venerdì 25 gennaio 2019

Le vie di Milano, stranezze e curiosità odonomastiche 2

Parte 2 - Parte 1

Un elenco di stranezze odonomastiche, curiosità e spiegazioni su nomi noti o meno conosciuti.




Via Ancona
Intitolata nel 1863 a una strada a gomito che univa i chiostri di San Simpliciano, poi caserma, con il Laghetto di San Marco, lungo il Naviglio Martesana.
La strada tagliava via Solferino esattamente come oggi, poi piegando a 90° verso nord costeggiava tutta la sponda occidentale del porticciolo di Brera, sino a sfociare in via Montebello, che in quel tratto oggi si chiama via Balzan.
La strada venne intitolata ad Ancona in ricordo della battaglia del 29 settembre 1860, che permise la liberazione della città e la fine delle guerre nelle Marche e in Umbria.


Via Andegari
La strada è molto antica, aperta probabilmente già in epoca romana e venne accorciata della metà ad occidente dopo la demolizione della colossale chiesa di Santa Maria al Giardino, lungo via Manzoni.
La via dava il nome anche ad uno dei 30 quartieri storici del centro di Milano, che nel medioevo erano chiamati "contrade".
Correva parallela alle Mura Romane, che erano lungo l'odierna via Monte di Pietà.
Il nome è di origine incerta e ci sono varie possibilità; secondo alcuni deriverebbe da una antichissima famiglia nobiliare residente nella zona, per altri dalla parola celtica per indicare la pianta di biancospino, per altri ancora da un termine longobardo che indicava un luogo trasandato e misero.
Questa ultima versione prevalse, anche se non ha alcun fondamento certo, tanto che in dialetto milanese una persona trasandata e sporca viene definita un "andeghée".
Suggestiva era la presenza poche decine di metri più avanti, sempre su via Manzoni, del vicolo dei Tignoni, oggi scomparso, che indicava pure quello una persona avara e trasandata.
Nel 1928 Salvatore Saponaro realizzò la bella fontana dei Tritoni all'angolo tra via Andegari e via Romagnosi.

Via Sant'Antonio
Al contrario di quanto si possa pensare questa strada che unisce via Larga con largo Richini e la Cà Granda, non è dedicata al famosissimo Sant'Antonio di Padova, bensì al meno noto "Sant'Antonio del purcell", o in italiano Sant'Antonio del maiale.
Anche la chiesa che si trova in questa strada è dedicata a questo santo di origine egiziana e vissuto quasi 1.000 anni prima del più noto e omonimo santo portoghese.
Noto anche come Sant'Antonio Abate è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.
Sant'Antonio è considerato il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale.
Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo.
La tradizione di benedire gli animali, in particolare i maiali, non è legata direttamente a Sant'Antonio: nasce nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all'ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di sant'Antonio, detti Antoniani.


Via degli Arcimboldi
Breve via che unisce oggi via Lupetta con via dell'Unione, appena a sud di via Torino, nel cuore della Milano medievale.
Nell'antichità era chiamata contrada de' Gambari o contrada del Gambaro, da una nobile famiglia che aveva qui la sua residenza.
Il nome sopravvisse sino al 12 settembre 1865, quando l'intera odonomastica di Milano subì uno stravolgimento ritenuto inderogabile dai Savoia. La contrada del Gambaro divenne via Giovanni Battista Arcimboldi, che nei secoli precedenti aveva aperto una cattedra di logica e una di morale presso la Scuola Superiore dei Barnabiti nella contigua chiesa di Sant'Alessandro. La famiglia prosperò a Milano e Parma sino al Settecento, per poi estinguersi nel 1727.
Nei primi del '900 la via venne dedicata a tutti i membri della famiglia Arcimboldi.



