domenica 20 gennaio 2019

Il mistero della donna tagliata a pezzi



Il 2 agosto 1878 due ragazzini stavano percorrendo una stradina di campagna che collegava Turro con Le Rottole, due borghi agricoli nel nord-est di Milano.
Turro Milanese allora era allora un comune autonomo, con poche centinaia di abitanti e ricco di ville di delizia delle più ricche famiglie meneghine, mentre Le Rottole facevano parte dei Corpi Santi di Porta Venezia.


La stradina era costeggiata sul lato destro dal Cavo Taverna, che nasceva, e nasce ancor oggi, grazie ad una bocca lungo il Naviglio Martesana, concessa ai Conti Taverna di Landriano nel 1838.
Oggi il tratto percorso dai giovani corrisponde all'incrocio tra le vie Palmanova, Tolmezzo e Cambini.
I due ragazzini erano uno sordo-muto e l'altro con un grave ritardo mentale; attorno a loro si dipanavano in ogni direzione campi agricoli, per lo più mais e frumento, ma vista la stagione anche campi di fagiolini.
I due arrivarono nei pressi di una serie di campi noti come Terreni Locatelli e, forse tentando di rubare qualche pannocchia, si diressero nel folto di un campo di mais.
Ad un certo punto, con orrore, trovarono sul terreno davanti a loro un pezzo di un braccio.
Presi dal panico, consci dal non poter spiegare cosa facessero in mezzo al campo di mais, terrorizzati dalla scoperta, decisero di ricoprire di terra il pezzo di arto.
Poi scapparono, tornando a Turro.

Passarono tre giorni e il 5 agosto un lattaio che col suo carretto stava percorrendo la medesima strada tra Turro e Le Rottole, vide arrivare un cane randagio in lontananza.
Quando il cane si avvicinò il lattaio notò che aveva qualcosa in bocca, gli sembrò fosse o un animale morto o un grosso pezzo di legno.
Ma quando il carretto arrivò in prossimità del randagio, il lattaio restò di sasso. Inorridito.
Il cane, tra i denti, aveva un piede umano.
Nel vicino campo di fagioli c'erano dei contadini al lavoro e il lattaio, chiamandoli, chiese loro se vedono la stessa identica cosa: un piede umano nelle fauci di un grosso cane randagio.
I contadini e il lattaio decisero di percorrere a ritroso il tragitto fatto dal cane, arrivando così ad un vicino campo di mais.
Una volta entrati tra le alte piante di mais, già cariche di spighe e pannocchie, in breve tempo scoprirono una testa umana.
Era una testa orrendamente sfigurata, probabilmente mangiata dai randagi e dai topi, del tutto irriconoscibile, tanto che venne attribuita ad una donna solo per una lunga ciocca di capelli castano chiari.
Altri contadini trovarono un busto umano, anch'esso divorato dagli animali, poi fu la volta di altre parti di un corpo umano; i resti erano sparsi tra i campi sino a quasi Crescenzago.
Il lattaio e i contadini corsero a Turro a dare l'allarme.
In breve tempo arrivarono il questore Michaelis, il delegato Dainesi e il pretore Porta.
Venne organizzata rapidamente una ricerca delle altre parti del corpo, cooptando la popolazione di Turro, delle Rottole, di Lambrate di Sopra e di Crescenzago, ma nei vasti campi non fu trovato niente altro.
Il questore Michaelis fece portare i poveri resti umani all'Ospedale Maggiore, per cercare di capire se il corpo fosse stato smembrato da mano umana o dalla furia degli animali e per cercare di dare capire quando il corpo fosse stato abbandonato nel campo.
Sempre il Michaelis fece interrogare tutti i contadini e il proprietario del campo, che asserì di aver mandato i suoi contadini in quel campo il 26 di luglio.
Poco dopo i due ragazzi che avevano trovato il pezzo di braccio il 2 di agosto si fecero avanti e, preso coraggio, andarono a confessare il ritrovamento al questore.
Ciò permise di avere un arco temporale dell'omicidio tra il 26 luglio e il 2 agosto del 1878.
Gli agenti di Pubblica Sicurezza furono rapidamente convinti che il delitto non fosse avvenuto nei campi. Non furono infatti ritrovate tracce di sangue e nemmeno degli organi interni che mancavano nel busto ritrovato.


I medici dell'Ospedale Maggiore riscontrarono un'ottima dentatura e la freschezza dei pochi capelli rimasti attaccati alla testa, dando così un'età abbastanza giovane al corpo, di una donna sui venti-trent'anni.
Gli abitanti dei borghi e delle cascine attorno ai campi del Locatelli vennero presto presi sia dall'indignazione, sia dalla paura.

Destino vuole che nei due anni precedenti, sui principali quotidiani milanesi, La Perseveranza, il Corriere della Sera e soprattutto sul giornale più diffuso in tutta Italia, Il Secolo, furono numerosi gli articoli riguardanti un drammatico fatto di cronaca nera avvenuto in Francia, quando l'ex soldato Joseph-Baptiste Billoir uccise la sua amante Jeanne Le Manach, tagliandola a pezzi, decapitandola e gettando poi i suoi resti, chiusi in una cesta, nella Senna.
I poveri resti furono ritrovati da due bambini e solo la pubblicazione sui giornali della testa della morta permise di identificarla e di collegarla a Billoir.
Questi fu arrestato ma negò il coinvolgimento per mesi e solo a gennaio del 1877, dopo mesi di isolamento, confessò l'omicidio e descrisse minuziosamente lo smembramento del cadavere e di come si fosse liberato di esso.
Nel corso dello stesso 1877 altre due donne vennero uccise in Francia con modalità simili e i loro corpi smembrati e gettati uno in un campo e uno in mare.
Billoir venne infine ghigliottinato nell'aprile del 1877.
Una quarta donna francese venne uccisa e fatta a pezzi nella primavera del 1878 e i quotidiani italiani riportarono con dovizia di particolari sia l'Affaire Billoir sia gli altri tre casi di omicidio, seguendoli morbosamente.
Quando nell'agosto di quell'anno fu ritrovato un corpo di una donna fatto a pezzi nelle campagne di Milano sembrò un'occasione unica per aumentare a dismisura la tiratura dei giornali.
Il Corriere della Sera, che all'epoca aveva sole 4 pagine, dedicò al caso ogni giorno almeno mezza pagina, per settimane intere. Lo stesso fecero gli altri due quotidiani milanesi a tiratura nazionale.


Il giorno dopo il ritrovamento, il 7 agosto, delle enormi battute di ricerca portarono alla scoperta di altri resti umani, tutti riconducibili alla stessa giovane donna.
Il procuratore del Re diede disposizione che la testa fosse esposta presso l'Ospedale Maggiore, per far sì che qualcuno potesse riconoscerla dai capelli o dall'unico orecchio rimasto.
Venne esposta anche una treccia finta trovata nei pressi della testa.

I giornali iniziarono a diffondere notizie false e contrastanti tra loro. Il quotidiano Il Pungolo scrisse che lo smembramento era stato effettuato da persona esperta, usando un lungo e affilato coltello, mentre il Corriere scrisse di un lavoro grezzo eseguito con un coltellaccio o una mannaia.
Sempre il Corriere scrisse che il cadavere mostrava avanzati stati di putrefazione, sostenendo che l'omicidio fosse avvenuto molto prima del 26 luglio e che il corpo fosse stato gettato nel campo solo in seguito.
Il Secolo uscì addirittura col nome della vittima in prima pagina, la figlia di un noto commendatore, proprietario di una società di carrozze Brougham.
La ragazza, fortunatamente, era viva e vegeta e venne intervistata a casa sua, in via Visconti, il giorno dopo dai concorrenti del Corriere.
Infine il Corriere sostenne di aver avuto notizia di un fatto di cronaca nera avuto alcuni giorni prima proprio alle Rottole, quando una coppia fu minacciata con pistole e coltelli da un gruppo di balordi. La donna venne rapita e scomparve. Anche questa notizia era del tutto priva di fondamento.

L'8 agosto i medici dell'Ospedale Maggiore fornirono ai giornalisti l'elenco delle parti del corpo ritrovate.

La testa, irriconoscibile, con un solo orecchio e una ciocca di capelli, con le prime cinque vertebre attaccate.
La gabbia toracica con due vertebre cervicali, priva degli organi interni e mancante di un seno.
L'intero braccio sinistro.
La scapola e l'omero sinistro.
Il fianco destro.
La coscia sinistra.
La tibia destra.
Piede destro.

