Teresa De Capitani, discendente di una nobilissima e ricca famiglia milanese, che annovera tra i suoi capostipiti dell'XI secolo niente meno che il vescovo Ariberto da Intimiano, sposò nel 1867 Achille Agnoletti, 32 anni, immigrato da Ferrara a Milano.
Agnoletti sosteneva di essere di ottima famiglia, benestante, possidente e di vantare un ricchissimo credito che poteva esercitare a suo piacimento.
La dote di Teresa fu di ben 100.000 Lire e i due convolarono a nozze.
In quei 5 anni di matrimonio Achille Agnoletti non solo mostrò di non aver alcun credito, ma bruciò totalmente la dote della moglie e altri denari della sua famiglia.
Innumerevoli le liti, le violenze, nonostante la nascita del piccolo Carlo nel 1869.
Più volte Agnoletti, chiedendo denaro alla moglie, minacciò di suicidarsi, affogandosi in un qualche corso d'acqua o in mare.
Le cose continuarono tragicamente sino al 1872, quando a notte fonda l'Agnoletti entrò, bagnato fradicio, in un'osteria appena fuori dai Bastioni di Porta Nuova.
Avventori e oste si precipitarono ad aiutarlo, pensando fosse caduto nel vicino Redefossi, o nel Martesana.
L'Agnoletti, tremante, pronunciò pochissime parole, sostenendo appunto di essere caduto nel Martesana; viene fatto accomodare vicino al focolare, asciugato e gli viene offerto anche un posto per dormire, che però rifiuta.
L'oste si accorge però di una stranezza, l'uomo è bagnato tutto tranne che la testa e i capelli.
Quello sostenne di essere caduto in piedi, tra lo sconcerto dei presenti; poco dopo lo sconosciuto lascia l'osteria e scompare nel buio.
Il mattino dopo gli operai della Zecca, sita nel complesso della vecchia Casa di Correzione di Porta Nuova, che oggi si troverebbe in via Parini/piazza della Repubblica, trovano un cadavere nelle acque della Roggia Balossa, che corre proprio sotto i Bastioni di Porta Venezia.
Il cadavere è di un bambino piccolissimo, senza alcun segno di violenza.
Nel giro di poche ore viene anche identificato; si tratta di Carlo Agnoletti, di 3 anni, figlio di Achille e Teresa.
Nella stessa mattinata la signora Teresa De Capitani riceve una lettera dal postino:
" Teresa. La lotta è stata tremenda, crudele, ma la prepotenza del dolore ed il tracollo che tu stessa m'hai dato coll'ultimo nostro colloquio, mi ha deciso a lasciarti la libertà a cui tanto agognavi.
Non è egoismo; ma per un giusto principio filosofico il nostro bambino dividerà la mia sorte!
Perchè cosa sarebbe di lui un giorno, influenzato dai tuoi sentimenti che son così contrarî ai miei?
Uomo senza cuore è uomo perduto! e tu ne sei la prova più evidente.
Vorrei pur dilungarmi.... ma un senso d'affetto e di disprezzo mi rende superiore alla mia volontà.
Ti accludo la chiave del comò della camera in cui abitavo, n. 17.
Nel cassetto superiore, oltre vari oggetti che vi ho riposto, trovasi parte del denaro, col quale credevi liberarti della mia persona.
Possa la tua vita avvenire sorriderti! Ma lo temo assai!
Achille. "
Le autorità iniziarono subito a cercare Agnoletti in tutta Milano e anche a Ferrara, inutilmente.
Si pensò che si fosse suicidato in qualche naviglio o lago.
Passarono poche settimane e al porto di Genova un agente di Polizia fu colpito dall'aspetto sospetto di un passeggero in attesa di imbarcarsi su un piroscafo per New York.
L'uomo stava da solo, avvolto in un mantello, con un grossa cappello in testa.
Venne fermato e dichiarò di chiamarsi Alberto Armaelli, ma venne presto identificato come Achille Agnoletti.
Si pensò che si fosse suicidato in qualche naviglio o lago.
Passarono poche settimane e al porto di Genova un agente di Polizia fu colpito dall'aspetto sospetto di un passeggero in attesa di imbarcarsi su un piroscafo per New York.
L'uomo stava da solo, avvolto in un mantello, con un grossa cappello in testa.
Venne fermato e dichiarò di chiamarsi Alberto Armaelli, ma venne presto identificato come Achille Agnoletti.
Portato a Milano venne processato per l'omicidio del figlio.
Il processo ebbe un clamore incredibile, con decine di giornalisti presenti. Agnoletti sostenne di non essere capace di intendere e volere nel momento dell'omicidio.
Fu uno dei primi casi dove furono usate le perizie psichiatriche.
Tra i consulenti che presero parte al processo vi furono il Lombroso, Andrea Verga e Serafino Biffi, già direttori del manicomio della Senavra di corso XXII Marzo.
Nel luglio del 1872 l'Agnoletti fu riconosciuto colpevole ma al posto della pena capitale gli fu dato una pena ai lavori forzati senza fine, proprio perché i periti gli riconobbero un possibile vizio mentale nel momento dell'omicidio.
Tra i consulenti che presero parte al processo vi furono il Lombroso, Andrea Verga e Serafino Biffi, già direttori del manicomio della Senavra di corso XXII Marzo.
Nel luglio del 1872 l'Agnoletti fu riconosciuto colpevole ma al posto della pena capitale gli fu dato una pena ai lavori forzati senza fine, proprio perché i periti gli riconobbero un possibile vizio mentale nel momento dell'omicidio.
Il 15 febbraio 1884 Achille Agnoletti morì nel carcere di Finalborgo Marina, oggi Finale Ligure; aveva 49 anni.
La Roggia Balossa, che fu teatro di un crimine così efferato, fu coperta nel 1925-27.
In precedenza il caratteristico canale che nasce dalle acque del Martesana all'altezza di via Monte Grappa, all'incrocio con via Melchiorre Gioia, era stato deviato intorno al 1860 per alimentare i giochi d'acqua dei Giardini Pubblici e della Villa Reale di via Palestro.
Proseguiva poi lungo corso Venezia per gettarsi infine nelle acque della Cerchia dei Navigli, dalle parti di via Senato.
Sulla vicenda del povero Carlo vennero pubblicati pochi giorni dopo la fine del processo in Corte d'Assise, una sorta di instant-book, con gli atti del processo stesso, fedelmente trascritti, e una serie di libri che continuarono per alcuni anni a solleticare la morbosità dei lettori.
Nei decenni successivi il caso del piccolo Carlo Agnoletti, e ancor di più del padre Achille, furono oggetto di studio da parte di tutti gli psicologi criminali italiani.
Il caso della mancata condanna a morte ebbe infatti notevole risalto sui quotidiani e fece scalpore.
Fu uno dei primissimi casi in Europa dove un processo venne condizionato dalle perizie dei medici, salvando la vita al reo confesso di omicidio.
Ancora nel 1915 venivano pubblicati libri come "Tra la perduta gente", del senatore Giovanni Rosadi, che criticavano aspramente la vicenda, sottolineando come Achille Agnoletti scampò ad una giusta condanna a morte solo grazie a folli teorie di strizzacervelli.







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