Il Malcantone
Si trattava di uno slargo di forma rettangolare che si apriva lungo l'odierna via Torino, allora contrada della Palla e sfociava nell'angusta contrada della Bella, oggi via dell'Unione.
Il nome stesso indicava un luogo da evitare, da aggirare e che era tra i preferiti da parte dei balordi per rapinare i passanti.
Fu luogo di numerose aggressioni e tra i preferiti dalla Banda della Teppa per assalire le loro vittime.
Già intorno al 1880 il Malcantone scomparve, inglobato in un palazzo costruito al suo posto.







Via Bagnera
Di origine antichissima, univa il Cardo Massimo tracciato dai romani con un cardo minore posto a nord. Oggi le due vie sono rispettivamente via Nerino e via Santa Marta.
Il nome bagnera pare derivi dalla parola "baniaria", indicante probabilmente un sito termale o di bagni pubblici.
Una mappa risalente al 1050 indica la presenza di una "baniaria" nella contigua piazzetta di San Giorgio. Bagnera sarebbe la corruzione del termine in tardo latino o volgare.
Sino a fine Ottocento era nota come "stretta" Bagnera, per indicare la sua angustia e tortuosità.
Antonio Boggia, il Mostro della stretta Bagnera, primo serial killer della Penisola, vi ebbe un magazzino dove vi uccise e seppellì 4 delle sue vittime.









Via Bocchetto
E' una delle Cinque Vie, precisamente quella che dal crocicchio arriva in piazza Edison, alle spalle del Cordusio.
Di origine antichissima, aveva in origine il nome di San Salvatore in Dateo, dal nome di un monastero di Vergini precedente all'anno Mille. Cambiò poi nome in contrada di Santa Maria in Dateo.
Intorno alla fine dell'XI secolo assunse il nome di contrada del Bocchetto o Bocchetta per la presenza di una sorta di piscina e di una relativa bocca dove ci si poteva abbeverare o far scorta di acqua.
Lungo la via il crudele e spietato Barnabò Visconti fece bruciare vive due monache benedettine che, pare, avessero parlato male di lui.
Nel Settecento il monastero divenne prima un archivio della curia e poi sede di uffici governativi.








Via Brisa
In antichità il nome era contrada Brixia, forse per indicare la presenza di una comunità di cittadini di Brescia, poi divenne nota come contrada Brisia, avvalorando l'ipotesi che il nome derivi dalla vinaccia, "brisa" in tardo latino e la presenza di una strada nelle immediate vicinanze che si chiama via Vigna fa propendere per questa ipotesi.
Per secoli l'intera parte orientale dell'odierna via Brisa fu edificata sopra i resti del Palazzo Imperiale costruito quando Milano fu capitale in età Massimiana.
Nel palazzo di contrada Brisia al numero 2872 del catasto Teresiano, corrispondente poi al civico 4 con la nuova numerazione post-unitaria, palazzo oggi scomparso, abitò dal 1834, per lunghi anni Jan Josef Václav hrabě Radecký z Radče, meglio noto a Milano come il Feldmaresciallo Radetzky.
Nel marzo 1848 la sua casa fu assalita dalla folla risorgimentale e data alle fiamme.



Via della Chiusa
Antica via che oggi unisce via Molino delle Armi con piazza Salvatore Quasimodo e da lì via San Vito, Via Olmetto e via Disciplini.
In origine nota come via di San Michele all'Acquedotto, al suo estremo a sud si apriva la porta minore detta Pusterla di San Lorenzo.
E fu proprio sotto la porte che venne costruita una chiusa idraulica che regolava l'acqua in uscita dalla città, trovandosi nel punto idrografico più a sud.
La chiusa, realizzata nel 1171, permetteva di governare l'altezza e la portata dei due antichissimi canali che sin dall'epoca romana circondavano le Mura Repubblica e Imperiali, il Grande e il Piccolo Sevese; superata la chiusa le acque formavano il canale Vettabbia, uno dei più antichi della città.
Inizialmente una semplice torre era di guardia all'opera idraulica, ma pochi anni dopo la costruzione l'Imperatore di Bisanzio, Manuele I°, finanziò la costruzione di alcune opere difensive di Milano, nell'ottica di rendere più complicata la nuova discesa in Italia del Sacro Romano Imperatore Federico Barbarossa, suo acerrimo rivale; tra queste opere vi fu una grande fortezza che sovrastava la chiusa, che venne poi chiamata Torre dell'Imperatore.
La via fu nota come contrada di San Michele alla Chiusa sino al 12 settembre 1865, quando assunse quello odierno.
Vi abitò per lunghi anni uno dei più grandi inventori della storia umana, Girolamo Cardano.


