Nel 1421 nacque nella Repubblica di Firenze Pigello Portinari, figlio di un ricchissimo mercante, Folco, amico e socio in affari dell'uomo più potente della Firenze quattrocentesca, il banchiere e commerciante Cosimo De' Medici, detto il Vecchio o Pater Patriae.
Folco Portinari e il fratello Giovanni furono rispettivamente i direttori del Banco Mediceo di Firenze e Venezia e fidatissimi uomini della famiglia di Cosimo il Vecchio.
Alla morte di Folco, nel 1431, il giovane
Pigello, assieme ai fratelli, fu praticamente adottato da Cosimo,
diventato nel frattempo, de facto, il Signore di Firenze.
Gli
fece completare gli studi e poi li assunse nel Banco Mediceo e a soli 14
anni venne mandato a imparare il mestiere di banchiere a Venezia.
Da decenni i rapporti tra il Ducato di Milano e Firenze erano pessimi; tra la fine del Trecento e il1402, sotto la guida di Gian Galeazzo Visconti, Milano intraprese quasi vent'anni ininterrotti di espansione e conquiste, riuscendo a controllare praticamente tutto il Nord Italia e buona parte del Centro della Penisola.
Il tentativo di riunificare buona parte della Penisola in uno unico stato fallì per la morte di Gian Galeazzo, colpito dalla peste.
Ma tra il 1399 e il 1402 Milano intraprese una discesa inarrestabile verso Sud, circondando praticamente Firenze. Vennero assoggettate prima Siena, Pisa, poi Perugia, Assisi; i comandanti delle armate dei Visconti attaccavano Firenze sin dal 1387, senza riuscire a sconfiggere in modo definitivo i mercernari inglesi assoldati dai toscani.
Gli inglesi erano comandati da John Hawkwood, noto in Italia come Giovanni Acuto. Fu per ben tre volte agli ordini dei Visconti e di Milano, attaccò Firenze e il Papa, poi divenne capitano delle truppe pontificie, poi tornò al soldo dei Visconti, per poi diventare addirittura comandante generale di Firenze.
E fu propio Giovanni Acuto a salvare Firenze dalla conquista da parte dei milanesi.
La morte del Visconti salvò la città toscana e infranse, per altri quattro secoli e mezzo la riunificazione italiana, lasciando presto il dominio a francesi, spagnoli e austriaci.
Filippo Maria Visconti, succeduto a Gian Galeazzo, non mollò comunque la presa su Firenze, scatenando un'altra lunga serie di battaglie e guerre, che lentamente portarono la Repubblica Fiorentina al dissesto economico, senza però farla crollare militarmente.
Nel frattempo il potere occulto di Cosimo De' Medici era continuato a crescere in modo incredibile. Pur non avendo quasi cariche nel governo della città, era il vero dominus di Firenze.
Ereditato il Banco Mediceo dal padre nel 1420, aveva subito aperto una serie di filiali della banca nelle principali città d'Europa, Londra, Parigi e Bruges, aumentando ancor di più lo sterminato patrimonio del Banco e della famiglia.
Nel 1423 Milano invase la Romagna, continuando la politica espansiva per cercare di creare uno Stato Italiano; Firenze, su mandato di Cosimo, mandò le sue armate a combattere Milano per bloccarne l'espansione. Fu l'inizio di una nuova guerra, che vedeva Milano combattere contro i fiorentini in Romagna e contemporaneamente invadere il Regno di Napoli.
Nel 1425 il comandante delle truppe di Milano, Francesco Bussone, Conte di Carmagnola, tradì i Visconti e si schierò con Firenze e contemporaneamente convinse Venezia ad entrare in guerra contro Milano!
Nel giro di pochi mesi la guerra si spostò in Lombardia e alla fine i Visconti dovettero firmare la resa nel 1427; da lì iniziò il lento declino di Milano e contemporaneamente assurgeva a potenza locale Firenze, guidata, in modo nascosto, dai Medici.
