Il 26 maggio 1903, nelle acque del Porto Antico di Genova emerse un grosso sacco; in quel momento tre giovani turisti milanesi stavano passando con una piccola barca a remi, presa a noleggio, proprio a pochi metri di distanza.
Incuriositi si avvicinarono al sacco, lo tirarono a bordo e sciolsero i nodi delle funi che lo tenevano parzialmente chiuso.
Dentro vi trovarono dei pezzi di un cadavere. Braccia, gambe, piedi, il tronco e una testa in pessime condizioni.
I pesci e l'assassino aveva fatto scempio del corpo, tanto da non riuscire a capire se fosse di un uomo o una donna.
Le autorità di Genova avvisarono tutti colleghi delle principali città del Nord Italia.
La richiesta di controllare tra le persone scomparse giunse anche alla Questura di Milano.
Il 25 maggio la notizia venne pubblicata anche da tutti i principali quotidiani di Milano ed ebbe ampio risalto. Sui giornali veniva riportata la scoperta di pezzi di un cadavere di un uomo.
Nella stessa giornata gli inquilini di un palazzo di via Macello al numero 25 lessero la notizia sul Corriere della Sera e iniziarono ad avere qualche sospetto...
Nel loro palazzo abitavano i coniugi Olivo e alcuni giorni prima si erano udite delle urla e poi un tonfo provenire dal loro appartamento.
Dal mattino dopo nessuno aveva più visto la moglie, Ernestina, mentre il marito Alberto era stato visto partire e lasciare Milano...
I vicini si recarono in Questura, dove parlarono col commissario Ceola; questi contattò Genova e la sera ebbe i risultati della "necroscopia", che identificarono in quelli di una giovane donna i poveri resti.
Il commissario Ceola diede incarico ai suoi uomini di pedinare Alberto Olivo e di tenere sotto controllo la sua casa in via Macello e l'azienda dove lavorava, la famosa fabbrica di ceramiche Richard Ginori, lungo il Naviglio Grande.
Alberto Olivo era nato a Udine il 29 giugno 1856, da Luigi Olivo, calzolaio e Luigia Tela.
Rimase orfano di padre a soli 13 anni, mentre la madre morì l'anno successivo. I genitori aveva 18 anni di differenza tra loro.
Il padre era ricordato come un uomo bonario, simpatico e molto alla mano, benvoluto da tutta Udine. La madre al contrario era una donna irascibile, violenta e impetuosa.
Con le due sorelle fu adottato dalla zia Maddalena Comoldi, sposata col fratello di suo padre, che gli pagò gli studi. Lo zio era guardato con sospetto a Udine, per aver tentato il suicidio alcuni anni prima, tagliandosi le vene.
Aveva potuto studiare ragioneria, nell'indirizzo matematico-fisico, allora un titolo di studio di notevole valore. Fu uno studente molto brillante, tanto da venire premiato e di godere di una borsa di
studio.
Al grande studio, da ragazzo, alternava una grande solitudine, una serie di tic nervosi alla faccia e alle mani e scatti di ira violentissimi, come quando ferì lievemente un compagno di classe con un coltellino.
Era anche noto per le forti idee anticlericali.
Grazie alle borse di studio riuscì ad iscriversi all'Università di Padova, alla facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dove rimase per tre anni, fallendo poi l'ingresso al quarto anno, e alla laurea, per motivi meramente economici.
Svolse così il servizio militare come telegrafista e quando terminò tornò a vivere dalla zia Maddalena.
I vicini di casa ricordano come l'Olivo trattasse molto male la zia che tanto si era spesa per garantirgli un'istruzione ricca e lunga.
Quando la zia morì improvvisamente, e già deceduto lo zio da alcuni anni, Alberto Olivo si guardò bene dal comunicarlo ai parenti più stretti di Maddalena Comoldi, un anziano fratello e il di lui figlio.
Prese tutta l'eredità della zia, che lo aveva ufficialmente adottato.
Quindi un uomo molto colto, amante della lettura e dello studio, si trasferì a Milano nel 1889, quando aveva 33 anni ed era ancora scapolo.
Andò a vivere in affitto in via Meravigli al 13 dove rimase alcuni anni; traslocò poi varie volte, in via Lecco, via Napo Torriani, via Crespi, corso Vittoria sino ad arrivare nel 1901 nel palazzo di via Macello 25.
L'Olivo amava la vita ritirata, durante la quale si dilettava a tradurre opere di autori stranieri. Conosceva infatti molto bene l'inglese, il francese e il tedesco e proprio in quel maggio 1903 aveva da poco concluso di tradurre dal tedesco il Guglielmo Tell di Schiller, proponendo all'editore Giacosa di pubblicarglielo.
Fu fidanzato per 5 anni con tale Maria Basaldella, di Udine, ma la famiglia di lei si oppose al matrimonio, proprio per il carattere arrogante e violento dell'Olivo.
Gli anni di fidanzamento furono talmente insopportabili per la Basaldella da portarla ad un fortissimo esaurimento nervoso, tanto anche fu rinchiusa in manicomio e ancora nel 1903 vi si trovava.
Altre stranezze dell'Olivo vennero a galla con le testimonianze di alcuni ex compagni di scuola e vicini di casa di Udine.
Era noto in città per uscire di casa a notte fonda e girare in solitudine nel buio, altre volte andava dal parrucchiere e quando i capelli erano tagliati a metà, prendeva e se ne andava... un'altra volta picchio il garzone del parrucchiere perchè lo aveva toccato spazzolandogli la giacca; odiava infatti essere toccato da chiunque.
Nel 1885 venne assunto da un grande cotonificio di Udine, come ragioniere, ma fu licenziato dopo un anno per il carattere intrattabile.
Nel 1889, come detto giunse a Milano e iniziò a lavorare come elettricista, un lavoro in quegli anni agli albori dell'elettrificazione delle città, di buon livello.
Ma a gennaio del 1900 venne assunto alla fabbrica di ceramiche Richard Ginori di San Cristoforo, lungo il Naviglio Grande.
Fu posto con un ruolo di rilievo nell'Ufficio Elettricità ed Igiene, di cui controllava la contabilità e la corrispondenza con fornitori e clienti.
Il pessimo carattere venne però a galla anche alla Richard Ginori. Tutti i colleghi ricordano l'Olivo come una persona odiosa, rancorosa, intrattabile, violenta e soverchiante.
In ogni discussione l'Olivo alzava la voce, mettendosi regolarmente contro tutti, lasciando sotto inteso come lui fosse sempre nella ragione e tutti gli altri dei poveri stupidi ignoranti.
Nel giro di pochi mesi tutti i colleghi che lavoravano nelle scrivanie vicine all'Olivo chiesero alla direzione di essere cambiati di tavolo o ufficio, in modo da stare il più lontano possibile da lui.
A quei continui momenti di rabbia, violenza e irritazione alternava giornate dove era affabile e chiaccherone, parlando continuamente e spesso di sua moglie, lodandola e raccontando tutte le sue virtù di casalinga brava e fedele.
Molti colleghi ricordano la giovane moglie dell'Olivo, dato che essa ogni tanto si recava allo spaccio aziendale della Richard Ginori e lo passava a salutare.
Tutti li ricordano come una coppia affiatata, con lui sempre molto gentile e premuroso verso di lei.
Presso la Trattoria Ceramica, nota come Trattoria Mosconi, a pochi passi dalla Richard Ginori, dove l'Olivo si recava a pranzo tutti i giorni, lo ricordava come un polemista furioso, sempre pronto a litigare su tutto e con tutti, irascibile, scontroso e pronto ad infiammarsi.
Ernestina Beccaro nacque invece a Sordevolo, vicino a Biella, il 14 agosto 1874, aveva quindi 18 anni meno di suo marito Alberto Olivo, la stessa differenza che vi era tra i genitori di lui.
Ernestina era figlia di Giuseppe Beccaro, soldato dell'Esercito Piemontese distintosi durante la Guerra di Crimea del 1855.
Era la decima di quattordici fratelli.
