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sabato 23 novembre 2019

I clamorosi casi del vice commissario dottor Cantoni

Avevamo già incontrato il vice commissario dottor Giacomo Cantoni nell'indagine del Mostro del Fiume Lambro, che per meno di 24 ore trasformò Morsenchio e Monlué nell'equivalente di Loch Ness!

Il vice commissario dottor Cantoni, specializzato in Polizia Scientifica, avendo frequentato il XXI corso del 1933, rimase al Commissariato di Porta Vittoria, con sede in via Curtatone al 21, sino al 1940, quando venne brevemente spostato al Commissariato Compartimentale delle Ferrovie dello Stato, con sede in corso Magenta 24. L'anno successivo venne definitivamente spostato al Commissariato di Porta Genova.
Abitava in via Verona al 13.

Cantoni era già apparso sulle cronache milanesi del Corriere della Sera per altre vicende, che spesso erano caratterizzate da macchiette della Milano di allora e da vicende che avevano tassi di criminalità molto leggeri, forse complice la censura del regime fascista.

Urla di "paura"

E' il 27 febbraio 1934, una gelida giornata, quando una telefonata arriva al Commissariato di Porta Vittoria in via Curtatone.
E' il portinaio di un elegante palazzo di corso di Porta Vittoria, avvisa che ci sono i ladri nell'appartamento di un ingegnere che abita al piano rialzato! Se corrono, li possono cogliere con le mani nel sacco.
Il vice commissario dottor Cantoni e maresciallo Nicastro si precipitano fuori dall'ufficio e corrono in auto verso il vicino palazzo.
Salgono i pochi gradini e sfondano la porta. Dentro c'è solo una atterrita giovane domestica, con la divisa e tutta tremante e piangente.
Lei urla che il ladro è saltato giù dalla finestra e il Nicastro, atletico, si lancia giù dai due metri e mezzo del piano rialzato sulle tracce del malvivente.
Nel frattempo Cantoni tranquillizza la giovane e le chiede di raccontare il tutto.
Lei, Sofia Pierazzoli, di anni 24, fu Augusto, nata a Civitavecchia, stava stirando in cucina, quando udì dei rumori provenire da una camera da letto, accorsa, vide un uomo di spalle frugare in una cassettiera!
Lei urlò dallo spavento e quello si girò!
Un uomo grande e grosso con degli enormi occhiali azzurri che gli nascondevano il volto.
La guardò e sorrise, mostrando due file di denti tutti d'oro.

Poi la aggredì e iniziò una feroce lotta tra i due, ma le urla aquiline della giovane spaventarono il malvivente, che aperta la finestra si lanciò nel vuoto.
Il maresciallo Nicastri tornò dicendo che non c'era nessuno di sospetto nei paraggi.
Il Cantoni va nelle camere, le controlla una ad una. Sono tutte in ordine, tappeti, cassetti, letti, tutto perfettamente in ordine.
Torna dalla cameriera a le chiede di chiarire la cosa... dove c'è stata la collutazione? quali cassetti stava frugando il malvivente?
La giovane inizia ad arrossire, perde la sua sicurezza, balbetta e si confonde.
Cantoni, stufo, le dice di seguirlo in Commissariato, dovrà essere interrogata dal commissario capo il cavalier Garro.
La giovane giunge così negli uffici della polizia di Porta Vittoria. La interrogano Garro e Cantoni e in pochi minuti la giovane scoppia a piangere. Si è inventata tutto. Nessun ladro c'era in casa.
Interrogato dai giornalisti Cantoni non sa spiegare il motivo di tale scenata. Ipotizza forse un libro giallo, tanto di moda tra i giovani scapestrati, o un film poliziesco, o forse c'entra il fatto che la ragazza fosse stata lasciata dal fidanzato proprio il giorno prima... e forse era proprio lui, il fidanzato, che entrato di nascosto dalla finestra, con la complicità della ragazza, stava "riappacificandosi" con lei, tanto da farla urlare e da far pensare al custode che vi fossero i ladri!
Nel dubbio, il Cantoni sporse denuncia contro la giovane donna, così che la smetta di importunare i poliziotti con le sue effusione a volume troppo alto.


