venerdì 15 maggio 2020

Lo sciopero delle "piscinine"

Un celebre ritratto di Emilio Longoni, del 1845: una "piscinina" attraversa la Galleria Vittorio Emanuele II, portando con lei il grosso scatolone contenente un abito, forse andando a fare una consegna presso una ricca cliente o forse tornando verso il laboratorio di sartoria ove lavorava.

A Milano e in Lombardia il pallino della moda non è cosa recente, dell'ultimo secolo, anzi, risale al XII secolo, quando Galvano Fiamma ricordava un'importante produzione ed esportazione di nastri e tessuti in seta, poi diventata un veoa e proprio settore industriale durante il Rinascimento, a partire dal decennio tra il 1440 e il 1450, quando i tessitori milanesi producevano panni, tessuti e vesti tra i più ricercati d'Europa, grazie ai bachi da seta che venivano allevati in Brianza e nell'area Lariana.
L'intero quartiere attorno all'odierna Piazza Vetra era dedicato alla produzione di panni e alla loro colorazione.
Con l'arrivo della dominazione spagnola l'industria si diffuse anche fuori Milano, comprendo tutto il territorio subalpino; nel Seicento, le sete milanesi e lombarde erano le più ricercate e care in tutto il continente.
Al contrario di quanto fu poi sostenuto per secoli e che viene analizzato solo da pochi anni, gli anni di dominazione spagnola non furono coincidenti con alcuna recessione economica nel territorio del ducato, anzi, Milano e la Lombardia si trovarono parte del colossale Impero di Carlo V, sui cui realmente non tramontava mai il sole. Un Impero che divenne un gigantesco mercato per le merci prodotte a Milano, soprattutto quelle sete che non avevano praticamente concorrenza.

La produzione di tessuti, panni e vestiti non cessò mai e sullo stimolo della Rivoluzione Industriale Britannica, anche a Milano, nel corso dell'Ottocento, i laboratori di produzione passarono da piccole realtà familiari o poco più, a grandi ed enormi laboratori con decine e decine, anche centinaia di lavoratori.
Nell'Ottocento le condizioni lavorative era spaventose. Tutti dovevano lavorare, bambini compresi. L'orario era lungo quanto la giornata di luce, 15-16 ore in estate, 10-12 in inverno, i luoghi di lavoro malsani, sporchi, umidi, gelidi in inverno torridi in estate, le paghe bassissime e soprattutto divennero presto a cottimo. Più producevi più guadagnavi.
Nel processo produttivo ultracapitalista e ultraliberista ottocentesco, il profitto e il guadagno erano i fari della società, ai cui vertici sedevano ancora le famiglie nobiliari e quelle dell'alta borghesia legata alle professioni, che avevano i capitali necessari per avviare le imprese.
La mobilità sociale, l'ascensore economico, che tanto riempiva, e riempie, le bocche degli ultraliberisti, era in realtà perfettamente inchiodato e fermo.
Se nascevi povero, morivi  povero. I ricchi, nobili o borghesi non si mangiavano tra loro e la concorrenza, in Italia, era praticamente assente.

In questo contesto lavorativo spaventoso si aggiunse una costante carenza di mano d'opera. Gli spostamenti tra i tanti Stati della Penisola erano difficili e spesso proibiti; la Milano austriaca ovviò al problema col modo più semplice: coinvolgere e cooptare nel mondo del lavoro "l'altra metà del cielo": le donne.
Relegate per millenni nelle case a far da mangiare, pulire, accudire, crescere figli, lavare, divennero in breve tempo delle solide braccia per aumentare la produzione.
Anzi, nel settore della produzione di panni, tessuti e vesti, nelle filande, nei laboratori di sartoria, le donne erano la maggioranza assoluta.

La rivoluzione sociale fu enorme e assolutamente non gestita in alcun modo.
Dal contado giungevano ogni anno a Milan migliaia di giovanissime donne in cerca di lavoro, che trovavano immediatamente. Vivevano in miseri appartamentini in gruppetti tra loro, tra sorelle, cugine o provenienti dallo stesso paesino o valle alpina, avevano uno stipendio e una libertà mai vista e conosciuta.
Questa libertà divenne presto anche sessuale; il numero di nascite illegittime a Milano esplose nel corso del XIX secolo, giungendo a livelli mai visti in Europa.

Ogni donna metteva al mondo una decina di figli, che per la maggior parte venivano abbandonati nei tanti orfanotrofi che esistevano in città; altri venivano affidati a mamme e nonne che stavano a decine o centinaia di chilometri di distanza.
Quando le donne non bastarono più a soddisfare la richiesta di mani, ecco pronti i loro figli. A 4, 5 anni si entrava in fabbrica, coi compiti ovviamente più basilari.