Non studiò e rimase analfabeta e morto il padre quando era ancora ragazzina, andò a lavorare come cameriera presso una famiglia di Biella.
Sino al marzo 1894 lavorò come cameriera presso varie famiglie del Biellese, sino a quando si trovò a casa di un noto medico della città. Dopo pochi mesi lui decise di licenziarla a seguito delle continue rischieste di denaro da parte sua.
Una volta licenziata Ernestina tornò più volte a minacciare il medico, sino ad arrivare al punto di recuperare una pistola, presentarsi sotto la finestra del medico e di sparagli in faccia, colpendolo di striscio sul mento.
Subito dopo Ernestina partì per Milano in cerca di fortuna e in fuga dalla giustizia di Biella.
Ernestina era una donna minuta e graziosa, sembrava sempre solare, spensierata e sorridente e dimostrava molti meno anni, tanto da sembrare quasi adolescente.
Giunta a Milano si recò presso la sorella maggiore Clotilde, emigrata anni prima, che le trovò lavoro come cameriera presso una famiglia di un parrucchiere abitante in via Lecco.
Bisognosa comunque di denaro chiese dei prestiti alla sorella, sino a quando questa non le chiese in pegno l'unica cosa di valore che Ernestina possedesse, un braccialetto in oro.
Quando venne l'estate Clotilde, a sua volta cameriera, si trasferì in Liguria al seguito della ricca famiglia presso cui lavorava. Quando a settembre tornò a Milano scoprì che Ernestina aveva abbandonato il posto di lavoro in via Lecco; Ernestina aveva trovato un altro posto di lavoro presso l'ingegnere Motta, abitante in via San Gerolamo 32, lungo il tratto del Naviglio Morto, oggi via Carducci.
Qui rimase per pochi mesi, venendo licenziata in tronco per non chiari motivi mentre era nel luogo di villeggiatura con la famiglia Motta.
Nei pochi mesi in cui era rimasta in via San Gerolamo, aveva fatto amicizia con la coppia di portinai, Carlo Cerri e Giuditta Oldani.
Quando i Motta licenziarono Ernestina questa chiese aiuto ai Cerri, che la ospitarono per alcuni giorni a casa loro. I Cerri erano molto più anziani e consideravano la povera e scapestrata Ernestina una sorta di figlia.
Il rapporto rimase molto stretto ed Ernestina passava sovente a trovare Carlo e Giuditta.
Cacciata dai Motta e ospitata dai Cerri, trovò infine lavoro in via Falcone, sempre come cameriera.
Clotilde, tornata a Milano, dopo lunghe ricerche della sorella scoprì che lavorava e viveva presso la famiglia Palanzini, appunto in via Falcone.
Clotilde si recò presso costoro, ma non trovò la sorella. Chiese così lumi su come sua sorella fosse arrivata a lavorare da loro e gli fu detto che era stata raccomandata da un "gobbo", che sosteneva di essere lo zio.
Aggiunse anche che qualche mese dopo il "gobbo" si presentò nuovamente alla famiglia e disse loro che da quel momento lui non avrebbe più avuto niente a che fare con Ernestina e che anzi presto si sarebbe sposata con un uomo.
La signora Palanzini aggiunse che il "gobbo" era un uomo abbastanza anziano, sicuramente sposato e con figli e che il rapporto tra lui ed Ernestina era equivoco...
Clotilde rimase sconvolta dalle novità e decise di rompere ogni rapporto con la giovane sorella.
"Il gobbo" era un certo Antonio Colombo, abitante in via Manzoni al 31 e noto contabile per molte grandi aziende e società di Milano. Benestante, sposato, con figli e già in là con l'età.
Egli sostenne di aver conosciuto casualmente Ernestina presso Bellagio, sul Lago di Como, nell'estate 1895, quando in vacanza con la famiglia vide la giovane mentre faceva da balia ai bambini della famiglia presso cui lavorava.
Disse che alcuni mesi dopo, tornato a Milano, fu fermato da Ernestina in corso di Porta Romana e di come lei gli ricordò che si erano visti a Bellagio.
Ernestina gli raccontò delle sue difficoltà a Milano, gli disse di avere 15 anni e il Colombo sostenne che per mero sentimento paterno si affezionò a lei, tanto di farle vedere dove abitava, allora in via Rastrelli e di lasciarle detto di avvisarlo se avesse avuto mai bisogno.
Dopo poche settimane il Colombo sostenne di aver ricevuto un biglietto da parte di Ernestina e che l'avesse incontrata fuori dal suo ufficio in via Larga.
La giovane pianse a dirotto raccontando di come avesse perso il lavoro, non avesse soldi e nemmeno vestiti e nemmeno un tetto.
Il Colombo le prese così in affitto una stanza in via Vittoria, oggi via De Amicis, e le diede una somma di denaro.
Dopo alcuni mesi Ernestina trovò lavoro e alloggio presso la famiglia Palanzini in via Falcone e
Sempre il Colombo raccontò come poco tempo dopo Ernestina si presentò sotto l'ufficio di via Larga e gli disse di essersi fidanzata, con un uomo che voleva sposarla.
Colombo disse che Ernestina lo considerava il suo tutore e quindi voleva presentargli il fidanzato e chiedere la sua approvazione.
L'uomo era Alberto Olivo.
Pochi giorni dopo Ernestina incontrò per caso la sorella Clotilde in via Manzoni; la sorella maggiore la rimproverò per aver abbandonato il lavoro di via Lecco e per frequentare un anziano "gobbo".
Ernestina replicò che il "gobbo", Antonio Colombo, era il suo benefattore, un uomo che le faceva da tutore e padre e che lo aveva conosciuto nel Duomo, quando lei, sola e senza casa e lavoro, piangeva in un angolo della cattedrale.
Il Colombo le avrebbe detto che per puro spirito umanitario la prendeva sotto la sua tutela e che l'avrebbe aiutata e che fu lui a presentarle la famiglia Palanzini, presso cui le andò a lavorare.
La versione di Colombo e quella di Ernestina riguardo a come si erano conosciuti erano totalmente differenti.
In quegli stessi giorni Ernestina andò a presentare il suo nuovo fidanzato, Alberto Olivo, a Carlo e Giuditta Cerri, i portinai di via San Gerolamo.
I Cerri rimasero colpiti dall'Olivo, colto, ben vestito, simpatico e premuroso verso l'Ernestina.
Ernestina raccontò poi loro di come avesse conosciuto l'Alberto.
Un giorno del dicembre 1895 era stata mandata dalla famiglia presso cui lavorava da un noto sarto in centro a Milano, a ritirare un abito. Nel negozio, intendo a farsi prendere le misure, c'era Alberto Olivo, che rimase fulminato dalla bellezza di Ernestina e iniziò a corteggiarla, sino a chiederle la mano pochi giorni dopo averla conosciuta.
Un'altra versione di come si erano conosciuti i due.
Sempre in via Manzoni Clotilde rivide la sorella, abbracciata ad un uomo anziano. Pensando fosse il famoso "gobbo" le andò incontro con sguardo minaccioso, ma Ernestina le presentò il suo fidanzato: Alberto Olivo.
I due convivevano da alcune settimana in una camera di via Bagutta al 24 e presto si sarebbero sposati.
Ernestina disse alla sorella che "ora sono una Signora", al ché Clotilde le rispose che se era una signora le restituisse le 10 Lire che le aveva imprestato.
L'Olivo, col suo carattere irruento, intervenne nella discussione tra le sorelle e disse che sarebbe andato lui a portare le 10 Lire a patto che restituisse il braccialetto.
Una settimana dopo l'Olivo si presentò in via Senato al 10, dove lavorava Clotilde. Ma al posto di restituire le 10 Lire, chiese una dote per il matrimonio con Ernestina.
Sostenne che Clotilde gli doveva dare della mobilia e i corredi e i vestiti che possedeva, come dote di nozze.
Ovviamente Clotilde rifiutò e se ne tornò in casa; alcuni giorni dopo l'Olivo si presentò ancora in via Senato e disse di avere le 10 Lire. Clotilde scese quindi col braccialetto in mano, ma l'Olivo glielo strappò via e fuggì ridendo.