Il falegname del Musocco

Giugno 1934, una anziana donna si reca dal vice commissario dotto Cantoni, nel suo ufficio in Porta Vittoria. La donna è cupa e triste.
Il Cantoni le offre dell'acqua e si siede ad ascoltare.
La donna, vedova, circa un anno prima aveva conosciuto un uomo anche lui vedovo, anche lui anziano, di mestiere falegname. I due avevano deciso di andare a vivere assieme e si erano anche sposati per fare le cose per bene. Dopo il matrimonio, ad aprile, erano andati a vivere in un modesto ma confortevole appartamento sul corso  di Porta Vittoria.
Erano conviventi da pochi giorni che il marito ogni tanto iniziò a ricevere visite di colleghi falegnami e da possibili clienti.

La donna, per non disturbare si ritirava in cucina o in camera, ma qualche parola le giungeva alle orecchie. Notò anche che spesso gli uomini parlassero quasi sottovoce e con tono greve e serioso.
Parlavano di misure, altezze, peso, tipi di legno, di zinco, di maniglie, di ottoni...
Poi un giorno fece caso che quasi tutti gli amici del marito erano vestiti di nero e che ogni tanto avevano addosso un piccolo distintivo al bavero della giacca.
Quando un giorno salutando uno di questi colleghi del marito guardò meglio il distintivo, si accorse che era quello dei becchini del Cimitero Maggiore a Musocco!
Rimasta da sola col marito, disse al dottor Cantoni, e con una enorme angoscia gli chiese: "ma tu, che tipo di falegname sei?"
E lui, con gli occhi bassi, rispose che fabbricava casse da morto. Ma poi, fiero, si alzò in piedi e le disse che ogni lavoro, se fatto con onestà e correttezza è identico a tutti gli altri! E che lui era tra i migliori costruttori di bare di tutta la città.
La donna rimase comunque angosciata e confessò al Cantoni che dormiva ormai pochissimo per il terrore degli incubi che faceva, col marito che la chiudeva dentro una bara, ancora viva.
La donna chiese se dovesse divorziare!
Il vice commissario e consulente matrimoniale a tempo perso dovette convocare l'anziano uomo e con la moglie presente pregò la donna di essere meno impressionabile e disse all'uomo di tenere ben separati il suo lavoro, da svolgere nel suo laboratorio, dalla vita quotidiana a casa, dove doveva essere solo un buon marito. Lo pregò anche di ricevere clienti e colleghi solo in laboratorio e mai più a casa.
Convinti moglie e marito li congedò dicendo: "seppellite ogni malinteso".



"Non è mio"

5 luglio 1934, la porta dell'ufficio del vice commissario dottor Cantoni si spalanca di colpo. Entra un donnone di mezza età, alta, grossa, con un seno enorme, sudatissima e con un sguardo arrabbiatissimo.
Urla solo un "buongiorno" e poi apre una scatola che aveva con sé e ne tira fuori un vestitino di seta rosa, strettissimo in vita, con le maniche spaccate come andava di moda allora e un pizzo attorno all'abbondantissima scollatura.
Lo sventola davanti gli occhi perplessi del Cantoni e poi dice: "Non è mio".
Cantoni le rispose con tranquillità "Le credo signora".
La donna si siede finalmente e inizia a raccontare; la sera prima un fattorino suona al campanello e recapita un pacco per il marito, che però non è ancora tornato dal lavoro.
La donna, curiosa, apre il pacchetto e trova il vestito rosa con sopra un biglietto: "Caro Tonio, mi dispiace di quanto è successo ieri sera. Ti recapito il vestito, perché tu ti renda conto del guaio che hai causato; spero tu provvederai a sostituire questo capo con un altro nuovo, in modo che il nostro alterco di ieri sera possa finire suggellando la pace tra noi".
Il tutto scritto con svolazzante grafia femminile.
Cantoni guardò l'abito ed era effettivamente strappato proprio sotto la scollatura.
Appurato che il marito si chiamasse Tonio, il Cantoni chiese cosa potesse fare per lei.
La donna disse che aveva atteso il ritorno del marito, gli aveva mostrato abito e biglietto e che lui, per tutta risposta l'aveva spinta fuori casa, a maleparole, e poi le aveva chiuso l'uscio in faccia!
Cantoni mandò il maresciallo Nicastri a convocare immediatamente il marito della donna.
Dopo pochi minuti, abitavano nei pressi, Nicastri fece entrare il marito. Un ometto dimesso, con una enorme benda sulla testa, quasi un turbante.
Cantoni chiese spiegazioni e lui disse che non aveva mica sbattuto la moglie fuori di casa! Era lui che si era rifugiato dentro, dopo che lei lo aveva picchiato e malmenato duramente!

