Il 14 luglio 1935 a Milano fa un caldo bestiale, umido, appiccicoso, afoso come solo a Milano può fare.
Termometro ben oltre i 35° e ovviamente niente aria condizionata. Una domenica bestiale.
I più fortunati, pochi, si rifugiano nelle loro ville sui laghi o in Liguria o Versilia.
La restante parte dei meno fortunati, praticamente tutti, non hanno altra possibilità che buttarsi in acqua.
Le poche piscine pubbliche hanno il cartello "completo" già alla mattina prestissimo.
E così una fiumana di milanesi non hanno altra scelta di cerare refrigerio dove c'è: cave, laghetti, l'Idroscalo, fiumi e torrenti che passano nelle periferie della città.
E sfidando il divieto di balneazione, che vige ovunque. Ma il caldo è tale che, probabilmente, anche i ghisa hanno abbandonato elmetto e divisa e si "pucciano" pure loro in qualche corso d'acqua.
I bagni pubblici più grandi sono stati già assaltati da una marea di milanesi il sabato, i Bagni Ticino di via Col di Lana, i Bagni di Porta Nuova in via Castelfidardo, la Piscina di via Argelati, quella di via Ponzio, e poi l'Idroscalo, le tantissime cave nelle periferie, sino al Porto di Mare, il colossale bacino d'acqua tra il Corvetto e Rogoredo, che doveva sostituire la Darsena di Porta Ticinese, e invece giace abbandonato, enorme, con le sue acque di sorgiva, gelide, che in vent'anni hanno ingoiato decine e decine di bagnanti.
E poi i fiumi, gli inquinatissimi Olona e Seveso, i torrentelli della periferia, la Roggia Boniforti nel tratto alla Barona, i Navigli, soprattutto a San Cristoforo con i ragazzi che si tuffano dal ponte di ferro della Richard Ginori, altri che sfidano i mulinelli alla Conca Fallata sul Naviglio pavese...
E poi, ovviamente, il Lambro, l'unico vero fiume di Milano, che nel tratto dopo Lambrate inizia a serpeggiare, creando grandi anse dove l'acqua scorre più pacifica, nei diversi canali creati per portare l'acqua ai tanti mulini e alla lavanderie e poi lungo il Lambretto, deviazione del corso principale che crea così un'isola lunga oltre due chilometri e che ospita la famosa Polveriera di Lambrate. Il fiume si riunisce poco prima di arrivare a Monlué e continua a correre
verso sud, passando tra vari borghi agricoli di origine antichissima, Morsenchio, Taliedo, Linate e Merezzate, che proprio in quei decenni stanno trasformandosi in città.
Taliedo coll'omonimo aeroporto e le officine della Caproni, Linate con lo scavo dell'Idroscalo prima e l'aeroporto poi, Morsenchio con l'arrivo della gigantesca fabbrica chimica della Appula, poi rinominata Montecatini e Merezzate con le acciaierie della Redaelli che arrivano giù sino a Rogoredo.
Ed è proprio lì, lungo il Lambro, all'altezza di Morsenchio, sonnacchioso borgo di poche cascine lungo l'attuale via Bonfadini, che avviene l'incredibile...
Decine di bagnanti affollano le due rive del Lambro, un gruppo di ragazzini gioca in acqua, quando improvvisamente si sentono delle urla: "Il mostro... il mostro... aiutooo!!!"
Tutti corrono fuori dall'acqua, alcuni ragazzini giurano di aver visto un essere mostruoso, con la testa di serpente, col collo lungo e il dorso pieno di spine, appariva e scompariva dalle acque fredde del Lambro.
Panico e fuga. I genitori e i nonni portano fuori figli e nipoti dall'acqua, tutti si allontanano dalla riva.
Arrivano altre persone, attirate dalle urla.
Diversi giurano di aver visto qualcosa di mostruoso sbucare dall'acqua lungo la riva opposta, vicino ai canneti.
Ancora viene descritto come un mostro dal collo lungo, la testa di serpente, di colore verde scuro, con il dorso gobbo pieno di spine o di piume, a seconda del testimone.
Altri dicono che aveva la testa da coccodrillo, ma con il collo come quello dei dinosauri.
Altri lo hanno visto bene, le grandi fauci con enormi denti, gli enormi occhi gialli.
Un mostro.
Nel Lambro poco lontano da Monlué!
I testimoni raccontano che scompariva d'improvviso, per riemerge altrettanto improvvisamente non lontano dai bagnanti, che, urlando, scappavano a riva.
Viene avvisata la polizia, che accorre rapidamente, assieme ai vigili urbani, ma ormai il mostro è scomparso.
I testimoni, sentiti dalle forze dell'ordine sono prima decine, poi centinaia.
Tutti hanno visto qualcosa, tutti hanno visto il mostro.
La voce gira rapidamente, accorrono persone da Morsenchio, da Monluè, da Rogoredo, dal vicino bordo di Linate e dalle sue tante cascine; tutti vogliono vedere il Mostro del Lambro.
I quotidiani del pomeriggio escono con la notizia in prima pagina! Sbatti il Mostro in prima pagina...
In una sonnacchiosa e afosa giornata di domenica pomeriggio la notizia è troppo gustosa e inverosimile!
Anche Milano ha il suo Mostro di Loch Ness!
Nessie, il Mostro di Loch Ness è "nato" infatti solo due anni prima, nel 1933, quando lungo il lago Ness viene costruita una strada lungo la riva, che finalmente permette di ammirare le bellezze del lago.
Nel giro di pochi giorni due abitanti del posto, tra cui un albergatore, che da poco aveva aperto la sua struttura proprio sulle rive del lago, vedono una strana creatura preistorica nuotare nelle cupe acque del lago.
Vengono scattate varie foto nei mesi successivi, che si riveleranno tutte dei clamorosi falsi.
Nessie non esiste, ma intanto l'albergo del signor MacKay è finalmente pieno di giornalisti e ricercatori...
Non pare vero ai milanesi e soprattutto ai giornalisti di Milano, di avere un Nessie nelle acque del Lambro!
Il Commissariato di Porta Vittoria affida immediatamente il caso del Mostro al vice commissario dottor Giacomo Cantoni, che viene mandato in tarda mattinata sulle rive del Lambro e in poche ore... risolve il mistero.
Il Cantoni inizia a interrogare i testimoni, si guarda in giro, percorre le rive del Lambro... e nota che tra la folla di persone che ancora restano assiepate, a debita distanza, lungo il fiume, con sguardi spaventati o curiosi, vi è un uomo che invece ha un aspetto tranquillo, sornione e che passeggia tranquillamente a pochi passi dal fiume.
Il Cantoni lo avvicina e questi, sorridendo, si arrende immediatamente.
Il Mostro del Lambro non è altro che una incredibile novità per l'epoca: un gonfiabile galleggiante, di gomma, con la forma di mostro marino e con il dorso pieno di spaventose aculei, la bocca dentata ed enorme, di colore verde e la testa mostruosa, a metà tra un coccodrillo e un dinosauro.
Il gonfiabile veniva trascinato tramite un filo dall'uomo, che si divertiva a mandarlo sott'acqua, strattonandolo violentemente, per farlo poi riemergere vicino ai bagnanti.
Quando il panico si era diffuso, l'uomo aveva trascinato il gonfiabile a riva e nascosto tra i canneti lo aveva sgonfiato e velocemente ripiegato e nascosto sotto la giacca.
L'uomo, la cui identità non venne svelata, sui cinquant'anni, venne probabilmente redarguito dal Cantoni, che però non gli poté contestare nulla!
Il 15 luglio la notizia apparve sul Corriere della Sera, con tanto di racconto della "cattura" del Mostro e del suo dispettoso proprietario.
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sabato 23 novembre 2019
mercoledì 23 ottobre 2019
Alberto Olivo, lo Squartatore di via Macello
Il 26 maggio 1903, nelle acque del Porto Antico di Genova emerse un grosso sacco; in quel momento tre giovani turisti milanesi stavano passando con una piccola barca a remi, presa a noleggio, proprio a pochi metri di distanza.
Incuriositi si avvicinarono al sacco, lo tirarono a bordo e sciolsero i nodi delle funi che lo tenevano parzialmente chiuso.
Dentro vi trovarono dei pezzi di un cadavere. Braccia, gambe, piedi, il tronco e una testa in pessime condizioni.
I pesci e l'assassino aveva fatto scempio del corpo, tanto da non riuscire a capire se fosse di un uomo o una donna.
Le autorità di Genova avvisarono tutti colleghi delle principali città del Nord Italia.
La richiesta di controllare tra le persone scomparse giunse anche alla Questura di Milano.
Il 25 maggio la notizia venne pubblicata anche da tutti i principali quotidiani di Milano ed ebbe ampio risalto. Sui giornali veniva riportata la scoperta di pezzi di un cadavere di un uomo.
Nella stessa giornata gli inquilini di un palazzo di via Macello al numero 25 lessero la notizia sul Corriere della Sera e iniziarono ad avere qualche sospetto...
Nel loro palazzo abitavano i coniugi Olivo e alcuni giorni prima si erano udite delle urla e poi un tonfo provenire dal loro appartamento.
Dal mattino dopo nessuno aveva più visto la moglie, Ernestina, mentre il marito Alberto era stato visto partire e lasciare Milano...
I vicini si recarono in Questura, dove parlarono col commissario Ceola; questi contattò Genova e la sera ebbe i risultati della "necroscopia", che identificarono in quelli di una giovane donna i poveri resti.
Il commissario Ceola diede incarico ai suoi uomini di pedinare Alberto Olivo e di tenere sotto controllo la sua casa in via Macello e l'azienda dove lavorava, la famosa fabbrica di ceramiche Richard Ginori, lungo il Naviglio Grande.
Alberto Olivo era nato a Udine il 29 giugno 1856, da Luigi Olivo, calzolaio e Luigia Tela.
Rimase orfano di padre a soli 13 anni, mentre la madre morì l'anno successivo. I genitori aveva 18 anni di differenza tra loro.
Il padre era ricordato come un uomo bonario, simpatico e molto alla mano, benvoluto da tutta Udine. La madre al contrario era una donna irascibile, violenta e impetuosa.
Con le due sorelle fu adottato dalla zia Maddalena Comoldi, sposata col fratello di suo padre, che gli pagò gli studi. Lo zio era guardato con sospetto a Udine, per aver tentato il suicidio alcuni anni prima, tagliandosi le vene.
Aveva potuto studiare ragioneria, nell'indirizzo matematico-fisico, allora un titolo di studio di notevole valore. Fu uno studente molto brillante, tanto da venire premiato e di godere di una borsa di
studio.
Al grande studio, da ragazzo, alternava una grande solitudine, una serie di tic nervosi alla faccia e alle mani e scatti di ira violentissimi, come quando ferì lievemente un compagno di classe con un coltellino.
Era anche noto per le forti idee anticlericali.
Grazie alle borse di studio riuscì ad iscriversi all'Università di Padova, alla facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dove rimase per tre anni, fallendo poi l'ingresso al quarto anno, e alla laurea, per motivi meramente economici.
Svolse così il servizio militare come telegrafista e quando terminò tornò a vivere dalla zia Maddalena.
I vicini di casa ricordano come l'Olivo trattasse molto male la zia che tanto si era spesa per garantirgli un'istruzione ricca e lunga.
Quando la zia morì improvvisamente, e già deceduto lo zio da alcuni anni, Alberto Olivo si guardò bene dal comunicarlo ai parenti più stretti di Maddalena Comoldi, un anziano fratello e il di lui figlio.
Prese tutta l'eredità della zia, che lo aveva ufficialmente adottato.
Quindi un uomo molto colto, amante della lettura e dello studio, si trasferì a Milano nel 1889, quando aveva 33 anni ed era ancora scapolo.
Andò a vivere in affitto in via Meravigli al 13 dove rimase alcuni anni; traslocò poi varie volte, in via Lecco, via Napo Torriani, via Crespi, corso Vittoria sino ad arrivare nel 1901 nel palazzo di via Macello 25.
L'Olivo amava la vita ritirata, durante la quale si dilettava a tradurre opere di autori stranieri. Conosceva infatti molto bene l'inglese, il francese e il tedesco e proprio in quel maggio 1903 aveva da poco concluso di tradurre dal tedesco il Guglielmo Tell di Schiller, proponendo all'editore Giacosa di pubblicarglielo.
Fu fidanzato per 5 anni con tale Maria Basaldella, di Udine, ma la famiglia di lei si oppose al matrimonio, proprio per il carattere arrogante e violento dell'Olivo.
Gli anni di fidanzamento furono talmente insopportabili per la Basaldella da portarla ad un fortissimo esaurimento nervoso, tanto anche fu rinchiusa in manicomio e ancora nel 1903 vi si trovava.
Altre stranezze dell'Olivo vennero a galla con le testimonianze di alcuni ex compagni di scuola e vicini di casa di Udine.
Era noto in città per uscire di casa a notte fonda e girare in solitudine nel buio, altre volte andava dal parrucchiere e quando i capelli erano tagliati a metà, prendeva e se ne andava... un'altra volta picchio il garzone del parrucchiere perchè lo aveva toccato spazzolandogli la giacca; odiava infatti essere toccato da chiunque.
Nel 1885 venne assunto da un grande cotonificio di Udine, come ragioniere, ma fu licenziato dopo un anno per il carattere intrattabile.
Nel 1889, come detto giunse a Milano e iniziò a lavorare come elettricista, un lavoro in quegli anni agli albori dell'elettrificazione delle città, di buon livello.
Ma a gennaio del 1900 venne assunto alla fabbrica di ceramiche Richard Ginori di San Cristoforo, lungo il Naviglio Grande.
Fu posto con un ruolo di rilievo nell'Ufficio Elettricità ed Igiene, di cui controllava la contabilità e la corrispondenza con fornitori e clienti.
Il pessimo carattere venne però a galla anche alla Richard Ginori. Tutti i colleghi ricordano l'Olivo come una persona odiosa, rancorosa, intrattabile, violenta e soverchiante.
In ogni discussione l'Olivo alzava la voce, mettendosi regolarmente contro tutti, lasciando sotto inteso come lui fosse sempre nella ragione e tutti gli altri dei poveri stupidi ignoranti.
Nel giro di pochi mesi tutti i colleghi che lavoravano nelle scrivanie vicine all'Olivo chiesero alla direzione di essere cambiati di tavolo o ufficio, in modo da stare il più lontano possibile da lui.
A quei continui momenti di rabbia, violenza e irritazione alternava giornate dove era affabile e chiaccherone, parlando continuamente e spesso di sua moglie, lodandola e raccontando tutte le sue virtù di casalinga brava e fedele.
Molti colleghi ricordano la giovane moglie dell'Olivo, dato che essa ogni tanto si recava allo spaccio aziendale della Richard Ginori e lo passava a salutare.
Tutti li ricordano come una coppia affiatata, con lui sempre molto gentile e premuroso verso di lei.
Presso la Trattoria Ceramica, nota come Trattoria Mosconi, a pochi passi dalla Richard Ginori, dove l'Olivo si recava a pranzo tutti i giorni, lo ricordava come un polemista furioso, sempre pronto a litigare su tutto e con tutti, irascibile, scontroso e pronto ad infiammarsi.
Ernestina Beccaro nacque invece a Sordevolo, vicino a Biella, il 14 agosto 1874, aveva quindi 18 anni meno di suo marito Alberto Olivo, la stessa differenza che vi era tra i genitori di lui.
Ernestina era figlia di Giuseppe Beccaro, soldato dell'Esercito Piemontese distintosi durante la Guerra di Crimea del 1855.
Era la decima di quattordici fratelli.
Non studiò e rimase analfabeta e morto il padre quando era ancora ragazzina, andò a lavorare come cameriera presso una famiglia di Biella.
Sino al marzo 1894 lavorò come cameriera presso varie famiglie del Biellese, sino a quando si trovò a casa di un noto medico della città. Dopo pochi mesi lui decise di licenziarla a seguito delle continue rischieste di denaro da parte sua.
Una volta licenziata Ernestina tornò più volte a minacciare il medico, sino ad arrivare al punto di recuperare una pistola, presentarsi sotto la finestra del medico e di sparagli in faccia, colpendolo di striscio sul mento.
Subito dopo Ernestina partì per Milano in cerca di fortuna e in fuga dalla giustizia di Biella.
Ernestina era una donna minuta e graziosa, sembrava sempre solare, spensierata e sorridente e dimostrava molti meno anni, tanto da sembrare quasi adolescente.
Giunta a Milano si recò presso la sorella maggiore Clotilde, emigrata anni prima, che le trovò lavoro come cameriera presso una famiglia di un parrucchiere abitante in via Lecco.
Bisognosa comunque di denaro chiese dei prestiti alla sorella, sino a quando questa non le chiese in pegno l'unica cosa di valore che Ernestina possedesse, un braccialetto in oro.
Quando venne l'estate Clotilde, a sua volta cameriera, si trasferì in Liguria al seguito della ricca famiglia presso cui lavorava. Quando a settembre tornò a Milano scoprì che Ernestina aveva abbandonato il posto di lavoro in via Lecco; Ernestina aveva trovato un altro posto di lavoro presso l'ingegnere Motta, abitante in via San Gerolamo 32, lungo il tratto del Naviglio Morto, oggi via Carducci.