Clotilde decise così di rompere ogni rapporto con i due.
Passarono ancora pochi giorni e una delle tante sorelle di Ernestina arrivò a Milano in cerca di lavoro. Si trattava di Fortunata, di 14 anni. Clotilde non avendo posto dove sistemarla la indirizzò da Ernestina e Alberto.
In meno di una settimana Fortunata trovò lavoro come bambinaia presso una famiglia di Milano e si trasferì a vivere presso di essi.
Clotilde e Fortunata riuscirono a vedersi dopo alcune settimane e Fortunata raccontò alla sorella maggiore di come fosse drammatica la situazione a casa di Ernestina e Alberto.
Le raccontò di come lui fosse folle, autoritario, violento e avaro.
Alberto chiudeva a chiave tutti gli armadi e i cassetti e la chiudeva in casa quando andava a lavoro, lasciandole pochissimo cibo e niente altro.
Spesso la picchiava e mentre Fortunata era presente, le spaccò il naso a pugni.
Alternava poi momenti di grande affetto, prendendo Ernestina sulle gambe e trattandola come una bambina.
Fortunata perse il lavoro in breve tempo e si ritrovò a dover chiedere un letto da Alberto ed Ernestina.
L'Olivo la fece entrare in casa, la prese a sberle, le sottrasse le 7 Lire che aveva in tasca, tutti i suoi risparmi e la cacciò fuori.
Fortunata corse da Clotilde, che a sua volta andò da un avvocato per sporgere querela.
Ma il timore che il nome della famiglia venisse infangato dai comportamenti di Ernestina col Colombo, fecero sì che dopo poco la querela venisse ritirata.
Fortunata tornò così a Biella, mentre Clotilde decise di non vedere mai più Ernestina e Alberto.
Il 17 gennaio 1896 i due si sposarono, giorno di Sant'Antonio Abate, protettore dei matrimoni.
Olivo in una lettera ad un amico di Udine scrisse che i suoi due testimoni di nozze si chiamavano Antonio, che il prete che celebrò il matrimonio era don Antonio e che il brumista che guidava la carrozza si chiamasse pure lui Antonio. Il matrimonio nasceva quindi sotto tutti i migliori auspici.
Nella stessa lettera decantava le qualità, le doti e le virtù della giovane moglie.
Lei aveva 22 anni, lui 40.
Passarono due anni e nel 1897 Ernestina e Clotilde si incontrarono casualmente in Piazza del Duomo.
Ernestina chiese perdono alla sorella, che la portò a casa sua, in via Galilei, essendosi nel frattempo sposata con un operaio della Pirelli, Giovanni Panzeri.
Alla presenza del marito, Ernestina in lacrime raccontò i suoi ultimi due tremendi anni.
Poco dopo i fatti con Fortunata scoprì di essere incinta, ma che Alberto continuava a picchiarla e a prenderla a calci sulla pancia, tanto che infine partorì un bambino morto.
Aveva poi subito una grave operazione all'Ospedale Fatebenesorelle e rimase 5 settimane tra la vita e la morte; il marito Alberto non andò mai a trovarla.
Disse che il marito era egoista, avarissimo, violento e che ormai era del tutto disinteressato a lei, che poteva sparire giorni senza che lui le chiedesse dove fosse stata.
Ernestina raccontò poi di come il "gobbo", Antonio Colombo, fosse in realtà un conoscente dell'Olivo e di come gli avesse promesso per 500 Lire se avesse l'avesse sposata.
Lasciava intendere che il Colombo, impaurito dalle voci che giravano sempre più di un suo rapporto con la giovane di facili costumi, avesse organizzato un "matrimonio riparatore" con un suo conoscente, pagandolo per questo e in modo che anche l'Ernestina ne avesse da guadagnare, trovando finalmente una casa e una famiglia.
Alla vigilia delle nozze il Colombo consegnò all'Olivo solo 450 Lire. Olivo si infuriò e minacciò di non sposarsi
Il matrimonio venne così spostato di vari mesi sino a quando il Colombo non consegnò anche le ultime 50 Lire!
Alberto Olivo continuava a picchiare e a insultare la giovane moglie, dandole spesso dell'analfabeta.
La povera Ernestina decise così di prendere delle lezioni private da una maestra elementare che si recò un paio di volte a casa loro per insegnarle a leggere.
Quando Alberto lo scoprì licenziò la maestra e fece una violenta sfuriata contro la moglie, urlando che era una spendacciona.
Le cose continuarono a peggiorare. Quando Ernestina faceva la spesa, l'Olivo si precipitava dai negozianti per contestare il conto e proibire loro di vendere merce alla moglie.
I vicini di casa ricordarono poi le infinite liti tra i due e di come Ernestina dopo alcuni mesi iniziò a rispondere sempre più al marito, tanto da arrivare a diventare violenta lei stessa.
Una volta gli lanciò un vaso di fiori in faccia.
Le liti continuarono incessantemente per anni, sino a giungere al maggio 1903.
Da circa due anni i coniugi si erano trasferiti in un quadrilocale in via Macello al 25, oggi via Cesare da Sesto al 23, all'angolo con piazza Sant'Agostino, vicino a Porta Genova.
La casa si affacciava sulla piazza del Macello, dove dal 1861 si macellavano senza sosta decine di migliaia di animali.
Ogni anno vi venivano uccisi e macellati 15.000 buoi, 70.000 vitelli, 30.000 vacche, 2.500 tori e 7.000 cavalli!
Nella casa di via Macello le risse, le urla e le violenze erano all'ordine del giorno, sia da parte di Alberto che da parte di Ernestina.
Alle 7:30 del mattino di sabato 16 maggio Ernestina uscì dal portone della casa di via Macello per andare a fare la spesa. I custodi la videro rincasare verso le ore 8.
Da quel momento nessuna la vide più, tranne i vicini di pianerottolo, una coppia di anziani coniugi che aveva un po' adottato l'Ernestina.
Dopo le molte urla e sfuriate e litigate era infatti da loro che la giovane si rifugiava a confidarsi.
Anche quella tardo pomeriggio l'Ernestina andò a casa loro e raccontò l'ennesimo litigio e ricoprì, come sempre, di insulti il marito.
La vicina, come sempre, le disse che non doveva usare quegli epiteti, perché dopo tutto, l'Alberto non le faceva mancare nulla.
Ma l'Ernestina quella volta realmente preoccupata, chiese loro se le potevano imprestare la pistola che il marito deteneva regolarmente.
Ovviamente le fu detto di no, venne tranquillizzata e mandata a casa...
Durante la notte gli inquilini del piano sotto i loro, i farmacisti Spagnoli, sentirono scoppiare una delle solite violentissime liti, che durò però pochi attimi, conclusa da un urlo soffocato e dal un pensate tonfo sul pavimento.
Gli Spagnoli pensarono che l'Olivo avesse colpito talmente violentemente la moglie da averla fatta cadere per terra.
Il mattino di domenica 17 vari inquilini si trovarono al piano terreno per discutere dei fatti della sera precedente.
In molti avevano sentito il botto violento e l'urlo soffocato e alcuni temevano che la donne fosse stata uccisa.
Mentre gli inquilini decidevano il da farsi, dalle scale scese il ragionier Olivo, che del tutto tranquillo salutò i presenti.
La portinaia con fare inquisitorio gli chiese: "Tutto bene signor Olivo? E la di lei moglie dov'è?"
Con fare assolutamente tranquillo rispose che la moglie aveva deciso di partire e andare dai parenti a Biella e che non sarebbe mai più tornata.
Lasciò intendere che tra i due era finita e disse che stava preparando le valige per spedire tutti gli abiti e le proprietà di Ernestina in Piemonte.
Con la sfacciataggine tipica delle portinaie milanesi di un tempo gli disse: "Ma che invece non sia fuggita con qualcuno?"
Davanti ad una insinuazione così pesante l'Olivo stranamente non reagì e si accontentò di dire che era impossibile, vista la correttezza della moglie.