Lo aveva colpito prima col mattarello, poi preso a ombrellate e infine ricoperto di calci e pugni.
Sino a quando l'uomo si era riuscito a barricare, sanguinante, in casa.
Cantoni guardò la donna che disse "sì, sono stata un po' impulsiva... ero arrabbiata per la gelosia!"
Il vice commissario chiese lumi all'omino riguardo al vestito e questi disse che si trattava solo di un malinteso.
Lui tutte le sera si recava con gli amici in osteria, lì vicino alla piazza delle Cinque Giornate, e passava la serata giocando a Tresette e a scherzare con la sua compagnia di buontemponi.
Disse che tra di loro erano soliti farsi degli scherzi e che questo era di sicuro un tiro che loro gli avevano fatto.

Conoscendo la gelosia e l'irascibilità della moglie, avevano convinto la cameriera dell'osteria a vergare il biglietto, avevano comprato l'abitino rosa, l'avevano strappato e poi avevano pagato un fattorino per portarlo quando il marito sarebbe stato sicuramente ancora in ufficio.
La spiegazione poteva avere una sua logica, anche se né la moglie né Cantoni furono convinti appieno.
In ogni caso Cantoni chiese all'uomo di smettere di frequentare quell'osteria e quegli amici per un po' di tempo...


Il caso dell'Osteria

Nell'autunno del 1934 il dottor Cantoni venne chiamato a risolvere il caso dell'Osteria.
Si presentò da lui, nel Commissariato di Porta Vittoria, un oste, tal Battista. Questi denunciava una truffa orditagli dal vecchio proprietario dell'osteria che aveva rilevato da poche settimane, un certo Bonifazio.
Il Bonifazio, con la corpulenta moglie Carolina, entrambi non più giovanissimi, avevano fatto gli osti a Porta Vittoria per decenni, ma negli ultimi tempi il lavoro scarseggiava.
Bonifazio si lamentava con i pochi avventori che ormai i giovani preferissero bere la gazzosa o altre bibite piuttosto che il buon vino barbera.
Decise così di mettere in vendita la sua osteria e si presentò un certo Battista.
I due trattarono per un po' e giunsero all'accordo di cessione per 22.000 Lire. Il Battista voleva però una settimana di prova. Dato che Bonifazio gli aveva detto che gli affari andavano a gonfie vele, voleva essere sicuro che fosse realmente così.

Il giorno prima della settimana di prova il Bonifazio organizzò la truffa; disse alla moglie di chiamare tutte le comari sue amiche e di farle venire a pranzo o a cena tutti i giorni. Poi disse a tutti i suoi amici e conoscenti di fare lo stesso, venendo a giocare a carte, bere e mangiare.
Loro avrebbero pagato, ma poi lui li avrebbe rimborsati di nascosto.
Il Battista nella settimana di prova si trovò così un'osteria sempre strapiena, a pranzo e cena, con allegri compagnoni che giocavano a carte sino a tarda notte, bevendo fiumi di vino e mangiando taglieri di salami e formaggi in continuazione.
Dopo 7 giorni i due firmarono la vendita e Bonifazio intascò le 22.000 Lire.