Qui rimase per pochi mesi, venendo licenziata in tronco per non chiari motivi mentre era nel luogo di villeggiatura con la famiglia Motta.
Nei pochi mesi in cui era rimasta in via San Gerolamo, aveva fatto amicizia con la coppia di portinai, Carlo Cerri e Giuditta Oldani.
Quando i Motta licenziarono Ernestina questa chiese aiuto ai Cerri, che la ospitarono per alcuni giorni a casa loro. I Cerri erano molto più anziani e consideravano la povera e scapestrata Ernestina una sorta di figlia.
Il rapporto rimase molto stretto ed Ernestina passava sovente a trovare Carlo e Giuditta.
Cacciata dai Motta e ospitata dai Cerri, trovò infine lavoro in via Falcone, sempre come cameriera.
Clotilde, tornata a Milano, dopo lunghe ricerche della sorella scoprì che lavorava e viveva presso la famiglia Palanzini, appunto in via Falcone.
Clotilde si recò presso costoro, ma non trovò la sorella. Chiese così lumi su come sua sorella fosse arrivata a lavorare da loro e gli fu detto che era stata raccomandata da un "gobbo", che sosteneva di essere lo zio.
Aggiunse anche che qualche mese dopo il "gobbo" si presentò nuovamente alla famiglia e disse loro che da quel momento lui non avrebbe più avuto niente a che fare con Ernestina e che anzi presto si sarebbe sposata con un uomo.
La signora Palanzini aggiunse che il "gobbo" era un uomo abbastanza anziano, sicuramente sposato e con figli e che il rapporto tra lui ed Ernestina era equivoco...
Clotilde rimase sconvolta dalle novità e decise di rompere ogni rapporto con la giovane sorella.
"Il gobbo" era un certo Antonio Colombo, abitante in via Manzoni al 31 e noto contabile per molte grandi aziende e società di Milano. Benestante, sposato, con figli e già in là con l'età.
Egli sostenne di aver conosciuto casualmente Ernestina presso Bellagio, sul Lago di Como, nell'estate 1895, quando in vacanza con la famiglia vide la giovane mentre faceva da balia ai bambini della famiglia presso cui lavorava.
Disse che alcuni mesi dopo, tornato a Milano, fu fermato da Ernestina in corso di Porta Romana e di come lei gli ricordò che si erano visti a Bellagio.
Ernestina gli raccontò delle sue difficoltà a Milano, gli disse di avere 15 anni e il Colombo sostenne che per mero sentimento paterno si affezionò a lei, tanto di farle vedere dove abitava, allora in via Rastrelli e di lasciarle detto di avvisarlo se avesse avuto mai bisogno.
Dopo poche settimane il Colombo sostenne di aver ricevuto un biglietto da parte di Ernestina e che l'avesse incontrata fuori dal suo ufficio in via Larga.
La giovane pianse a dirotto raccontando di come avesse perso il lavoro, non avesse soldi e nemmeno vestiti e nemmeno un tetto.
Il Colombo le prese così in affitto una stanza in via Vittoria, oggi via De Amicis, e le diede una somma di denaro.
Dopo alcuni mesi Ernestina trovò lavoro e alloggio presso la famiglia Palanzini in via Falcone e
Sempre il Colombo raccontò come poco tempo dopo Ernestina si presentò sotto l'ufficio di via Larga e gli disse di essersi fidanzata, con un uomo che voleva sposarla.
Colombo disse che Ernestina lo considerava il suo tutore e quindi voleva presentargli il fidanzato e chiedere la sua approvazione.
L'uomo era Alberto Olivo.
Pochi giorni dopo Ernestina incontrò per caso la sorella Clotilde in via Manzoni; la sorella maggiore la rimproverò per aver abbandonato il lavoro di via Lecco e per frequentare un anziano "gobbo".
Ernestina replicò che il "gobbo", Antonio Colombo, era il suo benefattore, un uomo che le faceva da tutore e padre e che lo aveva conosciuto nel Duomo, quando lei, sola e senza casa e lavoro, piangeva in un angolo della cattedrale.
Il Colombo le avrebbe detto che per puro spirito umanitario la prendeva sotto la sua tutela e che l'avrebbe aiutata e che fu lui a presentarle la famiglia Palanzini, presso cui le andò a lavorare.
La versione di Colombo e quella di Ernestina riguardo a come si erano conosciuti erano totalmente differenti.
In quegli stessi giorni Ernestina andò a presentare il suo nuovo fidanzato, Alberto Olivo, a Carlo e Giuditta Cerri, i portinai di via San Gerolamo.
I Cerri rimasero colpiti dall'Olivo, colto, ben vestito, simpatico e premuroso verso l'Ernestina.
Ernestina raccontò poi loro di come avesse conosciuto l'Alberto.
Un giorno del dicembre 1895 era stata mandata dalla famiglia presso cui lavorava da un noto sarto in centro a Milano, a ritirare un abito. Nel negozio, intendo a farsi prendere le misure, c'era Alberto Olivo, che rimase fulminato dalla bellezza di Ernestina e iniziò a corteggiarla, sino a chiederle la mano pochi giorni dopo averla conosciuta.
Un'altra versione di come si erano conosciuti i due.
Sempre in via Manzoni Clotilde rivide la sorella, abbracciata ad un uomo anziano. Pensando fosse il famoso "gobbo" le andò incontro con sguardo minaccioso, ma Ernestina le presentò il suo fidanzato: Alberto Olivo.
I due convivevano da alcune settimana in una camera di via Bagutta al 24 e presto si sarebbero sposati.
Ernestina disse alla sorella che "ora sono una Signora", al ché Clotilde le rispose che se era una signora le restituisse le 10 Lire che le aveva imprestato.
L'Olivo, col suo carattere irruento, intervenne nella discussione tra le sorelle e disse che sarebbe andato lui a portare le 10 Lire a patto che restituisse il braccialetto.
Una settimana dopo l'Olivo si presentò in via Senato al 10, dove lavorava Clotilde. Ma al posto di restituire le 10 Lire, chiese una dote per il matrimonio con Ernestina.
Sostenne che Clotilde gli doveva dare della mobilia e i corredi e i vestiti che possedeva, come dote di nozze.
Ovviamente Clotilde rifiutò e se ne tornò in casa; alcuni giorni dopo l'Olivo si presentò ancora in via Senato e disse di avere le 10 Lire. Clotilde scese quindi col braccialetto in mano, ma l'Olivo glielo strappò via e fuggì ridendo.
Clotilde decise così di rompere ogni rapporto con i due.
Passarono ancora pochi giorni e una delle tante sorelle di Ernestina arrivò a Milano in cerca di lavoro. Si trattava di Fortunata, di 14 anni. Clotilde non avendo posto dove sistemarla la indirizzò da Ernestina e Alberto.
In meno di una settimana Fortunata trovò lavoro come bambinaia presso una famiglia di Milano e si trasferì a vivere presso di essi.
Clotilde e Fortunata riuscirono a vedersi dopo alcune settimane e Fortunata raccontò alla sorella maggiore di come fosse drammatica la situazione a casa di Ernestina e Alberto.
Le raccontò di come lui fosse folle, autoritario, violento e avaro.
Alberto chiudeva a chiave tutti gli armadi e i cassetti e la chiudeva in casa quando andava a lavoro, lasciandole pochissimo cibo e niente altro.
Spesso la picchiava e mentre Fortunata era presente, le spaccò il naso a pugni.
Alternava poi momenti di grande affetto, prendendo Ernestina sulle gambe e trattandola come una bambina.
Fortunata perse il lavoro in breve tempo e si ritrovò a dover chiedere un letto da Alberto ed Ernestina.
L'Olivo la fece entrare in casa, la prese a sberle, le sottrasse le 7 Lire che aveva in tasca, tutti i suoi risparmi e la cacciò fuori.
Fortunata corse da Clotilde, che a sua volta andò da un avvocato per sporgere querela.
Ma il timore che il nome della famiglia venisse infangato dai comportamenti di Ernestina col Colombo, fecero sì che dopo poco la querela venisse ritirata.
Fortunata tornò così a Biella, mentre Clotilde decise di non vedere mai più Ernestina e Alberto.
Il 17 gennaio 1896 i due si sposarono, giorno di Sant'Antonio Abate, protettore dei matrimoni.
Olivo in una lettera ad un amico di Udine scrisse che i suoi due testimoni di nozze si chiamavano Antonio, che il prete che celebrò il matrimonio era don Antonio e che il brumista che guidava la carrozza si chiamasse pure lui Antonio. Il matrimonio nasceva quindi sotto tutti i migliori auspici.
Nella stessa lettera decantava le qualità, le doti e le virtù della giovane moglie.
Lei aveva 22 anni, lui 40.
Passarono due anni e nel 1897 Ernestina e Clotilde si incontrarono casualmente in Piazza del Duomo.
Ernestina chiese perdono alla sorella, che la portò a casa sua, in via Galilei, essendosi nel frattempo sposata con un operaio della Pirelli, Giovanni Panzeri.
Alla presenza del marito, Ernestina in lacrime raccontò i suoi ultimi due tremendi anni.
Poco dopo i fatti con Fortunata scoprì di essere incinta, ma che Alberto continuava a picchiarla e a prenderla a calci sulla pancia, tanto che infine partorì un bambino morto.
Aveva poi subito una grave operazione all'Ospedale Fatebenesorelle e rimase 5 settimane tra la vita e la morte; il marito Alberto non andò mai a trovarla.
Disse che il marito era egoista, avarissimo, violento e che ormai era del tutto disinteressato a lei, che poteva sparire giorni senza che lui le chiedesse dove fosse stata.
Ernestina raccontò poi di come il "gobbo", Antonio Colombo, fosse in realtà un conoscente dell'Olivo e di come gli avesse promesso per 500 Lire se avesse l'avesse sposata.
Lasciava intendere che il Colombo, impaurito dalle voci che giravano sempre più di un suo rapporto con la giovane di facili costumi, avesse organizzato un "matrimonio riparatore" con un suo conoscente, pagandolo per questo e in modo che anche l'Ernestina ne avesse da guadagnare, trovando finalmente una casa e una famiglia.
Alla vigilia delle nozze il Colombo consegnò all'Olivo solo 450 Lire. Olivo si infuriò e minacciò di non sposarsi
Il matrimonio venne così spostato di vari mesi sino a quando il Colombo non consegnò anche le ultime 50 Lire!
Alberto Olivo continuava a picchiare e a insultare la giovane moglie, dandole spesso dell'analfabeta.
La povera Ernestina decise così di prendere delle lezioni private da una maestra elementare che si recò un paio di volte a casa loro per insegnarle a leggere.
Quando Alberto lo scoprì licenziò la maestra e fece una violenta sfuriata contro la moglie, urlando che era una spendacciona.
Le cose continuarono a peggiorare. Quando Ernestina faceva la spesa, l'Olivo si precipitava dai negozianti per contestare il conto e proibire loro di vendere merce alla moglie.
I vicini di casa ricordarono poi le infinite liti tra i due e di come Ernestina dopo alcuni mesi iniziò a rispondere sempre più al marito, tanto da arrivare a diventare violenta lei stessa.
Una volta gli lanciò un vaso di fiori in faccia.
Le liti continuarono incessantemente per anni, sino a giungere al maggio 1903.
Da circa due anni i coniugi si erano trasferiti in un quadrilocale in via Macello al 25, oggi via Cesare da Sesto al 23, all'angolo con piazza Sant'Agostino, vicino a Porta Genova.
La casa si affacciava sulla piazza del Macello, dove dal 1861 si macellavano senza sosta decine di migliaia di animali.
Ogni anno vi venivano uccisi e macellati 15.000 buoi, 70.000 vitelli, 30.000 vacche, 2.500 tori e 7.000 cavalli!
Nella casa di via Macello le risse, le urla e le violenze erano all'ordine del giorno, sia da parte di Alberto che da parte di Ernestina.
Alle 7:30 del mattino di sabato 16 maggio Ernestina uscì dal portone della casa di via Macello per andare a fare la spesa. I custodi la videro rincasare verso le ore 8.
Da quel momento nessuna la vide più, tranne i vicini di pianerottolo, una coppia di anziani coniugi che aveva un po' adottato l'Ernestina.
Dopo le molte urla e sfuriate e litigate era infatti da loro che la giovane si rifugiava a confidarsi.
Anche quella tardo pomeriggio l'Ernestina andò a casa loro e raccontò l'ennesimo litigio e ricoprì, come sempre, di insulti il marito.
La vicina, come sempre, le disse che non doveva usare quegli epiteti, perché dopo tutto, l'Alberto non le faceva mancare nulla.
Ma l'Ernestina quella volta realmente preoccupata, chiese loro se le potevano imprestare la pistola che il marito deteneva regolarmente.
Ovviamente le fu detto di no, venne tranquillizzata e mandata a casa...
Durante la notte gli inquilini del piano sotto i loro, i farmacisti Spagnoli, sentirono scoppiare una delle solite violentissime liti, che durò però pochi attimi, conclusa da un urlo soffocato e dal un pensate tonfo sul pavimento.
Gli Spagnoli pensarono che l'Olivo avesse colpito talmente violentemente la moglie da averla fatta cadere per terra.
Il mattino di domenica 17 vari inquilini si trovarono al piano terreno per discutere dei fatti della sera precedente.
In molti avevano sentito il botto violento e l'urlo soffocato e alcuni temevano che la donne fosse stata uccisa.
Mentre gli inquilini decidevano il da farsi, dalle scale scese il ragionier Olivo, che del tutto tranquillo salutò i presenti.
La portinaia con fare inquisitorio gli chiese: "Tutto bene signor Olivo? E la di lei moglie dov'è?"
Con fare assolutamente tranquillo rispose che la moglie aveva deciso di partire e andare dai parenti a Biella e che non sarebbe mai più tornata.
Lasciò intendere che tra i due era finita e disse che stava preparando le valige per spedire tutti gli abiti e le proprietà di Ernestina in Piemonte.
Con la sfacciataggine tipica delle portinaie milanesi di un tempo gli disse: "Ma che invece non sia fuggita con qualcuno?"
Davanti ad una insinuazione così pesante l'Olivo stranamente non reagì e si accontentò di dire che era impossibile, vista la correttezza della moglie.
Come se nulla fosse, all'ora di pranzo uscì di casa, si diresse alla Trattoria Ceramica a San Cristoforo e vi pranzo, per poi tornare in via Macello.
Poi passò il resto della giornata a lavare via il sangue dal pavimento e dai mobili di casa, ma quando giunse l'ora di cena, riprese il tram e andò nuovamente alla Trattoria Ceramica a mangiare.
L'Olivo, come poi ricordarono i gestori e le cameriere della trattoria, aveva una vistosa fasciatura alla mano destra.
Lunedì 18 uscì normalmente di casa, prese il tram per andare sino a San Cristoforo, entrò alla Richard Ginori e si presentò al lavoro alle 7:45 precise.
Tornato a casa alle ore 19 trovò davanti alla porta dell'appartamento l'anziano vicino, presso il quale la moglie sovente andava a trovare rifugio.
Questi entrò in casa e vide che tutte le porte erano chiuse e che l'Olivo non lo fece andare oltre la sala d'ingresso.
Gli disse che a nome di tutti gli inquilini voleva sapere come stesse l'Ernestina, viste le urla della notte precedente.
L'Olivo, con tono rassicurante, gli disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi, che la moglie era andata a Biella dai parenti dopo la litigata, come aveva già fatto parecchie volte in passato e che sarebbe prima o poi tornata.
Il vicino non si fece abbindolare al ché l'Olivo mostrò la mano fasciata e gli disse che era stato accoltellato dalla moglie, in preda ad un raptus di follia.
Il vicino gli chiese allora se dopo averla disarmata non avesse pure lui attentato alla sua vita, uccidendola o ferendola.
E lo esortò a dire la verità.
L'Olivo con un sorriso gli rispose che la verità gliela aveva già detta e di non preoccuparsi.
Anzi, già che c'era ne approfittò per chiedere al vicino se avesse una valigia da imprestargli, per mettere gli abiti dell'Ernestina e spedirli a Biella...
Il vicino rifiutò, sostenendo di non possedere valige, poi se ne tornò a casa sua.
Andò regolarmente a lavora martedì 19 e mercoledì 20, pranzando alla Trattoria Ceramica e cenando a casa.
In una di quelle due giornate l'Olivo ebbe anche il coraggio e l'incoscienza di chiedere ad uno dei sospettosi vicini di casa se gli poteva fare una cortesia: portare una piccola borsa con degli indumenti dell'Ernestina nella vicina lavanderia, dato che sapeva che il vicino già vi si sarebbe recato come tutte le settimane.
L'Olivo confessò poi che dentro la borsa finita in lavanderia vi erano gli indumenti intimi della moglie, macchiati di sangue!
La sera del 20 l'odore del cadavere chiuso nella camera da letto stava diventando insopportabile.
L'Olivo, che da tre giorni dormiva in soggiorno, entrò nella camera da letto, armato di coltelli e mannai tagliò le gambe, le braccia, i piedi, la testa.
Poi svuotò il tronco di tutti gli organi interni, tagliando gli organi in piccoli pezzi e buttandone le parti più piccole nello scarico del bagno, le altre chiudendole in sacchi riempiti a loro volta di naftalina e cloruro di sodio, che era andato probabilmente a comprare poche ore prima.
