Alma Francesca Margherita, che senza alcun timore l'Osio portò a Milano a far battezzare come sua figlia.
La piccola Alma crebbe col padre ma frequentando spessissimo il monastero di Monza.
La relazione "a quattro" continuò incredibilmente per 10 anni sino a quando suor Caterina Cassini da Meda, da poco nel monastero, scoprì l'indicibile.
Pronta a denunciare o a ricattare i quattro, venne immediatamente uccisa dall'Osio, che nascose poi il cadavere con l'aiuto delle tre amanti.
Negli anni successivi i quattro eliminarono tutti coloro che minacciavano la loro storia; nel frattempo altre due sorelle, suor Silvia Casati e suor Candida Colomba, entrano a conoscenza della relazione tra i quattro.
Di tutta questa storia incomincia ad arrivare voce anche a Milano, soprattutto al Governatore e, nel 1607, l’Osio viene arrestato ed incarcerato a Pavia. 
Intanto anche il cardinale Borromeo incomincia a fare indagini sul convento monzese e tra luglio ed agosto fa alcune visite al convento per parlare con le suore.
Osio fugge dal carcere e inizia ad uccidere tutti i testimoni: colpisce suo Ottavia alla testa e la getta nel Lambro, senza però riuscire ad ucciderla, mentre suor Benedetta viene gettata in un pozzo, dove sarà poi trovata anche la testa di suor Caterina.
L'Osio fa uccidere da un suo "bravo", un sicario, alcuni testimoni del processo che si stava per tenere a suo carico, poi fugge a Venezia in compagnia dei suoi "bravi".

Suor Benedetta sopravvive e interrogata dal cardinale Borromeo confessa, cosa che faranno poi anche suor Candida e suor Silvia.
Il 22 dicembre 1607 a Milano viene interrogata Suor Virginia, che ammette la relazione con Gian Paolo Osio e l’assassinio della conversa, ed incolpa di tutto l’uomo.
Il 25 febbraio Osio viene condannato in contumacia alla forca ed alla confisca dei beni, la sua casa di Monza viene demolita:

“Gio Paolo Osio è condannato alla forca e alla confisca dei beni … ed è bandito per sempre da tutto il territorio di Milano così e in modo tale che, se il detto Osio dovesse cadere nelle mani della giustizia, lo si conduca sopra un carro davanti al monastero di S. Margherita della città di Monza e lì gli si tagli la mano destra; sia poi condotto, sopra lo stesso carro, al luogo dell’esecuzione della sentenza e intanto sia torturato con delle tenaglie incandescenti; infine sia appeso ala forca, così che muoia; e il suo cadavere sia tagliato a pezzi, e questi siano appesi nei luoghi dove sono stati commessi i delitti, fuori tuttavia della detta città”.

Il processo a suor Virginia inizia il 27 novembre 1607. La donna si difende con la tesi della nullità dei voti e sostenendo che forze diaboliche avevano esercitato su di lei una forza irreversibile.
La famiglia di suor Virginia, i potenti De Leyva, mirarono esclusivamente a salvaguardare il buon 
nome della famiglia e arrivarono a chiedere esplicitamente al cardinale Borromeo di avvelenare la loro parente; don Luis De Leyva, fratellastro di suor Virginia, venuto appositamente a Milano, durante un colloquio col Borromeo disse:

“di non desiderare affatto un processo scandaloso sulla condotta della sorellastra, ma che sia lui come la sua famiglia avrebbero preferito mille volte saperla morta di veleno, ché questo sarebbe stato il solo mezzo per mettere a tacere tutto”.

Dal suo nascondiglio si rifà vivo l'Osio, che scrive una lettera al cardinale, scagionando suor Virginia, e dando la responsabilità  alle altre sorelle e a sè stesso. 
La lettera viene messa agli atti del processo, ma non cambia di una virgola l'esito, tanto più che il cardinale Borromeo vuole e pretende una punizione esemplare.
Viene condannata ad essere murata viva in una cella del Ritiro di Santa Valeria per essere murata in una cella.
Il Ritiro di Santa Valeria nasce nel 1532, quando alcuni cittadini milanesi di agiata condizione sociale risolsero di dare la possibilità alle donne in difficoltà di trovare assistenza acquistando per loro una casa situata presso la chiesa di Santa Valeria, costruita sui resti del Palazzo Imperiale, in via Brisa, da cui il ricovero prese il nome; a partire dal 1574 circa, all'epoca dell'arcivescovo Carlo Borromeo, accolse anche, per volontà del presule, monache velate che avevano mancato ai voti e dato scandalo.
La cella di suor Virginia è di 3 metri per 1,80 e un minuscolo pertugio permette di darle del cibo, ma non ci sono finestre.
Le descrizioni dell'epoca del Ritiro di Santa Valeria e delle condizioni in cui visse Virginia, sono agghiaccianti:

"... subito appena entrata era stata posta in una parte del monastero in precedenza sempre deserta per un disgustoso odore che vi emanava da qualche luogo... una cella larga tre braccia, lunga cinque, con un solo pertugio nella parete che le consente di ricevere il cibo e la luce per recitare il breviario: isolata da tutti e senza alcun conforto umano.
La tetra cella di suor Virginia è un luogo infetto e buio dove la sventurata e costretta a subire, senza alcuna difesa, i rigori dell'umido e freddo inverno milanese come il soffocante caldo estivo.
Scarsa l'acqua per le abluzioni, nutrimento insufficiente e malsano, qualche volta persino ripugnante, nessun abito o indumento di ricambio, nessuna coperta, soltanto un saccone in terra la cui paglia marcisce in due mesi e viene cambiata ogni sei.
...il recipiente delle deiezioni veniva vuotato ogni quattro o cinque giorni, obbligando la reclusa a respirare l'aria più mefitica".