Come se nulla fosse, all'ora di pranzo uscì di casa, si diresse alla Trattoria Ceramica a San Cristoforo e vi pranzo, per poi tornare in via Macello.
Poi passò il resto della giornata a lavare via il sangue dal pavimento e dai mobili di casa, ma quando giunse l'ora di cena, riprese il tram e andò nuovamente alla Trattoria Ceramica a mangiare.
L'Olivo, come poi ricordarono i gestori e le cameriere della trattoria, aveva una vistosa fasciatura alla mano destra.
Lunedì 18 uscì normalmente di casa, prese il tram per andare sino a San Cristoforo, entrò alla Richard Ginori e si presentò al lavoro alle 7:45 precise.
Tornato a casa alle ore 19 trovò davanti alla porta dell'appartamento l'anziano vicino, presso il quale la moglie sovente andava a trovare rifugio.
Questi entrò in casa e vide che tutte le porte erano chiuse e che l'Olivo non lo fece andare oltre la sala d'ingresso.
Gli disse che a nome di tutti gli inquilini voleva sapere come stesse l'Ernestina, viste le urla della notte precedente.
L'Olivo, con tono rassicurante, gli disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi, che la moglie era andata a Biella dai parenti dopo la litigata, come aveva già fatto parecchie volte in passato e che sarebbe prima o poi tornata.
Il vicino non si fece abbindolare al ché l'Olivo mostrò la mano fasciata e gli disse che era stato accoltellato dalla moglie, in preda ad un raptus di follia.
Il vicino gli chiese allora se dopo averla disarmata non avesse pure lui attentato alla sua vita, uccidendola o ferendola.
E lo esortò a dire la verità.
L'Olivo con un sorriso gli rispose che la verità gliela aveva già detta e di non preoccuparsi.
Anzi, già che c'era ne approfittò per chiedere al vicino se avesse una valigia da imprestargli, per mettere gli abiti dell'Ernestina e spedirli a Biella...
Il vicino rifiutò, sostenendo di non possedere valige, poi se ne tornò a casa sua.
Andò regolarmente a lavora martedì 19 e mercoledì 20, pranzando alla Trattoria Ceramica e cenando a casa.
In una di quelle due giornate l'Olivo ebbe anche il coraggio e l'incoscienza di chiedere ad uno dei sospettosi vicini di casa se gli poteva fare una cortesia: portare una piccola borsa con degli indumenti dell'Ernestina nella vicina lavanderia, dato che sapeva che il vicino già vi si sarebbe recato come tutte le settimane.
L'Olivo confessò poi che dentro la borsa finita in lavanderia vi erano gli indumenti intimi della moglie, macchiati di sangue!
La sera del 20 l'odore del cadavere chiuso nella camera da letto stava diventando insopportabile.
L'Olivo, che da tre giorni dormiva in soggiorno, entrò nella camera da letto, armato di coltelli e mannai tagliò le gambe, le braccia, i piedi, la testa.
Poi svuotò il tronco di tutti gli organi interni, tagliando gli organi in piccoli pezzi e buttandone le parti più piccole nello scarico del bagno, le altre chiudendole in sacchi riempiti a loro volta di naftalina e cloruro di sodio, che era andato probabilmente a comprare poche ore prima.
Al processo raccontò, con disprezzo, che il fegato della moglie era molto molto ingrossato, probabilmente perché beveva troppo.
Chiuse infine i poveri resti della moglie dentro una grossa valigia.
Giovedì 21 era la Festa dell'Ascensione, allora giorno festivo, con le fabbriche chiuse; Olivo uscì alla mattina prestissimo, con una grossa valigia carica di vestiti e abiti della moglie.
Col tram si diresse in via San Gerolamo, dai portinai che le aveva presentato Ernestina alcuni anni prima.
Questi si trovarono di fronte l'Olivio che tutto trafelato chiese loro di custodirgli una valigia per qualche ora. Una valigia molto pesante.
Nemmeno due ore dopo l'Olivio tornò a ritirare la valigia, ringraziò e sparì.
Prese il treno e si recò a Monza, dove vendette il contenuto della valigia ad un rigattiere per 20 Lire, poi tornò in via San Gerolamo e chiese al Cerri se poteva nuovamente custodirgli la valigia, che appariva vuota.
Alla sera andò poi a cenare come al solito a San Cristoforo.
Gli altri avventori e i gestori si accorsero tutti dello sguardo tetro e cupo dell'Olivo, normalmente attaccabrighe, polemico e fastidioso con tutti.
Venerdì 22 l'Olivo non si presentò al lavoro, cosa del tutto inusuale per un uomo metodico, preciso e maniacale come lui, andò invece in via San Gerolamo e si fece restituire dal Cerri la valigia vuota.
Dopo, presumibilmente, prese il treno e si recò a Genova per fare un sopralluogo. Passò con la valigia vuota davanti alle guardie daziarie che lo ignorarono, trovò e cercò un albergo nei pressi della stazione e poi andò sui moli a vedere dove affittavano delle barchette. La sera fece ritorno a Milano.
Sabato 23 alle 7:45 era in ufficio; tutti i colleghi si accorsero che l'umore dell'Olivo era strano. Taciturno, con lo sguardo fisso nel vuoto, praticamente senza lavorare talmente era assorto nei suoi pensieri. Pranzò alla solita trattoria, finì il lavoro... ma non tornò mai a casa.
Da San Cristoforo andò in via Pontaccio, a Brera, si infilò dentro l'Osteria del Formentone, si presentò al banco e chiese di cenare e di avere una camera per dormire.
Diede come generalità quelle di Francesco Alberti, da Udine, fu Luigi, di anni 45, impiegato.
Gli diedero la chiave della camera n°4, al primo piano.
Mangiò un piatto di "busecca", la tipica trippa in brodo, un secondo, parve di buon umore agli altri commensali. Poi pagò e uscì, tornando un paio di ore dopo con una grossa e pesantissima valigia.
Quando il cameriere dell'osteria prese la valigia per portargliela al primo piano, commentò chiedendo scherzosamente all'Olivio se vi fossero dei sassi.
L'Olivio ringhiò di farsi i fatti suoi.
Poi pagò la stanza e salì in camera.
All'alba si alzò e con la pesante valigia andò alla Stazione Centrale di Porta Principe Umberto, oggi Piazza della Repubblica, e prese il primo treno per Genova.
Il diretto Milano Genova arrivò alle 11:15 di domenica 24 maggio a Piazza Principe.
Passò tranquillamente davanti a dazieri che avrebbero dovuto fermarlo per controllare cosa portasse nella grossa valigia e prese il taxi numero 46, guidato dall'ignaro Giovanni De Martini.
Si fece portare a nemmeno duecento metri di distanza, in un infimo albergo di nome Andrea Doria.
Il tassista scaricò la pesante valigia e chiese come da tariffa i 20 centesimi in più per il bagaglio, che il tirchissimo Olivo rifiutò di pagare.
Prese una stanza, pagò, diede le stesse generalità false del giorno precedente, portò la valigia in stanza, ridiscese, pranzò e poi si diresse al Molo Federico Guglielmo.
Lì si mise in cerca di un barcaiolo e gli indicarono "il Piccin", al secolo Giacomo Massa, di 57 anni, così chiamato per la bassa statura.
L'uomo, di Sapierdarena, di mestiera faceva il barcaiolo, con licenza numero 1801.
Vide arrivare sul molo un uomo di mezza età, con un abito chiaro ed elegante e dei grossi baffi neri.
Questi gli chiese se poteva fare un giro per la parte esterna del porto e "il Piccin" accettò di buon grado.
L'Olivo però chiese se si poteva portare dietro la valigia, che aveva all'albergo Andrea Doria.
Nonostante la stranezza il Massa accettò e lo stesso fece quando l'Olivo gli chiese di accompagnarlo all'albergo per prendere la valigia, garantendogli che non pesava tanto.
Giunti all'albergo l'Olivo salì a prendere la valigia e offrì un bicchiere di vino al barcaiolo.