Il declino di Milano non volle però dire fine delle guerre; le truppe milanesi, guidate un nuovo condottiero, Francesco Sforza, attaccarono e conquistarono Lucca nel 1432 e tutte le Marche e parte della Romagna nel 1435.
Per un breve momento sembrò che la morsa attorno a Firenze si stesse per richiudere, ma i soldi di Cosimo De' Medici riuscirono a ribaltare la situazione.
Giunto nel novembre 1436 nei pressi di San Miniato, il banchiere fiorentino incontrò il condottiero di Milano e i due raggiunsero rapidamente un accordo clamoroso.
Francesco Sforza tradì il Duca Filippo Maria Visconti e prese la guida delle armate di una nuova Lega Antiviscontea formata da Firenze, Venezia e il Papato.
L'accordo suggellò anche la nascita di una solida amicizia tra Cosimo e Francesco, che sopravvisse nonostante improvvisi cambi di fronte e tradimenti tra i due.
Il 29 giugno 1440 si svolse la celebre Battaglia di Anghilari, dove la Lega Antiviscontea baté definitivamente le truppe milanesi.
Nel 1441 infatti il disinvolto Francesco Sforza risaltò il fosso, sposò Bianca Maria Visconti, figlia del Duca e tornò a guidare le truppe milanesi.
Nel 1447 l'ultimo dei Visconti morì e Milano insorse, demolendo il Castello di Porta Giovia, cacciando i nobili e proclamando la Repubblica Ambrosiana, sogno di libertà popolare che durò solo tre anni, quando Francesco Sforza per conquistare la città la assediò per mesi, strinse e ruppe alleanze con Venezia e infine fu accolto dal popolo milanese, stremato da anni di guerra, carestie e miseria, che gli aprì le porte della città. Il 25 marzo 1450 divenne Duca di Milano.
Proprio per chiudere 40 anni di guerre tra Visconti e Medici, tra Milano e Firenze, venne siglato una sorta di patto "economico" tra le due città: il Banco Mediceo avrebbe aperto una sua filiale a Milano.
La nuova Milano, guidata dallo Sforza avrebbe così aperto le porte alla massima istituzione di Firenze, che aveva finanziato 40 anni di guerre che avevano mantenuto l'autonomia della città toscana.
Un accordo tra le due grandi rivali era utile ad entrambe. Tutte e due temevano ormai l'espansione in terraferma di Venezia, che oltre a tutto il Veneto aveva stabilmente occupato anche i territori di Bergamo e Brescia e puntava vero la Romagna e l'Emilia.
I Francesi, alla morte di Filippo Maria, avevano già cercato di entrare in Pianura Padana con l'alleanza dei Savoia ed erano miracolosamente stati fermati dalle truppe di Milano.
Gli Aragonesi, che controllavano il Sud Italia, volevano espandersi verso il Centro, puntando alla Maremma Laziale e Toscana, e all'Umbria.
Milano e Firenze dovevano quindi assolutamente allearsi per proteggere i rispettivi territori e interessi.
Cosimo De' Medici, artefice della vittoria fiorentina, decise di mandare a Milano il suo uomo più fidato, sia per affetto, considerandolo quasi un figlio, sia per capacità bancaria: Pigello Portinari.
Nel 1452 il Portinari giunse così a Milano, dove trovò ad attenderlo un altro "grande fiorentino" che fece grande Milano: Antonio di Pietro Averlino, detto il Filarete.
L'architetto toscano era stato mandato dal figlio di Cosimo, Pietro, proprio su richiesta di Francesco Sforza, che per suggellare la nascita di una nuova dinastia ducale, voleva avviare un'imponente serie di opere pubbliche.
Questo ovviamente non disdegnano la guerra, che immediatamente lo Sforza intraprese contro Venezia, che battè definitivamente a Ghedi, nell'agosto 1453.
Mentre il Filarete si dedicava a costruire la torre maestra del nuovo Castello Sforzesco, quella che fu poi chiamata Torre del Filarete, il Portinari iniziò ad avviare l'apertura della banca dei Medici e a prestare soldi allo Sforza stesso e ai nobili meneghini.