Il Battista iniziò così la sua nuova attività e le cose continuarono ad andare bene per tutta la prima settimana.
Locale strapieno e grandi incassi! Ma era opera del perfido Bonifazio, che temendo che il Battista si accorgesse della truffa, aveva pagato tutti i suoi amici perchè passassero altri 7 giorni a mangiare e bere alla sua vecchia osteria!
Ma finiti quegli altri 7 giorni il Battista si accorse che i clienti erano molti meno. Il giorno seguente ben meno della metà e il dì dopo ancora il locale era praticamente vuoto tutto il giorno.
Passarono alcuni giorni, sino a quando uno degli amici del Bonifazio, intercettato dal Battista, vuotò il sacco.
Il Battista corse in Commissariato a raccontare tutto. Era un caso perfetto per il dottor Cantoni.
Venne convocato il Bonifazio che giunse in Commissariato con la corpulenta moglie.
Il Battista lanciò le sue accuse, ma il Bonifazio, serafico, gli rispose che lui non aveva la più pallida idea di cosa raccontasse quell'uomo e che la colpa, se il locale era vuota, era dovuta al fatto che il Battista fosse scapolo!
Nelle osterie serve sempre una bella donna, disse Bonifazio, spalleggiato dalla corpulenta Carolina.
E poi serve fortuna, disse, e bravura, con un buon tirocinio i clienti arriveranno, forse.
Il dottor Cantoni non potè far altro che lasciar andare Bonifazio e la sua Carolina e consigliare al Battista di trovar rapidamente una moglie...



Noi cari estinti

Ancora nell'autunno del 1934, il 24 ottobre, il vice commissario dottor Cantoni, tornò a fare il Consulente Matrimoniale.
Entrò nel suo ufficio di via Curtatone una bellissima donna, non ancora trentenne, biondo platino, con lunghissimi capelli, impellicciata, scarpe col tacco e rossetto. E occhi cerchiati di rosso e in lacrime!
Chiede aiuto al commissario.
E' sposata da alcuni anni con un famoso architetto, di nome Mario. Lei si chiama Carla e si amano moltissimo, sono benestanti, vivono una vita stupenda e senza problemi.

Ma la settimana prima la giovane donna scopre tra le carte che il marito tiene nel grande studio annesso alla loro ricca casa di viale Bianca Maria, un grande disegno che raffigura un monumento funebre e al centro del monumento i nomi Carla e Mario.
Lei resta colpita dal disegno, non riesce a spiegarsi perchè il marito si diletti con una cosa così triste...
Il giorno dopo scopre il marito tutto impegnato a disegnare il monumento. Sezioni, prospetti, piante...

Passano alcuni giorni e la sera la moglie, quatta quatta, sgaiattola nello studio del marito, intento a tarda sera a lavorare.
Arriva in punta di piedi sino alla scrivania e guardando da sopra le sue spalle vede che lui sta finendo di colorare una enorme tavola raffigurante il monumento funebre, con al centro Carla e Mario!
Urla, scoppia a piangere e corre in bagno, inseguita dal marito incredulo che non si spiega la reazione.
Dormono sui due lati della porta, poi lui al mattino esce per un precedente impegno e lei si precipita dal dottor Cantoni.
Teme che lui sia impazzito o che addirittura voglia ucciderla e poi suicidarsi!
Il Cantoni le chiede perché diavolo non abbia chiesto al marito perché disegnasse quel monumento, poi lo fa convocare.
L'architetto giunge al Commissariato abbastanza arrabbiato per aver interrotto il suo lavoro e quando sente Cantoni chiedere lumi riguardo al suo disegno e vede la moglie in lacrime... si inginocchia davanti a lei e le spiega che aveva ricevuto una commessa una decina di giorni prima, da parte di una donna i cui anziani genitori erano deceduti a breve distanza l'uno dall'altro.
Si chiamavano Carla e Mario...