Una volta ridisceso la affidò al Massa, che protestò vivacemente per il peso notevole, tanto da doverla caricare su una spalla.
Una volta in mare il Massa iniziò a fare un giro turistico del Porto Antico, ma pochi minuti dopo l'Olivo gli disse che non gli interessava e che voleva vedere il Molo Galliera, in quegli anni di inizio secolo, prima dei grandi lavori di ampliamento del porto, il molo più lontano dall'abitato, che fungeva anche da diga foranea.
Il Massa allora si girò, dando le spalle all'Olivio e alla sua pesante valigia e iniziò a remare con gran forza verso il Molo Galliera.
L'Olivo lo incitò più volte, incitandolo a vogare più veloce, cosa che il Massa fece.
Ad un certo punto il Massa, sempre dando le spalle all'Olivo, sentì un forte tonfo nell'acqua.
Si girò di colpo e vide l'Olivio che lo guardava con aria assente e un grosso involucro di tela chiara, chiuso alle due estremità con delle corde, che affondava in mare.
Il Massa chiese all'Olivo cosa fosse e quello rispose che non c'era niente di cui preoccuparsi, che erano cose inutili che preferiva gettare in mare piuttosto che pagare il dazio una volta tornato a casa.
Il Massa guardò con paura la faccia pallida dell'Olivo, con in braccio la valigia vuota e il sacco che lentamente affondava nel mare scuro.
Poi l'Olivo ordinò al barcaiolo di tornare rapidamente a riva.
Cosa che il Massa, terrorizzata, fece il più velocemente possibile.
Olivo scese a terra alle 16:25, diede le 5 Lire pattuite al Massa e, sempre con la valigia in mano, ritornò verso l'albergo Doria, dove lavò l'interno della valigia, per poi andare a dormire.
Prima dell'alba si svegliò e prese il primo treno per Milano, arrivandoci alle 6:30; corse in via San Gerolamo e diede ai portinai, i coniugi Cerri, la valigia.
Loro la presero con titubanza, soprattutto quando si resero conto che era vuota e ancora umida per il lavaggio.
L'Olivo disse loro che gliela avrebbe lasciata per qualche giorno.
Poi si diresse tranquillamente a San Cristoforo per lavorare, mangiando poi, per l'ultima volta, alla Trattoria Ceramica, in quel lunedì 25 maggio.
Anche la sera del 25 si recò a dormire presso l'Osteria del Formentone di via Pontaccio.
Il 26 maggio i poveri resti dell'Ernestina affiorarono nel Porto Antico di Genova; i tre turisti milanesi li trovarono e li riportarono a terra dando l'allarme.
La notizia giunse a Milano la sera stessa, coi quotidiani del pomeriggio.
Gli abitanti del palazzo di via Macello 25 rimasero sconvolti venuti a conoscenza dei resti di Genova.
Iniziarono a parlare tra loro, sui pianerottoli, poi col portinaio Giovanni Brame e decisero di avvisare la Pubblica Sicurezza.
Il sospettato era Alberto Olivo.
Cinque agenti di polizia, guidati dal delegato Stajano e dal commissario Ceola, iniziarono a seguire, in borghese, l'Olivo, a controllarne la casa, giorno e notte.
La polizia si era accorta che l'Olivo non dormiva più in casa da vari giorni e che vi si recava solo poco prima dell'alba, probabilmente per cambiarsi d'abito.
Alle 5 del mattino la polizia si appostò sulle scale della casa di via Macello e iniziò ad attendere l'Olivo.
Alle 6 del mattino l'Olivo iniziò a salire le scale del palazzo, tra il terzo e il quarto piano si trovò circondato da agenti in borghese, che gli dissero di doverlo portare a fare quattro chiacchiere col Questore.
L'Olivo, visibilmente spaventato disse che era a loro disposizione.
Il delegato Stajano guidava il gruppetto, coll'Olivo al centro. Scesi in strada stavano per chiamare due carrozze, quando l'Olivo disse loro che stava arrivando il tram, che li avrebbe portati comodamente in Duomo.
Così fecero, poi attraversarono tutta la piazza, la Galleria, sbucarono in piazza San Fedele e si infilarono nella Questura, che allora si trovava proprio sul lato destro della chiesa, proprio davanti alla statua del Manzoni.
L'ispettore Vigevano e il delegato Stajano iniziarono l'interrogatorio, a cui l'Olivio inizialmente oppose un fermo silenzio, salvo poi dire che la moglie si trovava da dei parenti di Biella.
Ma il Vigevano lo mise alle strette e l'Olivio crollò dopo poco.
E confessò tutto...
Sabato 16 dopo pranzo i due iniziarono immancabilmente a litigare. Il litigio, più violento del solito, vide Ernestina brandire un coltello e tentare di colpire il marito.
Alberto disarmò la moglie ma si ferì la mano destra.
Le cose si calmarono e poco dopo il marito disse di non sentirsi bene e di coricarsi a letto.
Più tardi, era giù buio, l'Olivo ordinò alla moglie di preparargli una limonata.
Questa si rifiutò e iniziò ad insultarlo dandogli dello spilorcio, rompiscatole, impostore, porco, stupido e concludendo insultando la mamma del marito, urlando "quella vacca di tua madre".
L'Olivo raccontò di ricordarsi solo quelle urla e che null'altro gli rimase in mente di quello che accadde quella notte...
Domenica mattina 17 l'Olivo si svegliò e trovò il cadavere della moglie ai piedi del letto, colpito da numerose coltellate. Il pavimento un lago di sangue.
Disse che capì di essere stato lui, accecato dalla rabbia, ma di averlo fatto inconsapevolmente, nel sonno.
Istintivamente pensò di costituirsi ma poi, rifletté, lui odiava quella donna che lo disprezzava talmente tanto... da averlo obbligato ad ammazzarla! Quindi non si riteneva colpevole e che la colpa dell'omicidio era di quella donna volgare e ignorante.
Decise quindi di non consegnarsi alla Polizia, principalmente per preservare il suo buon nome...
Aggiunse infine che uno dei maggiori dissidi tra loro era l'insopportabile ignoranza di Ernestina.
La polizia si recò così nell'appartamento del delitto, in via Macello 25.
Al quarto piano, nella casa degli Olivio, trovarono una casa letteralmente strapiena di libri, e in perfetto ordine.
Solo dopo attenti rilievi apparvero i chiari segni di macchie di sangue lavate di fresco.
Nel pomeriggio arrivarono in Questura i portinai di via San Gerolamo, i Cerri, che portarono con loro la valigia che aveva lasciato in affido l'Olivo.
Anche nella valigia, seppure lavata, furono trovate grosse macchie di sangue.
Il giorno seguente la confessione, il 27 maggio, la polizia portò a Genova il portinaio Giovanni Brame, della casa di via Macello 25 e la portinaia Giuditta Cozzi, della casa di via San Gerolamo 32.
L'ispettore Rizzoni li accompagnò al "teatro anatomico", a riconoscere i resti della povera Ernestina.
Quando mostrarono la testa della vittima, la signora Cozzi quasi svenì.
Il volto della povera Ernestina era infatti sfigurato dalle profonde coltellate inferte dal marito, sulla nuca, le guance e quel che restava del naso.
Entrambi i testi riconobbero la vittima, soprattutto grazie all'assenza di 4 denti nell'arcata inferiore.
Giuditta Cozzi disse poi ai giornalisti che la intervistarono fuori dal "teatro anatomico" che "La poveretta ha pagato ben caro la condotta un filo leggera che aveva..."
Alberto Olivo venne chiuso in galera.
I quotidiani di tutta Italia, e anche di alcuni Paesi stranieri, raccontarono morbosamente la vicenda, sprecando dettagli truculenti, interviste a tutti i vicini di casa, alla portinaia del palazzo di via Macello 25, colleghi di lavoro, osti, brumisti, barcaioli...
Alcuni quotidiani parlarono di un caso simile a quello di Jack lo Squartatore, che solo 15 anni prima aveva terrorizzato Londra.