Nella mattinata dello stesso giorno una coppia di contadini, abitanti nella Cascina Tamburini, fuori di Porta Romana, si recarono presso la Questura, denunciando la scomparsa della figlia Rosa, di anni 22 e temendo che il corpo potesse essere il suo.
Accompagnati all'Ospedale non riconobbero i poveri resti trovati alle Rottole.

Poche ore dopo, all'ora di pranzo, lungo l'odierno corso XXII Marzo, di fronte al manicomio della Senavra, dove scorreva placido il Naviglietto, o Cavo Borgognone, un inserviente dell'ospedale vide un grosso fardello galleggiare sull'acqua.
Con l'aiuto di un brumista riuscì a recuperarlo ma al momento di aprire il grosso fardello un odore putrido li colpì, tanto da pensare che vi fosse all'interno un animale morto. I due lasciarono sulla sponda del Naviglietto il grosso fardello, ancora chiuso.
Tornato alla Senavra l'inserviente raccontò il tutto al medico di guardia, che pensando alla donna tagliata a pezzi, corse fuori per esaminare il contenuto del fardello, che però era scomparso.
Un gruppo di bambini aveva visto un cenciaiolo raccogliere il fardello, aprirlo e portarsi via alcune vesti e gettarne altre nel canale. I bambini sostennero che erano tutti sporchi e intrisi di sangue, oltre che a puzzare in modo immondo.

Nello stesso arco temporale un poliziotto che si era recato nei campi delle Rottole per eseguire ulteriori controlli scorse un altro grosso cane randagio aggirarsi nei campi con qualcosa in bocca.
Era il braccio destro, quello mancante.

Nel pomeriggio avvenne però una svolta nelle indagini. Si presentò in questura la sorella di un'altra donna scomparsa da più di un mese, Maria Trabattoni, di anni 28, senza fissa dimora, che viveva di espedienti, cambiando spesso amanti presso i quali risiedeva.
Negli ultimi tempi, disse la sorella, Luigia, aveva aperto una piccola bottega in zona di Porta Vittoria, in contrada della Stella al 14, con l'ultimo suo amante, Giuseppe Mussi, un pluripregiudicato.
Accompagnata a visitare i resti la donna inizialmente li riconobbe con quelli della sorella Maria.
I denti bianchi, i capelli castano chiari, i piedi minuti, le mani affusolate e soprattutto la treccia finta che era solita portare, ma osservandoli meglio iniziò ad avere dei dubbi.
Ciò nonostante la Pubblica Sicurezza iniziò ad indagare per l'omicidio di Maria Trabattoni.
Il nome di Maria Trabattoni non era sconosciuto in Questura, anzi, da circa tre mesi era coinvolta in uno strano caso di furto.

A maggio il direttore dell'Associazione della Salute, dottor Ulisse Campagnoni denunciò il furto della cassaforte, piena di denaro e gioielli, avvenuto nottetempo in casa sua, in via Silvio Pellico al 4.
Il Campagnoni durante la deposizione entrò più volte in contraddizione, tanto da insospettire i poliziotti, soprattutto quando scoprirono che egli aveva già scontato 3 anni di galera per truffa ed estorsione.
Pochi giorni dopo il furto, Mussi e la Trabattoni litigarono per le strade di Milano, con la donna che urlò, minacciando l'uomo di denunciarlo alla Polizia.
Maria Trabattoni nei giorni successivi andò a denunciare il Mussi e altri suoi complici per il finto furto a casa del Campagnoni. Rivelò anche il coinvolgimento del dottore nel furto.
Il Campagnoni fu così arrestato per aver organizzato la rapina della sua stessa cassa forte, probabilmente per rifarsi sull'assicurazione.
La polizia iniziò a cercare il Mussi e gli altri indagati per il furto, ma erano tutti scomparsi da Milano.
Venne convocata in Questura anche Maria Trabattoni, ma non si presentò mai.
Quando Luigia Trabattoni si recò a riconoscere i resti della presunta sorella, i poliziotti si convinsero che il Mussi avesse ucciso e smembrato il corpo della complice e si fosse poi dato alla fuga con la refurtiva e i complici.


Tra i complici del Mussi denunciati dalla Trabattoni vi erano anche un macellaio e un salumiere; fu facile incolpare costoro dello smembramento del corpo, eseguito a regola d'arte.
Nella serata del 9 agosto la Polizia fece numerose retate a Porta Vittoria, interrogando decine di balordi e arrestandone diversi, ma senza trovare i ricercati.

Nel frattempo all'Ospedale Maggiore, dove era conservato ed esposto il teschio con i capelli e un orecchio, continuava da giorni e giorni una continua processione di anziani padri e madri, di fratelli e sorelle, di figli e nipoti, tutti in cerca di giovani donne scomparse da Milano nei giorni, settimane e mesi precedenti.

Giunti quasi a metà agosto sia gli inquirenti che i quotidiani erano ormai certi che la morta fosse Maria Trabattoni, che il Mussi e i suoi due complici fossero gli assassini; venne addirittura ipotizzato il luogo dell'omicidio, un sordido tugurio in corso Garibaldi, dove Maria fu prima soffocata e poi macellata, magari appendendo il cadavere ad un albero dei vicini giardini del Tivoli, nei pressi dell'Arena.

Il 13 in tarda serata, alla stazione di Genova, dei gendarmi vestiti in borghese, della Questura di Milano, arrestarono due uomini mentre si apprestavano a scendere da un treno.
I testimoni dell'arresto sostennero che si trattava degli assassini della Trabattoni ma erano invece due delinquenti comuni di Milano, ricercati, che i gendarmi, mandati sì in Liguria per cercare il Mussi, avevano casualmente incrociato in stazione.

Il giorno successivo i quotidiani ricominciarono a scrivere inesattezze e vere e proprie invenzioni.
La Perseveranza sostenne che al Campo Locatelli furono ritrovate su un albero delle corde dove fu appesa e squartata la Trabattoni, Il Secolo sostenne che i resti non erano della Trabattoni ma di tale Maria Vittadini e infine un altro quotidiano si inventò una particolare voglia che si trovava sul basso ventre della Trabattoni e che per quel motivo il ventre e il pube della donna erano scomparsi, per non farla riconoscere. Erano tutte mere invenzioni giornalistiche.

Veri furono invece i nomi diffusi dalla Questura dei due complici del Mussi, Giuseppe Bersi, macellaio e Senatore Galloni, pizzicagnolo, entrambi di Porta Vittoria.

Il 17 agosto, quando la notizia iniziò a perdere d'importanza tra i milanesi, un gruppo di bambini delle Rottole, mentre giocavano nei campi trovarono, con grande sgomento, il seno mancante del cadavere.
Il ritrovamento riaccese brevemente l'attenzione sul fatto, ma il Mussi, il Bersi e il Galloni parevano ormai introvabili.

I mesi passarono inesorabili, la storia della donna fatta a pezzi alle Rottole venne dimenticata, arrivò l'anno nuovo, il 1879 e fu solo il 10 aprile che la polizia finalmente arrestò uno dei ricercati.
Il Galloni aveva passato mesi e mesi nascosto a Genova, tentando di imbarcarsi per le Americhe, ma la polizia di Milano, sguinzagliata in Liguria, presidiava i varchi di accesso ai porti, bloccandogli la fuga.
Tentò quindi di far finta di nulla e tornare a Milano, sperando che almeno lì nessuno lo cercasse.
Ma, appunto il 10 aprile, dopo pochi giorni dal suo ritorno in città, un poliziotto lo riconobbe e lo arrestò.
Portato in Questura gli venne chiesto dove fossero i suoi complici per l'omicidio della Trabattoni.
Il Galloni, che viene descritto come un bel giovane di una certa cultura e modi distinti, non esattamente un pizzicagnolo o un salumiere, come era stato precedentemente definito, trasecolò.

"Come signori?! Mi accusate di complicità nel misfatto di Crescenzago? Che ne so io di quel delitto? Ma non lo sapete che Maria Trabattoni vive e che è in giro pel mondo col suo nuovo amante? Il macellaio Bersi?"