Non era una novità, certo, sin dal Rinascimento, nella zona della Vetra erano proprio i bambini più richiesti per la tintura dei panni, lavoro assolutamente malsano e dannoso per i polmoni, tanto che la mortalità era altissima.
Ovviamente donne e bambini, a parità di lavoro, ricevevano uno stipendio inferiore a quello di un uomo.
Questo nel quadro di un'Italia che si stava unendo, da lì a poco, e che vedeva la maggior parte delle donne del resto della Penisola, ancora felicemente recluse nelle loro case.


Accanto ai grandi laboratori e alle vere e proprie fabbriche, vi erano poi i laboratori casalinghi di sartoria. Alla fine del secolo, solo nei confini della Milano dell'epoca, vi erano oltre 600 sarte che svolgevano il lavoro a casa.
Questo portò ad un peggioramento del tenore di vita delle famiglie, con case più piccole per cedere posto al laboratorio, con i figli trasformati in fattorini o apprendisti, abbandonando da subito gli studi e senza nemmeno ricevere uno stipendio.


La maggior parte di questi microlaboratori di sartoria non lavoravano in proprio, ma come "sub appaltatori" di grossi laboratori, lavorando quindi a cottimo e portando le ore di lavoro a sfiorare le 16-18 quotidiane, sette giorni su sette. Peggio che in fabbrica, dove almeno la domenica non si lavorava.
La concorrenza tra le fasce di lavoratori più basse era ovviamente spietata, le truffe all'ordine del giorno, i sindacati inesistenti e i diritti dei lavoratori pura fantascienza.

Il tipico percorso di una ragazza nel mondo tessile milanese, segnatamente nella sartoria a domicilio, era abbastanza standardizzato.
Tra i 5 e 6 anni veniva mandata a lavorare da una sarta, che le insegnava a cucire. Per tre anni quello era il suo lavoro, ovviamente essendo apprendistato era non retribuito. Totalmente gratis.
Dopo quei tre anni passava a fare la "piscinina", cioè a consegnare abiti con l'immancabile baule di cartone o legno, raccogliere gli spilli in sartoria, fare le pulizie e soprattutto osservare cosa facevano le più grandi, già passate di livello.
Restavano "piscinine" sino ai 13-14 anni circa, quando, se ritenute all'altezza, potevano ambire al ruolo di "sedute", cioè a fare orli, unire panni, le attività più basilari in sartoria.
Dopo un altro anno potevano diventare "cucitrici" e ambire ad effettuare anche dei ricami e ad avere uno stipendio del tutto misero e ridicolo.

Solo con l'arrivo delle idee socialiste negli ultimi decenni dell'Ottocento, la nascita dei primi sindacati e i primi movimenti operai, iniziarono a circolare idee e proposte di diritti per gli schiavi che venivano chiamati lavoratori.
Si arriva così al 1899, quando un gruppo di donne dalle più svariate provenienze sociale ed economiche, Ersilia Majno Bronzini, Nina Rignano Sullam, Ada Garlanda Negri, Edvige Vonwiller Gessner, Adele Riva, Antonietta Pisa Rizzi, Jole Bersellini Bellini, Rebecca Calderini, fondano L'Unione Femminile di Milano.
Il suo programma va dalla proibizione della prostituzione, al diritto allo studio, il diritto di voto, la parità di salario uomo-donna, la fondazione di case rifugio per donne sole e di istituti di formazione per giovani donne, oltre che alla creazione del primo Asilo Mariuccia; per i più giovani chiedeva il diritto al gioco, la regolamentazione del lavoro dei bambini, l'istruzione obbligatoria.
L'Unione Femminile di Milano ebbe un tale successo che nel giro di pochi anni ebbe diffusione su quasi tutto il territorio nazionale.

E furono proprio alcune esponenti dell'Unione a prendere a cuore le vicende delle tante "piscine" che correvano con pesantissimi bauletti da una parte all'altra della città, senza ricevere paga e lavorando come muli per intere giornate.

Nel maggio del 1902 iniziarono a circolare per Milano voci di un clamoroso sciopero delle "piscinine".
I maggiori quotidiani presero l'indiscrezione come uno scherzo, pensando che fosse impossibile che dei bambini, anzi, delle bambine, potessero scioperare.