L'Olivo, reo confesso, iniziò ad essere dipinto come, sì un assassino, ma un brav'uomo, molto colto, che leggeva i classici in tedesco, che si dilettava di poesia, che era un duro lavoratore, integerrimo, rigoroso e preciso, un uomo parco ma che non faceva mancare nulla alla moglie, che invece, veniva sottolineato, era analfabeta, ignorante, volgare, ma con enormi slanci di carità e benevolenza verso i più deboli e poveri.
Si sprecarono le illazioni sul rapporto tra la Ernestina e il Colombo, sul fatto che il matrimonio tra l'Olivo e la moglie fosse organizzato solo per denaro, che la donna fosse di facili costumi...
Il Corriere della Sera così descrisse la vittima dell'omicidio e glorificò il carnefice:
Alla fine, l'istruttoria contro Alberto Olivo venne chiusa il 16 luglio 1903.
Il Procuratore del Re, Biasioli, accusò formalmente l'Olivo di assassinio premeditato e vilipendio di cadavere.
Nei due mesi passati in carcere scrisse varie lettere, soprattutto a lontani parenti e amici di gioventù di Udine.
Le lettere, incredibilmente, finirono pubblicate su tutti i quotidiani. L'Olivo non fece mai cenno dell'omicidio, pregando di vendere tutti i suoi averi, eccezion fatta per gli amati libri, da riporre in ordine dentro una cassa da conservare in luogo non umido.
Fece poi richiesta di avere i suoi indumenti, intimi e non, in modo di potersi presentare al processo in ordine e ben vestito.
In nessuna lettera traspariva un rimorso o un senso di pentimento.
Gli avvocati dell'Olivo, guidati dall'avvocato De Grandi, annunciarono di volersi avvalere di una perizia psichiatrica.
Venne alla luce che l'Olivo, nella confessione, aveva accennato ad un amante della moglie, un noto medico milanese.
Secondo l'Olivo la moglie si era procurata dal medico, o gli aveva sottratto del veleno, col quale aveva cercato di ucciderlo, mescolandoglielo in un bicchiere di vino, la sera del fatale litigio.
Quella fu la vera causa dell'omicidio secondo l'Olivo.
Iniziò così un processo dove l'assassino pareva la vittima e la vittima pareva l'istigatore.
Ernestina Beccaro venne dipinta sempre come una donnetta inutile, sciatta, volgare, ignorante, che si era sposata solo per interesse e per sistemarsi, ai danni di un uomo che non amava e che anzi disprezzava.
L'Olivo venne invece glorificato. L'origine modesta, la morte del padre e della madre, le borse di studio, l'università abbandonata ad un passo dalla laurea, gli studi delle lingue straniere, la poesia, la dedizione al lavoro, l'onestà e la rettitudine assoluta, l'essere praticamente astemio...
Venne paventata la possibilità che l'Olivo avesse sposato quella donna per mero calcolo. Un brava e giovane massaia, senza pretese, ignorante e perfetta da rinchiudere in una casa a far da mangiare e lavare i panni. Proprio quel che cercava l'Olivo, un uomo forse colto e intelligente ma sicuramente avaro, di denaro e di sentimenti.
Nel mese di febbraio e marzo del 1904 i maggiori studiosi, si attorcigliarono alla mente dell'Olivo e a metà aprile giunsero alla conclusione, che mandarono alla Corte d'Assise che egli non era infermo di mente mentre ammazzava la moglie, al contrario, era perfettamente lucido e consapevole.
Ma che egli l'uccise perché PROVOCATO e SENZA PREMEDITAZIONE.
Nel frattempo l'Olivo strepitava a San Vittore per avere sempre più libri da leggere, soprattutto dei suoi amati poeti Aleardo Aleardi e Giovanni Prati.
Pochi giorni prima dell'inizio del processo giunge una lettera al Corriere del celebre psichiatra Cesare Lombroso, che sostiene una parziale infermità mentale dell'Olivo e sostanzialmente una sua non colpevolezza.
Il 31 maggio si aprì infine il "processo del secolo" ad Alberto Olivo, uxoricida reo confesso.
La difesa invoca l'infermità mentale, i consulenti e i periti la negano, i giurati sono soggiogati dall'uomo colto e onesto e infastiditi dalla donnetta ignorante e forse dedita alla prostituzione.
La difesa cala l'asso della stregoneria, la vittima, l'Ernestina, preparava bevande e cibo col sangue delle sue mestruazioni e la rifila al marito, tentando di avvelenarlo!
Si sostiene che l'Ernestina sia stata una prostituta, prima di conoscere il Colombo, che poi la "cedette" all'Olivo in cambio di denaro, per mettere a tacere le pericolose voci che circolavano in certi ambienti alto locati.
L'Olivo appare ben vestito, elegante, forbito, anche sorridente.
L'Ernestina non c'è. E quando c'è viene ricoperta di illazioni, volgarità, sospetti.
Depongono testi che raccontano di quanti amanti avesse, di quanto odiasse il marito avaro, supponente, rancoroso e noioso.
Arriva Augusto Richard, proprietario della Richard Ginori, che racconta di come Olivo sia un ottimo lavoratore ma troppo burbero, angoloso e bisbetico coi colleghi.
L'11 giugno 1904 Alberto Olivio viene condannato per l'omicidio della moglie a... DODICI GIORNI DI CARCERE.
D O D I C I G I O R N I
E 125 Lire di multa. Meno di una mensilità del suo stipendio alla Richard Ginori.
L'Olivo viene quindi "condannato" solo per l'occultamento e lo scempio del cadavere.
Aveva quindi ucciso la moglie perché seminfermo di mente in quel preciso momento, provocato, istigato e quasi obbligato ad ammazzare... dalla stessa vittima.
Un pallidissimo Olivo ascoltò la sentenza incredulo e quando dal pubblico si levarono degli applausi, egli si girò e si inchinò tre volte. Qualcuno ebbe la decenza di urlare "vergogna", e i Carabinieri fecero sgomberare l'aula.
Fuori, in piazza Beccaria, una enorme folla attendeva la sentenza.
La Procura del Re fece ricorso e contemporaneamente l'Olivo fu rilasciato ma la polizia invitata a pedinarlo costantemente, dato che se il ricorso fosse stato accettato, l'Olivo sarebbe tornato in carcere in attesa di un nuovo giudizio.
L'Olivo si trasferì a casa di un amico, in via Torino al 53 e salvo brevi passeggiate e una trasferta a Torino per farsi esaminare da Lombroso, fece vita molto ritirata sino alla pronuncia della Cassazione, nel luglio dello stesso 1904, quando annullò il processo di Milano.
Il giorno prima della pronuncia l'Olivo spedì una lettera al Corriere della Sera:
L'Olivo venne immediatamente arrestato, temendo proprio una fuga all'estero. Sotto la casa di via Torino si era radunata una folla di curiosi; ad arrestarlo fu ancora una volta il delegato Stajano.
Portato a San Vittore volle e gli diedero la cella numero 26, dove aveva già trascorso lunghi mesi.
Fuori da San Vittore un'altra folla lo attendeva, chi fischiando, chi applaudendo.
L'opinione pubblica, la stampa e l'Italia intera si spezzarono ancora una volta in due. Chi a favore della vittima, chi del carnefice.
Fu fissato un altro processo a novembre, alla corte di Assise di Bergamo.
Nel frattempo, il 31 agosto, l'uxoricida venne trasferito al manicomio di Bergamo per sottoporlo ad una lunga e attenta perizia psichiatrica.
In quegli anni della Belle Epoque i processi aveva una durata lievemente inferiore rispetto a quelli odieni... Da molti anni, o decenni, a pochi giorni o poche ore...
Il 20 novembre iniziò così un nuovo processo.
Si rividero praticamente tutti i testi del processo precedente, con in più la partecipazione del Professore Andemino, assistente del Lombroso.
Questi spiegò come l'Olivo fosse chiaramente un epilettico per via dell'asimmetria del viso, della "deficiente presenza di capelli e peluria", un'apertura delle braccia superiore alla statura, l'eccessivo sviluppo dei muscoli del collo, gli orecchi "sessili" e diversi tra loro...