In Questura quasi svennero alla notizia che la Trabattoni fosse viva e vegeta. All'inizio nemmeno gli credettero e in ogni caso il Galloni era imputato anche per il finto furto e la truffa assicurativa compiuta presso il Campagnoni.
Il questore di Milano diede ordine di cercare la Trabattoni in tutte le città d'Italia, diramando una descrizione della giovane donna.
La Trabattoni fu infine trovata a Firenze. Viva.
 Era addirittura in carcere, arrestata per aver rubato un portafoglio ad un turista. Era in compagnia del suo nuovo amante, il Bersi.
La giovane scrisse una lettera di suo pugno al Questore di Milano, raccontando la storia del finto furto al Campagnoni e scagionando del tutto il Mussi, che era solo suo socio in affari nella piccola bottega di Porta Vittoria e suo ex amante e di cui lei voleva liberarsi.
Fece i nomi anche di altri due complici, Michele Manara e Pietro Ponti.

Il 19 dicembre venne istruito il processo contro Ulisse Campagnoni e il Manara per truffa, mentre la Trabattoni, il Galloni, il Bersi e il Ponti furono processati per calunnia e falsa denuncia.

Notare che per un anno abbondante i nomi dei personaggi coinvolti in questa vicenda cambiarono più volte. Il Bersi venne chiamato Bezzi, Benzi e Berci. Il Campagnoni divenne talvolta Compagnoni. Il Galloni fu anche Gallone. E il Mussi, linciato pubblicamente per un anno era del tutto estraneo alla vicenda e di lui non si è mai saputo nulla! Per far notare l'imperizia dei giornalisti dell'epoca.

Il 30 dicembre fu emessa la sentenza. 
Ulisse Campagnoni fu condannato a 4 anni carcere, Manara a 3 mesi e 100 lire di multa, Galloni a 1 anno, Ponti a 2 anni, Bersi e la Trabattoni, ancora in carcere a Firenze, videro le loro posizioni processuali congelatein attesa di un nuovo processo.

Ma se Maria Trabattoni era viva e vegeta... di chi era dunque il povero cadavere fatto a pezzi alle Rottole?

Il 1879 finì e il 1880 passò quasi interamente senza che nessuna novità arrivasse a riguardo, la Trabattoni stava in galera a Firenze, i complici nell'Affaire Campagnoni languivano in carcere pure loro.
Poi, di colpo, un colpo di scena.
Alla fine di settembre del 1880, tal Giuseppe Chiesa, originario della Stiria, in Austria, ma residente a Milano da diversi decenni, si presentò in Questura per denunciare il furto della sua mercanzia da parte del suo socio, Luigi Cattaneo; contemporaneamente chiese ai poliziotti perché diavolo non avessero ancor arrestato lo stesso Cattaneo per l'omicidio della moglie, Stella Gallotti, la donna fatta a pezzi alle Rottole!

In Questura scoppiò una ira di dio.


Il Chiesa era un pluripregiudicato, appena uscito dal carcere di Pianosa dopo anni di galera. Le sue parole non potevano essere prese in tranquillità, ma egli si mostrò fermo, deciso e assolutamente sicuro di quello che sosteneva. 
Riempì per una giornata intera un verbale-fiume, dove raccontò una storia che ai poliziotti sembrò quasi incredibile e sicuramente imbarazzante per l'intera Questura di Milano.


Il Chiesa sostenne di essere l'amante di Stella Gallotti e contemporaneamente socio di suo marito.
La tresca tra i due non solo era nota al Cattaneo ma addirittura i tre vivevano assieme, dormendo tutti nello stesso letto.
Il Cattaneo e la Gallotti avevano anche un bambino, Gaetanino, che viveva in quello strano ménage à trois.
Il Chiesa sostenne che il Cattaneo si facesse pagare per ospitarlo a casa, lasciando sotto inteso che la cifra comprendesse anche il diritto di avere sua moglie come amante!
La torbida storia andò avanti per mesi e mesi, sino a quando un giorno il Cattaneo improvvisamente denunciò il Chiesa per furto e falso e la moglie Stella per adulterio.
Il Chiesa venne rapidamente arrestato e processato e il furto fu provato, tanto che venne condannato a 5 anni di carcere a Pianosa. Il Cattaneo invece ritirò l'accusa di adulterio alla moglie, che fu così liberata.
Giuseppe Chiesa, essendo pregiudicato e con una fedina penale chilometrica, venne condannato a scontare la pena nel peggior carcere italiano, quello di Pianosa, dove ai reclusi era vietato parlare. Sempre.
Arrivato a Pianosa il Chiesa riuscì a corrompere un secondino e ad iniziare una corrispondenza epistolare con la sua amata, Stella Gallotti.
Questa iniziò a scrivergli tremende lettere dove descriveva i continui soprusi, le minacce di morte e le botte che suo marito le distillava quotidianamente.
Le lettere erano un crescendo di un delirio di violenza domestica che sarebbe prima o poi sfociato in un sicuro uxoricidio.
Le lettere continuarono ad arrivare sino alla fine del luglio del 1878. Poi di colpo non arrivò più nulla.
Il Chiesa sospettò inizialmente che il Cattaneo avesse scoperto lo scambio di lettere tra i due ma, quando alcuni mesi dopo arrivarono a Pianosa due nuovi condannati di Milano, questi, sfidando la regola del silenzio assoluto, riuscirono a parlare col Chiesa e a raccontargli della donna fatta a pezzi alle Rottole, pochi mesi prima.
Il Chiesa non ebbe alcun dubbio. Si trattava della Gallotti.
Nel settembre del 1880 fu infine scarcerato in anticipo di alcuni mesi, tornò subito a Milano e si diresse immediatamente in Questura, dove, come detto, denunciò il Cattaneo per furto e uxoricidio.
Nonostante un racconto abbastanza preciso e dettagliato la Questura impiegò mesi e mesi per compiere le indagini, come se avesse timore di prendere la strada che portava al Cattaneo...

Il Chiesa si dovette procurare da solo dei testimoni, soprattutto sulle continue violenze domestiche.
Riuscì a recuperare le lettere che i due amanti si scrivevano e continuò a sollecitare la polizia e infine fu lui a riuscire a rintracciare dove fosse fuggito il Cattaneo, che da quasi un anno non era più residente a Milano.

Fu però solo nel luglio del 1881, dopo quasi un anno, che la polizia finalmente arrestò Luigi Cattaneo.
Il motivo di un ritardo e di una lentezza così esasperante era forse da imputare ai corposi precedenti penali del Chiesa, che non lo rendevano affidabile, ma forse anche ad una serie di errori incredibili commessi dalla stessa Questura durante le indagini lunghe quasi due anni.

Per catturarlo il Chiesa dovette accompagnare un poliziotto, il delegato di PS Villa, sino a Lodi, dove era riuscito a rintracciarlo.
Il poliziotto Villa dichiarò al Corriere della Sera che "O mi lasciano arrestare il Cattaneo o io do le mie dimissioni!", tanto per far capire come la volontà di riaprire il caso della donna fatta a pezzi fosse praticamente a zero...

Giunti a Lodi il Chiesa e il Villa scoprirono che questo era scappato pochi giorni prima. Lo rintracciarono a Parma, dove si sarebbe fermato solo un giorno prima di andare a Pistoia.
La strana coppia composta dal poliziotto e dal galeotto inseguì il Cattaneo sino a Parma, dove nella piazza principale della cittadina il Chiesa vide il ricercato accompagnato da una nuova fidanzata, tale Ester Gaggioli di Pistoia.
Il Villa gli saltò addosso e lo incatenò, poi lo condussero rapidamente a Milano.
Il Cattaneo da subito si dichiarò del tutto innocente per la sparizione e l'omicidio della moglie.

Luigi Cattaneo aveva il perfetto fisico da "cattivo".

"E' costui un uomo di circa 44 anni, alto della persona, magro, pallido e livido in volto e tutto bucherellato dal vaiolo. La fronte ha spaziosa; gli occhi neri, piccoli, irrequieti e spaventosi.
Ha la barba ispida e rada, veste squallidamente, calza un paio di scarpe sdrucite ed ha una giacca color cenere."

Le aveva tutte, un perfetto fisico ed abbigliamento da mostro. I quotidiani si gettarono a capofitto a scavare nella parte più torbida e misera della Milano dei poveri.


I giornalisti rintracciarono il piccolo figlio del Cattaneo a Parabiago, ospitato presso l'Istituto Spagliardi; questo era una sorta di orfanotrofio sorto pochi anni prima, nel 1864, quando la proprietaria, Rachele Peregalli, vendette tutto il complesso a Don Giovanni Spagliardi, che vi fondò il Pio Istituto per fanciulli derelitti, un riformatorio i cui "ospiti" in paese venivano soprannominati "barabitt", ovvero piccoli Barabba.