Al processo raccontò, con disprezzo, che il fegato della moglie era molto molto ingrossato, probabilmente perché beveva troppo.
Chiuse infine i poveri resti della moglie dentro una grossa valigia.
Giovedì 21 era la Festa dell'Ascensione, allora giorno festivo, con le fabbriche chiuse; Olivo uscì alla mattina prestissimo, con una grossa valigia carica di vestiti e abiti della moglie.
Col tram si diresse in via San Gerolamo, dai portinai che le aveva presentato Ernestina alcuni anni prima.
Questi si trovarono di fronte l'Olivio che tutto trafelato chiese loro di custodirgli una valigia per qualche ora. Una valigia molto pesante.
Nemmeno due ore dopo l'Olivio tornò a ritirare la valigia, ringraziò e sparì.
Prese il treno e si recò a Monza, dove vendette il contenuto della valigia ad un rigattiere per 20 Lire, poi tornò in via San Gerolamo e chiese al Cerri se poteva nuovamente custodirgli la valigia, che appariva vuota.
Alla sera andò poi a cenare come al solito a San Cristoforo.
Gli altri avventori e i gestori si accorsero tutti dello sguardo tetro e cupo dell'Olivo, normalmente attaccabrighe, polemico e fastidioso con tutti.
Venerdì 22 l'Olivo non si presentò al lavoro, cosa del tutto inusuale per un uomo metodico, preciso e maniacale come lui, andò invece in via San Gerolamo e si fece restituire dal Cerri la valigia vuota.
Dopo, presumibilmente, prese il treno e si recò a Genova per fare un sopralluogo. Passò con la valigia vuota davanti alle guardie daziarie che lo ignorarono, trovò e cercò un albergo nei pressi della stazione e poi andò sui moli a vedere dove affittavano delle barchette. La sera fece ritorno a Milano.
Sabato 23 alle 7:45 era in ufficio; tutti i colleghi si accorsero che l'umore dell'Olivo era strano. Taciturno, con lo sguardo fisso nel vuoto, praticamente senza lavorare talmente era assorto nei suoi pensieri. Pranzò alla solita trattoria, finì il lavoro... ma non tornò mai a casa.
Da San Cristoforo andò in via Pontaccio, a Brera, si infilò dentro l'Osteria del Formentone, si presentò al banco e chiese di cenare e di avere una camera per dormire.
Diede come generalità quelle di Francesco Alberti, da Udine, fu Luigi, di anni 45, impiegato.
Gli diedero la chiave della camera n°4, al primo piano.
Mangiò un piatto di "busecca", la tipica trippa in brodo, un secondo, parve di buon umore agli altri commensali. Poi pagò e uscì, tornando un paio di ore dopo con una grossa e pesantissima valigia.
Quando il cameriere dell'osteria prese la valigia per portargliela al primo piano, commentò chiedendo scherzosamente all'Olivio se vi fossero dei sassi.
L'Olivio ringhiò di farsi i fatti suoi.
Poi pagò la stanza e salì in camera.
All'alba si alzò e con la pesante valigia andò alla Stazione Centrale di Porta Principe Umberto, oggi Piazza della Repubblica, e prese il primo treno per Genova.
Il diretto Milano Genova arrivò alle 11:15 di domenica 24 maggio a Piazza Principe.
Passò tranquillamente davanti a dazieri che avrebbero dovuto fermarlo per controllare cosa portasse nella grossa valigia e prese il taxi numero 46, guidato dall'ignaro Giovanni De Martini.
Si fece portare a nemmeno duecento metri di distanza, in un infimo albergo di nome Andrea Doria.
Il tassista scaricò la pesante valigia e chiese come da tariffa i 20 centesimi in più per il bagaglio, che il tirchissimo Olivo rifiutò di pagare.
Prese una stanza, pagò, diede le stesse generalità false del giorno precedente, portò la valigia in stanza, ridiscese, pranzò e poi si diresse al Molo Federico Guglielmo.
Lì si mise in cerca di un barcaiolo e gli indicarono "il Piccin", al secolo Giacomo Massa, di 57 anni, così chiamato per la bassa statura.
L'uomo, di Sapierdarena, di mestiera faceva il barcaiolo, con licenza numero 1801.
Vide arrivare sul molo un uomo di mezza età, con un abito chiaro ed elegante e dei grossi baffi neri.
Questi gli chiese se poteva fare un giro per la parte esterna del porto e "il Piccin" accettò di buon grado.
L'Olivo però chiese se si poteva portare dietro la valigia, che aveva all'albergo Andrea Doria.
Nonostante la stranezza il Massa accettò e lo stesso fece quando l'Olivo gli chiese di accompagnarlo all'albergo per prendere la valigia, garantendogli che non pesava tanto.
Giunti all'albergo l'Olivo salì a prendere la valigia e offrì un bicchiere di vino al barcaiolo.
Una volta ridisceso la affidò al Massa, che protestò vivacemente per il peso notevole, tanto da doverla caricare su una spalla.
Una volta in mare il Massa iniziò a fare un giro turistico del Porto Antico, ma pochi minuti dopo l'Olivo gli disse che non gli interessava e che voleva vedere il Molo Galliera, in quegli anni di inizio secolo, prima dei grandi lavori di ampliamento del porto, il molo più lontano dall'abitato, che fungeva anche da diga foranea.
Il Massa allora si girò, dando le spalle all'Olivio e alla sua pesante valigia e iniziò a remare con gran forza verso il Molo Galliera.
L'Olivo lo incitò più volte, incitandolo a vogare più veloce, cosa che il Massa fece.
Ad un certo punto il Massa, sempre dando le spalle all'Olivo, sentì un forte tonfo nell'acqua.
Si girò di colpo e vide l'Olivio che lo guardava con aria assente e un grosso involucro di tela chiara, chiuso alle due estremità con delle corde, che affondava in mare.
Il Massa chiese all'Olivo cosa fosse e quello rispose che non c'era niente di cui preoccuparsi, che erano cose inutili che preferiva gettare in mare piuttosto che pagare il dazio una volta tornato a casa.
Il Massa guardò con paura la faccia pallida dell'Olivo, con in braccio la valigia vuota e il sacco che lentamente affondava nel mare scuro.
Poi l'Olivo ordinò al barcaiolo di tornare rapidamente a riva.
Cosa che il Massa, terrorizzata, fece il più velocemente possibile.
Olivo scese a terra alle 16:25, diede le 5 Lire pattuite al Massa e, sempre con la valigia in mano, ritornò verso l'albergo Doria, dove lavò l'interno della valigia, per poi andare a dormire.
Prima dell'alba si svegliò e prese il primo treno per Milano, arrivandoci alle 6:30; corse in via San Gerolamo e diede ai portinai, i coniugi Cerri, la valigia.
Loro la presero con titubanza, soprattutto quando si resero conto che era vuota e ancora umida per il lavaggio.
L'Olivo disse loro che gliela avrebbe lasciata per qualche giorno.
Poi si diresse tranquillamente a San Cristoforo per lavorare, mangiando poi, per l'ultima volta, alla Trattoria Ceramica, in quel lunedì 25 maggio.
Anche la sera del 25 si recò a dormire presso l'Osteria del Formentone di via Pontaccio.
Il 26 maggio i poveri resti dell'Ernestina affiorarono nel Porto Antico di Genova; i tre turisti milanesi li trovarono e li riportarono a terra dando l'allarme.
La notizia giunse a Milano la sera stessa, coi quotidiani del pomeriggio.
Gli abitanti del palazzo di via Macello 25 rimasero sconvolti venuti a conoscenza dei resti di Genova.
Iniziarono a parlare tra loro, sui pianerottoli, poi col portinaio Giovanni Brame e decisero di avvisare la Pubblica Sicurezza.
Il sospettato era Alberto Olivo.
Cinque agenti di polizia, guidati dal delegato Stajano e dal commissario Ceola, iniziarono a seguire, in borghese, l'Olivo, a controllarne la casa, giorno e notte.
La polizia si era accorta che l'Olivo non dormiva più in casa da vari giorni e che vi si recava solo poco prima dell'alba, probabilmente per cambiarsi d'abito.
Alle 5 del mattino la polizia si appostò sulle scale della casa di via Macello e iniziò ad attendere l'Olivo.
Alle 6 del mattino l'Olivo iniziò a salire le scale del palazzo, tra il terzo e il quarto piano si trovò circondato da agenti in borghese, che gli dissero di doverlo portare a fare quattro chiacchiere col Questore.
L'Olivo, visibilmente spaventato disse che era a loro disposizione.
Il delegato Stajano guidava il gruppetto, coll'Olivo al centro. Scesi in strada stavano per chiamare due carrozze, quando l'Olivo disse loro che stava arrivando il tram, che li avrebbe portati comodamente in Duomo.
Così fecero, poi attraversarono tutta la piazza, la Galleria, sbucarono in piazza San Fedele e si infilarono nella Questura, che allora si trovava proprio sul lato destro della chiesa, proprio davanti alla statua del Manzoni.
L'ispettore Vigevano e il delegato Stajano iniziarono l'interrogatorio, a cui l'Olivio inizialmente oppose un fermo silenzio, salvo poi dire che la moglie si trovava da dei parenti di Biella.
Ma il Vigevano lo mise alle strette e l'Olivio crollò dopo poco.
E confessò tutto...
Sabato 16 dopo pranzo i due iniziarono immancabilmente a litigare. Il litigio, più violento del solito, vide Ernestina brandire un coltello e tentare di colpire il marito.
Alberto disarmò la moglie ma si ferì la mano destra.
Le cose si calmarono e poco dopo il marito disse di non sentirsi bene e di coricarsi a letto.
Più tardi, era giù buio, l'Olivo ordinò alla moglie di preparargli una limonata.
Questa si rifiutò e iniziò ad insultarlo dandogli dello spilorcio, rompiscatole, impostore, porco, stupido e concludendo insultando la mamma del marito, urlando "quella vacca di tua madre".
L'Olivo raccontò di ricordarsi solo quelle urla e che null'altro gli rimase in mente di quello che accadde quella notte...
Domenica mattina 17 l'Olivo si svegliò e trovò il cadavere della moglie ai piedi del letto, colpito da numerose coltellate. Il pavimento un lago di sangue.
Disse che capì di essere stato lui, accecato dalla rabbia, ma di averlo fatto inconsapevolmente, nel sonno.
Istintivamente pensò di costituirsi ma poi, rifletté, lui odiava quella donna che lo disprezzava talmente tanto... da averlo obbligato ad ammazzarla! Quindi non si riteneva colpevole e che la colpa dell'omicidio era di quella donna volgare e ignorante.
Decise quindi di non consegnarsi alla Polizia, principalmente per preservare il suo buon nome...
Aggiunse infine che uno dei maggiori dissidi tra loro era l'insopportabile ignoranza di Ernestina.
La polizia si recò così nell'appartamento del delitto, in via Macello 25.
Al quarto piano, nella casa degli Olivio, trovarono una casa letteralmente strapiena di libri, e in perfetto ordine.
Solo dopo attenti rilievi apparvero i chiari segni di macchie di sangue lavate di fresco.
Nel pomeriggio arrivarono in Questura i portinai di via San Gerolamo, i Cerri, che portarono con loro la valigia che aveva lasciato in affido l'Olivo.
Anche nella valigia, seppure lavata, furono trovate grosse macchie di sangue.
Il giorno seguente la confessione, il 27 maggio, la polizia portò a Genova il portinaio Giovanni Brame, della casa di via Macello 25 e la portinaia Giuditta Cozzi, della casa di via San Gerolamo 32.
L'ispettore Rizzoni li accompagnò al "teatro anatomico", a riconoscere i resti della povera Ernestina.
Quando mostrarono la testa della vittima, la signora Cozzi quasi svenì.
Il volto della povera Ernestina era infatti sfigurato dalle profonde coltellate inferte dal marito, sulla nuca, le guance e quel che restava del naso.
Entrambi i testi riconobbero la vittima, soprattutto grazie all'assenza di 4 denti nell'arcata inferiore.
Giuditta Cozzi disse poi ai giornalisti che la intervistarono fuori dal "teatro anatomico" che "La poveretta ha pagato ben caro la condotta un filo leggera che aveva..."
Alberto Olivo venne chiuso in galera.
I quotidiani di tutta Italia, e anche di alcuni Paesi stranieri, raccontarono morbosamente la vicenda, sprecando dettagli truculenti, interviste a tutti i vicini di casa, alla portinaia del palazzo di via Macello 25, colleghi di lavoro, osti, brumisti, barcaioli...
Alcuni quotidiani parlarono di un caso simile a quello di Jack lo Squartatore, che solo 15 anni prima aveva terrorizzato Londra.
L'Olivo, reo confesso, iniziò ad essere dipinto come, sì un assassino, ma un brav'uomo, molto colto, che leggeva i classici in tedesco, che si dilettava di poesia, che era un duro lavoratore, integerrimo, rigoroso e preciso, un uomo parco ma che non faceva mancare nulla alla moglie, che invece, veniva sottolineato, era analfabeta, ignorante, volgare, ma con enormi slanci di carità e benevolenza verso i più deboli e poveri.
Si sprecarono le illazioni sul rapporto tra la Ernestina e il Colombo, sul fatto che il matrimonio tra l'Olivo e la moglie fosse organizzato solo per denaro, che la donna fosse di facili costumi...
Il Corriere della Sera così descrisse la vittima dell'omicidio e glorificò il carnefice:
Alla fine, l'istruttoria contro Alberto Olivo venne chiusa il 16 luglio 1903.
Il Procuratore del Re, Biasioli, accusò formalmente l'Olivo di assassinio premeditato e vilipendio di cadavere.
Nei due mesi passati in carcere scrisse varie lettere, soprattutto a lontani parenti e amici di gioventù di Udine.
Le lettere, incredibilmente, finirono pubblicate su tutti i quotidiani. L'Olivo non fece mai cenno dell'omicidio, pregando di vendere tutti i suoi averi, eccezion fatta per gli amati libri, da riporre in ordine dentro una cassa da conservare in luogo non umido.
Fece poi richiesta di avere i suoi indumenti, intimi e non, in modo di potersi presentare al processo in ordine e ben vestito.
In nessuna lettera traspariva un rimorso o un senso di pentimento.
Gli avvocati dell'Olivo, guidati dall'avvocato De Grandi, annunciarono di volersi avvalere di una perizia psichiatrica.
Venne alla luce che l'Olivo, nella confessione, aveva accennato ad un amante della moglie, un noto medico milanese.
Secondo l'Olivo la moglie si era procurata dal medico, o gli aveva sottratto del veleno, col quale aveva cercato di ucciderlo, mescolandoglielo in un bicchiere di vino, la sera del fatale litigio.
Quella fu la vera causa dell'omicidio secondo l'Olivo.
Iniziò così un processo dove l'assassino pareva la vittima e la vittima pareva l'istigatore.
Ernestina Beccaro venne dipinta sempre come una donnetta inutile, sciatta, volgare, ignorante, che si era sposata solo per interesse e per sistemarsi, ai danni di un uomo che non amava e che anzi disprezzava.
L'Olivo venne invece glorificato. L'origine modesta, la morte del padre e della madre, le borse di studio, l'università abbandonata ad un passo dalla laurea, gli studi delle lingue straniere, la poesia, la dedizione al lavoro, l'onestà e la rettitudine assoluta, l'essere praticamente astemio...
Venne paventata la possibilità che l'Olivo avesse sposato quella donna per mero calcolo. Un brava e giovane massaia, senza pretese, ignorante e perfetta da rinchiudere in una casa a far da mangiare e lavare i panni. Proprio quel che cercava l'Olivo, un uomo forse colto e intelligente ma sicuramente avaro, di denaro e di sentimenti.
Nel mese di febbraio e marzo del 1904 i maggiori studiosi, si attorcigliarono alla mente dell'Olivo e a metà aprile giunsero alla conclusione, che mandarono alla Corte d'Assise che egli non era infermo di mente mentre ammazzava la moglie, al contrario, era perfettamente lucido e consapevole.
Ma che egli l'uccise perché PROVOCATO e SENZA PREMEDITAZIONE.
Nel frattempo l'Olivo strepitava a San Vittore per avere sempre più libri da leggere, soprattutto dei suoi amati poeti Aleardo Aleardi e Giovanni Prati.
Pochi giorni prima dell'inizio del processo giunge una lettera al Corriere del celebre psichiatra Cesare Lombroso, che sostiene una parziale infermità mentale dell'Olivo e sostanzialmente una sua non colpevolezza.
Il 31 maggio si aprì infine il "processo del secolo" ad Alberto Olivo, uxoricida reo confesso.
La difesa invoca l'infermità mentale, i consulenti e i periti la negano, i giurati sono soggiogati dall'uomo colto e onesto e infastiditi dalla donnetta ignorante e forse dedita alla prostituzione.
La difesa cala l'asso della stregoneria, la vittima, l'Ernestina, preparava bevande e cibo col sangue delle sue mestruazioni e la rifila al marito, tentando di avvelenarlo!
Si sostiene che l'Ernestina sia stata una prostituta, prima di conoscere il Colombo, che poi la "cedette" all'Olivo in cambio di denaro, per mettere a tacere le pericolose voci che circolavano in certi ambienti alto locati.