Via Croce Rossa
Corta strada tra via Manzoni e via Monte di Pietà, è chiusa tra il Grand Hotel et de Milan e il Palazzo Armani e ospita da una trentina di anni la fontana di Aldo Rossi.
L'intitolazione non è all'organizzazione umanitaria internazionale, bensì al gonfalone bianco con croce rossa che è simbolo di Milano.
Varie ipotesi sono legate al gonfalone. La più antica vuole che sia stata donato da Papa Gelasio I°, intorno al 494 ad Alione Visconti, che lo portò poi a Milano.
Un'altra lo vuole fusione del drappo bianco, simbolo del popolo e della croce rossa, simbolo dei nobili.
Un'altra ancora, probabilmente l'unica con basi fondate, vuole il gonfalone derivare da quello che i Crociati alzarono in Terra Santa, dopo aver ammainato le bandiere con la mezza luna, che si richiamava alla Croce di San Giorgio.
Subito dopo le prime crociate furono infatti numerose le città che assunsero un gonfalone e uno scudo bianco con croce rossa: Milano, Genova, la Lega Lombarda, Ivrea, Novi Ligure, Mantova, Orvieto, Varese, Vercelli, Bobbio, Alessandria.
Lo stesso accadde, sempre nel periodo delle crociate, per un gran numero di città d'Europa: Londra, Barcellona, York, Almeria, Friburgo, Coblenza...
In via Croce Rossa passavano le Mura Romane di epoca Repubblicana. Il percorso delle mura su quel lato della città era lungo l'asse odierno di via dell'Orso-Monte di Pietà-Croce Rossa-Monte Napoleone.
Resti delle mura sono stati trovati a circa 5 metri di profondità durante i lavori di ristrutturazione e di realizzazione della spa del Grand Hotel et de Milan.



Via Cusani
La metà della via Cusani che dall'incrocio con via Rovello corre sino allo slargo dove si incrociano via Broletto, via dell'Orso e via Ponte Vetero, un tempo si chiamava contrada del Baggio e più anticamente contrada de' Baggi.
Il nome fu falciato via dalla riforma odonomastica del 12 settembre 1865.
Non faceva riferimento al borgo agricolo situato ad ovest di Milano ma ad una famiglia, i Baggio.
Tra le più illustri, e dimenticate, famiglie milanesi, ebbero tra le loro fila un papa, Anselmo (da) Baggio - Alessandro II°, Guercio del Baggio, che fu proprietario di tutti i terreni oggi corrispondenti al quartiere di Brera e a cui era intitolata anche la porta poi nota come Pusterla Beatrice; in origine era infatti la Pusterla della Braida del Guercio, cioè la Porta dei prati di Guercio del Baggio.
Ma furono due fratelli, Andrea e Paolo del Baggio, a dare lustro alla città, quando nel maggio 1412 furono organizzatori e partecipanti materiali della congiura contro il Duca Giovanni Maria Visconti, che negli anni precedenti si era macchiati di efferati crimini contro i milanesi.
Giovanni Visconti era infatti celebre per praticare la caccia ad esseri umani. Faceva liberare negli immensi terreni del Parco del Castello di Porta Giovia, un'area 10 volte più vasta del Parco Sempione, dei condannati a morte e poi li faceva inseguire dai suoi cani feroci e sbranare vivi.
Quando i condannati scarseggiavano, provvedeva lui stesso a far rapire degli innocenti e a farli condannare.
Un gruppo di giovani nobili milanesi, tutti ghibellini, appartenenti alle famiglie Aliprandi, del Baggio, Trivulzio, del Majno, Pusterla, organizzarono una congiura e il 16 maggio 1412, accoltellarono a morte il folle e sanguinario Duca mentre si recava a messa a San Gottardo in Corte.