Nel 1869 si fuse con l'Istituto Marchiondi di Milano, prendendo la denominazione di Opera Pia Marchiondi-Spagliardi per l'assistenza minorile. Nel 1924 la sede parabiaghese chiuse i battenti, trasferendosi definitivamente nella sede milanese.

Lo intervistarono e si fecero raccontare di come il suo papà picchiasse selvaggiamente la sua mamma. Picchiandola col bastone e minacciandola con un lungo e grosso coltellaccio.

Contemporaneamente iniziarono a circolare anche i primi resoconti su chi fosse la vittima, Stella Gallotti.
Giovane donna di 28 anni, con lunghi e arruffati capelli castano chiari, di non bell'aspetto ma sensuale e, come riporta il Corriere della Sera, "i suoi costumi non erano esemplari".
Abitava da col marito Luigi Cattaneo in corso Loreto al numero 51, oggi corrispondente a corso Buenos Aires, quasi in piazza Argentina. A poco più di un chilometro dai campi delle Rottole...



Il Cattaneo sposò la donna nel 1870, quando lei non aveva nemmeno 20 anni, esclusivamente per prendere la dote, che ammontava a circa 900 lire, una discreta somma per l'epoca. Non l'amava, la disprezzava, avevano parecchi anni di differenza e continuò ad uscire con le sue amanti.

Era operaia alla fabbrica Gaddum di cascami di seta; questa era una grossa azienda di proprietà della famiglia Gaddum di Manchester, che nel 1865 avevano rilevato dei mulini sul Naviglio Pavese, aprendo una filiale in Italia. Un paio di anni dopo aveva aperto una seconda fabbrica fuori di Porta Tenaglia, in contrada Balestrieri, oggi tra l'Arena e Chinatown.

Subito dopo la scoperta dei pezzi di cadavere, la Questura fece mettere in mostra la testa all'Ospedale Maggiore. 
Come detto vi fu una processione enorme tra disperati in cerca di congiunte scomparse e di semplici, morbosi, curiosi.
Si scoprì che tra chi si recò il primo giorno, il 7 agosto, ad osservare i resti vi fu anche... Luigi Cattaneo.
Quando giunse davanti ai resti la sua attenzione e forse la sua agitazione misero in allarme i poliziotti in borghese che si trovavano tra la folla.

Il Cattaneo venne così fermato dalla polizia e portato nelle celle del Tribunale di via Beccaria.
Qui si scoprì che dei suoi vicini di casa lo avevano denunciato poche ore prima per sospetto omicidio della moglie. I vicini erano convinti che la donna a pezzi fosse la moglie del Cattaneo.

Interrogato su dove fosse sua moglie, Stella Gallotti, egli sostenne che dopo che l'aveva denunciata, essa se ne era fuggita e che in ogni caso i denti e i capelli di sua moglie non coincidevano per nulla con quelli esposti all'Ospedale Maggiore.
Sostenne di aver visto sua moglie per l'ultima volta il 20 luglio 1878.
Il Cattaneo fu trattenuto alcuni giorni in cella, ma il 9 agosto Luigia Trabattoni denunciò la scomparsa della sorella Maria e in brevissimo tempo la Questura si convinse che la donna morta era costei e non la Gallotti.

Ancor più incredibile fu quanto accadde al terzo giorno di esposizione dei resti, il 10 agosto.
Tra la folla in coda vi era una vecchietta che quando giunse davanti ai miseri resti esclamò: "Quei capelli sono di mia figlia, ch'è scomparsa!".
La donna era Rosa Gallotti, madre di Stella Gallotti e non venne creduta.
E nemmeno vi fu alcun poliziotto che riuscì a collegare quanto detto dalla madre al marito che stava tranquillamente in cella!

Ma dato che questa storia sfida il surreale ed entra direttamente nel grottesco, ecco che intorno alla fine del 1879, Rosa Gallotti era stata ricoverata all'Ospedale Maggiore, dopo un malessere.
Si trovava in una delle enormi camerata, quando un uomo entrò e si diresse nel letto a fianco al suo, dove giaceva una giovane donna, ammalata pure lei. 
Rosa Gallotti riconobbe subito l'uomo, era suo genero, Luigi Cattaneo! Lui non la vide, si sedette sul letto della giovane donna e iniziarono tranquillamente a parlare come due amanti.
La Gallotti non resistette e saltando giù dal letto iniziò ad urlare contro il Cattaneo e la donna, urlando che lui aveva già una moglie, che era sua figlia e che lui era un assassino e l'aveva uccisa barbaramente. 
Il Gallotti rimase beffardamente fermo ad osservare la scena, sorridendo e dandole delle pazza, scuotendo la testa.

Le infermiere della Cà Granda avevano però sentito tutto e, ben consce di quanto successo pochi mesi prima alle Rottole, informarono la Polizia.
Il Cattaneo venne così nuovamente arrestato per l'omicidio di sua moglie Stella Gallotti, ma dopo un rapido interrogatorio venne nuovamente liberato.
Durante questo interrogatorio sostenne di aver visto la moglie per l'ultima volta sul finire del luglio del 1878, quando andò a cercarla in un tugurio di corso Garibaldi e la convinse ad andare assieme a vedere i fuochi d'artificio alla vicina Arena e di aver preso assieme un sorbetto.
Poi non la vide mai più...




Dopo tutti questi errori, meglio, orrori giudiziari, il Tribunale di Milano fissò per il luglio del 1882 l'inizio del processo contro l'uxoricida Cattaneo.

Il processo venne celebrato alla Corte d'Assise di Milano, che allora si trovava lungo il Naviglio di
San Girolamo, il tratto della Cerchia dei Navigli corrispondente oggi a via Carducci.
Il Presidente della Corte sarà il Cavaliere Risi, tra i più esperti ed autorevoli del tribunale meneghino.
Il 14 luglio una enorme folla aspettava dall'alba l'apertura delle porte del tribunale per poter assistere al processo.
All'apertura dell'udienza si scoprì che il nome completo dell'imputato era Giovanni Antonio Luigi Cattaneo e che di anni ne aveva 47.

Accompagnato in una gabbia da quattro carabinieri, veste un completo di fustagno marrone, nonostante un tremendo caldo.
Ha la barba lunga e ben ordinata e si siede in modo composto.

L'aula è affollatissima, decine e decine di donne e giovinette sono sedute, con i loro cappellini, agitando i ventagli. Altrettante decine di uomini stanno in piedi sui lati e sul fondo dell'aula.
L'accusa presentò una lista di testimoni interminabile, molti forniti dall'ex amante della Gallotti, Giuseppe Chiesa.
Un usciere, il Righi, deve mettersi fuori dal Tribunale a distribuire dei bigliettini di color verde per limitare il numero di persone al suo interno.

Nel giro di poche udienze si delineò un quadro agghiacciante. 
La coppia viveva in corso Loreto in una grande casa di ringhiera e praticamente tutti i vicini vennero convocati come testimoni. 
Tutti sottolinearono le continue minacce, botte e vessazioni che il Cattaneo riservava alla moglie.
La Gallotti più volte dovette fuggire da casa sua, inseguita dal marito col bastone o con un coltellaccio, una volta addirittura si dovette lanciare nuda dal primo piano per sfuggirgli.
Tutti i testimoni riportarono che le violenze non coincisero con la denuncia di tradimento ma che erano iniziate sin dai primi in cui la coppia era andata a vivere in quel palazzo.


Il Presidente della Corte Risi fece vedere ai giurati una fotografia della Gallotti, ritratta nel 1876 con il Cattaneo e con il figlio Gaetanino, ancora molto piccolo.
La coppia all'epoca viveva in una casa in via Cordusio al numero 3.
Dopodiché presentò ai giurati e al Cattaneo due reperti, una sottana nera e un abito color nocciola, recuperati dal Naviglietto dal medico della Senavra.
Una pletora di testimoni sostennero di riconoscere in quelle due vesti degli abiti della Gallotti.
L'abito coloro nocciola fu addirittura regalato alla figlia dalla madre.
Il Cattaneo negò fermamente che sua moglie avesse quegli abiti.