Ulisse e Penelope

Novembre 1934, sulla scrivania del dottor Cantoni arriva una istanza per separazione coniugale.
E' firmata da un certo Ulisse, che in una lunghissima lettera, con una prosa letteraria e lunghe citazioni di classici, spiega i motivi della richiesta.
Cantoni lo convoca. Ulisse abita in viale Umbria ed è sposato con una donna conosciuta una dozzina di anni prima.
Lui proviene da una famiglia milanese molto umili, mentre lei, della provincia, apparteneva ad una ricca famiglia, stava completando gli studi all'Università, quando un tracollo economico condusse l'intera famiglia sul lastrico.

Lui, custode di una autorimessa in Porta Vittoria, aveva conosciuto il padre e la figlia quando loro lasciavano le auto in rimessa da lui. Saputo del tracollo economico si propose di sposare la giovane donna e lei accettò.
Le cose andarono inizialmente bene, senza che lei facesse mai pesare all'uomo le differenze culturali e sociali che vi erano tra loro.
Quattro anni prima nacque anche un figlio, che speravano avesse la testa della madre e la tenacia lavorativa del padre, tutto sembrava andare per il meglio ma alcuni mesi prima la donna aveva iniziato a trascurare i lavori domestici e la cura del bambino per scrivere.
Scriveva ore e ore ogni giorno e il marito decise di frugare nella borsa della donna per capire a chi e cosa scrivesse.
Lesse e sottrasse alcuni scritti e li allegò all'istanza di separazione.
Cantoni li aveva sulla scrivania, ma chiese all'uomo cosa vi fosse scritto.
Lui disse che era la corrispondenza tra la moglie e un certo Demetrio, che doveva essere l'amante e le ha spedito pure un regalo. E poi c'era una certa Penelope, una amica loro che gli teneva la tresca. E poi c'erano i Porci o Proci, non ricordava bene, che non riusciva a capire mica che ruolo avessero...
Cantoni fece convocare la moglie, che poco dopo giunse in Commissariato.
Il poliziotto le diede l'istanza di separazione e le lettere con i Porci, Demetrio e Penelope. Sotto lo sguardo accusatorio del marito.
La donna, sorpresa inizialmente, scoppiò in una lunghissima risata, non riuscendo più a fermarsi.
Le lettere erano in realtà dei semplici scritti che la donna faceva per tenere allenata la memoria, scrivendo quel che ricordava di quanto scritto secoli prima da Omero, dal Tasso... e che Demetrio era un zio, che il marito ben conosceva, che le aveva mandato un dono in occasione del compleanno del bambino!
L'uomo a bocca aperta si alzò in piedi ed esclamò "Sacripante!Che casino che ho combinato!"
Cantoni colse la palla al balzo e memore degli studi classici gli disse: "Vede, signor Ulisse, lei ha appena citato Sacripante, re di Circassia e innamorato di Angelica! Si consideri alla pari della sua colta moglie, almeno per una volta!"
I due uscirono a braccetto dal Commissariato di Porta Vittoria.


La Bice

Nel marzo 1935, pochi mesi prima del Mostro del Lambro, Cantoni viene chiamato urgentemente dagli abitanti di un elegante palazzo di viale Bianca Maria, uno di quegli eleganti condomini sorti subito dopo l'abbattimento dei Bastioni di Porta Vittoria.
C'è una donna che urla imprecazioni e chiede aiuto su un balcone.
Cantoni accorre da via Curtatone e salendo all'appartamento nel palazzo scopre che la donna sul balcone è la proprietaria, mentre nell'appartamento c'è una inquilina morosa. Cantoni riesce a farsi aprire la porta e obbliga l'inquilina a "liberare" la donna chiusa sul balcone.