Via Borgonuovo, Via Borgospesso, Via Gesù e Via Santo Spirito
Un tempo si chiamavano Borgo Nuovo, Borgo Spesso, Borgo del Gesù e Borgo di Santo Spirito.
Il termine borgo indicava degli isolati di case costruire una addossate alle altre, per protezione e che si trovavano fuori dalle Mura Romane.
Le mura in quel tratto correvano infatti lungo l'asse odierno di via dell'Orso-Monte di Pietà-Croce Rossa-Monte Napoleone e tutto ciò che stava al di fuori era costantemente a rischio in caso di invasione o attacco da parte di nemici di Milano.
Con lo stesso criterio erano anticamente chiamata le attuali corso Magenta, corso Venezia e via Canonica, rispettivamente Borgo delle Grazie, Borgo di Porta Orientale e Borgo degli Ortolani.


Via Gozzadini
Oggi esiste una via Gozzadini nel cuore del quartiere di San Siro, che unisce via Paravia con via Pessano, appena a sud dello stadio, ma è una via di recente apertura, non più di 80 anni fa.
In precedenza esisteva una via Gozzadini in pieno centro; è una via oggi non più esistente, totalmente cancellata. Correva parallela a via Santa Sofia, da corso Italia sino a corso di Porta Romana ed era uno degli storici Terraggi della città.
Con il termine terraggio, nel Medioevo, si indicavano quelle vie che correvano parallele alle mura, dal lato interno.
Le mura medievali correvano sul lato interno della Cerchia dei Navigli e i terraggi erano a loro volta sul lato interno delle mura.
Originariamente i terraggi prendevano il nome dalle porte, dalle pusterle o da chiese o ponti nei pressi. Con la riforma odonomastica del 1865 il Terraggio di San Celso e il Terraggio di Porta Romana presero il nome di contrada di Benno da Gozzadini.
Il Gozzadini fu podestà di Milano nel 1257, chiamato appositamente da Bologna, come prevedeva le legge dell'epoca, secondo la quale il governante della città, per essere super partes, doveva essere straniere e ben retribuito.
Ma il Gozzadini era già noto in città per la riforma fiscale, che in breve tempo portò alla fame la popolazione.
Galano Fiamma così descrisse le riforma fiscale del Gozzadini:


"Isto anno in civitate Mediolani quaedam magna pestilentia incepit, quia cives Mediolani quemdam Benum de Gonzadinis Bononiensem, virum pestiferum, advocaverunt, cui data fuit potestas taleas, pedagia et datia imponenda"

Riuscì però a legarsi ad alcune potenti famiglie, tanto da venir poi chiamato due anni dopo a fare il Podestà. Fu l'artefice del completamento del Catasto di Milano e del completamento del Ticinello da Abbiategrasso sino a Gaggiano, che poi diventerà il Naviglio Grande. 
Ma al contempo su pressione del popolo, iniziò a far pagare le tasse sia ai nobili che al clero, che era stato sino ad allora totalmente esente.
Nel giro di poche settimane il clero milanese organizzò dei moti contro il Gozzadini e il capo del partito del popolo, Martino della Torre, o Torriani, dovette accordarsi col vescovo e le famiglie nobili.
Trovato l'accordo il Gozzadini venne sacrificato.
Fu accusato di malversazione e condannato a pagare una cifra iperbolica. Quando ovviamente non potè pagarla, fu linciato, massacrato dal popolo e i suoi resti lanciati a sfregio nel canale che aveva fatto prolungare e che tanto era costato a Milano.
La via Gozzadini sopravvisse sino ai bombardamenti alleati del 1943-44, quando i quartieri a sud del Duomo furono pesantemente distrutti. 
Praticamente rasi al suolo la maggior parte degli edifici di via Santa Sofia sul lato nord, questi non furono ricostruiti. La via fu allargata con un controviale e i nuovi edifici, realizzati solo un decennio dopo la fine del conflitto, furono costruito esattamente dove correva la via Gozzadini.