Piano piano si scoprono i dettagli della vita dei due. Il Cattaneo in principio fece il prestinaio (il panettiere) dal 1859 al 1870, poi lavorò all'Ospedale Maggiore per un anno, nel 1873 fece l'ambulante e nel 1874 venne assunto dalla fabbrica dei Fratelli Branca, quelli dell'amaro.
Nel 1870, come detto, sposò per interesse la Gallotti, per far sue le 900 lire di dote; la coppia, senza casa, andò a vivere a casa della madre del Cattaneo, in corso Garibaldi al 110.
Dopo due anni di difficile convivenza i due andarono a vivere al Cordusio e qui i due conobbero Giuseppe Chiesa, che poi divenne l'amante della Gallotti.

Cattaneo voleva cambiare lavoro, andarsene dall'Ospedale e decise di comprare la licenza di un banchetto di vendita ambulante, specializzato in chincagliere e bigiotteria. La moglie sarebbe dovuta restare per strada al banchetto a vendere, mentre il marito sarebbe andato in giro con un carretto a trovare merce da comprare e poi rivendere nei vari mercati di Milano e del contado.
I due investirono 16 lire per comprare il banchetto di proprietà di un certo Giuseppe Chiesa.
Il Chiesa, che era senza fissa dimora, convinse il Cattaneo ad ospitarlo a casa sua e in breve divenne l'amante della moglie.
Al processo il Chiesa dichiarò che il marito voleva dei soldi sia per ospitarlo sia per la relazione con la moglie.
Tra le risa generali venne fuori che il piccolo Gaetanino dormiva su un lettino e che il Chiesa, la Gallotti e il Cattaneo dormivano tutti assieme nel letto matrimoniale!
Il Cattaneo negò con forza il fatto che il Chiesa lo pagasse e sostenne che lui non si era mai accorto di una relazione tra i due, tra l'altro durata per ben 2 anni!
A riprova di ciò raccontò di quando scoprì il furto da parte del Chiesa di un libretto di risparmio di sua proprietà, avvenuto nel 1876.
Come detto il Chiesa, riconosciuto colpevole fu condannato a 5 anni di reclusione a Pianosa.
Il Cattaneo sostenne che per i 6 mesi successivi la coppia visse in tranquillità.
Lui cambiò ancora lavoro venendo assunto al Dazio di Porta Tenaglia, poi la Gallotti, disse, iniziò una relazione con un certo Galleri, uno scrittore.
Il Cattaneo, al processo, sostenne che il Chiesa picchiò più volte la Gallotti e che un'altra volta lui sorprese il nuovo amante, Galleri, in casa sua, in atteggiamenti intimi con la donna.
Lo inseguì con un bastone e il Galleri tentò di difendersi con un coltello, salvo avere la peggio; poi il Cattaneo confermò di aver picchiato la moglie, a bastonate. L'unica volta in cui lo fece, dopo averla colta in adulterio.

La corte volle anche sapere se il Cattaneo possedesse un coltello, col quale molti testimoni dicevano di averlo visto minacciare la moglie.
Anche in questo caso scaricò la colpa sul Chiesa, dicendo che quello era solito dormire con un lungo stiletto sotto il cuscino e che quando lo denunciò e fu arrestato, il coltellaccio rimase in casa sua.
Il coltello era lungo 34 centimetri, con doppio filo e il Cattaneo lo conservò anche dopo il trasloco da via Cordusio alla Casa Sommaruga di corso Loreto.
Il Cattaneo sostenne che la moglie gli aveva confessato che più volte, a notte fonda, aveva fermato il Chiesa che voleva ucciderlo nel sonno, brandendo proprio quel coltellaccio.

La corte chiese al Cattaneo cosa fece dopo la scomparsa della moglie.
Egli rimase col figlio Gaetanino nella casa Sommaruga sino al San Michele del 1878, quando traslocarono.
"Fare San Michele" voleva dire traslocare; i contratti di affitto, annuali, andavano infatti da un San Michele a quello successivo, cioè da un 29 settembre a quello dopo.
Il 29 settembre quindi il Cattaneo si trasferì a vivere in via Paolo Lomazzo, nella odierna Chinatown, e allora Borgo degli Ortolani e portò il figlio all'orfanotrofio di Parabiago abbandonandolo.
Si fidanzò con una giovane ragazza di Biella, di 27 anni, conosciuta mentre vendeva bindelle alla Fiera di Melegnano. 
Insieme andarono a vivere a Lodi, poi lei lo lasciò e lui andò a Pistoia dove si fidanzò con un'altra donna, con la quale si spostò a vivere a Parma, facendo sempre il venditore ambulante.
Quando la donna si ammalò la fece ricoverare all'Ospedale Maggiore di Milano, dove aveva lavorato e forse aveva ancora delle conoscenze.
E fu in quell'occasione che la sua nuova amante venne ricoverata come vicina di letto della madre di sua moglie!

Fu poi la volta delle testimonianze dei vicini di casa più prossimi, quelli che abitavano sullo stesso ballatoio.
Venne fuori che il 28 luglio più persone lo videro trasportare una grossa bacinella piena di sangue verso il bagno in comune. Altri lo videro stendere sulla ringhiera, ad asciugare, un vestito della moglie, con delle enormi macchie scure...

Tra i tanti testi che sfilano, la maggior parte sono milanesi delle fasce più umili e povere, che abitano ai margini della città. Molti anche i contadini e quasi tutti parlano in milanese.
I giornali sottolineano come spesso sia il Presidente della Corte che il Cattaneo comunicano in dialetto meneghino!
Un testimone su tutti fece tornare un attimo di gioia tra i presenti, tale Giuseppe Gilardi, falegname di anni 61, vicino di casa dei coniugi Cattaneo in corso Loreto: 

Presidente della Corte: "Vostra moglie fa la lavandaia?"
Gilardi: "Sì, ma l'era la mia tosa (figlia) che la lavava i panni dei Cattaneo"
Presidente: "E' maritata vostra figlia?"
Gilardi: "Sì"
Presidente: "Come si chiama vostro genero?"
Gilardi: "Non me lo ricordo"
Presidente: "Come non ve lo ricordate?! Non lo sapete?"
Gilardi: "No.... ma mia figlia lo sa!"

Il processo continuò per altri giorni, seguito da decine di giornalisti e da centinaia di milanesi che affollavano a turno il tribunale. Tutta la città, e anche il resto d'Italia, seguivano morbosamente la storia della donna fatta a pezzi.

Tutti i testimoni continuavano a confermare delle tante botte che il Cattaneo dava alla moglie, ma quasi tutti gli uomini tendevano anche a sottolineare come la Gallotti fosse una donna di facili costumi, che andavano con tanti uomini... e che sotto sotto se le meritava...
Molti ricordarono di come molte volte la Gallotti bussò urlando alla loro porta, fuggendo dalla furia del marito, di come sentirono più volte il piccolo Gaetanino urlare che il "papà sta uccidendo la mamma".

Fu poi la volta di altri testi che riferirono tutti quanto detto loro da una certa signora Frì, nel frattempo deceduta in quanto molto anziana e che era stata testimone diretta oltre che di molte violenze del Cattaneo, anche del trasporto della bacinella piena di sangue e dell'aver visto l'assassino uscire una notte con un grosso fardello puzzolente e sporco di sangue e dirigersi verso il centro città.

E finalmente venne il turno di un agente di Pubblica Sicurezza, Fortunato Baggi, responsabile delle prime indagini dopo il ritrovamento dei resti.
Il Baggi scaricò ogni responsabilità sul suo sottoposto a cui aveva delegato ufficialmente le indagini, il brigadiere Galli, che era provvidenzialmente deceduto pochi mesi prima...
Il Baggi disse che lui era l'artefice del primo arresto del Cattaneo, ma che l'arrivo in Questura della sorella della Trabattoni sconvolse tutte le carte e che gli fu ordinato, non si sa da chi, di rilasciare il Cattaneo.
Il Presidente della Corte chiese al Baggi cosa si pensava in Questura della Gallotti e la risposta fu che era ritenuta una donna "cattiva".
Il Presidente annuì e disse che sì "Era una donna facile agli amori, facile a darsi in braccio agli uomini".
Il Baggi portò le carte della denuncia del Cattaneo, che in data 10 marzo 1878, denunciò l'abbandono del tetto coniugale da parte della moglie.
Presentò anche una richiesta da parte di Stella Gallotti di riavere indietro la sua dote da parte del marito Luigi Cattaneo, richiesta presentata in Questura il 14 marzo dello stesso anno.