E' ignota la prima sede del Banco Mediceo, nel 1455 però i fiorentini ottennero una donazione dallo Sforza, che regalò loro una serie di edifici nel Sestiere di Porta Comacina, nella Contrada di San Tommaso in Cruce Sichariorum, corrispondente ad un intero isolato di edifici oggi in Via dei Bossi.
La donazione avvenne il 20 agosto 1455 a beneficio personale di Cosimo De' Medici, che affittò poi i palazzi... al suo stesso Banco Mediceo, facendosi pagare un cospicuo afffitto.
Gli edifici donati dallo Sforza erano di proprietà di Antonio Bossi dal 1420 e passarono poi ai figli Teodoro e Aluisio.
I Bossi erano una nobile e antica famiglia di notai originari di Azzate, del Contado del Seprio, con un bue come simbolo, fedeli dei Visconti, che li infeudarono nel 1277 come Bossis de Acciate.
Scesi a Milano nel Trecento e rapidamente saliti al potere cittadino, sino a vedere Vassallino Bossi come uomo di fiducia del bieco e truce Bernabò Visconti.
I Bossi continuarono a vivere sotto le ali protettrici dei Visconti e dei loro signori della guerra, soprattutto Facino Cane, di cui Antonio Bossi fu consiglieri e cancelliere.
Lo stesso Antonio Bossi era uno dei soli 3 uomini nel Ducato a possedere le chiavi che davano l'accesso ai forzieri pieni di ori e denari del patrimonio personale dei Visconti, chiuso nel Castello di Pavia.
Il potente Antonio ebbe due figli, Teodoro e Aluisio.
Il primo divenne procuratore a Genova dei Visconti, poi, nel 1445 amministratore ducale del sale e insigne giurista del Ducato. Filippo Maria gli donò cospicui territori e rendite; il secondo fece pure lui carriera sotto l'ala protettrice dei Visconti.
Giorgio Lampugnano, Innocenzo Cotta, Antonio Trivulzio e altri dei giureconsulti che formalmente guidavano la macchina politico-economica della città e aizzarono il popolo milanese a ribellarsi ai nobili e ai filo viscontei e a proclamare, in quel 1447, l'Aurea Repubblica Ambrosiana.
Quando però Filippo Maria morì, i due fratelli Bossi strinsero accordi con
Il primo divenne procuratore a Genova dei Visconti, poi, nel 1445 amministratore ducale del sale e insigne giurista del Ducato. Filippo Maria gli donò cospicui territori e rendite; il secondo fece pure lui carriera sotto l'ala protettrice dei Visconti.
Giorgio Lampugnano, Innocenzo Cotta, Antonio Trivulzio e altri dei giureconsulti che formalmente guidavano la macchina politico-economica della città e aizzarono il popolo milanese a ribellarsi ai nobili e ai filo viscontei e a proclamare, in quel 1447, l'Aurea Repubblica Ambrosiana.
Quando però Filippo Maria morì, i due fratelli Bossi strinsero accordi con
In quell'epoca di tradimenti e complotti, dopo poche settimane Teodoro Bossi cospirava già per rovesciare la Repubblica e stringere un'alleanza con l'uomo forte che si apprestava a conquistare Milano, Francesco Sforza; stessa cosa stava tramando il Lampugnano.
Lettere cifrate tra i tre vennero però intercettate dal governo di Milano, che imprigionò il Bossi che sottoposto a tortura rivelò i nomi di tutti i complici che stavano organizzando l'ingresso dello Sforza a Milano. Lampugnano fu decapitato, come molti altri cospiratori. Il Bossi, condannato al carcere a vita venne avvelenato pochi mesi dopo, nell'aprile 1449.
Il fratello Aluisio in un qualche modo la scampò, sopravvisse alle "purghe" della Repubblica e, giunto in città lo Sforza, divenne suo fidato consigliere, tanto che nel marzo 1452 il Duca si spese per intimare a dei cugini del Bossi, residenti ancora ad Azzate, di saldare una serie di ingenti debiti.