Via Larga
La strada corre dove un in epoca romana si trovavano i moli e i pontili che si bagnavano nel porto di Milano.
La conformazione della zona, un vasto ed enorme avvallamento, che si può riscontrare ancor oggi vedendo le pendenze di alcune vie del quartiere, faceva sì che le acque della parte nord della città lì confluissero, creando un vasto pantano o una vera e propria palude.
Quando in epoca repubblicana, prima di Cristo, venne deviato il fiume Seveso, creando un canale che circondava interamente la città, questo fu chiamato Grande Sevese nel tratto ad est e Piccolo Sevese ad ovest.
Mura e Grande Sevese correvano lungo le odierne via delle Ore, via Pecorari e via Paolo da Cannobbio, cioè pochi metri a nord di via Larga oggi, e del vasto terreno paludoso o acquitrino duemila anni fa.
Probabilmente delle bocche dal Grande Sevese e una serie di opere idrauliche permisero di trasformare quel grande terreno paludoso in un laghetto, con una darsena ove attraccare piccole imbarcazioni e chiatte per il trasporto merci.
Il laghetto si interrò quasi certamente durante il lungo periodo oscuro che toccò Milano tra le Guerre Gotiche e l'arrivo dei Carolingi, cioè tra il VI e l'VIII secolo; Milano venne rasa al suolo più volte, la popolazione maschile interamente uccisa e le donne portate come schiave in Germania.
Ci vollero vari secoli perchè la città si riprendesse.
Il laghetto era comunque ormai perduto, tanto che quando si iniziarono a dare i nomi alle strade, due vie del quartiere furono chiamate contrada Poslaghetto e contrada del Pantano.
L'area era quindi tornata ad essere un vasto prato paludoso, e tale rimase sino a quando nel Trecento non si iniziò ad urbanizzare la città anche verso sud.
La strada che correva dove oggi si trova via Larga, si chiamava in antichità contrada del Brolio, cioè via del Prato, proprio quel vasto ed enorme prato paludoso che dopo le distruzioni del Barbarossa e la conseguente ricostruzione della città, fu bonificato e trasformato in ortaglie e pascolo.
Solo a metà del Cinquecento una parte della strada divenne nota come contrada di San Giovanni in Guggirolo, da una modesta e antica chiesetta che si trovava lungo la via.

Il termine "guggirolo" è prettamente dialettale e deriva da "gugiroeu", cioè guglia e si doveva alla tipica forma molto affusolata del campanile della chiesetta.
Negli stessi anni la contrada del Brolio divenne la via Larga, non è chiaro se per la sua larghezza o per la sua lunghezza. Milano infatti in quegli anni era sotto il dominio spagnolo e "largo" in spagnolo può significare "lungo"...
In ogni caso la via era già ampia in quegli anni del Cinquecento, tanto da divenire il luogo prediletto per le colossali sfilate in maschere del Carnevalun Ambrosiano, celebre in tutta Europa per i suoi carri, le sue feste e il tasso alcoolico della popolazione.
Juan Fernández de Velasco, duca di Frías e conte di Haro e Governatore di Milano per conto della Spagna, fece allargare sulla fine del Cinquecento la via Larga e per agevolare il passaggio verso Porta Romana, fece aprire una nuova strada, che oggi porta il suo nome, via Velasca. Come anche il grattacielo con forma di torre medievale che la sovrasta.
Nel 1799 la chiesetta di San Giovanni venne demolita e tutta la strada assunse definitivamente il nome di via Larga.
Durante gli sventramenti compiuti per demolire il quartiere del Bottonuto, che si trovava tra via Larga e il Duomo, compiuti tra inizio del Novecento e gli anni Cinquante, via Larga venne ulteriormente allargata.