Fu poi la volta di un altro agente, Domenico De Micheli, che raccolse la denuncia per maltrattamenti effettuata dalla Gallotti circa 15 giorni prima del rinvenimento dei resti umani.
La Gallotti in quella occasione aveva evidenti ecchimosi sul collo, per un tentativo di strangolamento da parte del marito. 
Il Cattaneo sostenne che essa fosse stata aggredita di notte da balordi mentre andava in giro a cercare un amante!

Il 16 luglio finalmente arriva a testimoniare, direttamente dal carcere, Maria Trabattoni.
Viene descritta come una bella donna, vestita di nero, col velo sul capo. Le mancavano poche settimane di carcere per un furto commesso a Firenze in compagnia del suo amante.
E' una perfetta dark lady ante litteram.
Elenca i suoi ultimi amanti, una lunga lista, poi racconto della fuga da Milano, non ricordandosi la data esatta, ricorda di aver scritto da Genova una lettera il 18 agosto del 1878 in cui  affermava di essere viva e vegeta.
Lettera ricevuta dalla Polizia di Milano e incredibilmente finita in archivio senza che provocasse l'interruzione delle ricerche della stessa Trabattoni!
La Trabattoni ricostruì poi i motivi della denuncia degli autori della truffa e infine venne mostrata per ben 8 minuti a tutti i giurati che da vicino poterono osservarla a braccia nude (!), guardarle il capo, il collo, le gambe (!!) e le mani.
Questo per far notare le differenze con i resti umani! Come se non bastasse che fosse viva davanti a loro...
Terminata la testimonianza il Presidente della Corte le disse:

"Sentite, quando uscirete dal cellulare guardate di condur buona vita e di non entrarvi più!
Perbacco! Siete lì, una giovane ancora ben disposta! Siate savia, da brava, siate buona! Andate!"

La Trabattoni scoppiò a ridere e uscendo scortata tra due carabinieri fece girare la testa a tutti i presenti in aula.

E' la volta poi di una serie di osti, delle peggiori e più infime bettole di Porta Tenaglia e corso Garibaldi, frequentati dai Cattaneo e dal Chiesa. Tutti testimoniano delle violenza dell'uomo verso la moglie e quasi tutti riconobbero la veste nera e il vestito nocciola come abiti normalmente indossati dalla Gallotti.



E poi finalmente il turno di Giuseppe Chiesa, che il 20 luglio sale a testimoniare.
Un bell'uomo, alto, robusto e possente, capelli biondi lunghi ben pettinati.
Il Chiesa racconta che conviveva coi Cattaneo già in corso Garibaldi e che rimase con loro anche in via Cordusio e che quando i due decisero di fuggire per togliersi dalle violenze del Cattaneo la Gallotti decise di rubare il libretto di risparmio per finanziarsi la fuga.

La sera stessa il Chiesa incontrò il Cattaneo che le raccontò del furto e poi lo cercò di accoltellare.
Il Chiesa fuggì ma venne poche ore dopo arrestato dopo che il Cattaneo lo aveva denunciato per furto.


Quando il Presidente gli domandò perché dopo il rilascio corse a denunciare il Cattaneo, queste furono le parole del Chiesa:


"Perché conoscevo il Cattaneo, lo sapevo un uomo capace di tutto; perché prevedevo quello che è avvenuto, perché il Cattaneo è scaltro, simulatore, freddo, calcolatore, capace di vendere la moglie per un bicchiere di vino. Prima adopera me contro la moglie, poi la moglie contro di me, poi si sbarazzò anche della moglie..."

Il Chiesa continuò poi la deposizione coinvolgendo una certa Malnati, venditrice ambulante che spesso era vicina di banchetto del Chiesa in giro per Milano. Vendevano anche merci simili e si conoscevano bene. Un giorno la Malnati disse al Chiesa che il Cattaneo, ubriaco in una bettola, le confessò l'omicidio!
Il Chiesa convinse la donna ad andare dalla Polizia a denunciare il tutto. Andarono in Questura dove il caso era affidato al delegato Villa.
Il Presidente diede disposizione di leggere le lettere che Chiesa e Gallotti si erano scambiati durante la carcerazione del primo a Pianosa.
L'avvocato della Difesa, Ronchetti, mosse obiezione, sostenendo che le lettere potevano essere state scritte da chiunque e che più testimoni indicavano la Gallotti come analfabeta.
Il Chiesa ammise che non sapeva se la Gallotti sapesse scrivere e che gliele poteva aver scritte una amica sotto dettatura.
Alle rimostranze della difesa il processo fu sospeso e l'indomani il Presidente diede ragione alla difesa. Le lettere non furono mai lette in aula.

Fu poi una serie di testi che abitavano nel quartiere lungo corso Loreto.
Le testimonianze erano ormai tutte identiche. Botte, violenze, minacce, bastoni e coltelli.
Il Cattaneo continuava a scuotere la testa e a negare fermamente.
Fu il turno del delegato di PS Villa, che confermò in tutto e per tutto la storia della cattura e l'aiuto determinante del Chiesa.
Il Villa disse anche che aveva accertato la presenza della Gallotti al lavoro, alla fabbrica Gaddum, sino al pomeriggio del 29 luglio 1878.
Il Villa disse anche che quando la Fri era in fin di vita, lo mandò a chiamare. Accorso al suo capezzale la vecchia gli disse: "Mi sono moribonda e sto per morir, ma ho solo paura di non poter far le rivelazioni contro il Cattaneo che la massà la miee".


Venne convocato l'inglese William Helm, proprietario e direttore della fabbrica Gaddum, dove lavorava la Gallotti al tempo della sua scomparsa.
Disse che era una buona operai, che aveva lasciato sul libretto di deposito della fabbrica un residuo di 5,60 lire del suo stipendio e che un uomo, agli inizi dell'agosto 1878, si presentò in fabbrica per ritirare i soldi della Gallotti. Fu ricevuto da un assistente dell'Helm, Ermenegildo Viganò, che a sua volta salì sul banco dei testimoni.
Il Viganò disse che tra il 4 e l'8 agosto un uomo, dicendo d'essere il marito della Gallotti, reclamò i soldi dello stipendio perché la donna era gravemente ammalata.
L'uomo fu accompagnato dal cassiere della Gaddum, il signor Silvestri, che spiegò come a termini di regolamento non potevano lasciare denaro se non alla donna.
L'uomo allora sbottò dicendo ai due: "E se fosse porta dovrei dunque perderli, quei soldi?!"
L'uomo era alto e con i baffi neri, ma nessuno dei tre testi della Gaddum riconobbe il Cattaneo, dato che erano passati 4 anni.

Vennero interrogati due osti di Porta Tenaglia, padre e figlia, Abramo ed Emilia Cacciamagnaghi. Dissero che una volta il Cattaneo, cliente abituale, portò loro il figlio Gaetanino, chiedendo di accudirlo per una giornata, dato che dove andare al mercato di Rho per degli affari.
I due accettarono, ma quando dopo diversi giorni il Cattaneo non si fece vivo, andarono a casa sua col bambino. Il Cattaneo era lì e accampò delle scuse, dicendo di non essere riuscito a passare a prendere il figlio.

Fu poi il turno del prete e direttore dell'Istituto Spagliardi di Parabiago, don Guglielmo Crosetti, che raccontò di come lui e il delegato di PS Villa, interrogarono insieme il Gaetanino Cattaneo, che raccontò loro di come una volta vide il papà aggredire la mamma con un lungo lungo coltello e che quasi la uccise.
Venne così richiamato il delegato Villa, che confermò quanto detto da Don Crosetti.

Seguirono poi altre due testimonianze di vicine di casa dei Cattaneo in corso Loreto. Anche queste sono un spaccato perfetto della Milano di fine Ottocento.

Testimonianza di Carolina Margarini, molto anziana.

Presidente della Corte: "Conoscevate Stella Gallotti?"
Carolina Margarini: "Sì, l'era un po' bislunga di faccia, fronte alta, capelli molti e castagni, carnagione chiara..."
Presidente: "E se ve la facessi vedere?"
-risate tra i presenti in aula, come se il Presidente potesse resuscitare la Gallotti-
Presidente, guardando i tanti milanesi presenti in aula: "...in fotografia..."
Carolina Margarini: "Mah... pruvem, ma me serven gli ociai!" (gli occhiali)
- il Presidente si alza, si toglie gli occhiali da vista e li porge al teste, tra le risate dei presenti -
Carolina Margarini: "Sì l'è propri la Stella Gallotti!"