E' una certa signora Bice, vedova e ricca, che su consiglio del medico curante decide di andare a passare alcuni mesi nella villa di famiglia in Val Seriana, dalle parti di Clusone.
Decide così di affittare l'appartamento e si presenta una giovane mamma con un bambino piccolo, con ottime referenze e un lavoro stabile.
La signora Bice trasloca così nella bergamasca e la giovane mamma spedisce ogni mese, puntuale il vaglia con l'affitto.


Ma solo per i primi mesi. Poi, nonostante continui solleciti alla signora Bice non arriva più una Lira.
Scende così in corriera a Milano e giunta a casa cerca di entrare nel suo appartamento, ma la giovane inquilina le sbarra la porta. Passano giorni finché la Bice si apposta dietro il vano ascensore e quando la giovane mamma entra in casa, si precipita e di getto si butta nel suo appartamento.
Seguono urla fortissime, insulti da ambo le parti, la Bice ha quasi un malore, allora spalanca la portafinestra ed esce sul balcone; l'inquilina, lesta, la chiude fuori.
Il dottor Cantoni la fa liberare, riniziano le urla e gli insulti, la Bice vuole che Cantoni arresti la giovane donna.
Cantoni riesce a riportare la calma., fa sedere le donne a tavola, prende carta e penna e fa sottoscrivere alla giovane mamma una promessa di pagamento di tutti gli arretrati e una promessa di liberare la casa della signora Bice appena ne troverà un'altra.



Parenti serpenti

La porta del dottor Cantoni si spalancò improvvisamente quel 5 giugno 1935. Entrò una bellissima donna sui 35 anni, elegantissima, prosperosa, con lunghi capelli biondi, truccata e con fare provocante gli disse: "Mi guardi" e fece un giro di 360° davanti alla scrivania, "C'è qualcosa che non va in me?"
"Assolutamente, vedo solo una bella ed elegante signora".
"Ecco, appunto".

Iniziò a raccontare i fatti partendo dalla fine. Pochi minuti prima aveva preso a schiaffi la sua giovane nipote, nell'appartamento della ragazza in corso XXII marzo.
Dato che la giovane nipote aveva detto di volerla denunciare, lei aveva prevenuto il tutto, correndo a spiegare al commissario i fatti.
Cantoni alzo gli occhi al cielo e disse "mi dica".
Dunque, la giovane era una nipote appena andata sposa da qualche mese e lei, in qualità di cugina con qualche anno di più e soprattutto tantissima esperienza, si sentiva in dovere di passare tutti i giorni a casa di lei per insegnarle i doveri domestici.
Passava un giorno a insegnarle a fare i bolliti, un altro a cucinare la cassoeula, altri a fare bene i letti e riassettare i bagni, altri ancora a insegnarle il portamento, altri ancora per ....
Cantoni risollevò gli occhi al cielo.
La bella signora arrivò al dunque, da qualche giorno, ogni volta che tornava a casa trovava della cenere sulla schiena, appiccicata ai vestiti.
In quel momento si spalancò di nuovo la porta ed entrò la giovane nipote con in mano una denuncia per percosse. Le due iniziarono ad insultarsi e Cantoni fece fatica a riportare la calma.
Poi, dopo averle fatte sedere, chiese alla giovane di raccontare la sua versione.
La cugina era invadente. Tutti i giorni entrava a casa sua per darle lezioni non richieste, e in più portava jella!
Entrava in casa e cadeva un vaso. Apriva la porta e cadeva il bricco del latte. Suonava il campanello e si rovesciava il barattolo del sale. Apriva bocca e bruciava l'arrosto.
Si era così consultata con alcune vicine di casa che le avevano detto che la donna era un menagramo, portava sfortuna e jella e che doveva assolutamente andare da una donna esperta di queste faccende.
Andò così al Vigentino, dove questa presunta fatucchiera le fece bere un intruglio e poi le disse che ogni volta che la donna entrava a casa sua doveva buttarle della cenere sulle spalle, pronunciando una serie di parole sotto voce.
Le due donne riniziarono a litigare e il Cantoni si dovette alzare in piedi e urlare.
Propose un accordo. La donna avrebbe smesso di andare a trovare la giovane, che al contempo avrebbe ritirato la denuncia.
La giovane si disse d'accordo, ma la donna uscì sbattendo la porta.
Il calamaio pieno di inchiostro sulla scrivania del dottor Cantoni si rovesciò...