L'Olivo appare ben vestito, elegante, forbito, anche sorridente.
L'Ernestina non c'è. E quando c'è viene ricoperta di illazioni, volgarità, sospetti.
Depongono testi che raccontano di quanti amanti avesse, di quanto odiasse il marito avaro, supponente, rancoroso e noioso.
Arriva Augusto Richard, proprietario della Richard Ginori, che racconta di come Olivo sia un ottimo lavoratore ma troppo burbero, angoloso e bisbetico coi colleghi.
L'11 giugno 1904 Alberto Olivio viene condannato per l'omicidio della moglie a... DODICI GIORNI DI CARCERE.
D O D I C I G I O R N I
E 125 Lire di multa. Meno di una mensilità del suo stipendio alla Richard Ginori.
L'Olivo viene quindi "condannato" solo per l'occultamento e lo scempio del cadavere.
Aveva quindi ucciso la moglie perché seminfermo di mente in quel preciso momento, provocato, istigato e quasi obbligato ad ammazzare... dalla stessa vittima.
Un pallidissimo Olivo ascoltò la sentenza incredulo e quando dal pubblico si levarono degli applausi, egli si girò e si inchinò tre volte. Qualcuno ebbe la decenza di urlare "vergogna", e i Carabinieri fecero sgomberare l'aula.
Fuori, in piazza Beccaria, una enorme folla attendeva la sentenza.
La Procura del Re fece ricorso e contemporaneamente l'Olivo fu rilasciato ma la polizia invitata a pedinarlo costantemente, dato che se il ricorso fosse stato accettato, l'Olivo sarebbe tornato in carcere in attesa di un nuovo giudizio.
L'Olivo si trasferì a casa di un amico, in via Torino al 53 e salvo brevi passeggiate e una trasferta a Torino per farsi esaminare da Lombroso, fece vita molto ritirata sino alla pronuncia della Cassazione, nel luglio dello stesso 1904, quando annullò il processo di Milano.
Il giorno prima della pronuncia l'Olivo spedì una lettera al Corriere della Sera:
L'Olivo venne immediatamente arrestato, temendo proprio una fuga all'estero. Sotto la casa di via Torino si era radunata una folla di curiosi; ad arrestarlo fu ancora una volta il delegato Stajano.
Portato a San Vittore volle e gli diedero la cella numero 26, dove aveva già trascorso lunghi mesi.
Fuori da San Vittore un'altra folla lo attendeva, chi fischiando, chi applaudendo.
L'opinione pubblica, la stampa e l'Italia intera si spezzarono ancora una volta in due. Chi a favore della vittima, chi del carnefice.
Fu fissato un altro processo a novembre, alla corte di Assise di Bergamo.
Nel frattempo, il 31 agosto, l'uxoricida venne trasferito al manicomio di Bergamo per sottoporlo ad una lunga e attenta perizia psichiatrica.
In quegli anni della Belle Epoque i processi aveva una durata lievemente inferiore rispetto a quelli odieni... Da molti anni, o decenni, a pochi giorni o poche ore...
Il 20 novembre iniziò così un nuovo processo.
Si rividero praticamente tutti i testi del processo precedente, con in più la partecipazione del Professore Andemino, assistente del Lombroso.
Questi spiegò come l'Olivo fosse chiaramente un epilettico per via dell'asimmetria del viso, della "deficiente presenza di capelli e peluria", un'apertura delle braccia superiore alla statura, l'eccessivo sviluppo dei muscoli del collo, gli orecchi "sessili" e diversi tra loro...
L'Andemino sottolineò poi che alcune delle deformità dell'Olivo sono riscontrabili tra le scimmie e i cavalli che soffrono di epilessia... suscitando la grande ilarità tra il pubblico.
In pratica l'Olivo era innocente perché glabro e tarchiato...
Un altro specialista, il Professor Antonini sottolineo la probabili epilessia che causò la momentanea incapacità di intendere e volere per via del padre, dello zio e del cugino, tutti alcolizzati, del fatto che l'Olivo fosse settimino e della conseguente gracilità...
Il 3 dicembre fu infine la volta del celebre Professor Lombroso, che arrivò in pompa magna a Bergamo.
Il 4 dicembre col processo in pieno svolgimento, il Corriere della Sera annunciò la pubblicazione di un libro scritto a 3 mani: Lombroso, Bianchi, giornalista del Corriere e nientemeno che Alberto Olivo!
Il Lombroso ovviamente dedicherà le sue pagine allo studio della mente dell'Olivo. Il Bianchi, giornalista, si dedicherà agli aspetti penali del processo. L'Olivo presenterà sé stesso, grazie ad una autobiografia scritta assieme al Lombroso durante il precedente mese di luglio!
Il tutto per sole 3 Lire!
Il Lombroso arrivò a paragonare Alberto Olivo a Raskol'nikov di Delitto e Castigo di Dostoevskij!
L'Olivo fu ancora condannato per scempio e vilipendio di cadavere. Ancora a 12 giorni di galera. E ancora a 125 Lire di multa.
Una beffa.
Non per l'Olivo, non per il Lombroso, che ancora una volta trionfa nelle aule di un tribunale grazie alle sue folli, irrazionali e del tutto fantasiose idee strampalate, che allora però sono riconosciute come il Verbo.
Fu infatti il Lombroso, nella lettera spedita durante il processo di Milano a farla da padrone.
Olivo era colpito da “iracondia morbosa epilettica”, causata da una moglie di facili costumi e sua volta epilettica.
Lei era la vittima, lei era il carnefice di sé stessa.
Forse consapevole di aver esagerato, il Lombroso nella requisitoria di Bergamo tentò di salvare il salvabile, sostenendo sì la sua tesi, ma che in fondo l'Olivo era comunque un pazzo da condannare al Manicomio Criminale a vita, perché alla fine aveva ucciso la moglie.
La giuria di Bergamo fu però più lombrosiana del Lombroso stesso, e si arrese a cotanta scienza e alla “iracondia morbosa epilettica”.
Il rappresentante dei Giurati, signor Donizetti, lesse il verdetto e "assolse l'Olivo dall'aver commesso il fatto". Dieci voti a favore contro due contrari.
La giuria di Bergamo decise così che l'Olivo, dato che gli psichiatri aveva detto che poteva essere incapace di intendere e volere, poteva anche non essersi reso conto che un terzo uomo potrebbe essere entrato in casa e aver ucciso la moglie.
Furono invece confermati i 12 giorni di detenzioni per lo scempio del cadavere...
Il pubblico dentro il tribunale orobico e quello assiepato fuori scoppiarono in un fortissimo applauso.
Visto l'anno intero trascorso in carcerazione preventiva, l'Olivo venne immediatamente rilasciato, prese il primo treno per Milano e si rifugiò dall'amico in via Torino, chiedendo alla stampa di dimenticarlo.
Alcuni giornalisti scrissero che la scelta della giuria di Bergamo fu una sorta di redde rationem dentro la Magistratura.
Colpevole a Milano di aver assolto, praticamente, un uxoricida reo confesso, che aveva scaricato buona parte del corpo della moglie nella latrina e la restante in fondo al mare.
Colpevole ancor di più a Roma, quando la Cassazione accortasi del furore dell'opinione pubblica contro la sentenza di Milano, aveva cancellato il giudizio precedente senza reali validi motivi legati al processo.
Colpevole sempre più a Bergamo, quando vennero presentati gli stessi identici indizi e testi e confessioni e contemporaneamente una parte dei periti dell'accusa, gli psichiatri onnipotenti, avevano fatto retromarcia, resosi conto di come il loro affrettatissimo giudizio aveva fatto assolvere una assassino bestiale.
Fu una palese e clamorosa sconfitta della Giustizia in tre atti. Milano, Roma, Bergamo.
Pochi giorni dopo il ritorno in libertà l'Olivo scrisse una lunga lettere al Corriere della Sera in risposta alla perizia del Lombroso, che era stata a sua volta pubblicata su quel quotidiano.
L'Olivo ci tenne a sottolineare che lui, al contrario di quanto scritto dal celebre psichiatra e da quanto detto durante il processo, ebbe lunghi e dolori pentimenti per quanto accaduto, e che passò settimane e mesi a piangere la moglie mentre era chiuso in cella.
E a riprova di ciò allegò un sonetto scritto in onore della moglie, intitolato "Quel dì".
Pochi anni dopo, nel 1910, il Professore Antonini, quello che attribuiva l'omicidio all'ereditarietà della famiglia Olivo di una epilessia dovuta all'alcolismo e al fatto che fosse settimino, scrisse e pubblicò:
"I pericoli delle Perizie Psichiatriche basate sulla sola osservazione dell'imputato nel carcere e nel dibattimento".
Nel saggio l'Antonini citava proprio il caso di Alberto Olivo, quale palese e clamoroso insuccesso della psichiatria criminale.
Il volume pubblicato da Lombroso, Bianchi e dall'Olivo stesso, con la sua autobiografia ebbe gran successo.
Se il Lombroso non fece altro che sostenere le sue tesi, Olivo da rinchiudere in manicomio e non in galera, l'autobiografia era realmente uno specchio della follia latente del suo autore.
Decine di pagine di pignoleria, rigore portato sino all'ossessione, avarizia, taccagneria, passione solo verso i numeri e i teoremi, assenza di sentimenti, soprattutto verso quella donna sposata solo per avere chi, gratuitamente o quasi, gli cucinava, riassettava la casa e faceva la spesa.
Solo questo voleva l'Olivo dalla moglie.
Ernestina Beccaro, che l'ignoranza e la giovane età portarono quasi sicuramente sulla cattiva strada della prostituzione, era alla ricerca di un'ancora a cui aggrapparsi, un uomo maturo, benestante, magari bonario, che la rendesse signora, come disse alla sorella quando la incontrò in via Manzoni. "Sono anch'io una signora".
Un tetto, del cibo, dei vestiti, magari qualche spicciolo e soprattutto qualche attenzione.
E invece dall'Olivo non ebbe né spiccioli, né attenzioni.
Il loro matrimonio, come venne ricostruito dalle testimonianze dei vicini degli appartamenti in cui abitarono, durò in serenità molto poco. Pochi mesi, forse un anno, poi iniziò un lungo pellegrinaggio di sfratti per le proteste dei vicini, sempre a causa dei litigi.
Ed Ernestina iniziò anche a riprendersi quella vita che tanto le piaceva e che aveva deciso di sacrificare in nome del bisogno.
Aveva un tetto, aveva del cibo e dei vestiti ma non aveva un amore.
Iniziò ad avere amanti in gran numero, che nemmeno si preoccupava di nascondere, parlandone tranquillamente coi vicini e anzi sfottendo il marito cornuto.
L'Olivo sicuramente sopportò per anni questo andazzo perché sostanzialmente gli andava bene.
Uomo scontroso e odioso, che probabilmente aveva bisogno di un carattere altrettanto iracondo con cui discutere, per sfogare le sue frustrazioni.
Avrebbe voluto essere un matematico, o un poeta, o un traduttore dal tedesco e invece lavorava in un ruolo certo non consono ad un uomo della sua cultura in una fabbrica di ceramiche...
Sopportò amanti in gran quantità perché palesemente non gli interessava.
Ma gli insulti, che lui stesso provocava, le liti continue, le infedeltà, gli scherni, forse le voci che iniziavano a girare lo portarono a scoppiare e a commettere il crimine peggiore.
Le incredibili circostanze processuali, la nascente psichiatria, le folli teorie del Lombroso e dell'Antonini, l'incapacità degli avvocati e dei pubblici ministeri, tutto portò un assassino reo confesso a venire assolto e condannato solo per lo scempio del cadavere.
L'Olivo continuò così la sua vita,
Lavorò proficuamente presso varie aziende di Milano, come responsabile commerciale grazie ai suoi studi e all'ottima conoscenza di tre lingue.
Nel 1906 Olivo, dopo una lunga disputa con la Censura, pubblicò a suo nome, un dramma in tre atti ed epilogo, dal titolo "Dal culmine all'abisso"... ovviamente trattava della sua storia.
Il protagonista, Mario, era un uomo simpaticissimo, coltissimo, ben voluto da tutti, che frequentava le migliori osterie dove era il mattatore.
La donna protagonista, Teresina, era una servetta ignorante ma molto bella.
Riuscì anche a pubblicare, nel 1909, un saggio "Sulla soluzione dell'Equazione Cubica di Nicolò Tartaglia".
Nel luglio dello stesso 1909 l'Olivo si faceva chiamare ragionier Freda e abitava in un appartamento ammobiliato di corso Buenos Aires. La proprietaria di casa, una certa signora Colombo ebbe varie discussioni con lui, sino a che un giorno il Freda chiese la restituzione del mese appena pagato perchè intenzionato ad andarsene. La Colombo rifiutò e il Freda la riempì di insulti di ogni genere e minacciò di picchiarla.
La Colombo per niente intimorita andò a denunciarlo in Questura, dove il Freda venne portato.
Quando entrò i poliziotti non riuscirono a credere ai loro occhi e uno di essi disse alla Colombo che quello non era il ragionier Freda, bensì Alberto Oliva, lo Squartatore.
La Colombo ritirò immediatamente la querela e l'Olivo se la cavò per l'ennesima volta.
Pochi mesi dopo fece domanda per cambiare nome e grazie ad un Decreto Reale assunse l'identità di Alberto Tela, il cognome da nubile della madre.
Sul finire del 1910 rispose ad una ricerca di personale della ditta Max Kohn, che aveva bisogno di un impiegato corrispondente. Tra i tanti candidati prevalse facilmente il ragionier Alberto Tela, che si trasferì così ad Ancona.
Nel marzo del 1911 un milanese in viaggio per lavoro lo riconobbe e nel corso principale di Ancona lo chiamò col suo vero nome. La voce si diffuse in un attimo e arrivò anche ai responsabili locali dell'azienda, che lo rimandarono a Milano dove il Tela/Olivo fu prontamente licenziato.
Ancora una volta intervistato dal Corriere l'Olivo disse che avrebbe fatto ricorso contro il licenziamento e che la gente non dovrebbe più occuparsi di Alberto Olivo.
Il 15 agosto 1916, nella sua villa di Calolziocorte morì improvvisamente Rinaldo De Grandi, l'avvocato che lo difese nel processo di Milano e in quello di Bergamo, e che non volle aver più nulla a che fare con lui.
L'altro penalista che lo difese, Cesare Panighetti, morì nel novembre 1923.
In entrabi i casi sui quotidiani milanesi venne ricordato il caso di Alberto Olivo, detto "lo Squartatore del Macello".
Furono le ultime due volte in cui l'Olivo fu ricordato mentre era in vita.
Si sposò nuovamente, andando a vivere in via Goldoni 3, con una delle tante donne, ammiratrici, che gli mandarono centinaia di lettere d'amore mentre era detenuto a San Vittore e andò a vivere all'estero per alcuni anni.
Dopo la Grande Guerra, ormai anziano, con capelli e baffi bianchi, passava le giornata seduto ad un caffè di piazza San Fedele, la stessa piazza dove si trovava la Questura.
Amava raccontare la sua storia agli altri avventori e i più anziani si ricordavano della sua vicenda.
Quando arrivavano giornalisti di nera in cerca di notizie, li avvicinava e raccontava la sua storia, come se quell'atroce fatto di sangue fosse l'unico motivo per cui potesse essere ricordato. Come effettivamente fu.
Lentamente venne dimenticato e il 18 dicembre 1942, a 86 anni, finalmente morì.
Gli sopravvisse, fortunatamente, la seconda moglie.
Quando morì nessun quotidiano pubblicò la notizia.
Il 1° aprile del 1966, il grande giornalista e scrittore Dino Buzzati, dedicò una intera pagina sul Corriere d'Informazione alla vicenda dell'Olivo.
Buzzati, nato nel 1906, e vissuto praticamente da sempre a Milano, sentì probabilmente parlare della vicenda sin da bambino molto piccolo, visto il clamore che ebbe.
Nel 2008 la casa editrice Scheiweiller pubblicò una raccolta di scritti di Rinaldo De Benedetti, il noto saggista e autore, che si trasferì a Milano nel 1932.
Nel volume, Memorie di Didimo (lo pseudonimo spesso usato dal De Benedetti), racconta di quando, a metà anni '30, frequentava spesso la Biblioteca Comunale del Castello Sforzesco.
Ogni volta che vi metteva piede vi scorgeva un anziano signore, vestito in modo modesto ma molto distinto e pulito, con capelli e baffi bianchissimi, chinato su grandi volumi di matematica e fisica, circondato da appunti e matite.
Quando dopo qualche settimana incontrò quel vecchio in una latteria di via San Vittore, i due si riconobbero e si salutarono.
Il vecchio vide che dalla tasca del De Benedetti sporgeva un regolo calcolatore, al ché l'anziano canuto glielo indicò e gli disse che lo riconosceva.
De Benedetti si sedette al tavolo col vecchio e parlarono di matematica, delle loro vite e del più e del meno.
Erano tutti e due di formazione matematica, essendo il De Benedetti un Ingegnere Meccanico, anche se, come disse al vecchio, il suo sogno sarebbe stato di studiare Lettere Antiche.
L'anziano gli disse che anche lui voleva studiare Lettere, ma il destino lo portò a studiare a Padova Matematica e Fisica.