Gian Paolo Osio, nonostante fosse ancora ricercato e sul cui capo gravava una taglia di ben 1000 scudi, era nel frattempo tornato nel territorio Lombardo e arrivato di nascosto a Milano si era rifugiato nella casa di alcuni suoi vecchi amici, i ricchi Taverna, casa che oggi è Palazzo Isimbardi. 
Questi però lo tradirono e lo massacrarono a bastonate e pugnalate, per poi decapitarlo e offrire la sua testa al Governatore Fuentes sul finire del 1609.
Negli stessi giorni è emessa la sentenza anche contro le altre suore, Benedetta, Candida e Silvia, condannate ad essere murate vive a vita nel convento di Santa Margherita.
Suor Virginia rimane reclusa per 12 anni in quasi assoluto silenzio, sopravvivendo a tremende punizioni, spesso anche corporali e a ogni genere di privazione.
Dichiaratasi pentita, tentò di incontrare il Cardinale Borromeo per quasi tre anni ma, nonostante l'intercessione di suore e confessori, che si convinsero di un reale pentimento, i dubbi e i sospetti del Borromeo rimasero granitici.
Inondato di lettere e missive di richieste per un incontro, alla fine, dopo oltre 10 anni di reclusione, il Borromeo andò a Santa Valeria a incontrare suor Virginia.
Le parole che le rivolse furono riportate dall'unico testimone presente:

“E così dunque, femmina spudorata, non ti vergogni di presentarti al tuo Pastore? E così dunque tu, infame, osi anche stare davanti ad un presule? Tu, del tutto indegna di stare sulla terra, degna piuttosto di ogni supplizio, degna di essere rinchiusa tra due pareti, finché sei viva, come pure di essere sepolta all’inferno, una volta morta. Di’, su, di’ chiaramente una buona volta se sei proprio quella stessa che in passato era tanto potente! Non sei stata abbastanza punita sino ad ora? Desideri ancora che si faccia ricorso a carceri più strette, che ti siano comminati supplizi più severi? Che vuoi, femmina miserabile? E stai attenta a non alzare gli occhi impudichi, indegni di fruire e godere la luce”.

Suor Virginia, ridotta ormai ad uno scheletro, in lacrime, sporca e maleodorante, raccontò a Federigo Borromeo delle voci di angeli che sentiva e delle visioni, celestiali e demoniache e concluse chiedendogli semplicemente di spiegargliele; non chiese un perdono e tanto meno la grazia.
Inizialmente il cardinale rimase ferreo nell'atteggiamento, sospettoso che la De Leyva lo pigliasse in giro, ma rimase colpito dall'atteggiamento mistico e dalle condizioni abominevoli delle donna.
Ciò che più lo colpì fu che suor Virginia indossava ancora lo stesso abito, lurido e semi distrutto, di quando era stata condannata, 13 anni prima.
Dopo diversi mesi, il 25 settembre 1622, il Borromeo decise di concederle la grazia; Virginia volle però restare a Santa Valeria, da libera, ma continuando a fare la suora.
Decise anche di restare a vivere nella orrenda e maleodorante cella che l'aveva ospitata per 13 anni, ma il cardinale fece spostare Virginia in una cella pulita e salubre, con finestre; le fece dare cibo in abbondanza.
Dalle testimonianze dell'epoca pare che suor Virgina fosse molto instabile nei comportamenti: continuò ad indossare i panni logori e lerci, a puzzare terribilmente e rimase praticamente in silenzio per il resto della sua vita.
Ciò nonostante col passare dei mesi attirò nuovamente l'interesse del Borromeo, questa volta per le sue pratiche di pietà.
Superata l'iniziale diffidenza, il porporato esortò la donna a scrivere lettere, al fine di consolare altre monache che attraversavano momenti di crisi.
Alla fine il Borromeo si convinse della bontà della conversione di Virginia, tanto da riportare il suo caso nella sua opera "De sacris admirandis auditionibus".
Morto il Borromeo nel 1631, di suor Virginia non si seppe mai più nulla sino al 1646 quando tentò, inutilmente, di mantenere Monza tra i beni dei de Leyva, che, ormai senza eredi maschi, fu ceduta ai Durini.
Suor Virginia morì il 7 gennaio 1650, alla veneranda età, per l'epoca, di 75 anni.
La data della sua morte venne scoperta solo molti decenni dopo, trovandola casualmente in un documento contabile del Ritiro.
Il Ritiro di Santa Valeria fu soppresso da Giuseppe II nel 1785. L'edificio che lo ospitava fu venduto al conte Alfonso Castiglioni e demolito nei primi anni del XIX secolo.
Il Manzoni costruì il personaggio di Gertrude dei Promessi Sposi su quello di Virginia de Leyva, ma creando una Monaca di Monza molto lontana da quella reale. 
Nonostante questa discrepanza notevole tra i fatti e il carattere delle "due monache", quella reale e quella manzoniana, la seconda, suor Gertrude, prevalse rapidamente su quella reale, suor Virginia. 
E il tutto nonostante esistano ancora gli atti del processo alla De Leyva, le lettere spedite dal Ritiro di Santa Valeria al cardinale Borromeo, le lettere dell'Osio, le testimonianze dei "bravi" e delle altre suore, gli scritti dei De Leyva...
Decine di saggi, libri e film, sono stati scritti e basati su suor Gertrude e non su suor Virginia, rendendo reale un personaggio di fantasia.
Nel 1911, il prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Achille Ratti, poi Papa Pio XI°, ritrovò casualmente un foglio autografo del Cardinale Federigo Borromeo, dove questi stendeva una veloce biografia di suor Virginia, elencandone in 16 punti la vita, i peccati e il lungo percorso di pentimento.
La biografia doveva essere inserita in una ristampa del suo libro "Philogios, sive de amore virtutis".
Ratti fece immediatamente pubblicare lo scritto del Borromeo che riportava i 16 punti:

1) Vitae progressus et malitiae - cenni della vita di Virginia de Leyva prima di prendere i voti e prime leggere malizie.
2) Casus sed moderati: primi peccati non ancora gravi.
3) Tentamenta divina: tentazioni divine di pentimento.
4) Inter caetera perpetuus stimulus numquam amissus: nonostante i peccati terribili, la luce divina non fu mai persa del tutto.
5) Poena, confessio et illuminatio: il processo, la confessione e i primi atti di pentimento tramite l'illuminazione divina.
6) Carcer: sulla durissima carcerazione.
7) Vita et experta divina: sul miracolo del pentimento, sulle visioni e i dialoghi con gli angeli.
8) Diaboli tentamenta: sui possibili tentativi del diavolo di riportare suor Virginia nel peccato.
9) Lachrymae non a natura: sull'abnorme capacità di pianto di suor Virginia, che non era umana ma divina.
10) Gradus humilitatis: sull'umiltà e le privazioni.
11) Dilectio et obedientia superiorum: sulla capacità di suor Virginia di accettare la volontà divina.
12) Cessatio tentationum: fine delle tentazioni diaboliche.
13) Epistolae scriptae et exemplaria epistolarum: sulla relazione epistolare tra Virgina e il cardinale stesso.
14) Paupertas summa: sulla povertà e miseria che suor Virginia continuò a vivere anche dopo il perdono.
15) Egritudines diuturnae et cum pericolo magno: sulle condizioni medico-spirituali di Virginia e delle privazioni che continuava ad infliggersi.
16) Omnia dona celestia credit superiorum merito habere: su come suor Virginia non si attribuisse alcun merito per il pentimento, ma di come fosse solo uno strumento di Dio.

Il Borromeo terminava la sua nota con queste parole:

“Ne più oltre io voglio dire della grandezza di questo lume divino, poiché quelli che poco sanno, non hauranno vigore di intendere le mie parole, e quelli che intendono, non ne hanno bisogno”.

Il convento che ospitava Marianna venne demolito nel 1850, tranne le cantine, oggi usate dal Gruppo Meregalli, commercianti di vini e discendenti del Feldmaresciallo Radetzky



mercoledì 4 marzo 2015

Il Miralago di Lambrate



Alla fine degli anni 10 del '900 sorse vicino alle Rottole, a Lambrate, il Miralago, una struttura sportiva con ristorante, birreria, noleggio barche e canoe e solarium.
Il bacino d'acqua utilizzato era probabilmente una ex cava situata a sud dell'attuale via Feltre, subito ad est di Piazza Udine. I terreni erano di proprietà della famiglia di vivaisti Ingegnoli, che a fine 800 avevano spostato il vivaio principale proprio alla Cascina Melghera, sita tra via Feltre e via Crescenzago.







Sull'altro lato di viale Feltre si trovavano altri due laghetti, poi uniti negli anni 30, denominati Lago Parco e nelle cui vicinanze si trovava un luna park, che verrà poi inglobato nel Parco Lambro. Sulle sponde del laghetto e a fianco delle strutture del Miralago, affittando i terreni dagli Ingegnoli, sorgerà il “Tennis MonteRosa” nel 1926; pochi anni dopo cambiò ragione sociale in “Tennis Club Miralago”. A causa della costruzione del Quartiere Feltre, venne sfrattato, ma il Comune di Milano cede un’area di 25.000 mq. in Via Feltre, dove si trovava l'altro laghetto. Su quest’area viene edificata l’attuale sede del Tennis Club Ambrosiano, che viene inaugurata il 25 maggio 1963. Nei primi anni 50 entrambi i laghetti vengono prosciugati.






Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...