L'Andemino sottolineò poi che alcune delle deformità dell'Olivo sono riscontrabili tra le scimmie e i cavalli che soffrono di epilessia... suscitando la grande ilarità tra il pubblico.
In pratica l'Olivo era innocente perché glabro e tarchiato...
Un altro specialista, il Professor Antonini sottolineo la probabili epilessia che causò la momentanea incapacità di intendere e volere per via del padre, dello zio e del cugino, tutti alcolizzati, del fatto che l'Olivo fosse settimino e della conseguente gracilità...
Il 3 dicembre fu infine la volta del celebre Professor Lombroso, che arrivò in pompa magna a Bergamo.
Il 4 dicembre col processo in pieno svolgimento, il Corriere della Sera annunciò la pubblicazione di un libro scritto a 3 mani: Lombroso, Bianchi, giornalista del Corriere e nientemeno che Alberto Olivo!
Il Lombroso ovviamente dedicherà le sue pagine allo studio della mente dell'Olivo. Il Bianchi, giornalista, si dedicherà agli aspetti penali del processo. L'Olivo presenterà sé stesso, grazie ad una autobiografia scritta assieme al Lombroso durante il precedente mese di luglio!
Il tutto per sole 3 Lire!
Il Lombroso arrivò a paragonare Alberto Olivo a Raskol'nikov di Delitto e Castigo di Dostoevskij!
L'Olivo fu ancora condannato per scempio e vilipendio di cadavere. Ancora a 12 giorni di galera. E ancora a 125 Lire di multa.
Una beffa.
Non per l'Olivo, non per il Lombroso, che ancora una volta trionfa nelle aule di un tribunale grazie alle sue folli, irrazionali e del tutto fantasiose idee strampalate, che allora però sono riconosciute come il Verbo.
Fu infatti il Lombroso, nella lettera spedita durante il processo di Milano a farla da padrone.
Olivo era colpito da “iracondia morbosa epilettica”, causata da una moglie di facili costumi e sua volta epilettica.
Lei era la vittima, lei era il carnefice di sé stessa.
Forse consapevole di aver esagerato, il Lombroso nella requisitoria di Bergamo tentò di salvare il salvabile, sostenendo sì la sua tesi, ma che in fondo l'Olivo era comunque un pazzo da condannare al Manicomio Criminale a vita, perché alla fine aveva ucciso la moglie.
La giuria di Bergamo fu però più lombrosiana del Lombroso stesso, e si arrese a cotanta scienza e alla “iracondia morbosa epilettica”.
Il rappresentante dei Giurati, signor Donizetti, lesse il verdetto e "assolse l'Olivo dall'aver commesso il fatto". Dieci voti a favore contro due contrari.
La giuria di Bergamo decise così che l'Olivo, dato che gli psichiatri aveva detto che poteva essere incapace di intendere e volere, poteva anche non essersi reso conto che un terzo uomo potrebbe essere entrato in casa e aver ucciso la moglie.
Furono invece confermati i 12 giorni di detenzioni per lo scempio del cadavere...
Il pubblico dentro il tribunale orobico e quello assiepato fuori scoppiarono in un fortissimo applauso.
Visto l'anno intero trascorso in carcerazione preventiva, l'Olivo venne immediatamente rilasciato, prese il primo treno per Milano e si rifugiò dall'amico in via Torino, chiedendo alla stampa di dimenticarlo.
Alcuni giornalisti scrissero che la scelta della giuria di Bergamo fu una sorta di redde rationem dentro la Magistratura.
Colpevole a Milano di aver assolto, praticamente, un uxoricida reo confesso, che aveva scaricato buona parte del corpo della moglie nella latrina e la restante in fondo al mare.
Colpevole ancor di più a Roma, quando la Cassazione accortasi del furore dell'opinione pubblica contro la sentenza di Milano, aveva cancellato il giudizio precedente senza reali validi motivi legati al processo.
Colpevole sempre più a Bergamo, quando vennero presentati gli stessi identici indizi e testi e confessioni e contemporaneamente una parte dei periti dell'accusa, gli psichiatri onnipotenti, avevano fatto retromarcia, resosi conto di come il loro affrettatissimo giudizio aveva fatto assolvere una assassino bestiale.
Fu una palese e clamorosa sconfitta della Giustizia in tre atti. Milano, Roma, Bergamo.
Pochi giorni dopo il ritorno in libertà l'Olivo scrisse una lunga lettere al Corriere della Sera in risposta alla perizia del Lombroso, che era stata a sua volta pubblicata su quel quotidiano.
L'Olivo ci tenne a sottolineare che lui, al contrario di quanto scritto dal celebre psichiatra e da quanto detto durante il processo, ebbe lunghi e dolori pentimenti per quanto accaduto, e che passò settimane e mesi a piangere la moglie mentre era chiuso in cella.
E a riprova di ciò allegò un sonetto scritto in onore della moglie, intitolato "Quel dì".
Pochi anni dopo, nel 1910, il Professore Antonini, quello che attribuiva l'omicidio all'ereditarietà della famiglia Olivo di una epilessia dovuta all'alcolismo e al fatto che fosse settimino, scrisse e pubblicò:
"I pericoli delle Perizie Psichiatriche basate sulla sola osservazione dell'imputato nel carcere e nel dibattimento".
Nel saggio l'Antonini citava proprio il caso di Alberto Olivo, quale palese e clamoroso insuccesso della psichiatria criminale.
Il volume pubblicato da Lombroso, Bianchi e dall'Olivo stesso, con la sua autobiografia ebbe gran successo.
Se il Lombroso non fece altro che sostenere le sue tesi, Olivo da rinchiudere in manicomio e non in galera, l'autobiografia era realmente uno specchio della follia latente del suo autore.
Decine di pagine di pignoleria, rigore portato sino all'ossessione, avarizia, taccagneria, passione solo verso i numeri e i teoremi, assenza di sentimenti, soprattutto verso quella donna sposata solo per avere chi, gratuitamente o quasi, gli cucinava, riassettava la casa e faceva la spesa.
Solo questo voleva l'Olivo dalla moglie.
Ernestina Beccaro, che l'ignoranza e la giovane età portarono quasi sicuramente sulla cattiva strada della prostituzione, era alla ricerca di un'ancora a cui aggrapparsi, un uomo maturo, benestante, magari bonario, che la rendesse signora, come disse alla sorella quando la incontrò in via Manzoni. "Sono anch'io una signora".
Un tetto, del cibo, dei vestiti, magari qualche spicciolo e soprattutto qualche attenzione.
E invece dall'Olivo non ebbe né spiccioli, né attenzioni.
Il loro matrimonio, come venne ricostruito dalle testimonianze dei vicini degli appartamenti in cui abitarono, durò in serenità molto poco. Pochi mesi, forse un anno, poi iniziò un lungo pellegrinaggio di sfratti per le proteste dei vicini, sempre a causa dei litigi.
Ed Ernestina iniziò anche a riprendersi quella vita che tanto le piaceva e che aveva deciso di sacrificare in nome del bisogno.
Aveva un tetto, aveva del cibo e dei vestiti ma non aveva un amore.
Iniziò ad avere amanti in gran numero, che nemmeno si preoccupava di nascondere, parlandone tranquillamente coi vicini e anzi sfottendo il marito cornuto.
L'Olivo sicuramente sopportò per anni questo andazzo perché sostanzialmente gli andava bene.
Uomo scontroso e odioso, che probabilmente aveva bisogno di un carattere altrettanto iracondo con cui discutere, per sfogare le sue frustrazioni.
Avrebbe voluto essere un matematico, o un poeta, o un traduttore dal tedesco e invece lavorava in un ruolo certo non consono ad un uomo della sua cultura in una fabbrica di ceramiche...
Sopportò amanti in gran quantità perché palesemente non gli interessava.
Ma gli insulti, che lui stesso provocava, le liti continue, le infedeltà, gli scherni, forse le voci che iniziavano a girare lo portarono a scoppiare e a commettere il crimine peggiore.