Quando l'anziano lo salutò e andò a casa, l'oste, che conosceva il De Benedetti, gli si avvicinò e gli disse: "Sai chi è quello con cui parlavi? E' Alberto Olivo, quello che trent'anni fa ammazzò e tagliò a pezzi la moglie..."
Il palazzo di via Macello 25 è stato a lungo identificato con un edificio demolito che oggi sarebbe situato in via Modestino, tra viale Papiniano e via Coni Zugna.
Peccato che in nessuna mappa quel tratto breve di strada abbia un nome, al più era un sottopassaggio nella massicciata ferroviaria.
Ma la via Macello o via al Macello, esisteva già negli ultimi decenni dell'800, come si vede bene dalla mappa qui a fianco.
Quando poi venne realizzata la via Cesare da Sesto, si collegò direttamente alla via Macello, a cui sottrasse poi il nome.
Il civico 25 della via Macello dovrebbe corrispondere al 23 odierno, palazzo d'angolo con piazza Sant'Agostino, ai tempi dell'Olivo, piazza del Macello.
L'intero quartiere che gravitava attorno al Macello Pubblico venne demolito e ricostruito a partire dal 1932.
I coniugi Olivo abitavano al quarto piano.
L'Osteria del Formentone, dove l'Olivio dormì e mangiò per alcuni giorni dopo il delitto è diventata prima l'Albergo Brera e oggi un ristorante "hostaria"; si trova, oggi come allora, nel cortile tra via Pontaccio e vicolo Fiori.
Il palazzo di via Goldoni 3, dove l'Olivo visse per diversi decenni dopo la sua assoluzione esiste ancora.
I fatti di quella notte furono ricostruiti solo parzialmente e principalmente per la confessione, parziale, dell'Olivo e per un memoriale che scrisse alcuni anni dopo e pubblicato col titolo di "Ira Fatale" nel 1988 da Bollati Boringhieri.
Ad oggi non sono state trovate immagini di Ernesta Beccaro.
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domenica 20 gennaio 2019
Il mistero della donna tagliata a pezzi
Il 2 agosto 1878 due ragazzini stavano percorrendo una stradina di campagna che collegava Turro con Le Rottole, due borghi agricoli nel nord-est di Milano.
Turro Milanese allora era allora un comune autonomo, con poche centinaia di abitanti e ricco di ville di delizia delle più ricche famiglie meneghine, mentre Le Rottole facevano parte dei Corpi Santi di Porta Venezia.
La stradina era costeggiata sul lato destro dal Cavo Taverna, che nasceva, e nasce ancor oggi, grazie ad una bocca lungo il Naviglio Martesana, concessa ai Conti Taverna di Landriano nel 1838.
Oggi il tratto percorso dai giovani corrisponde all'incrocio tra le vie Palmanova, Tolmezzo e Cambini.
I due ragazzini erano uno sordo-muto e l'altro con un grave ritardo mentale; attorno a loro si dipanavano in ogni direzione campi agricoli, per lo più mais e frumento, ma vista la stagione anche campi di fagiolini.
I due arrivarono nei pressi di una serie di campi noti come Terreni Locatelli e, forse tentando di rubare qualche pannocchia, si diressero nel folto di un campo di mais.
Ad un certo punto, con orrore, trovarono sul terreno davanti a loro un pezzo di un braccio.
Presi dal panico, consci dal non poter spiegare cosa facessero in mezzo al campo di mais, terrorizzati dalla scoperta, decisero di ricoprire di terra il pezzo di arto.
Poi scapparono, tornando a Turro.
Passarono tre giorni e il 5 agosto un lattaio che col suo carretto stava percorrendo la medesima strada tra Turro e Le Rottole, vide arrivare un cane randagio in lontananza.
Quando il cane si avvicinò il lattaio notò che aveva qualcosa in bocca, gli sembrò fosse o un animale morto o un grosso pezzo di legno.
Ma quando il carretto arrivò in prossimità del randagio, il lattaio restò di sasso. Inorridito.
Il cane, tra i denti, aveva un piede umano.
Nel vicino campo di fagioli c'erano dei contadini al lavoro e il lattaio, chiamandoli, chiese loro se vedono la stessa identica cosa: un piede umano nelle fauci di un grosso cane randagio.
I contadini e il lattaio decisero di percorrere a ritroso il tragitto fatto dal cane, arrivando così ad un vicino campo di mais.
Una volta entrati tra le alte piante di mais, già cariche di spighe e pannocchie, in breve tempo scoprirono una testa umana.
Era una testa orrendamente sfigurata, probabilmente mangiata dai randagi e dai topi, del tutto irriconoscibile, tanto che venne attribuita ad una donna solo per una lunga ciocca di capelli castano chiari.
Altri contadini trovarono un busto umano, anch'esso divorato dagli animali, poi fu la volta di altre parti di un corpo umano; i resti erano sparsi tra i campi sino a quasi Crescenzago.
Il lattaio e i contadini corsero a Turro a dare l'allarme.
In breve tempo arrivarono il questore Michaelis, il delegato Dainesi e il pretore Porta.
Venne organizzata rapidamente una ricerca delle altre parti del corpo, cooptando la popolazione di Turro, delle Rottole, di Lambrate di Sopra e di Crescenzago, ma nei vasti campi non fu trovato niente altro.
Il questore Michaelis fece portare i poveri resti umani all'Ospedale Maggiore, per cercare di capire se il corpo fosse stato smembrato da mano umana o dalla furia degli animali e per cercare di dare capire quando il corpo fosse stato abbandonato nel campo.
Sempre il Michaelis fece interrogare tutti i contadini e il proprietario del campo, che asserì di aver mandato i suoi contadini in quel campo il 26 di luglio.
Poco dopo i due ragazzi che avevano trovato il pezzo di braccio il 2 di agosto si fecero avanti e, preso coraggio, andarono a confessare il ritrovamento al questore.
Ciò permise di avere un arco temporale dell'omicidio tra il 26 luglio e il 2 agosto del 1878.
Gli agenti di Pubblica Sicurezza furono rapidamente convinti che il delitto non fosse avvenuto nei campi. Non furono infatti ritrovate tracce di sangue e nemmeno degli organi interni che mancavano nel busto ritrovato.
I medici dell'Ospedale Maggiore riscontrarono un'ottima dentatura e la freschezza dei pochi capelli rimasti attaccati alla testa, dando così un'età abbastanza giovane al corpo, di una donna sui venti-trent'anni.
Gli abitanti dei borghi e delle cascine attorno ai campi del Locatelli vennero presto presi sia dall'indignazione, sia dalla paura.
Destino vuole che nei due anni precedenti, sui principali quotidiani milanesi, La Perseveranza, il Corriere della Sera e soprattutto sul giornale più diffuso in tutta Italia, Il Secolo, furono numerosi gli articoli riguardanti un drammatico fatto di cronaca nera avvenuto in Francia, quando l'ex soldato Joseph-Baptiste Billoir uccise la sua amante Jeanne Le Manach, tagliandola a pezzi, decapitandola e gettando poi i suoi resti, chiusi in una cesta, nella Senna.
I poveri resti furono ritrovati da due bambini e solo la pubblicazione sui giornali della testa della morta permise di identificarla e di collegarla a Billoir.
Questi fu arrestato ma negò il coinvolgimento per mesi e solo a gennaio del 1877, dopo mesi di isolamento, confessò l'omicidio e descrisse minuziosamente lo smembramento del cadavere e di come si fosse liberato di esso.
Nel corso dello stesso 1877 altre due donne vennero uccise in Francia con modalità simili e i loro corpi smembrati e gettati uno in un campo e uno in mare.
Billoir venne infine ghigliottinato nell'aprile del 1877.
Una quarta donna francese venne uccisa e fatta a pezzi nella primavera del 1878 e i quotidiani italiani riportarono con dovizia di particolari sia l'Affaire Billoir sia gli altri tre casi di omicidio, seguendoli morbosamente.
Quando nell'agosto di quell'anno fu ritrovato un corpo di una donna fatto a pezzi nelle campagne di Milano sembrò un'occasione unica per aumentare a dismisura la tiratura dei giornali.
Il Corriere della Sera, che all'epoca aveva sole 4 pagine, dedicò al caso ogni giorno almeno mezza pagina, per settimane intere. Lo stesso fecero gli altri due quotidiani milanesi a tiratura nazionale.
Il giorno dopo il ritrovamento, il 7 agosto, delle enormi battute di ricerca portarono alla scoperta di altri resti umani, tutti riconducibili alla stessa giovane donna.
Il procuratore del Re diede disposizione che la testa fosse esposta presso l'Ospedale Maggiore, per far sì che qualcuno potesse riconoscerla dai capelli o dall'unico orecchio rimasto.
Venne esposta anche una treccia finta trovata nei pressi della testa.
I giornali iniziarono a diffondere notizie false e contrastanti tra loro. Il quotidiano Il Pungolo scrisse che lo smembramento era stato effettuato da persona esperta, usando un lungo e affilato coltello, mentre il Corriere scrisse di un lavoro grezzo eseguito con un coltellaccio o una mannaia.
Sempre il Corriere scrisse che il cadavere mostrava avanzati stati di putrefazione, sostenendo che l'omicidio fosse avvenuto molto prima del 26 luglio e che il corpo fosse stato gettato nel campo solo in seguito.
Il Secolo uscì addirittura col nome della vittima in prima pagina, la figlia di un noto commendatore, proprietario di una società di carrozze Brougham.
La ragazza, fortunatamente, era viva e vegeta e venne intervistata a casa sua, in via Visconti, il giorno dopo dai concorrenti del Corriere.
Infine il Corriere sostenne di aver avuto notizia di un fatto di cronaca nera avuto alcuni giorni prima proprio alle Rottole, quando una coppia fu minacciata con pistole e coltelli da un gruppo di balordi. La donna venne rapita e scomparve. Anche questa notizia era del tutto priva di fondamento.
L'8 agosto i medici dell'Ospedale Maggiore fornirono ai giornalisti l'elenco delle parti del corpo ritrovate.
La testa, irriconoscibile, con un solo orecchio e una ciocca di capelli, con le prime cinque vertebre attaccate.
La gabbia toracica con due vertebre cervicali, priva degli organi interni e mancante di un seno.
L'intero braccio sinistro.
La scapola e l'omero sinistro.
Il fianco destro.
La coscia sinistra.
La tibia destra.
Piede destro.
Nella mattinata dello stesso giorno una coppia di contadini, abitanti nella Cascina Tamburini, fuori di Porta Romana, si recarono presso la Questura, denunciando la scomparsa della figlia Rosa, di anni 22 e temendo che il corpo potesse essere il suo.
Accompagnati all'Ospedale non riconobbero i poveri resti trovati alle Rottole.
Poche ore dopo, all'ora di pranzo, lungo l'odierno corso XXII Marzo, di fronte al manicomio della Senavra, dove scorreva placido il Naviglietto, o Cavo Borgognone, un inserviente dell'ospedale vide un grosso fardello galleggiare sull'acqua.
Con l'aiuto di un brumista riuscì a recuperarlo ma al momento di aprire il grosso fardello un odore putrido li colpì, tanto da pensare che vi fosse all'interno un animale morto. I due lasciarono sulla sponda del Naviglietto il grosso fardello, ancora chiuso.
Tornato alla Senavra l'inserviente raccontò il tutto al medico di guardia, che pensando alla donna tagliata a pezzi, corse fuori per esaminare il contenuto del fardello, che però era scomparso.
Un gruppo di bambini aveva visto un cenciaiolo raccogliere il fardello, aprirlo e portarsi via alcune vesti e gettarne altre nel canale. I bambini sostennero che erano tutti sporchi e intrisi di sangue, oltre che a puzzare in modo immondo.
Nello stesso arco temporale un poliziotto che si era recato nei campi delle Rottole per eseguire ulteriori controlli scorse un altro grosso cane randagio aggirarsi nei campi con qualcosa in bocca.
Era il braccio destro, quello mancante.
Nel pomeriggio avvenne però una svolta nelle indagini. Si presentò in questura la sorella di un'altra donna scomparsa da più di un mese, Maria Trabattoni, di anni 28, senza fissa dimora, che viveva di espedienti, cambiando spesso amanti presso i quali risiedeva.
Negli ultimi tempi, disse la sorella, Luigia, aveva aperto una piccola bottega in zona di Porta Vittoria, in contrada della Stella al 14, con l'ultimo suo amante, Giuseppe Mussi, un pluripregiudicato.
Accompagnata a visitare i resti la donna inizialmente li riconobbe con quelli della sorella Maria.
I denti bianchi, i capelli castano chiari, i piedi minuti, le mani affusolate e soprattutto la treccia finta che era solita portare, ma osservandoli meglio iniziò ad avere dei dubbi.
Ciò nonostante la Pubblica Sicurezza iniziò ad indagare per l'omicidio di Maria Trabattoni.
Il nome di Maria Trabattoni non era sconosciuto in Questura, anzi, da circa tre mesi era coinvolta in uno strano caso di furto.
A maggio il direttore dell'Associazione della Salute, dottor Ulisse Campagnoni denunciò il furto della cassaforte, piena di denaro e gioielli, avvenuto nottetempo in casa sua, in via Silvio Pellico al 4.
Il Campagnoni durante la deposizione entrò più volte in contraddizione, tanto da insospettire i poliziotti, soprattutto quando scoprirono che egli aveva già scontato 3 anni di galera per truffa ed estorsione.
Pochi giorni dopo il furto, Mussi e la Trabattoni litigarono per le strade di Milano, con la donna che urlò, minacciando l'uomo di denunciarlo alla Polizia.
Maria Trabattoni nei giorni successivi andò a denunciare il Mussi e altri suoi complici per il finto furto a casa del Campagnoni. Rivelò anche il coinvolgimento del dottore nel furto.
Il Campagnoni fu così arrestato per aver organizzato la rapina della sua stessa cassa forte, probabilmente per rifarsi sull'assicurazione.
La polizia iniziò a cercare il Mussi e gli altri indagati per il furto, ma erano tutti scomparsi da Milano.
Venne convocata in Questura anche Maria Trabattoni, ma non si presentò mai.
Quando Luigia Trabattoni si recò a riconoscere i resti della presunta sorella, i poliziotti si convinsero che il Mussi avesse ucciso e smembrato il corpo della complice e si fosse poi dato alla fuga con la refurtiva e i complici.
Tra i complici del Mussi denunciati dalla Trabattoni vi erano anche un macellaio e un salumiere; fu facile incolpare costoro dello smembramento del corpo, eseguito a regola d'arte.
Nella serata del 9 agosto la Polizia fece numerose retate a Porta Vittoria, interrogando decine di balordi e arrestandone diversi, ma senza trovare i ricercati.
Nel frattempo all'Ospedale Maggiore, dove era conservato ed esposto il teschio con i capelli e un orecchio, continuava da giorni e giorni una continua processione di anziani padri e madri, di fratelli e sorelle, di figli e nipoti, tutti in cerca di giovani donne scomparse da Milano nei giorni, settimane e mesi precedenti.
Giunti quasi a metà agosto sia gli inquirenti che i quotidiani erano ormai certi che la morta fosse Maria Trabattoni, che il Mussi e i suoi due complici fossero gli assassini; venne addirittura ipotizzato il luogo dell'omicidio, un sordido tugurio in corso Garibaldi, dove Maria fu prima soffocata e poi macellata, magari appendendo il cadavere ad un albero dei vicini giardini del Tivoli, nei pressi dell'Arena.
Il 13 in tarda serata, alla stazione di Genova, dei gendarmi vestiti in borghese, della Questura di Milano, arrestarono due uomini mentre si apprestavano a scendere da un treno.
I testimoni dell'arresto sostennero che si trattava degli assassini della Trabattoni ma erano invece due delinquenti comuni di Milano, ricercati, che i gendarmi, mandati sì in Liguria per cercare il Mussi, avevano casualmente incrociato in stazione.
Il giorno successivo i quotidiani ricominciarono a scrivere inesattezze e vere e proprie invenzioni.
La Perseveranza sostenne che al Campo Locatelli furono ritrovate su un albero delle corde dove fu appesa e squartata la Trabattoni, Il Secolo sostenne che i resti non erano della Trabattoni ma di tale Maria Vittadini e infine un altro quotidiano si inventò una particolare voglia che si trovava sul basso ventre della Trabattoni e che per quel motivo il ventre e il pube della donna erano scomparsi, per non farla riconoscere. Erano tutte mere invenzioni giornalistiche.
Veri furono invece i nomi diffusi dalla Questura dei due complici del Mussi, Giuseppe Bersi, macellaio e Senatore Galloni, pizzicagnolo, entrambi di Porta Vittoria.
Il 17 agosto, quando la notizia iniziò a perdere d'importanza tra i milanesi, un gruppo di bambini delle Rottole, mentre giocavano nei campi trovarono, con grande sgomento, il seno mancante del cadavere.
Il ritrovamento riaccese brevemente l'attenzione sul fatto, ma il Mussi, il Bersi e il Galloni parevano ormai introvabili.
I mesi passarono inesorabili, la storia della donna fatta a pezzi alle Rottole venne dimenticata, arrivò l'anno nuovo, il 1879 e fu solo il 10 aprile che la polizia finalmente arrestò uno dei ricercati.