Palazzo Bossi passò quindi ai Medici, che lo affittarono al Banco Mediceo e nel 1455 incaricarono Pigello Portinari di trasformarlo in un palazzo degno della potenza medicea.
Il Portinari ebbe facile scelta nell'affidare i lavori di ristrutturazione del palazzo al suo compatriota Filarete, che ebbe così l'occasione di portare il Rinascimento Fiorentino in Lombardia.
I lavori durarono circa 5 anni e mezzo e il palazzo fu parzialmente ricostruito, soprattutto la facciata che il tocco del Filarete trasformò nella più bella casa di Milano.
Secondo altre fonti l'architetto che guidò i lavori non fu il Filarete, che era impegnato a costruire il ciclopico Ospedale Maggiore, la Cà Granda, ma un altro genio fiorentino, Michelozzo Michelozzi, che era l'architetto di corte di Cosimo. Scarse sono però le prove di una sua presenza a Milano.
Nel frattempo il Portinari prese la cittadinanza milanese, nel 1456, si sposò nel 59 con Costanza Serristori ed ebbero quattro figli, Ludovico, Folco, Antonio e Benedetto.
Nel 1467 mentre guidava il Banco Mediceo, il Portinari comprò Villa Mirabello, la splendida villa di delizia che allora si trovava in aperta campagna e che sopravvive ancor oggi, esemplare monumento dell'architettura del Quattrocento, poco a nord della Maggiolina e Piazza Carbonari.
Il Portinari la comprò a ottimo prezzo da Pietro Vismara, la ristrutturò nel 1472, facendola affrescare da Bartolomeo da Prato.
Nel 1468 comprò una serie di enormi terreni posti a nord della villa, nei territori di Prato Centenaro e Niguarda e li accorpò ai giardini della magione.
E nello stesso anno il Portinari, mostrando tutto il suo potere e la sua relazione strettissima anche con il successore di Francesco, Gian Galeazzo Sforza, chiese al Duca di staccare i terreni di sua proprietà al Mirabello, dai Corpi Santi di Porta Nuova. Lo Sforza lo accontentò immediatamente e il Portinari poté risparmiare ingenti tasse sul possesso della villa e del colossale parco.
Nel corso degli anni il suo potere divenne enorme. Oltre a finanziare il Ducato, era anche consigliere economico dello Sforza e prestava soldi a lui personalmente e a tutti i principali esponenti della corte; fu anche stretto amico del Duca, ma non dimenticò mai di essere al servizio di Firenze e di Cosimo De' Medici, di cui servì gli interessi in ogni occasione.
Oltre a prestare denaro, il Banco Mediceo, nell'ottica voluta da Cosimo, doveva servire a garantire l'indipendenza e la ricchezza di Firenze.
Il Portinari quindi prestava denaro se gli interessi di Milano e di Firenze coincidevano, consigliava il Duca milanese per allinearlo alle politiche medicee e infine usava la ricchezza sconfinata del Banco per alterare il prezzo dei tessuti in Lombardia, favorendo l'importazione di tessuti da Firenze e sfavorendo la produzione locale e l'importazione dall'Inghilterra e da Venezia.
Il Banco Mediceo di Milano aveva un capitale di quasi 600.000 lire, ma la metà circa era impegnata direttamente da prestiti a Francesco Sforza, che in questo modo di legò sì ai Medici, ma li legò anche a sé stesso.
Lo Sforza, uomo tutt'altro che stupido, era perfettamente a conoscenza degli interessi medicei a mantenere l'alleanza e dell'influenza del Portinari nella politica economica del ducato, ma riteneva che il gioco valesse la candela, soprattutto perchè il Banco Mediceo, con la sua rete europea di filiali, i fidatissimi uomini del Medici sparsi nelle corti di tutto il continente, era non solo una ricchissima banca, ma anche una incredibile fonte di notizie.