Le bambine iniziarono a radunarsi al Camposanto, la piazza che si trova alle spalle del Duomo, nell'area absidale. Lì pianificarono e organizzarono lo sciopero, che fu attuato il 22 giugno del 1902.
Circa 250 tra bambine e ragazzine, tra i 5 e i 14 anni circa, iniziarono a cantare l'Inno dei Lavoratori e marciare verso la Camera del Lavoro.
Una delegazione, guidata da una ragazzina di cognome Lombardi, fu ricevuta dal segretario della Camera Bellotti.
Le richieste delle "piscinine" erano chiarissime:
paga minima a 50 centesimi al giorno.
niente scatolone/baule da portare in giro.
nessun lavoro domestico o di pulizia presso i laboratori.

Il Corriere della Sera, nell'articolo che racconta lo sciopero, deride le ragazzine, le chiama "una nidiata di passere", sostiene che lo sciopero fosse guidato dai pericolosi socialisti ma alla fine deve riconoscere che le "piscinine" erano del tutto sfruttate per lavori che esulavano da un apprendistato, che nei fatti, mai facevano, svolgendo in realtà mansioni di fattorino, di domestica e di lavandaia. Senza apprendere mai niente.

Lo sciopero continuò per altri due giorni, con le piscinine, ormai oltre 300, che giravano il centro città cantando slogan socialisti e di emancipazione femminile.
La Camera del Lavoro dovette quindi scrivere a tutti i laboratori e sartorie per illustrare le richieste delle scioperanti, che intanto erano state lievemente modificate:
paga minima a 50 centesimi al giorno.
giornata lavorativa di 10 ore.
un'ora di pausa per pranzo.
straordinari pagati.
lavoro domenicale pagato 1 lira.
riduzione dello scatolone; 4 kg di peso massimo sino a 9 anni e 10 kg sino ai 12 anni.
nessun lavoro domestico o di pulizia presso i laboratori.

Il giorno 23 giugno ci furono anche i primi scontri fisici tra scioperanti e krumire! altre ragazzine e bambine assunte in fretta e furia dai Magazzini Bocconi di Piazza del Duomo, oggi La Rinascente.
Le scioperanti portavano un nastro rosso sul braccio e quando la direzione dei Magazzini Bocconi lo venne a sapere, fornì alle sue nuove "piscinine" un nastro identico.
Quando la truffa fu scoperta iniziarono a volare schiaffi e tirate di capelli!
Il 24 giugno il numero di scioperanti arrivò a 350, avendo reclutato, con le buone e con le cattive, anche molte delle krumire dei Bocconi.

Lo sciopero si concluse con la vittoria, su tutta la linea delle "piscinine".

Nel 1904 l'Unione Femminile di Milano fondò in via Monte di Pietà 9 la Scuola delle Piscinine, per insegnare alle bambine a cucire, rammendare, lavorare a maglia, ricamare.
Per fare in pratica quello che avrebbero dovuto fare le sarte presso le quali lavoravano come apprendiste e che invece le sfruttavano come sguattere e fattorine.

Se la situazione a Milano era decisamente migliorata, così non era nelle altre città italiane, dove le "piscinine" locali erano ancora sfruttate. Nel 1911 a Parma un gruppetto di ragazzine decise di scioperare, prendendo ad esempio quanto fatto a Milano quasi dieci anni prima.
Ma quando iniziarono a marciare per le vie della città dalle finestre furono gettati secchi di acqua gelida e da una caserma fu fatto uscire un cane feroce che in pochi attimi fece fallire lo sciopero.

Nel 1938 il regime fascista fece chiudere l'Unione Femminile di Milano, dato che diverse socie fondatrici erano milanesi di religione ebraica.
Fu ricostituita nel 1948.

La piscinina
di Piera Bottini

In Milan, tò territòri
mì te vedi sgambettà
e in del mezz di mè memòri
nò.. t'hoo nò desmentegaa

Cara bella piscinina
cont el nòmm pussee adattaa
per mej dì, de galoppina
sempr'in gir per la città

Cent e cent i tò mansion!
Tì, on niascin ben desgaggiaa
cont in man el scatolon,
per pòcch ghèi ben guadagnaa

Furba, svelta e maliziosa
te portavet bigliettin
per la Ròsa, la Graziosa
ai pontell di sò spincin

Te godevet del comprà
ai tosann la colazion
quand i tò manitt garbaa
sleggeriven i porzion.

Te battevet anch la fiacca,
sì... on quèi dì l'andava nò,
nò perchè te seret stracca...
ma el giugà 'l tentava anmò

Sbarattaa i tò oggitt
su i vedrinn illuminaa,
te vardavet i fiolitt
coi sò mamm accompagnaa.

Te sentivet nostalgia
per i banch de la toa scòla
maliziosa, desgaggiada.
ma pur semper 'na popòla.

Te regòrdi piscinina
con rispett e devozion,
perchè i sògn de tosettina
t'hinn restaa in del scatolon.

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