Via Santa Margherita
Questa strada, che unisce piazza della Scala con piazza Mercanti, fa parte dell'asse del Cardo Massimo, tracciato dai romani quando conquistarono la Medhelan celtica e iniziarono a erigere il foro, appena a sud della città già esistente.
Il Cardo Massimo correva lungo via Manzoni-piazza della Scala-via Santa Margherita-piazza Mercanti-via Cantù-piazza San Sepolcro-via Nerino.
Via Santa Margherita vide nel Medioevo l'arrivo di molti laboratori di armaioli, tanto da venire infine chiamata contrada degli Armaioli.
Il nome cambiò in contrada dei Librai quando gli armaioli si spostarono in altri lidi e divenne in epoca Rinascimentale nota come contrada di Santa Maria di Gisone, da una chiesetta costruita nel 907 da Anselmo di Baggio, poi papa Alessandro II°.
Quando nel Seicento la chiesetta venne trasformata in un convento dedicato a Santa Margherita, anche la strada iniziò a chiamarsi con quel nome.
A fine Settecento il convento fu soppresso e i suoi locali furono adibiti a Questura, sede della temuta polizia austriaca; nelle cantine venne realizzato un carcere, dove per lunghi decenni furono rinchiusi tutti i patrioti risorgimentali arrestati. Silvio Pellico scrisse ampiamente di quelle nude e umide e malsane celle.
Quando nel marzo 1848 i milanesi si sollevarono contro l'occupante asburgico, la Questura e il carcere di Santa Margherita furono attaccati e strenuamente difesi dai soldati croati di stanza a Milano. 
Una volta espugnata tutti i prigionieri politici furono liberati e i due commissari di Polizia, Bolza e Galimberti, entrambi italiani al servizio degli austriaci, furono sì arrestati ma, fortunatamente, non linciati come la folla pretendeva. 


Via Medici, via Medeghino, via Pio IV
Stretta, tortuosa, caratteristica e molto bella, è la via Medici, che collega il Carrobbio con via Circo, nella maglia della Milano medievale lungo via Torino.
La strada venne probabilmente eretta solo dopo la definitiva spoliazione del grande circo romano che si trovava in quella zona di Milano, diventato una colossale cava di pietra, una vera rarità in città.
I Medici a cui si fa riferimento sono una nobile famiglia milanese che per secoli ha vantato un legame con i ben più noti e ricchi Medici di Firenze.
Facevano risalire il legame al Duecento, quando una ramo si staccò da quello principale toscano per venire in Lombardia, ma mai nessuna prova di questo legame è mai venuta alla luce.
I Medici di Milano ebbero come capostipite Bernardino Medici di Nosigia (l'odierna piazza Belgiojoso), esattore delle imposte e piccolo banchiere nella Milano della fine del Quattrocento; la moglie, Cecilia Serbelloni, veniva invece da una agiata famiglia che aveva dato dei Giureconsulti e molti notai alla governo della città e che divenne in seguito parte dell'alta nobiltà meneghina.
Ebbero quattro figli che brillarono tutti di luce propria.
Gian Giacomo Medici, meglio noto come Il Medeghino, spietato, efferato e geniale condottiero rinascimentale, vero signore della guerra lungo tutta la prima metà del Cinqucento. Fu un grandioso stratega, comandante e abilissimo nel costruirsi alleanze e amicizie potenti.
Per lunghi anni combatté una guerra privata, quasi da brigante, contro i Guelfi e i Francesi, poi combattendo aspramente i governanti spagnoli del nord Italia, ma raggiunse una fama immortale mettendosi al servizio dell'Imperatore Carlo V e combattendo per lui, vincendo praticamente ogni battaglia, in Belgio, in Ungheria, in Germania, in Boemia e soprattutto nelle lunghissime Guerre d'Italia, soprattutto in Toscana. 
Nel 1545 si sposò con Marzia Orsini, di una delle più ricche, potenti e influenti famiglie di Roma.
Fu conte di Lecco, Marchese di Musso, Marchese di Marignano (Melegnano) e viceré di Boemia.
Morì nel novembre 1555, probabilmente avvelenato. E' sepolto nel Duomo di Milano e un colossale monumento funebre disegnato da Michelangelo lo celebra degnamente.
Una strada lo ricorda tra piazza Agrippa e piazza Abbiategrasso, nella periferia estrema della città, meritando forse ben altro luogo.