Il Galloni aveva passato mesi e mesi nascosto a Genova, tentando di imbarcarsi per le Americhe, ma la polizia di Milano, sguinzagliata in Liguria, presidiava i varchi di accesso ai porti, bloccandogli la fuga.
Tentò quindi di far finta di nulla e tornare a Milano, sperando che almeno lì nessuno lo cercasse.
Ma, appunto il 10 aprile, dopo pochi giorni dal suo ritorno in città, un poliziotto lo riconobbe e lo arrestò.
Portato in Questura gli venne chiesto dove fossero i suoi complici per l'omicidio della Trabattoni.
Il Galloni, che viene descritto come un bel giovane di una certa cultura e modi distinti, non esattamente un pizzicagnolo o un salumiere, come era stato precedentemente definito, trasecolò.
"Come signori?! Mi accusate di complicità nel misfatto di Crescenzago? Che ne so io di quel delitto? Ma non lo sapete che Maria Trabattoni vive e che è in giro pel mondo col suo nuovo amante? Il macellaio Bersi?"
In Questura quasi svennero alla notizia che la Trabattoni fosse viva e vegeta. All'inizio nemmeno gli credettero e in ogni caso il Galloni era imputato anche per il finto furto e la truffa assicurativa compiuta presso il Campagnoni.
Il questore di Milano diede ordine di cercare la Trabattoni in tutte le città d'Italia, diramando una descrizione della giovane donna.
La Trabattoni fu infine trovata a Firenze. Viva.
Era addirittura in carcere, arrestata per aver rubato un portafoglio ad un turista. Era in compagnia del suo nuovo amante, il Bersi.
Era addirittura in carcere, arrestata per aver rubato un portafoglio ad un turista. Era in compagnia del suo nuovo amante, il Bersi.
La giovane scrisse una lettera di suo pugno al Questore di Milano, raccontando la storia del finto furto al Campagnoni e scagionando del tutto il Mussi, che era solo suo socio in affari nella piccola bottega di Porta Vittoria e suo ex amante e di cui lei voleva liberarsi.
Fece i nomi anche di altri due complici, Michele Manara e Pietro Ponti.
Il 19 dicembre venne istruito il processo contro Ulisse Campagnoni e il Manara per truffa, mentre la Trabattoni, il Galloni, il Bersi e il Ponti furono processati per calunnia e falsa denuncia.
Notare che per un anno abbondante i nomi dei personaggi coinvolti in questa vicenda cambiarono più volte. Il Bersi venne chiamato Bezzi, Benzi e Berci. Il Campagnoni divenne talvolta Compagnoni. Il Galloni fu anche Gallone. E il Mussi, linciato pubblicamente per un anno era del tutto estraneo alla vicenda e di lui non si è mai saputo nulla! Per far notare l'imperizia dei giornalisti dell'epoca.
Il 30 dicembre fu emessa la sentenza.
Ulisse Campagnoni fu condannato a 4 anni carcere, Manara a 3 mesi e 100 lire di multa, Galloni a 1 anno, Ponti a 2 anni, Bersi e la Trabattoni, ancora in carcere a Firenze, videro le loro posizioni processuali congelatein attesa di un nuovo processo.
Ma se Maria Trabattoni era viva e vegeta... di chi era dunque il povero cadavere fatto a pezzi alle Rottole?
Il 1879 finì e il 1880 passò quasi interamente senza che nessuna novità arrivasse a riguardo, la Trabattoni stava in galera a Firenze, i complici nell'Affaire Campagnoni languivano in carcere pure loro.
Poi, di colpo, un colpo di scena.
Alla fine di settembre del 1880, tal Giuseppe Chiesa, originario della Stiria, in Austria, ma residente a Milano da diversi decenni, si presentò in Questura per denunciare il furto della sua mercanzia da parte del suo socio, Luigi Cattaneo; contemporaneamente chiese ai poliziotti perché diavolo non avessero ancor arrestato lo stesso Cattaneo per l'omicidio della moglie, Stella Gallotti, la donna fatta a pezzi alle Rottole!
In Questura scoppiò una ira di dio.
Il Chiesa era un pluripregiudicato, appena uscito dal carcere di Pianosa dopo anni di galera. Le sue parole non potevano essere prese in tranquillità, ma egli si mostrò fermo, deciso e assolutamente sicuro di quello che sosteneva.
Riempì per una giornata intera un verbale-fiume, dove raccontò una storia che ai poliziotti sembrò quasi incredibile e sicuramente imbarazzante per l'intera Questura di Milano.
Il Chiesa sostenne di essere l'amante di Stella Gallotti e contemporaneamente socio di suo marito.
La tresca tra i due non solo era nota al Cattaneo ma addirittura i tre vivevano assieme, dormendo tutti nello stesso letto.
Il Cattaneo e la Gallotti avevano anche un bambino, Gaetanino, che viveva in quello strano ménage à trois.
Il Chiesa sostenne che il Cattaneo si facesse pagare per ospitarlo a casa, lasciando sotto inteso che la cifra comprendesse anche il diritto di avere sua moglie come amante!
La torbida storia andò avanti per mesi e mesi, sino a quando un giorno il Cattaneo improvvisamente denunciò il Chiesa per furto e falso e la moglie Stella per adulterio.
Il Chiesa venne rapidamente arrestato e processato e il furto fu provato, tanto che venne condannato a 5 anni di carcere a Pianosa. Il Cattaneo invece ritirò l'accusa di adulterio alla moglie, che fu così liberata.
Giuseppe Chiesa, essendo pregiudicato e con una fedina penale chilometrica, venne condannato a scontare la pena nel peggior carcere italiano, quello di Pianosa, dove ai reclusi era vietato parlare. Sempre.
Arrivato a Pianosa il Chiesa riuscì a corrompere un secondino e ad iniziare una corrispondenza epistolare con la sua amata, Stella Gallotti.
Questa iniziò a scrivergli tremende lettere dove descriveva i continui soprusi, le minacce di morte e le botte che suo marito le distillava quotidianamente.
Le lettere erano un crescendo di un delirio di violenza domestica che sarebbe prima o poi sfociato in un sicuro uxoricidio.
Le lettere continuarono ad arrivare sino alla fine del luglio del 1878. Poi di colpo non arrivò più nulla.
Il Chiesa sospettò inizialmente che il Cattaneo avesse scoperto lo scambio di lettere tra i due ma, quando alcuni mesi dopo arrivarono a Pianosa due nuovi condannati di Milano, questi, sfidando la regola del silenzio assoluto, riuscirono a parlare col Chiesa e a raccontargli della donna fatta a pezzi alle Rottole, pochi mesi prima.
Il Chiesa non ebbe alcun dubbio. Si trattava della Gallotti.
Nel settembre del 1880 fu infine scarcerato in anticipo di alcuni mesi, tornò subito a Milano e si diresse immediatamente in Questura, dove, come detto, denunciò il Cattaneo per furto e uxoricidio.
Nonostante un racconto abbastanza preciso e dettagliato la Questura impiegò mesi e mesi per compiere le indagini, come se avesse timore di prendere la strada che portava al Cattaneo...
Il Chiesa si dovette procurare da solo dei testimoni, soprattutto sulle continue violenze domestiche.
Riuscì a recuperare le lettere che i due amanti si scrivevano e continuò a sollecitare la polizia e infine fu lui a riuscire a rintracciare dove fosse fuggito il Cattaneo, che da quasi un anno non era più residente a Milano.
Fu però solo nel luglio del 1881, dopo quasi un anno, che la polizia finalmente arrestò Luigi Cattaneo.
Il motivo di un ritardo e di una lentezza così esasperante era forse da imputare ai corposi precedenti penali del Chiesa, che non lo rendevano affidabile, ma forse anche ad una serie di errori incredibili commessi dalla stessa Questura durante le indagini lunghe quasi due anni.
Per catturarlo il Chiesa dovette accompagnare un poliziotto, il delegato di PS Villa, sino a Lodi, dove era riuscito a rintracciarlo.
Il poliziotto Villa dichiarò al Corriere della Sera che "O mi lasciano arrestare il Cattaneo o io do le mie dimissioni!", tanto per far capire come la volontà di riaprire il caso della donna fatta a pezzi fosse praticamente a zero...
Giunti a Lodi il Chiesa e il Villa scoprirono che questo era scappato pochi giorni prima. Lo rintracciarono a Parma, dove si sarebbe fermato solo un giorno prima di andare a Pistoia.
La strana coppia composta dal poliziotto e dal galeotto inseguì il Cattaneo sino a Parma, dove nella piazza principale della cittadina il Chiesa vide il ricercato accompagnato da una nuova fidanzata, tale Ester Gaggioli di Pistoia.
Il Villa gli saltò addosso e lo incatenò, poi lo condussero rapidamente a Milano.
Il Cattaneo da subito si dichiarò del tutto innocente per la sparizione e l'omicidio della moglie.
Luigi Cattaneo aveva il perfetto fisico da "cattivo".
"E' costui un uomo di circa 44 anni, alto della persona, magro, pallido e livido in volto e tutto bucherellato dal vaiolo. La fronte ha spaziosa; gli occhi neri, piccoli, irrequieti e spaventosi.
Ha la barba ispida e rada, veste squallidamente, calza un paio di scarpe sdrucite ed ha una giacca color cenere."
Le aveva tutte, un perfetto fisico ed abbigliamento da mostro. I quotidiani si gettarono a capofitto a scavare nella parte più torbida e misera della Milano dei poveri.
I giornalisti rintracciarono il piccolo figlio del Cattaneo a Parabiago, ospitato presso l'Istituto Spagliardi; questo era una sorta di orfanotrofio sorto pochi anni prima, nel 1864, quando la proprietaria, Rachele Peregalli, vendette tutto il complesso a Don Giovanni Spagliardi, che vi fondò il Pio Istituto per fanciulli derelitti, un riformatorio i cui "ospiti" in paese venivano soprannominati "barabitt", ovvero piccoli Barabba.
Nel 1869 si fuse con l'Istituto Marchiondi di Milano, prendendo la denominazione di Opera Pia Marchiondi-Spagliardi per l'assistenza minorile. Nel 1924 la sede parabiaghese chiuse i battenti, trasferendosi definitivamente nella sede milanese.
Lo intervistarono e si fecero raccontare di come il suo papà picchiasse selvaggiamente la sua mamma. Picchiandola col bastone e minacciandola con un lungo e grosso coltellaccio.
Contemporaneamente iniziarono a circolare anche i primi resoconti su chi fosse la vittima, Stella Gallotti.
Giovane donna di 28 anni, con lunghi e arruffati capelli castano chiari, di non bell'aspetto ma sensuale e, come riporta il Corriere della Sera, "i suoi costumi non erano esemplari".
Abitava da col marito Luigi Cattaneo in corso Loreto al numero 51, oggi corrispondente a corso Buenos Aires, quasi in piazza Argentina. A poco più di un chilometro dai campi delle Rottole...
Il Cattaneo sposò la donna nel 1870, quando lei non aveva nemmeno 20 anni, esclusivamente per prendere la dote, che ammontava a circa 900 lire, una discreta somma per l'epoca. Non l'amava, la disprezzava, avevano parecchi anni di differenza e continuò ad uscire con le sue amanti.
Era operaia alla fabbrica Gaddum di cascami di seta; questa era una grossa azienda di proprietà della famiglia Gaddum di Manchester, che nel 1865 avevano rilevato dei mulini sul Naviglio Pavese, aprendo una filiale in Italia. Un paio di anni dopo aveva aperto una seconda fabbrica fuori di Porta Tenaglia, in contrada Balestrieri, oggi tra l'Arena e Chinatown.
Subito dopo la scoperta dei pezzi di cadavere, la Questura fece mettere in mostra la testa all'Ospedale Maggiore.
Come detto vi fu una processione enorme tra disperati in cerca di congiunte scomparse e di semplici, morbosi, curiosi.
Si scoprì che tra chi si recò il primo giorno, il 7 agosto, ad osservare i resti vi fu anche... Luigi Cattaneo.
Quando giunse davanti ai resti la sua attenzione e forse la sua agitazione misero in allarme i poliziotti in borghese che si trovavano tra la folla.
Qui si scoprì che dei suoi vicini di casa lo avevano denunciato poche ore prima per sospetto omicidio della moglie. I vicini erano convinti che la donna a pezzi fosse la moglie del Cattaneo.
Interrogato su dove fosse sua moglie, Stella Gallotti, egli sostenne che dopo che l'aveva denunciata, essa se ne era fuggita e che in ogni caso i denti e i capelli di sua moglie non coincidevano per nulla con quelli esposti all'Ospedale Maggiore.
Sostenne di aver visto sua moglie per l'ultima volta il 20 luglio 1878.
Il Cattaneo fu trattenuto alcuni giorni in cella, ma il 9 agosto Luigia Trabattoni denunciò la scomparsa della sorella Maria e in brevissimo tempo la Questura si convinse che la donna morta era costei e non la Gallotti.
Ancor più incredibile fu quanto accadde al terzo giorno di esposizione dei resti, il 10 agosto.
Tra la folla in coda vi era una vecchietta che quando giunse davanti ai miseri resti esclamò: "Quei capelli sono di mia figlia, ch'è scomparsa!".
La donna era Rosa Gallotti, madre di Stella Gallotti e non venne creduta.
E nemmeno vi fu alcun poliziotto che riuscì a collegare quanto detto dalla madre al marito che stava tranquillamente in cella!
Ma dato che questa storia sfida il surreale ed entra direttamente nel grottesco, ecco che intorno alla fine del 1879, Rosa Gallotti era stata ricoverata all'Ospedale Maggiore, dopo un malessere.
Si trovava in una delle enormi camerata, quando un uomo entrò e si diresse nel letto a fianco al suo, dove giaceva una giovane donna, ammalata pure lei.
Rosa Gallotti riconobbe subito l'uomo, era suo genero, Luigi Cattaneo! Lui non la vide, si sedette sul letto della giovane donna e iniziarono tranquillamente a parlare come due amanti.
La Gallotti non resistette e saltando giù dal letto iniziò ad urlare contro il Cattaneo e la donna, urlando che lui aveva già una moglie, che era sua figlia e che lui era un assassino e l'aveva uccisa barbaramente.
Il Gallotti rimase beffardamente fermo ad osservare la scena, sorridendo e dandole delle pazza, scuotendo la testa.
Le infermiere della Cà Granda avevano però sentito tutto e, ben consce di quanto successo pochi mesi prima alle Rottole, informarono la Polizia.
Il Cattaneo venne così nuovamente arrestato per l'omicidio di sua moglie Stella Gallotti, ma dopo un rapido interrogatorio venne nuovamente liberato.
Durante questo interrogatorio sostenne di aver visto la moglie per l'ultima volta sul finire del luglio del 1878, quando andò a cercarla in un tugurio di corso Garibaldi e la convinse ad andare assieme a vedere i fuochi d'artificio alla vicina Arena e di aver preso assieme un sorbetto.
Poi non la vide mai più...
Poi non la vide mai più...
Dopo tutti questi errori, meglio, orrori giudiziari, il Tribunale di Milano fissò per il luglio del 1882 l'inizio del processo contro l'uxoricida Cattaneo.
Il processo venne celebrato alla Corte d'Assise di Milano, che allora si trovava lungo il Naviglio di
San Girolamo, il tratto della Cerchia dei Navigli corrispondente oggi a via Carducci.
Il Presidente della Corte sarà il Cavaliere Risi, tra i più esperti ed autorevoli del tribunale meneghino.
San Girolamo, il tratto della Cerchia dei Navigli corrispondente oggi a via Carducci.
Il Presidente della Corte sarà il Cavaliere Risi, tra i più esperti ed autorevoli del tribunale meneghino.
Il 14 luglio una enorme folla aspettava dall'alba l'apertura delle porte del tribunale per poter assistere al processo.
All'apertura dell'udienza si scoprì che il nome completo dell'imputato era Giovanni Antonio Luigi Cattaneo e che di anni ne aveva 47.
All'apertura dell'udienza si scoprì che il nome completo dell'imputato era Giovanni Antonio Luigi Cattaneo e che di anni ne aveva 47.
Accompagnato in una gabbia da quattro carabinieri, veste un completo di fustagno marrone, nonostante un tremendo caldo.
Ha la barba lunga e ben ordinata e si siede in modo composto.
Ha la barba lunga e ben ordinata e si siede in modo composto.
L'aula è affollatissima, decine e decine di donne e giovinette sono sedute, con i loro cappellini, agitando i ventagli. Altrettante decine di uomini stanno in piedi sui lati e sul fondo dell'aula.
L'accusa presentò una lista di testimoni interminabile, molti forniti dall'ex amante della Gallotti, Giuseppe Chiesa.
Un usciere, il Righi, deve mettersi fuori dal Tribunale a distribuire dei bigliettini di color verde per limitare il numero di persone al suo interno.
Un usciere, il Righi, deve mettersi fuori dal Tribunale a distribuire dei bigliettini di color verde per limitare il numero di persone al suo interno.
Nel giro di poche udienze si delineò un quadro agghiacciante.
La coppia viveva in corso Loreto in una grande casa di ringhiera e praticamente tutti i vicini vennero convocati come testimoni.
Tutti sottolinearono le continue minacce, botte e vessazioni che il Cattaneo riservava alla moglie.