Testimonianza di Rosa Casati, detta La Sbirra, per il suo carattere autoritario, deciso e sfrontato; viene descritta come una donna "piena de spirit". 
La Sbirra entra con passo fiero e guardando con disgusto verso la gabbia del Cattaneo. Si siede sulla panca dei testi e si appoggia con i gomiti e col prosperoso seno sulla sbarra di fronte, lasciando tutti i presenti a bocca aperta.

Presidente della Corte: "Stia composta per cortesia, non si sieda con quell'audacia in un'aula di Tribunale".
La Sbirra: "Un giorno l'eri nel cortile di casa Sommaruga (corso Loreto, 51) e sentii la "bigolotta" (la Stella Gallotti, come lei la chiamava) che la vusava ai viv e ai mort. Alura salii su e piccai trii pesciade alla porta dei Cattaneo. Uscì il Cattaneo che mi disse < Che cosa la veour lee?>, < mah, ho sentì gridà e son vegnuda a vedè cossa el succed> e alura il Cattaneo me disse < Lee, che la tenda ai sò fat>.
Presidente: "E poi cosa è successo?"
La Sbirra: "Il Cattaneo tornò fuori con un bastone e mi disse <Voeri ammazzà quella vonciona lì> indicando la "bigolotta" che l'era in camera; la "bigolotta" approfittò di quel momento e riuscì a scappar foera dalla camera e corse sulla ringhiera. Io mi misi di mezzo e il Cattaneo non riuscì a prenderla. La Stella scappò nella casa della Ripamonti che le aveva aperto l'uscio. Il Cattaneo le andò dietro e io buttai un oeucc nella camera e vidi dentro una scatola di latta un grosso coltellaccio di più di 30 centrimetri."

La Sbirra continua poi a deporre, ricordando di come andò a vedere i miseri resti all'Ospedale Maggiore e di come la fronte e i capelli le sembrarono subito quelli della "bigolotta", la Gallotti, come la chiamava lei affettuosamente.

La Sbirra: "quando tornai a casa dalla Cà Granda, incontrai il Cattaneo sull'uscio di casa Sommaruga e lui mi sorrise. Io alloro gli dissi < voi ridete, ma chissà che quella donna tagliata a tocc non sia la vostra miee!>. E il Cattaneo mi disse < la serà anca lee! Già di amanti ne aveva molti!>

Presidente: "Lee la conosceva la sciura Fri, che disse di aver visto il Cattaneo con un catino pieno di sangue?"
La Sbirra: "Sì, la Frì me raccontò tutto, del catino pieno di sangue e anca del coltellacc che il Cattaneo teneva in casa!"

Presidente, rivolgendosi al Cattaneo: "Ha qualcosa da dire riguardo la testimonianza della signora Rosa Casati?"
Luigi Cattaneo: "Quando l'è vegnuda a pestà sulla porta e io le ho aperto con in mano il bastone non le dissi de farsi i so fat. Le dissi se voleva una bastonada sul muso!"





E venne così la volta di salire sul banco dei testimoni della sciura Ripamonti, la vicina di casa dei Cattaneo.

Luigia Ripamonti: "Un dì el Cattaneo me ciamà in cà sua e me fa vedè un astuccio con dentro un coltellacc e el me dis: <La ved quest chi? El tegni per una memoria! O prest o tard massarò con quest chi la me miee!>. E poi me dise che la giustizia non poteva mica condannarlo pussè de due mesi, perché la miee aveva molti amanti".
Presidente: "La Stella è mai venuta in casa vostra?"
Luigia Ripamonti: "Sì, l'è vegnuda due volte, la prima nel giugno del 1878, era di sera. El Cattaneo l'aveva serada su nella camera e lei, forzata l'uscio, l'era scappata da me, chiedendomi protezione, che se no il marito l'avrebbe uccisa. La seconda volta fa di giorno, e me disse che il marito per farla tornare a casa dopo che lei l'era scappata, le aveva detto che il Gaetanino, il fioeulott, l'era finito sotto el tram. Ma l'era minga vero! Lei era arrabbiata e spaventa!"
Presidente: "Quando ha visto l'ultima volta la Stella?"
Luigia Ripamonti: "Il 25 luglio".
Presidente: "La Gallotti come trattava il figlio?"
Luigia Ripamonti: "L'era sempre stremii, poverino, sempre chiuso, sempre solo in casa".
Presidente: "E il Cattaneo maltrattava il figlio?"
Luigia Ripamonti: "Solo qualche scappellotto".
Presidente: "E sulla condotta morale della Stella, che mi dice?"
Luigia Ripamonti: "Io non ho mai visto niente. Si dicevano tante cose, ma io non ho mai visto nulla".


Venne poi portata a testimoniare la maestra di Gaetanino, Caterina Volpi, di 28 anni, che in una stanza della Casa Sommaruga teneva lezioni per i bambini.
La Volpi raccontò delle violenze, dei racconti che il Gaetanino le faceva e di quando un giorno vide la Gallotti sulla ringhiera del ballatoio che minacciava di buttarsi di sotto e del Cattaneo che le rideva in faccia dicendole di buttarsi, che tanto a lui non fregava nulla come moriva, bastava che sparisse.
Raccontò anche di quando una mattina Gaetanino andò alle lezioni col vestito sporco di sangue e che le disse che fu il suo papà che gli tirò un pugno sul naso!

Nel pomeriggio del 20 luglio era il turno della testimonianza del piccolo Gaetanino Cattaneo. La sala era affollatissima di curiosi e giornalisti da tutta Italia.
La sua testimonianza era ritenuta decisiva.
Gaetanino entrò in aula con la divisa dell'Istituto Spagliardi di Parabiago, dove viveva ormai da alcuni anni. Un bel bambino, con un bel viso, che però quando passò nei pressi della gabbia dove era rinchiuso il padre, abbassò lo sguardo e non si girò a guardarlo.
Ma a sorpresa il Pubblico Ministero, avvocato Clerici, sostituto procuratore generale disse:

"In vista delle risultanze gravi già emerse in carico dell'imputato Luigi Cattaneo e in omaggio dei principi umanitari, rinunzia a che sia udito il figlioletto del Cattaneo".

L'avvocato difensore del Cattaneo, Ronchetti, disse anch'egli di rinunciare all'interrogatorio.
Il piccolo Gaetanino, con sguardo confuso e sorpreso fu accompagnato fuori dall'aula per tornare a Parabiago.

Subito dopo arrivò a testimoniare Ester Gaggioli, l'ultima donna del Cattaneo, in compagnia del quale fu arrestato.
La Gaggioli era anche la donna che era stata ricoverata alla Cà Granda e a cui la mamma della Gallotti aveva fatto una scenata quando colse lei e il Cattaneo scambiarsi parole d'amore.
Raccontò degli 8 mesi in cui visse col Cattaneo, vivendo come commercianti ambulanti e cambiando spesso città. Vissero a Lodi, poi a Piacenza, Alessandria, Vigevano e infine Parma e progettavano di andare a vivere a Pistoia.
Sembrava proprio che il Cattaneo volesse rimanere il più lontano possibile da Milano.
Raccontò anche che quando era ricoverata all'Ospedale Maggiore, dopo la scenata della Rosa Gallotti, le suore avevano chiamato la Polizia, che aveva arrestato il Cattaneo; due poliziotti si erano recati da lei e le avevano chiesto se il Cattaneo le avesse mai confessato di aver ucciso la moglie. Lei disse che mai era accaduto e allora i poliziotti le offrirono prima 3.000 e poi 5.000 lire per ottenre una sua confessione contro il Cattaneo.
Ma essa rifiutò.

Fu così convocato uno dei due poliziotti che interrogarono la Gaggioli in ospedale, che confermò come essa, invece, disse loro che il Cattaneo le disse che sua moglie, la Stella, era morta per le "busse" (botte) che lui le aveva dato.
La Gaggioli venne inquisita per falsa testimonianza.