La rete di comunicazione, tramite corrieri privati che a cavallo si spostavano da una capitale all'altra, in modo rapidissimo e segreto, permettevano a Firenze e Milano di essere a conoscenza svariati giorni prima di accadimenti importanti per l'economia e la politica.
La morte di un sovrano, una nuova invenzione, truppe alleate o nemiche in spostamento, finanziamenti a un re o un nobile, magari per armare un esercito, variazioni sui prezzi delle materie prime o dei prodotti manifatturieri... tutte queste notizie giungevano prima ai Medici e agli Sforza.
Quando i lavori in quella che era nota come Contrada de' Bossi terminarono, Milano rimase a bocca aperta, ammirando un vero capolavoro di architettura rinascimentale.
Fu mantenuto un probabile pre-esistente bugnato alla base del palazzo, seguito dal piano nobile, decorato da finestroni binati, ricchissime decorazioni, cornicioni e tondi con busti e rilievi in ceramica. Il fronte principale del palazzo era lungo 50 metri e alto 15.
La parte più scenica era però quella dedicata alle terracotte, che davano un tocco "milanese" all'edificio "fiorentino" e suggellavano così l'unione e l'amicizia tra i due stile e le due città.
Vi erano anche 16 medaglioni riportanti i busti dei Medici.
Nel cortile quadrato, porticato, si aprivano altre bifore.
Gli interni vennero decorati e affrescati da Vincenzo Foppa, allora il più importante pittore lombardo.
La committenza richiese al Foppa una serie di affreschi con tematiche "laiche" e non, come era consuetudine da secoli, tematiche religiose o auliche. Vi erano quindi affreschi di vita quotidiana che furono giudicati scandalosi all'epoca.
Di questo splendido ciclo di lavori del Foppa sopravvive solo un "giovane Cicerone che legge", conservato presso la Wallace Collection di Londra.
Negli anni successivi altri affreschi vennero aggiunti dal Zanetto Bugatto, insigne ritrattista e medaglista e poi pittore di corte sotto la guida proprio del Foppa.
Il Filarete scrisse un trattato con una descrizione perfetta del palazzo e dei disegni di rilievo.
A impreziosire la facciata vi era un maestoso portale d'ingresso, vero capolavoro di arte rinascimentale.
"Un decoro esuberante riveste le spalle, l’archivolto e il timpano del portale, riempiendo tutta la superficie con figure naturali e allegoriche, paraste scanalate, cornici, stemmi, emblemi e motti avviluppati da ornamenti vegetali; infine, entro clipei bacellati, i busti di profilo di Francesco I Sforza e della consorte Bianca Maria Visconti..."
Il nuovo palazzo divenne un punto di rottura nella storia dell'architettura milanese e lombarda, segnando un prima e un dopo.
La commistione tra Rinascimento Fiorentino e stile Gotico Lombardo, col suo uso delle terracotte, creò immediatamente capolavori assoluti quali la Cà Granda, la Torre del Castello Sforzesco, Palazzo Marliani in Monte Napoleone e Palazzo Fontana Silvestri in Corso Venezia.
Era contemporaneamente la casa privata della famiglia Portinari e la sede del Banco Mediceo.
Il fiorentino non si limitò però a guidare il Banco e a far ricostruire il palazzo di via dei Bossi, fu anche il committente di due altri capolavori della Milano dell'epoca: la Cappella Portinari della Basilica di Sant'Eustorgio, costruita tra il 1462 e il 68 e l'abside e il coro di San Pietro in Gessate, oggi davanti al Tribunale.
E proprio a Sant'Eustorgio si trova una pala con un ritratto del Portinari, in adorazione di San Pietro da Verona; la cappella, pensata come tomba per il banchiere, conservava anche una preziosa reliquia, il teschio di San Pietro martire, conservata dentro un sepolcro in marmo. Leggenda vuole, da secoli, che chi pone il capo sotto la monumentale arca di marmo contenente il teschio, sia guarito istantaneamente da emicranie di ogni tipo!