La Gallotti più volte dovette fuggire da casa sua, inseguita dal marito col bastone o con un coltellaccio, una volta addirittura si dovette lanciare nuda dal primo piano per sfuggirgli.
Tutti i testimoni riportarono che le violenze non coincisero con la denuncia di tradimento ma che erano iniziate sin dai primi in cui la coppia era andata a vivere in quel palazzo.
Il Presidente della Corte Risi fece vedere ai giurati una fotografia della Gallotti, ritratta nel 1876 con il Cattaneo e con il figlio Gaetanino, ancora molto piccolo.
La coppia all'epoca viveva in una casa in via Cordusio al numero 3.
Dopodiché presentò ai giurati e al Cattaneo due reperti, una sottana nera e un abito color nocciola, recuperati dal Naviglietto dal medico della Senavra.
Dopodiché presentò ai giurati e al Cattaneo due reperti, una sottana nera e un abito color nocciola, recuperati dal Naviglietto dal medico della Senavra.
Una pletora di testimoni sostennero di riconoscere in quelle due vesti degli abiti della Gallotti.
L'abito coloro nocciola fu addirittura regalato alla figlia dalla madre.
Il Cattaneo negò fermamente che sua moglie avesse quegli abiti.
Piano piano si scoprono i dettagli della vita dei due. Il Cattaneo in principio fece il prestinaio (il panettiere) dal 1859 al 1870, poi lavorò all'Ospedale Maggiore per un anno, nel 1873 fece l'ambulante e nel 1874 venne assunto dalla fabbrica dei Fratelli Branca, quelli dell'amaro.
Nel 1870, come detto, sposò per interesse la Gallotti, per far sue le 900 lire di dote; la coppia, senza casa, andò a vivere a casa della madre del Cattaneo, in corso Garibaldi al 110.
Dopo due anni di difficile convivenza i due andarono a vivere al Cordusio e qui i due conobbero Giuseppe Chiesa, che poi divenne l'amante della Gallotti.
Cattaneo voleva cambiare lavoro, andarsene dall'Ospedale e decise di comprare la licenza di un banchetto di vendita ambulante, specializzato in chincagliere e bigiotteria. La moglie sarebbe dovuta restare per strada al banchetto a vendere, mentre il marito sarebbe andato in giro con un carretto a trovare merce da comprare e poi rivendere nei vari mercati di Milano e del contado.
I due investirono 16 lire per comprare il banchetto di proprietà di un certo Giuseppe Chiesa.
Il Chiesa, che era senza fissa dimora, convinse il Cattaneo ad ospitarlo a casa sua e in breve divenne l'amante della moglie.
Al processo il Chiesa dichiarò che il marito voleva dei soldi sia per ospitarlo sia per la relazione con la moglie.
Tra le risa generali venne fuori che il piccolo Gaetanino dormiva su un lettino e che il Chiesa, la Gallotti e il Cattaneo dormivano tutti assieme nel letto matrimoniale!
Il Cattaneo negò con forza il fatto che il Chiesa lo pagasse e sostenne che lui non si era mai accorto di una relazione tra i due, tra l'altro durata per ben 2 anni!
A riprova di ciò raccontò di quando scoprì il furto da parte del Chiesa di un libretto di risparmio di sua proprietà, avvenuto nel 1876.
Come detto il Chiesa, riconosciuto colpevole fu condannato a 5 anni di reclusione a Pianosa.
Il Cattaneo sostenne che per i 6 mesi successivi la coppia visse in tranquillità.
Lui cambiò ancora lavoro venendo assunto al Dazio di Porta Tenaglia, poi la Gallotti, disse, iniziò una relazione con un certo Galleri, uno scrittore.
Il Cattaneo, al processo, sostenne che il Chiesa picchiò più volte la Gallotti e che un'altra volta lui sorprese il nuovo amante, Galleri, in casa sua, in atteggiamenti intimi con la donna.
Lo inseguì con un bastone e il Galleri tentò di difendersi con un coltello, salvo avere la peggio; poi il Cattaneo confermò di aver picchiato la moglie, a bastonate. L'unica volta in cui lo fece, dopo averla colta in adulterio.
La corte volle anche sapere se il Cattaneo possedesse un coltello, col quale molti testimoni dicevano di averlo visto minacciare la moglie.
Anche in questo caso scaricò la colpa sul Chiesa, dicendo che quello era solito dormire con un lungo stiletto sotto il cuscino e che quando lo denunciò e fu arrestato, il coltellaccio rimase in casa sua.
Il coltello era lungo 34 centimetri, con doppio filo e il Cattaneo lo conservò anche dopo il trasloco da via Cordusio alla Casa Sommaruga di corso Loreto.
Il Cattaneo sostenne che la moglie gli aveva confessato che più volte, a notte fonda, aveva fermato il Chiesa che voleva ucciderlo nel sonno, brandendo proprio quel coltellaccio.
La corte chiese al Cattaneo cosa fece dopo la scomparsa della moglie.
Egli rimase col figlio Gaetanino nella casa Sommaruga sino al San Michele del 1878, quando traslocarono.
"Fare San Michele" voleva dire traslocare; i contratti di affitto, annuali, andavano infatti da un San Michele a quello successivo, cioè da un 29 settembre a quello dopo.
Il 29 settembre quindi il Cattaneo si trasferì a vivere in via Paolo Lomazzo, nella odierna Chinatown, e allora Borgo degli Ortolani e portò il figlio all'orfanotrofio di Parabiago abbandonandolo.
Si fidanzò con una giovane ragazza di Biella, di 27 anni, conosciuta mentre vendeva bindelle alla Fiera di Melegnano.
Insieme andarono a vivere a Lodi, poi lei lo lasciò e lui andò a Pistoia dove si fidanzò con un'altra donna, con la quale si spostò a vivere a Parma, facendo sempre il venditore ambulante.
Quando la donna si ammalò la fece ricoverare all'Ospedale Maggiore di Milano, dove aveva lavorato e forse aveva ancora delle conoscenze.
E fu in quell'occasione che la sua nuova amante venne ricoverata come vicina di letto della madre di sua moglie!
Fu poi la volta delle testimonianze dei vicini di casa più prossimi, quelli che abitavano sullo stesso ballatoio.
Venne fuori che il 28 luglio più persone lo videro trasportare una grossa bacinella piena di sangue verso il bagno in comune. Altri lo videro stendere sulla ringhiera, ad asciugare, un vestito della moglie, con delle enormi macchie scure...
Tra i tanti testi che sfilano, la maggior parte sono milanesi delle fasce più umili e povere, che abitano ai margini della città. Molti anche i contadini e quasi tutti parlano in milanese.
I giornali sottolineano come spesso sia il Presidente della Corte che il Cattaneo comunicano in dialetto meneghino!
Un testimone su tutti fece tornare un attimo di gioia tra i presenti, tale Giuseppe Gilardi, falegname di anni 61, vicino di casa dei coniugi Cattaneo in corso Loreto:
Presidente della Corte: "Vostra moglie fa la lavandaia?"
Gilardi: "Sì, ma l'era la mia tosa (figlia) che la lavava i panni dei Cattaneo"
Presidente: "E' maritata vostra figlia?"
Gilardi: "Sì"
Presidente: "Come si chiama vostro genero?"
Gilardi: "Non me lo ricordo"
Presidente: "Come non ve lo ricordate?! Non lo sapete?"
Gilardi: "No.... ma mia figlia lo sa!"
Il processo continuò per altri giorni, seguito da decine di giornalisti e da centinaia di milanesi che affollavano a turno il tribunale. Tutta la città, e anche il resto d'Italia, seguivano morbosamente la storia della donna fatta a pezzi.
Tutti i testimoni continuavano a confermare delle tante botte che il Cattaneo dava alla moglie, ma quasi tutti gli uomini tendevano anche a sottolineare come la Gallotti fosse una donna di facili costumi, che andavano con tanti uomini... e che sotto sotto se le meritava...
Molti ricordarono di come molte volte la Gallotti bussò urlando alla loro porta, fuggendo dalla furia del marito, di come sentirono più volte il piccolo Gaetanino urlare che il "papà sta uccidendo la mamma".
Fu poi la volta di altri testi che riferirono tutti quanto detto loro da una certa signora Frì, nel frattempo deceduta in quanto molto anziana e che era stata testimone diretta oltre che di molte violenze del Cattaneo, anche del trasporto della bacinella piena di sangue e dell'aver visto l'assassino uscire una notte con un grosso fardello puzzolente e sporco di sangue e dirigersi verso il centro città.
E finalmente venne il turno di un agente di Pubblica Sicurezza, Fortunato Baggi, responsabile delle prime indagini dopo il ritrovamento dei resti.
Il Baggi scaricò ogni responsabilità sul suo sottoposto a cui aveva delegato ufficialmente le indagini, il brigadiere Galli, che era provvidenzialmente deceduto pochi mesi prima...
Il Baggi disse che lui era l'artefice del primo arresto del Cattaneo, ma che l'arrivo in Questura della sorella della Trabattoni sconvolse tutte le carte e che gli fu ordinato, non si sa da chi, di rilasciare il Cattaneo.
Il Presidente della Corte chiese al Baggi cosa si pensava in Questura della Gallotti e la risposta fu che era ritenuta una donna "cattiva".
Il Presidente annuì e disse che sì "Era una donna facile agli amori, facile a darsi in braccio agli uomini".
Il Baggi portò le carte della denuncia del Cattaneo, che in data 10 marzo 1878, denunciò l'abbandono del tetto coniugale da parte della moglie.
Presentò anche una richiesta da parte di Stella Gallotti di riavere indietro la sua dote da parte del marito Luigi Cattaneo, richiesta presentata in Questura il 14 marzo dello stesso anno.
Fu poi la volta di un altro agente, Domenico De Micheli, che raccolse la denuncia per maltrattamenti effettuata dalla Gallotti circa 15 giorni prima del rinvenimento dei resti umani.
La Gallotti in quella occasione aveva evidenti ecchimosi sul collo, per un tentativo di strangolamento da parte del marito.
Il Cattaneo sostenne che essa fosse stata aggredita di notte da balordi mentre andava in giro a cercare un amante!
Il 16 luglio finalmente arriva a testimoniare, direttamente dal carcere, Maria Trabattoni.
Viene descritta come una bella donna, vestita di nero, col velo sul capo. Le mancavano poche settimane di carcere per un furto commesso a Firenze in compagnia del suo amante.
E' una perfetta dark lady ante litteram.
Elenca i suoi ultimi amanti, una lunga lista, poi racconto della fuga da Milano, non ricordandosi la data esatta, ricorda di aver scritto da Genova una lettera il 18 agosto del 1878 in cui affermava di essere viva e vegeta.
Lettera ricevuta dalla Polizia di Milano e incredibilmente finita in archivio senza che provocasse l'interruzione delle ricerche della stessa Trabattoni!
La Trabattoni ricostruì poi i motivi della denuncia degli autori della truffa e infine venne mostrata per ben 8 minuti a tutti i giurati che da vicino poterono osservarla a braccia nude (!), guardarle il capo, il collo, le gambe (!!) e le mani.
Questo per far notare le differenze con i resti umani! Come se non bastasse che fosse viva davanti a loro...
Terminata la testimonianza il Presidente della Corte le disse:
"Sentite, quando uscirete dal cellulare guardate di condur buona vita e di non entrarvi più!
Perbacco! Siete lì, una giovane ancora ben disposta! Siate savia, da brava, siate buona! Andate!"
La Trabattoni scoppiò a ridere e uscendo scortata tra due carabinieri fece girare la testa a tutti i presenti in aula.
E' la volta poi di una serie di osti, delle peggiori e più infime bettole di Porta Tenaglia e corso Garibaldi, frequentati dai Cattaneo e dal Chiesa. Tutti testimoniano delle violenza dell'uomo verso la moglie e quasi tutti riconobbero la veste nera e il vestito nocciola come abiti normalmente indossati dalla Gallotti.
Un bell'uomo, alto, robusto e possente, capelli biondi lunghi ben pettinati.
Il Chiesa racconta che conviveva coi Cattaneo già in corso Garibaldi e che rimase con loro anche in via Cordusio e che quando i due decisero di fuggire per togliersi dalle violenze del Cattaneo la Gallotti decise di rubare il libretto di risparmio per finanziarsi la fuga.
La sera stessa il Chiesa incontrò il Cattaneo che le raccontò del furto e poi lo cercò di accoltellare.
Il Chiesa fuggì ma venne poche ore dopo arrestato dopo che il Cattaneo lo aveva denunciato per furto.
Quando il Presidente gli domandò perché dopo il rilascio corse a denunciare il Cattaneo, queste furono le parole del Chiesa:
"Perché conoscevo il Cattaneo, lo sapevo un uomo capace di tutto; perché prevedevo quello che è avvenuto, perché il Cattaneo è scaltro, simulatore, freddo, calcolatore, capace di vendere la moglie per un bicchiere di vino. Prima adopera me contro la moglie, poi la moglie contro di me, poi si sbarazzò anche della moglie..."
Il Chiesa continuò poi la deposizione coinvolgendo una certa Malnati, venditrice ambulante che spesso era vicina di banchetto del Chiesa in giro per Milano. Vendevano anche merci simili e si conoscevano bene. Un giorno la Malnati disse al Chiesa che il Cattaneo, ubriaco in una bettola, le confessò l'omicidio!
Il Chiesa convinse la donna ad andare dalla Polizia a denunciare il tutto. Andarono in Questura dove il caso era affidato al delegato Villa.
Il Presidente diede disposizione di leggere le lettere che Chiesa e Gallotti si erano scambiati durante la carcerazione del primo a Pianosa.
L'avvocato della Difesa, Ronchetti, mosse obiezione, sostenendo che le lettere potevano essere state scritte da chiunque e che più testimoni indicavano la Gallotti come analfabeta.
Il Chiesa ammise che non sapeva se la Gallotti sapesse scrivere e che gliele poteva aver scritte una amica sotto dettatura.
Alle rimostranze della difesa il processo fu sospeso e l'indomani il Presidente diede ragione alla difesa. Le lettere non furono mai lette in aula.
Le testimonianze erano ormai tutte identiche. Botte, violenze, minacce, bastoni e coltelli.
Il Cattaneo continuava a scuotere la testa e a negare fermamente.
Fu il turno del delegato di PS Villa, che confermò in tutto e per tutto la storia della cattura e l'aiuto determinante del Chiesa.
Il Villa disse anche che aveva accertato la presenza della Gallotti al lavoro, alla fabbrica Gaddum, sino al pomeriggio del 29 luglio 1878.
Il Villa disse anche che quando la Fri era in fin di vita, lo mandò a chiamare. Accorso al suo capezzale la vecchia gli disse: "Mi sono moribonda e sto per morir, ma ho solo paura di non poter far le rivelazioni contro il Cattaneo che la massà la miee".
Venne convocato l'inglese William Helm, proprietario e direttore della fabbrica Gaddum, dove lavorava la Gallotti al tempo della sua scomparsa.
Disse che era una buona operai, che aveva lasciato sul libretto di deposito della fabbrica un residuo di 5,60 lire del suo stipendio e che un uomo, agli inizi dell'agosto 1878, si presentò in fabbrica per ritirare i soldi della Gallotti. Fu ricevuto da un assistente dell'Helm, Ermenegildo Viganò, che a sua volta salì sul banco dei testimoni.
Il Viganò disse che tra il 4 e l'8 agosto un uomo, dicendo d'essere il marito della Gallotti, reclamò i soldi dello stipendio perché la donna era gravemente ammalata.
L'uomo fu accompagnato dal cassiere della Gaddum, il signor Silvestri, che spiegò come a termini di regolamento non potevano lasciare denaro se non alla donna.
L'uomo allora sbottò dicendo ai due: "E se fosse porta dovrei dunque perderli, quei soldi?!"
L'uomo era alto e con i baffi neri, ma nessuno dei tre testi della Gaddum riconobbe il Cattaneo, dato che erano passati 4 anni.
Vennero interrogati due osti di Porta Tenaglia, padre e figlia, Abramo ed Emilia Cacciamagnaghi. Dissero che una volta il Cattaneo, cliente abituale, portò loro il figlio Gaetanino, chiedendo di accudirlo per una giornata, dato che dove andare al mercato di Rho per degli affari.
I due accettarono, ma quando dopo diversi giorni il Cattaneo non si fece vivo, andarono a casa sua col bambino. Il Cattaneo era lì e accampò delle scuse, dicendo di non essere riuscito a passare a prendere il figlio.
Fu poi il turno del prete e direttore dell'Istituto Spagliardi di Parabiago, don Guglielmo Crosetti, che raccontò di come lui e il delegato di PS Villa, interrogarono insieme il Gaetanino Cattaneo, che raccontò loro di come una volta vide il papà aggredire la mamma con un lungo lungo coltello e che quasi la uccise.
Venne così richiamato il delegato Villa, che confermò quanto detto da Don Crosetti.
Seguirono poi altre due testimonianze di vicine di casa dei Cattaneo in corso Loreto. Anche queste sono un spaccato perfetto della Milano di fine Ottocento.
Testimonianza di Carolina Margarini, molto anziana.
Presidente della Corte: "Conoscevate Stella Gallotti?"