Venne il turno di una anziana donna, all'epoca considerata vecchissima, essendo nata nel 1804, Maria Milani. Vestita tutto di nero, con scialle e velo sul volto. Un abbigliamento da primi del secolo.
Essendo del tutto sorda viene fatta sedere a fianco del Presidente della Corte, che deve urlarle nell'orecchio le domande.
La Milani aveva ospitato Stella Gallotti nella sua casa nei giorni di luglio del 1878, quando era fuggita per l'ultima volta dalla casa Sommaruga, stremata dalle botte del marito.
Le aveva affittato una camera. Disse che la Stella era una donna seria, che si era sempre comportata benissimo. Usciva al mattino per andare a lavorare alla fabbrica Gaddum e tornava la sera.
Sempre sola e mai nessun uomo era venuto a cercarla.
Riconobbe l'abito nocciola e la veste nera.
Raccontò di quando il Cattaneo la venne a cercare e disse alla Milani che doveva dire alla moglie di scendere e tornare subito a casa, perchè Gaetanino era finito sotto un tram.
La Gallotti accettò di scendere e tornare a casa, ma alla Milani disse: "Vado, ma me tremen i gamb...".
Poi non la vide mai più. Uscita la notizia del corpo ritrovato a pezzi alle Rottole, la Milani ebbe qualche sospetto che divenne ancor più forte quando il Cattaneo 5 giorni dopo l'uscita della notizia si presentò a casa della Milani chiedendo notizie della moglie!
La Milani disse che doveva essere lui a sapere dove fosse, dato che erano andati via assieme, ma il Cattaneo le disse che appena usciti di casa la Gallotti se ne era andata via.


Il Presidente chiese al Cattaneo se confermava quanto riportato dalla Milano e lui disse di sì.
Al ché il Presidente fece rileggere il verbale del Cattaneo che disse che una volta scesa da casa della Milani, lui e la Gallotti andarono insieme a vedere i fuochi d'artificio all'Arena e che presero anche un sorbetto assieme.


Il Cattaneo, messo di fronte alle palesi contraddizioni, si chiude in un silenzio totale.
I suoi avvocati, Brugnatelli e Ronchetti fecero poche domande all'anziana Milani.

Fu poi la volta di un altro teste decisivo per la condotta del processo, Pietro Baldi.
Egli raccontò che una notte di fine luglio del '78 si doveva recare a caccia di quaglie con un amico.
Avevano appuntamento nei pressi del Lazzaretto a Porta Venezia, dove c'era il Dazio, ma a mezzanotte l'amico non si era ancora presentato; il Baldi decise quindi di andare da solo a caccia, in compagnia del suo cane.



Percorse a piedi tutto il corso Loreto (oggi corso Buenos Aires), superò il Rondo di Santa Maria del Loreto (l'omonima piazza), e iniziò a percorre la strada Provinciale Veneta, (l'odierno asse di via Andrea Costa, via Leoncavallo e viale Palmanova); superò le Case Rosse, una seria di cascinali in mattoni di cotto, giunse al "pilastrino", una colonna votiva nei pressi del Molino Acqua Lunga e arrivato a circa un chilometro dal cimitero di Cimiano, abbandonò la strada ed entrò nei campi di frumento in cerca di quaglie.
Era circa la 1:30 di notte e non sentiva nessuna quaglia cantare.
Decise quindi di andare verso est, verso Pioltello, ma di colpo sentì delle quaglie cantare alle sue spalle, verso Turro Milanese.
Cambiò quindi direzione e iniziò a camminare verso le cascine del Molino Nuovo, camminando nei campi, parallelo alla strada vicinale per le Rottole, che collegava Turro con l'altro piccolo borgo rurale.
Le quaglie cantavano ancora, il Baldi allora si accucciò tra le alte piante di frumento. Notò che il cane era scomparso e lo credeva "in punta", pronto a correre verso i volatili.
Era immobile da qualche minuto quando, a pochi metri di distanza, comparve un uomo, che non lo notò. Il Baldi, seppure armato, preso dalla paura rimase nel silenzio più totale.
L'uomo portava un grosso e pesante fardello sulla schiena, camminava con fatica, piegato dal peso che si portava sulle spalle.
Gli sembrò che l'uomo avesse i baffi e forse un leggero pizzetto. Vestiva di scuro.
L'uomo lo superò, continuò a inoltrarsi tra i campi verso Crescenzago.
Il Baldi, sollevato dal vedere lo sconosciuto allontanarsi, si vide di colpo arrivare il suo cane con qualcosa tra i denti.
Con orrore vide un braccio umano, con tanto di mano!
Il Presidente della Corte gli chiese se si ricordava la data esatta e il Baldi disse di ricordarsi solo che era periodo di chiusura per la caccia, ma che lui aveva un permesso per la caccia alle quaglie per il periodo tra il 31 luglio e il 3 agosto.
Presentò anche la deroga alla chiusura della caccia.
Poi disse che la corporatura del Cattaneo corrispondeva a quella dell'uomo che aveva incontrato nei campi tra Turro e le Rottole.
Poi venne congedato.

Le udienze continuarono per altri due giorni, tra testi dell'accusa, moltissimi, e della difesa, pochi e praticamente ininfluenti; fu sentita anche un'anziana donna che in una notte in una osteria sentì il Cattaneo ubriaco confessare il delitto:

"El m'ha dì che l'è andà a Gorla colla Gallotti e poi la tagliata su! Poi mi disse che l'aveva portata in mezzo ai campi per sotterarla, ma che aveva sentito dei rumori e alora l'aveva lanciata un po' qui e un po' lì..."

Il 26 luglio, terminati i testi, iniziò la requisitoria dell'avvocato della Procura di Milano.
Vennero ricordati tutti gli elementi a carico del Cattaneo, la concomitanza tra la sparizione della Gallotti e la comparsa dei resti alle Rottole, il riconoscimento dei vestiti da parte di decine di testi, comparsi nel Naviglietto la mattina dopo la comparsa dei resti, la testimonianza del cacciatore Baldi, della Malnati, della Ripamonti, di quanto raccontato dalla Fri a vari testimoni, alle prove portate dal Chiesa, al fatto che il Cattaneo pretendeva soldi dagli amanti della moglie e che uno, il Chiesa, lo presentò lui stesso alla moglie e se lo portò per anni in casa, nello stesso letto, vengono elencati gli innumerevoli casi di violenza domestica, le testimonianze...

Il vice Procuratore Generale Clerici concluse la sua requisitoria citando delle parole della Gallotti, dette sul finire di luglio, in risposta ad una vicina di casa che le disse perché non accompagnasse il marito col banchetto e il carretto in uno dei tanti mercati nel contado, tanto per stare assieme e provare a migliorare il rapporto:

 "Io no! Non ci vado con lui! Proprio ora che il frumento è alto e potrebbe tirarmi là dentro e uccidermi!"

Il giorno seguento fu la volta della difesa, con l'accorata arringa dell'avvocato Ronchetti.
La difesa giudica del tutto indiziario il processo. E' il Pubblico Ministero a dover dimostrare che il corpo è sicuramente quello della Gallotti.
E' la Procura a dover accertare che essa non sia viva e vegeta, come la Trabattoni, e fuggita con uno dei numerosi amanti.
Ricorda i non pochi testimoni che giurarono che i resti rinvenuti alle Rottole fossero della Trabattoni, e di coloro che non riconobbero i vestiti rinvenuti nel Cavo Borgognone.
Chiede infine di assolvere il Cattaneo perché non c'è alcuna prova che lui abbia effettivamente ucciso la moglie.

Il giorno 28 luglio 1882 la giuria, alle ore 13:10 entra nell'aula delle deliberazioni e dopo poco più di mezz'ora, alle 13:45 i giurati rientrano in aula.
Il capo dei giurati si alza e legge quanto deliberato:

1) I pezzi di corpo ritrovati nei campi tra le Rottole, Turro e Crescenzago sono di Stella Gallotti.
2) Luigi Cattaneo è il responsabile dell'omicidio della moglie, Stella Gallotti e dello smembramento del cadavere.
3) L'omicidio fu commesso dopo attenta e lunga premeditazione.

La giuria concedeva le attenuanti del caso.

Il Presidente della Corte si ritirò a deliberare la sentenza.

Luigi Cattaneo fu condannato al carcere a vita, con lavori forzati.


L'1 agosto gli avvocati del Cattaneo ricevettero una lettera proveniente da Parigi e datata 29 luglio. In essa un uomo confessava l'assassinio di una certa Maria Czechir, tedesca di anni 27, residente a Milano con la famiglia. Sosteneva di averla uccisa e smembrata, lasciando i pezzi nei campi a nord di Milano. Scagionava anche il Cattaneo sostenendo che la Gallotti era viva e vegeta.
La Questura giudicò la lettera come l'opera di un mitomane o un pazzo.

L'1 gennaio 1883 la Suprema Corte di Cassazione di Torino respinse il ricordo di Luigi Cattaneo e confermò la condanna a vita ai lavori forzati.

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