Anche in questo caso non si conosce con certezza il nome del progettista; si resta comunque nelle ristretta cerchia dei fiorentini di Milano, i soliti Filarete o Michelozzi, con altri che avanzano l'attribuzione a Guiniforte Solari.
Gli affreschi, effettuati tra il 1464 e 68, furono anche in questo caso del Foppa.
Pigello Portinari continuò a vivere a Milano sino all’11 ottobre 1468, quando morì, probabilmente per malaria, malattia per la quale aveva sofferto per lunghi decenni.
Venne sepolto nella cappella che aveva fatto erigere a Sant'Eustorgio e una lapide ne ricordò la sepoltura per secoli, lapide andata poi perduta.
Villa Mirabello passò in proprietà alla vedova e al fratello Accerrito, che da decenni viveva a Milano lavorando al Banco Mediceo.
Nel 1499 il Mirabello passò in mano ai Landriani.
Nel 1499 il Mirabello passò in mano ai Landriani.
Una ventina d'anni dopo la morte del Portinari, il nipote di Cosimo De' Medici, Lorenzo il Magnifico, fu costretto a vendere il prezioso palazzo di Milano.
Le spese dei Medici erano infatti insostenibili anche per una famiglia così ricca. Un mecenatismo sfrenato, un ciclo di opere pubbliche colossali, acquisizioni di opere e arte di ogni genere, portarono quasi al fallimento il Banco Mediceo e i conti stessi dei Medici.
Nel 1486 il palazzo fu così venduto per 4.000 ducati a Filippo Eustachi che lo cedette immediatamente al cognato Alvise Terzago.
Entrambi erano ai vertici della corte degli Sforza e coll'acquisto del più nobile e bel palazzo di Milano, volevano suggellare il loro potere e il loro status sociale. Il Terzago spese la cifra enorme di 1.000 ducati per abbellire il palazzo, decorarlo e comprare preziosi arredi.
Ma una serie di vicissitudini portarono alla condanna per congiura del Terzago e dell'Eustachi dopo soli tre anni e il palazzo venne preso in dote dalla Camera Ducale
Tra gli acquisti del Terzago vi furono una serie di medaglioni in terracotta che andarono a decorare il cortile interno.
Saputo dei problemi del Terzago, Lorenzo il Magnifico cercò di far annullare la vendita del palazzo, inutilmente; il palazzo fu infatti donato da Lodovico il Moro a sua figlia Bianca e al marito Galeazzo Sanseverino.
Il Magnifico decise quindi di riacquistare il palazzo dai Sanseverino e rimase di proprietà dei medici per almeno un altro secolo.
Nel Seicento, quando la decadenza della casata medicea stava iniziando, il palazzo fu ceduto ai Conti Barbò, ricca famiglia di origine bergamasca trasferitasi in quegli anni a Milano.
Fu in quel periodo che probabilmente iniziò la spoliazione delle decorazioni in terracotta del palazzo, rivenduti e dispersi in ogni dove. Molte modifiche furono effettuate per trasformare un palazzo per uffici in una dimora gentilizia, furono modificate la splendida facciata, gli interni e si persero praticamente tutte le opere pittoriche e i ricchissimi arredi accumulati dal Portinari e dal Terzago.
A fine del Seicento era diventato un anonimo palazzo del centro cittadino e un secolo dopo si salvava ormai solo il cortile interno, che aveva mantenuto l'aspetto originario e le decorazioni in terracotta, seppure i busti e i bassorilievi fossero ormai consumati dal tempo e dalla pioggia.
Nel 1802 i Barbò vendettero quel che restava del palazzo ad Agostino Pizzoli, che a sua volta, vent'anni dopo lo cedette a Carlo Vismara.
Durante la proprietà di quest'ultimo si sa che nel cortile erano ancora presenti 13 busti e teste poste sulle facciate e che furono restaurate dallo scultore Stefano Girola.