Carolina Margarini: "Sì, l'era un po' bislunga di faccia, fronte alta, capelli molti e castagni, carnagione chiara..."
Presidente: "E se ve la facessi vedere?"
-risate tra i presenti in aula, come se il Presidente potesse resuscitare la Gallotti-
Presidente, guardando i tanti milanesi presenti in aula: "...in fotografia..."
Carolina Margarini: "Mah... pruvem, ma me serven gli ociai!" (gli occhiali)
- il Presidente si alza, si toglie gli occhiali da vista e li porge al teste, tra le risate dei presenti -
Carolina Margarini: "Sì l'è propri la Stella Gallotti!"
Testimonianza di Rosa Casati, detta La Sbirra, per il suo carattere autoritario, deciso e sfrontato; viene descritta come una donna "piena de spirit".
La Sbirra entra con passo fiero e guardando con disgusto verso la gabbia del Cattaneo. Si siede sulla panca dei testi e si appoggia con i gomiti e col prosperoso seno sulla sbarra di fronte, lasciando tutti i presenti a bocca aperta.
Presidente della Corte: "Stia composta per cortesia, non si sieda con quell'audacia in un'aula di Tribunale".
La Sbirra: "Un giorno l'eri nel cortile di casa Sommaruga (corso Loreto, 51) e sentii la "bigolotta" (la Stella Gallotti, come lei la chiamava) che la vusava ai viv e ai mort. Alura salii su e piccai trii pesciade alla porta dei Cattaneo. Uscì il Cattaneo che mi disse < Che cosa la veour lee?>, < mah, ho sentì gridà e son vegnuda a vedè cossa el succed> e alura il Cattaneo me disse < Lee, che la tenda ai sò fat>.
Presidente: "E poi cosa è successo?"
La Sbirra: "Il Cattaneo tornò fuori con un bastone e mi disse <Voeri ammazzà quella vonciona lì> indicando la "bigolotta" che l'era in camera; la "bigolotta" approfittò di quel momento e riuscì a scappar foera dalla camera e corse sulla ringhiera. Io mi misi di mezzo e il Cattaneo non riuscì a prenderla. La Stella scappò nella casa della Ripamonti che le aveva aperto l'uscio. Il Cattaneo le andò dietro e io buttai un oeucc nella camera e vidi dentro una scatola di latta un grosso coltellaccio di più di 30 centrimetri."
La Sbirra continua poi a deporre, ricordando di come andò a vedere i miseri resti all'Ospedale Maggiore e di come la fronte e i capelli le sembrarono subito quelli della "bigolotta", la Gallotti, come la chiamava lei affettuosamente.
La Sbirra: "quando tornai a casa dalla Cà Granda, incontrai il Cattaneo sull'uscio di casa Sommaruga e lui mi sorrise. Io alloro gli dissi < voi ridete, ma chissà che quella donna tagliata a tocc non sia la vostra miee!>. E il Cattaneo mi disse < la serà anca lee! Già di amanti ne aveva molti!>
Presidente: "Lee la conosceva la sciura Fri, che disse di aver visto il Cattaneo con un catino pieno di sangue?"
La Sbirra: "Sì, la Frì me raccontò tutto, del catino pieno di sangue e anca del coltellacc che il Cattaneo teneva in casa!"
Presidente, rivolgendosi al Cattaneo: "Ha qualcosa da dire riguardo la testimonianza della signora Rosa Casati?"
Luigi Cattaneo: "Quando l'è vegnuda a pestà sulla porta e io le ho aperto con in mano il bastone non le dissi de farsi i so fat. Le dissi se voleva una bastonada sul muso!"
E venne così la volta di salire sul banco dei testimoni della sciura Ripamonti, la vicina di casa dei Cattaneo.
Luigia Ripamonti: "Un dì el Cattaneo me ciamà in cà sua e me fa vedè un astuccio con dentro un coltellacc e el me dis: <La ved quest chi? El tegni per una memoria! O prest o tard massarò con quest chi la me miee!>. E poi me dise che la giustizia non poteva mica condannarlo pussè de due mesi, perché la miee aveva molti amanti".
Presidente: "La Stella è mai venuta in casa vostra?"
Luigia Ripamonti: "Sì, l'è vegnuda due volte, la prima nel giugno del 1878, era di sera. El Cattaneo l'aveva serada su nella camera e lei, forzata l'uscio, l'era scappata da me, chiedendomi protezione, che se no il marito l'avrebbe uccisa. La seconda volta fa di giorno, e me disse che il marito per farla tornare a casa dopo che lei l'era scappata, le aveva detto che il Gaetanino, il fioeulott, l'era finito sotto el tram. Ma l'era minga vero! Lei era arrabbiata e spaventa!"
Presidente: "Quando ha visto l'ultima volta la Stella?"
Luigia Ripamonti: "Il 25 luglio".
Presidente: "La Gallotti come trattava il figlio?"
Luigia Ripamonti: "L'era sempre stremii, poverino, sempre chiuso, sempre solo in casa".
Presidente: "E il Cattaneo maltrattava il figlio?"
Luigia Ripamonti: "Solo qualche scappellotto".
Presidente: "E sulla condotta morale della Stella, che mi dice?"
Luigia Ripamonti: "Io non ho mai visto niente. Si dicevano tante cose, ma io non ho mai visto nulla".
Venne poi portata a testimoniare la maestra di Gaetanino, Caterina Volpi, di 28 anni, che in una stanza della Casa Sommaruga teneva lezioni per i bambini.
La Volpi raccontò delle violenze, dei racconti che il Gaetanino le faceva e di quando un giorno vide la Gallotti sulla ringhiera del ballatoio che minacciava di buttarsi di sotto e del Cattaneo che le rideva in faccia dicendole di buttarsi, che tanto a lui non fregava nulla come moriva, bastava che sparisse.
Raccontò anche di quando una mattina Gaetanino andò alle lezioni col vestito sporco di sangue e che le disse che fu il suo papà che gli tirò un pugno sul naso!
Nel pomeriggio del 20 luglio era il turno della testimonianza del piccolo Gaetanino Cattaneo. La sala era affollatissima di curiosi e giornalisti da tutta Italia.
La sua testimonianza era ritenuta decisiva.
Gaetanino entrò in aula con la divisa dell'Istituto Spagliardi di Parabiago, dove viveva ormai da alcuni anni. Un bel bambino, con un bel viso, che però quando passò nei pressi della gabbia dove era rinchiuso il padre, abbassò lo sguardo e non si girò a guardarlo.
Ma a sorpresa il Pubblico Ministero, avvocato Clerici, sostituto procuratore generale disse:
"In vista delle risultanze gravi già emerse in carico dell'imputato Luigi Cattaneo e in omaggio dei principi umanitari, rinunzia a che sia udito il figlioletto del Cattaneo".
L'avvocato difensore del Cattaneo, Ronchetti, disse anch'egli di rinunciare all'interrogatorio.
Il piccolo Gaetanino, con sguardo confuso e sorpreso fu accompagnato fuori dall'aula per tornare a Parabiago.
Subito dopo arrivò a testimoniare Ester Gaggioli, l'ultima donna del Cattaneo, in compagnia del quale fu arrestato.
La Gaggioli era anche la donna che era stata ricoverata alla Cà Granda e a cui la mamma della Gallotti aveva fatto una scenata quando colse lei e il Cattaneo scambiarsi parole d'amore.
Raccontò degli 8 mesi in cui visse col Cattaneo, vivendo come commercianti ambulanti e cambiando spesso città. Vissero a Lodi, poi a Piacenza, Alessandria, Vigevano e infine Parma e progettavano di andare a vivere a Pistoia.
Sembrava proprio che il Cattaneo volesse rimanere il più lontano possibile da Milano.
Raccontò anche che quando era ricoverata all'Ospedale Maggiore, dopo la scenata della Rosa Gallotti, le suore avevano chiamato la Polizia, che aveva arrestato il Cattaneo; due poliziotti si erano recati da lei e le avevano chiesto se il Cattaneo le avesse mai confessato di aver ucciso la moglie. Lei disse che mai era accaduto e allora i poliziotti le offrirono prima 3.000 e poi 5.000 lire per ottenre una sua confessione contro il Cattaneo.
Ma essa rifiutò.
Fu così convocato uno dei due poliziotti che interrogarono la Gaggioli in ospedale, che confermò come essa, invece, disse loro che il Cattaneo le disse che sua moglie, la Stella, era morta per le "busse" (botte) che lui le aveva dato.
La Gaggioli venne inquisita per falsa testimonianza.
Venne il turno di una anziana donna, all'epoca considerata vecchissima, essendo nata nel 1804, Maria Milani. Vestita tutto di nero, con scialle e velo sul volto. Un abbigliamento da primi del secolo.
Essendo del tutto sorda viene fatta sedere a fianco del Presidente della Corte, che deve urlarle nell'orecchio le domande.
La Milani aveva ospitato Stella Gallotti nella sua casa nei giorni di luglio del 1878, quando era fuggita per l'ultima volta dalla casa Sommaruga, stremata dalle botte del marito.
Le aveva affittato una camera. Disse che la Stella era una donna seria, che si era sempre comportata benissimo. Usciva al mattino per andare a lavorare alla fabbrica Gaddum e tornava la sera.
Sempre sola e mai nessun uomo era venuto a cercarla.
Riconobbe l'abito nocciola e la veste nera.
Raccontò di quando il Cattaneo la venne a cercare e disse alla Milani che doveva dire alla moglie di scendere e tornare subito a casa, perchè Gaetanino era finito sotto un tram.
La Gallotti accettò di scendere e tornare a casa, ma alla Milani disse: "Vado, ma me tremen i gamb...".
Poi non la vide mai più. Uscita la notizia del corpo ritrovato a pezzi alle Rottole, la Milani ebbe qualche sospetto che divenne ancor più forte quando il Cattaneo 5 giorni dopo l'uscita della notizia si presentò a casa della Milani chiedendo notizie della moglie!
La Milani disse che doveva essere lui a sapere dove fosse, dato che erano andati via assieme, ma il Cattaneo le disse che appena usciti di casa la Gallotti se ne era andata via.
Il Presidente chiese al Cattaneo se confermava quanto riportato dalla Milano e lui disse di sì.
Al ché il Presidente fece rileggere il verbale del Cattaneo che disse che una volta scesa da casa della Milani, lui e la Gallotti andarono insieme a vedere i fuochi d'artificio all'Arena e che presero anche un sorbetto assieme.
Il Cattaneo, messo di fronte alle palesi contraddizioni, si chiude in un silenzio totale.
I suoi avvocati, Brugnatelli e Ronchetti fecero poche domande all'anziana Milani.
Fu poi la volta di un altro teste decisivo per la condotta del processo, Pietro Baldi.
Egli raccontò che una notte di fine luglio del '78 si doveva recare a caccia di quaglie con un amico.
Avevano appuntamento nei pressi del Lazzaretto a Porta Venezia, dove c'era il Dazio, ma a mezzanotte l'amico non si era ancora presentato; il Baldi decise quindi di andare da solo a caccia, in compagnia del suo cane.

Percorse a piedi tutto il corso Loreto (oggi corso Buenos Aires), superò il Rondo di Santa Maria del Loreto (l'omonima piazza), e iniziò a percorre la strada Provinciale Veneta, (l'odierno asse di via Andrea Costa, via Leoncavallo e viale Palmanova); superò le Case Rosse, una seria di cascinali in mattoni di cotto, giunse al "pilastrino", una colonna votiva nei pressi del Molino Acqua Lunga e arrivato a circa un chilometro dal cimitero di Cimiano, abbandonò la strada ed entrò nei campi di frumento in cerca di quaglie.
Era circa la 1:30 di notte e non sentiva nessuna quaglia cantare.
Decise quindi di andare verso est, verso Pioltello, ma di colpo sentì delle quaglie cantare alle sue spalle, verso Turro Milanese.
Cambiò quindi direzione e iniziò a camminare verso le cascine del Molino Nuovo, camminando nei campi, parallelo alla strada vicinale per le Rottole, che collegava Turro con l'altro piccolo borgo rurale.
Le quaglie cantavano ancora, il Baldi allora si accucciò tra le alte piante di frumento. Notò che il cane era scomparso e lo credeva "in punta", pronto a correre verso i volatili.
Era immobile da qualche minuto quando, a pochi metri di distanza, comparve un uomo, che non lo notò. Il Baldi, seppure armato, preso dalla paura rimase nel silenzio più totale.
L'uomo portava un grosso e pesante fardello sulla schiena, camminava con fatica, piegato dal peso che si portava sulle spalle.
Gli sembrò che l'uomo avesse i baffi e forse un leggero pizzetto. Vestiva di scuro.
L'uomo lo superò, continuò a inoltrarsi tra i campi verso Crescenzago.
Il Baldi, sollevato dal vedere lo sconosciuto allontanarsi, si vide di colpo arrivare il suo cane con qualcosa tra i denti.
Con orrore vide un braccio umano, con tanto di mano!
Il Presidente della Corte gli chiese se si ricordava la data esatta e il Baldi disse di ricordarsi solo che era periodo di chiusura per la caccia, ma che lui aveva un permesso per la caccia alle quaglie per il periodo tra il 31 luglio e il 3 agosto.
Presentò anche la deroga alla chiusura della caccia.
Poi disse che la corporatura del Cattaneo corrispondeva a quella dell'uomo che aveva incontrato nei campi tra Turro e le Rottole.
Poi venne congedato.
Le udienze continuarono per altri due giorni, tra testi dell'accusa, moltissimi, e della difesa, pochi e praticamente ininfluenti; fu sentita anche un'anziana donna che in una notte in una osteria sentì il Cattaneo ubriaco confessare il delitto:
"El m'ha dì che l'è andà a Gorla colla Gallotti e poi la tagliata su! Poi mi disse che l'aveva portata in mezzo ai campi per sotterarla, ma che aveva sentito dei rumori e alora l'aveva lanciata un po' qui e un po' lì..."
Il 26 luglio, terminati i testi, iniziò la requisitoria dell'avvocato della Procura di Milano.
Vennero ricordati tutti gli elementi a carico del Cattaneo, la concomitanza tra la sparizione della Gallotti e la comparsa dei resti alle Rottole, il riconoscimento dei vestiti da parte di decine di testi, comparsi nel Naviglietto la mattina dopo la comparsa dei resti, la testimonianza del cacciatore Baldi, della Malnati, della Ripamonti, di quanto raccontato dalla Fri a vari testimoni, alle prove portate dal Chiesa, al fatto che il Cattaneo pretendeva soldi dagli amanti della moglie e che uno, il Chiesa, lo presentò lui stesso alla moglie e se lo portò per anni in casa, nello stesso letto, vengono elencati gli innumerevoli casi di violenza domestica, le testimonianze...
Il vice Procuratore Generale Clerici concluse la sua requisitoria citando delle parole della Gallotti, dette sul finire di luglio, in risposta ad una vicina di casa che le disse perché non accompagnasse il marito col banchetto e il carretto in uno dei tanti mercati nel contado, tanto per stare assieme e provare a migliorare il rapporto:
"Io no! Non ci vado con lui! Proprio ora che il frumento è alto e potrebbe tirarmi là dentro e uccidermi!"
Il giorno seguento fu la volta della difesa, con l'accorata arringa dell'avvocato Ronchetti.
La difesa giudica del tutto indiziario il processo. E' il Pubblico Ministero a dover dimostrare che il corpo è sicuramente quello della Gallotti.
E' la Procura a dover accertare che essa non sia viva e vegeta, come la Trabattoni, e fuggita con uno dei numerosi amanti.
Ricorda i non pochi testimoni che giurarono che i resti rinvenuti alle Rottole fossero della Trabattoni, e di coloro che non riconobbero i vestiti rinvenuti nel Cavo Borgognone.
Chiede infine di assolvere il Cattaneo perché non c'è alcuna prova che lui abbia effettivamente ucciso la moglie.
Il giorno 28 luglio 1882 la giuria, alle ore 13:10 entra nell'aula delle deliberazioni e dopo poco più di mezz'ora, alle 13:45 i giurati rientrano in aula.
Il capo dei giurati si alza e legge quanto deliberato:
1) I pezzi di corpo ritrovati nei campi tra le Rottole, Turro e Crescenzago sono di Stella Gallotti.
2) Luigi Cattaneo è il responsabile dell'omicidio della moglie, Stella Gallotti e dello smembramento del cadavere.
3) L'omicidio fu commesso dopo attenta e lunga premeditazione.
La giuria concedeva le attenuanti del caso.
Il Presidente della Corte si ritirò a deliberare la sentenza.
Luigi Cattaneo fu condannato al carcere a vita, con lavori forzati.
L'1 agosto gli avvocati del Cattaneo ricevettero una lettera proveniente da Parigi e datata 29 luglio. In essa un uomo confessava l'assassinio di una certa Maria Czechir, tedesca di anni 27, residente a Milano con la famiglia. Sosteneva di averla uccisa e smembrata, lasciando i pezzi nei campi a nord di Milano. Scagionava anche il Cattaneo sostenendo che la Gallotti era viva e vegeta.
La Questura giudicò la lettera come l'opera di un mitomane o un pazzo.
L'1 gennaio 1883 la Suprema Corte di Cassazione di Torino respinse il ricordo di Luigi Cattaneo e confermò la condanna a vita ai lavori forzati.
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