Le incredibili circostanze processuali, la nascente psichiatria, le folli teorie del Lombroso e dell'Antonini, l'incapacità degli avvocati e dei pubblici ministeri, tutto portò un assassino reo confesso a venire assolto e condannato solo per lo scempio del cadavere.
L'Olivo continuò così la sua vita,
Lavorò proficuamente presso varie aziende di Milano, come responsabile commerciale grazie ai suoi studi e all'ottima conoscenza di tre lingue.
Nel 1906 Olivo, dopo una lunga disputa con la Censura, pubblicò a suo nome, un dramma in tre atti ed epilogo, dal titolo "Dal culmine all'abisso"... ovviamente trattava della sua storia.
Il protagonista, Mario, era un uomo simpaticissimo, coltissimo, ben voluto da tutti, che frequentava le migliori osterie dove era il mattatore.
La donna protagonista, Teresina, era una servetta ignorante ma molto bella.
Riuscì anche a pubblicare, nel 1909, un saggio "Sulla soluzione dell'Equazione Cubica di Nicolò Tartaglia".
Nel luglio dello stesso 1909 l'Olivo si faceva chiamare ragionier Freda e abitava in un appartamento ammobiliato di corso Buenos Aires. La proprietaria di casa, una certa signora Colombo ebbe varie discussioni con lui, sino a che un giorno il Freda chiese la restituzione del mese appena pagato perchè intenzionato ad andarsene. La Colombo rifiutò e il Freda la riempì di insulti di ogni genere e minacciò di picchiarla.
La Colombo per niente intimorita andò a denunciarlo in Questura, dove il Freda venne portato.
Quando entrò i poliziotti non riuscirono a credere ai loro occhi e uno di essi disse alla Colombo che quello non era il ragionier Freda, bensì Alberto Oliva, lo Squartatore.
La Colombo ritirò immediatamente la querela e l'Olivo se la cavò per l'ennesima volta.
Pochi mesi dopo fece domanda per cambiare nome e grazie ad un Decreto Reale assunse l'identità di Alberto Tela, il cognome da nubile della madre.
Sul finire del 1910 rispose ad una ricerca di personale della ditta Max Kohn, che aveva bisogno di un impiegato corrispondente. Tra i tanti candidati prevalse facilmente il ragionier Alberto Tela, che si trasferì così ad Ancona.
Nel marzo del 1911 un milanese in viaggio per lavoro lo riconobbe e nel corso principale di Ancona lo chiamò col suo vero nome. La voce si diffuse in un attimo e arrivò anche ai responsabili locali dell'azienda, che lo rimandarono a Milano dove il Tela/Olivo fu prontamente licenziato.
Ancora una volta intervistato dal Corriere l'Olivo disse che avrebbe fatto ricorso contro il licenziamento e che la gente non dovrebbe più occuparsi di Alberto Olivo.
Il 15 agosto 1916, nella sua villa di Calolziocorte morì improvvisamente Rinaldo De Grandi, l'avvocato che lo difese nel processo di Milano e in quello di Bergamo, e che non volle aver più nulla a che fare con lui.
L'altro penalista che lo difese, Cesare Panighetti, morì nel novembre 1923.
In entrabi i casi sui quotidiani milanesi venne ricordato il caso di Alberto Olivo, detto "lo Squartatore del Macello".
Furono le ultime due volte in cui l'Olivo fu ricordato mentre era in vita.
Si sposò nuovamente, andando a vivere in via Goldoni 3, con una delle tante donne, ammiratrici, che gli mandarono centinaia di lettere d'amore mentre era detenuto a San Vittore e andò a vivere all'estero per alcuni anni.
Dopo la Grande Guerra, ormai anziano, con capelli e baffi bianchi, passava le giornata seduto ad un caffè di piazza San Fedele, la stessa piazza dove si trovava la Questura.
Amava raccontare la sua storia agli altri avventori e i più anziani si ricordavano della sua vicenda.
Quando arrivavano giornalisti di nera in cerca di notizie, li avvicinava e raccontava la sua storia, come se quell'atroce fatto di sangue fosse l'unico motivo per cui potesse essere ricordato. Come effettivamente fu.
Lentamente venne dimenticato e il 18 dicembre 1942, a 86 anni, finalmente morì.
Gli sopravvisse, fortunatamente, la seconda moglie.
Quando morì nessun quotidiano pubblicò la notizia.
Il 1° aprile del 1966, il grande giornalista e scrittore Dino Buzzati, dedicò una intera pagina sul Corriere d'Informazione alla vicenda dell'Olivo.
Buzzati, nato nel 1906, e vissuto praticamente da sempre a Milano, sentì probabilmente parlare della vicenda sin da bambino molto piccolo, visto il clamore che ebbe.
Nel 2008 la casa editrice Scheiweiller pubblicò una raccolta di scritti di Rinaldo De Benedetti, il noto saggista e autore, che si trasferì a Milano nel 1932.
Nel volume, Memorie di Didimo (lo pseudonimo spesso usato dal De Benedetti), racconta di quando, a metà anni '30, frequentava spesso la Biblioteca Comunale del Castello Sforzesco.
Ogni volta che vi metteva piede vi scorgeva un anziano signore, vestito in modo modesto ma molto distinto e pulito, con capelli e baffi bianchissimi, chinato su grandi volumi di matematica e fisica, circondato da appunti e matite.
Quando dopo qualche settimana incontrò quel vecchio in una latteria di via San Vittore, i due si riconobbero e si salutarono.
Il vecchio vide che dalla tasca del De Benedetti sporgeva un regolo calcolatore, al ché l'anziano canuto glielo indicò e gli disse che lo riconosceva.
De Benedetti si sedette al tavolo col vecchio e parlarono di matematica, delle loro vite e del più e del meno.
Erano tutti e due di formazione matematica, essendo il De Benedetti un Ingegnere Meccanico, anche se, come disse al vecchio, il suo sogno sarebbe stato di studiare Lettere Antiche.
L'anziano gli disse che anche lui voleva studiare Lettere, ma il destino lo portò a studiare a Padova Matematica e Fisica.
Quando l'anziano lo salutò e andò a casa, l'oste, che conosceva il De Benedetti, gli si avvicinò e gli disse: "Sai chi è quello con cui parlavi? E' Alberto Olivo, quello che trent'anni fa ammazzò e tagliò a pezzi la moglie..."
Il palazzo di via Macello 25 è stato a lungo identificato con un edificio demolito che oggi sarebbe situato in via Modestino, tra viale Papiniano e via Coni Zugna.
Peccato che in nessuna mappa quel tratto breve di strada abbia un nome, al più era un sottopassaggio nella massicciata ferroviaria.
Ma la via Macello o via al Macello, esisteva già negli ultimi decenni dell'800, come si vede bene dalla mappa qui a fianco.
Quando poi venne realizzata la via Cesare da Sesto, si collegò direttamente alla via Macello, a cui sottrasse poi il nome.
Il civico 25 della via Macello dovrebbe corrispondere al 23 odierno, palazzo d'angolo con piazza Sant'Agostino, ai tempi dell'Olivo, piazza del Macello.
L'intero quartiere che gravitava attorno al Macello Pubblico venne demolito e ricostruito a partire dal 1932.
I coniugi Olivo abitavano al quarto piano.
L'Osteria del Formentone, dove l'Olivio dormì e mangiò per alcuni giorni dopo il delitto è diventata prima l'Albergo Brera e oggi un ristorante "hostaria"; si trova, oggi come allora, nel cortile tra via Pontaccio e vicolo Fiori.
Il palazzo di via Goldoni 3, dove l'Olivo visse per diversi decenni dopo la sua assoluzione esiste ancora.
I fatti di quella notte furono ricostruiti solo parzialmente e principalmente per la confessione, parziale, dell'Olivo e per un memoriale che scrisse alcuni anni dopo e pubblicato col titolo di "Ira Fatale" nel 1988 da Bollati Boringhieri.
Ad oggi non sono state trovate immagini di Ernesta Beccaro.




















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