A metà dell'Ottocento, i busti e i medaglioni del cortile furono sostituiti da copie e gli originali probabilmente venduti a privati collezionisti.
Nel 1862 fu infine comprato dai fratelli Valtorta, che procedettero speditamente ad una totale ristrutturazione dell'edificio, praticamente irriconoscibile dopo i lavori.
Non fu l'unico scempio compiuto dai Valtorta che tra il 1862 e il 1864 procedettero ad una totale spoliazione di quel che restava di stucchi, decori, terracotte del palazzo, rivendendola sul mercato privato, soprattutto straniero.
Fu grazie all'intervento di Giovanni Mongeri, Presidente dell'Accademia di Brera, che una piccola parte dei beni vennero comprati dal Comune di Milano, impedendo la perdita definitiva di un vero patrimonio.
Era infatti appena nato lo Stato Italiano e il colossale patrimonio artistico, spesso di proprietà di Stati ormai spariti, veniva accaparrato da Musei stranieri.
I Valtorta misero in vendita il prezioso portale rinascimentale sul mercato, ma a comprarlo fu il maggior mercante d'arte di Milano, Giuseppe Baslini, per 23.000 Lire, nemmeno la metà del reale valore.
Il Baslini voleva sicuramente vendere il portale all'estero, probabilmente in Inghilterra, ma la campagna stampa mossa dal Mongeri, suscitò indignazione tra i milanesi e il Comune potè ricomprare il portale per sole 25.000 lire due anni dopo.
Il Baslini comprò dai Valtorta anche i busti e i medaglioni del cortile, venduti poi separatamente a privati e al Comune nel 1873.
Sempre i Valtorta avevano fatto staccare dal cortile l'unica opera sopravvissuta del Foppa, il "Cicerone bambino che legge"e lo misero all'asta, vinta ovviamente dal Baslini. L'affresco del Foppa fu rivenduto a Parigi e infine a Londra.
Altre terracotte furono comprate dal Comune di Milano, mentre parti delle finestre e varie colonne del porticato finirono a privati, segnatamente al pittore Giuseppe Bertini, che le installò nella villa di famiglia a Biumo Superiore, allora comune, oggi quartiere di Varese.
Dei 13 medaglioni con busti ben 8 furono comprati dal Comune, che oggi li conserva ai Musei del Castello Sforzesco. I medaglioni furono poi attribuiti al Caradosso.
Nel 2014 per 3 medaglioni con busto, in terracotta quattrocentesca, sulla facciata del cortile di Villa Cagnola a Gazzada, è stata ipotizzata una relazione coi 5 scomparsi da Via dei Bossi e venduti a ignoti privati nel 1873.
Da un dipinto di inizio dell'800 si vede come la facciata non presentasse alcun medaglione con busto, che, dopo l'acquisto della villa da parte dei Cagnola, compaiono improvvisamente durante le opere di restauro condotte intorno al 1880.
Nel maggio 1900 fu inaugurato il nuovo Museo Archeologico di Milano, presso il Castello Sforzesco. Curatore fu l'onnipresente Luca Beltrami.
Nel cortile dell'elefante venne posto il Portale del Banco Mediceo e sotto i portici dello stesso cortile gli 8 medaglioni con busti e una serie di terracotte provenienti dallo stesso palazzo.
Nel novembre 1965 uno degli edifici annessi al Banco Mediceo, posto sul fondo della Via dei Bossi, venne demolito per costruire un nuovo edificio della Milano Assicurazioni. A diversi metri di profondità furono rinvenuti i pilastri e le mura perimetrali di un gigantesco Horreum della Milano Imperiale, un colossale magazzino del grano.
Nel 2006 la Casa d'Aste Christie's fece del palazzo di Via dei Bossi al 4 la sua nuova sede italiana, ospitando gli uffici; la sala d'aste fu invece posta a Palazzo Clerici, a poche decine di metri.
Disegni di rilievo di Palazzo del Banco Mediceo.























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