Dina, amor mio

Nell'ottobre del '35 ecco ancora il vice commissario dottor Cantoni diventare protagonista sulle pagine del Corriere della Sera.
Questa volta è una storia di corna.

Una bella e giovane donna entrò nell'ufficio del povero Cantoni in via Curtatone, dietro via Lamarmora e iniziò a raccontare la storia del suo fidanzamento.
Lei, povera e umile si fidanza con un giovane rampollo della Milano alto borghese, la cui famiglia osteggia il loro rapporto.
Dopo vari mesi però lui le da un anello di fidanzamento e i suoi familiari cedono.
Lei è al settimo cielo, ma ecco che lui inizia a trovare scuse per incontrarsi meno spesso.




Sovente la mattina, dall'alba sino all'ora di pranzo, durante i fine settimana, sparisce senza dirle niente.
Lei è convinta che abbia un'amante.
Il povero dottor Cantoni probabilmente alzò gli occhi al cielo...
La donna era andata già da alcuni investigatori privati e lei stessa aveva pedinato il fidanzato, senza scoprire proprio nulla.
Sino a quando scopre la prova regina. Una sera il giovane dimentica una taccuino a casa della fidanzata. Lei alacremente lo prende e scopre al suo interno delle note che la mandano su tutte le furie!
Lo mostra al Cantoni, ecco chi è l'amante, Dina!
"Spese per Dina, 200 Lire".
"Biscotti per Dina, 50 Lire".
"Ufficio Tasse per Dina, 50 Lire".
"Dina dal dottore", 100 Lire.
"Sabato mattina con Dina in collina".
Il Cantoni congeda la donna e tiene il taccuino e fa convocare il giovane promesso sposo per il mattino seguente.
Il giorno dopo i due si incontrano in Commissariato. Quello chiede se fosse accaduto qualcosa e il Cantoni gli dice che deve solo restituirgli un taccuino che ha smarrito.
Il giovane ringrazia ma poco dopo gli domanda come abbia fatto a sapere che fosse suo, visto che era sicuro di non averci scritto né nome né indirizzo.
Cantoni gli disse che glielo aveva detto una certa... Dina.
La reazione del giovane è diversa da quella che Cantoni si aspettava: scoppia fragorosamente a ridere.
Dice che è impossibile che Dina glielo abbia detto.
Cantoni insiste, dice che i suoi agenti sono bravissimi nello scoprire tutto di tutti.
Il giovane ride a crepapelle e chiede mezz'ora per andare a prendere Dina e tornare in Commissariato.
Cantoni acconsente.
Dopo breve tempo il giovane ritorna nell'ufficio del vice commissario, assieme a Dina.
Un bracco bianco, pezzato, perfetto per andare a caccia...
Il pomeriggio Cantoni convoca la giovane donna e le svela l'arcano!
I genitori del giovane sono contrari alla caccia, che invece è una grande passione per lui.
Ha così comprato fucili e indumenti e un cane da caccia, la giovane Dina, e tiene tutto a casa da un amico.
Durante i fine settimana, di nascosto si reca da lui e assieme vanno a caccia nelle colline dell'Oltrepò Pavese.
I due si sposarono pochi mesi dopo.