Giovanni Angelo Medici di Marignano, poi Papa Pio IV. Studiò prima filosofia a Pavia e poi diritto a Bologna; diventato tra i migliori giuristi di Milano venne chiamato a Roma da Papa Clemente VII.
A partire dal 1529 inizia una inarrestabile scalata al potere nella Roma del Cinquecento: è Governatore di Ascoli, di Parma, Fano, Ancona, Legato Pontificio in Germania, Arcivescovo di Ragusa in Dalmazia e anche condottiero delle truppe pontificie nelle guerre contro Turchi e Luterani.
Nel 1549 venne nominato cardinale da Papa Paolo III°, che discendeva per parte di madre dagli Orsini, da quattro anni loro parenti.
Giovanni Angelo Medici fu eletto papa il 25 dicembre 1559; il suo pontificato è ricordato soprattutto per aver concluso il Concilio di Trento, per la lotta contro gli Ugonotti e per la battaglia contro il nepotismo che imperversava nella curia romana.
Una via Pio IV lo ricorda nella parte nord di piazza Vetra, piccola stradina creata con gli sventramenti avvenuti tra i primi Novecento e gli anni Trenta.
Margherita Medici si sposò con Giberto II° Borromeo, della ricchissima e potente casata dei Conti di Angera e senatori di Milano. Il loro primo figlio fu Carlo Borromeo, che essendo nipote di papa Pio IV, fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni. 
In tale veste il giovane Carlo partecipò ai lavori del Concilio di Trento, divenendone protagonista proprio nel periodo conclusivo. Ebbero anche una figlia di nome Ortensia.
Clara Medici sposò il nobile austriaco Wolf Dietrich von Ems zu Hohenems, di una ricca e potente famiglia di mercenari e condottieri Lanzichenecchi, i più temuti nel Rinascimento. 
Il matrimonio fu organizzato dal fratello Giovanni Angelo, in questo modo egli poteva controllare i territori dei Grigioni e stringere una alleanza ancor più forte con Carlo V.
Ebbero tre figli, Jacob Hannibal che fu Legato Pontificio in Spagna e poi il maggior condottiero di Carlo V nelle guerre contro i Turchi e sposò Ortensia Borromeo, sorella di San Carlo; Mark Sittich von Hohenems, che fu condottiero agli ordini dello zio Medeghino e poi nominato cardinale da Papa Pio IV... quello che lottava contro il nepotismo, altrui; ultimo fu Gabriel von Ems zu Hohenems che si distinse alla guida di truppe Lanzichenecche agli ordini del Papa.




1 commento:

  1. Buongiorno,
    avrei bisogno del suo aiuto per una ricerca che sto effettuando su un'antica via di Milano (che non riesco a trovare): posso chiederle cortesemente se mi contatta all'email faprimol@yahoo.fr ?
    Grazie mille!!

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Corso Vittorio Emanuele II°

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