Edvige

Passano pochi giorni e un pomeriggio, uscendo dal Commissariato, il dottor Cantoni trova un assembramento di curiosi davanti al bar all'angolo con via Lamarmora.
Al centro vi sono i due litiganti. Entrambi ben in là con l'età, un uomo distinto e molto ben vestito e una donna altrettanto ben vestita, con un enorme seno, molto truccata e ingioiellata.
I due litigano tra le risate di quelli che li circondano.
Cantoni si fa largo tra la folla e chiede lumi.
L'uomo spiega che la donna ha ricevuto una scatola di cioccolatini per errore e che non gliela vuole restituire.
Cantoni fa così sedere i due al bar, dopo aver disperso la folla e poi si fa raccontare il tutto.
L'uomo dice che stava tornando da casa di amici, in Porta Romana, carissimi amici con cui è solito mangiare ogni domenica. E quel giorno era speciale, era l'onomastico della loro piccola nipotina, Edvige, che lo considerava come un altro nonno. Si era così recato a casa degli amici ma il domestico gli aveva sbattuto la porta in faccia! E da dentro la casa erano giunti insulti da parte del suo amico!
Non riuscendo a capire cosa fosse accaduto e totalmente mortificato l'uomo stava camminando verso casa, quando passando davanti al bar in via Lamarmora, si sentì mettere le braccia al collo e baciare sulle guance.
Era lei, indicando la donna.

La donna si chiamava... Edvige e raccontò che la mattina aveva ricevuto una enorme scatola dei migliori cioccolatini di Cova, chiusi in una ricchissima e costosa confezione. Sapendo che l'uomo, di nome Attilio, era solito fermarsi a bere un caffè in quel bar, lo aveva atteso lì. In mano aveva ancora l'enorme scatola di costosissimi cioccolatini. L'uomo raccontò al dottor Cantoni che una decina di anni prima lui e la signora si erano frequentati e stavano quasi per sposarsi, poi, lei, all'ultimo aveva scelto un altro uomo.

Lui aveva tagliato tutti i ponti con lei e il giorno prima aveva mandato quella scatola di cioccolatini a Edvige, ma non lei, bensì la nipotina del carissimo amico!
Forse, aveva scritto per distrazione l'indirizzo dell'altra Edvige!
Cantoni e la donna guardarono l'Attilio, poi la donna consegnò la scatola di cioccolatini e se ne andò.
Il mattino dopo, preceduta da urla, nell'ufficio del dottor Cantoni entrò la signora Edvige.
In mano una enorme scatola di cioccolatini, identica a quella del giorno prima!
"Ancora" esclamò Cantoni.
La donna aprì la confezione e dentro vi erano frutta e verdura marcia e piena di cagnotti.
"Guardi cosa mi ha portato un fattorino stamattina! Ed è pure firmata, Attilio!!!!"
Cantoni convocò il signor Attilio, che tranquillamente raccontò la storia al commissario.
Due giorni prima aveva comprato da Cova due scatole di cioccolatini, una piena e l'altra vuota.
Una era per la bambina Edvige, l'altra, riempita da frutta e verdura fatta marcire appositamente, per l'Edvige adulta, la donna che esattamente 10 anni prima l'aveva lasciato quasi sull'altare e che lui, allora amava profondamente.
Preparate le confezioni aveva invertito gli indirizzi, spendendo la frutta marcia agli amici e i cioccolatini alla donna.
Dopo che la donna aveva dovuto restituirgli la scatola, Attilio si era recato dagli amici e aveva raccontato la storia, donando poi i cioccolatini alla piccola Edvige. Si fece poi dare la scatola piena di marciume e cagnotti e la spedì alla signora Edvige.
Cantoni alzò ancora gli occhi al cielo...
La donna voleva denunciarlo, Attilio sembrava che fosse del tutto superiore alla questione.
Cantoni risolse il caso. Attilio sarebbe stato obbligato ogni anno a regalare una scatola di cioccolatini non solo alla Edvige piccola ma anche a quella grande, che in cambio non si sarebbe più fatta vedere da lui e non avrebbe presentato alcuna denuncia.

Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...