giovedì 25 ottobre 2018

La Chiesa di Santa Maria Aurona

La chiesa di Santa Maria Aurona, o d'Aurona, si trovava lungo l'odierna via Monte di Pietà. Si trattava dell'unico edificio longobardo di Milano, sopravvissuto sino agli inizi dell'Ottocento.
La chiesa venne costruita intorno al 730, lungo le antiche Mura Massimiane di Milano.

La cerchia difensiva più antica, quella delle Mura Repubblicane, correva sul lato ovest e nord-ovest lungo Piazza della Scala, via Filodrammatici, via del Lauro per arrivare al crocicchio di via Cusani/Ponte Vetero/Broletto/Orso, dove si trovava una delle antiche porte, da cui usciva la via Comacina, per Como. Oggi corso Garibaldi.
Quando l'Imperatore Massimiano spostò la capitale a Milano, fece erigere nuove mura per comprendere quelle parti della sua capitale che erano ormai sorte fuori dalla vecchia cinta muraria.
Le mura si espansero verso ovest e nord-ovest, percorrendo proprio via dell'Orso, Monte di Pietà e girando verso sud-ovest dove venne aperta la porta della Croce Rossa, l'omonima via odierna, a fianco del palazzo di Armani, e percorrendo poi via Monte Napoleone verso sud.
Proprio sul lato delle mura lungo via Monte di Pietà, venne costruita la chiesa.
La struttura era molto semplice, un'aula unica di circa 17 metri di lunghezza per quasi 11 di larghezza.
Il muro nord della chiesa coincideva con le Mura Massimiane.

La chiesa venne costruita con lo spigolo nord occidentale intorno ad una delle tante torri di difesa.
Un atrio grosso circa 1/3 dell'aula precedeva la chiesa.
C'erano tra absidi, rettangolare quella centrale, classiche quelle ai due lati.
Questo tipo di chiesa, assolutamente un unicum a Milano, era invece molto comune nelle Alpi, soprattutto quelle Retiche, dell'odierno Trentino Alto Adige e nota come "dreiapsidensaal" o ad aula unica triabsidata.

La torre venne trasformata in campanile, probabilmente intorno al IX secolo quando le torri campanarie si diffusero in tutta Europa.
La chiesa, forse pre-esistente, divenne parte del complesso del monastero di Santa Maria Aurona, fondato intorno al 780-800.
La regola era quella benedettina e si trattava di un monastero femminile riservato solo alle vergini fanciulle nobili per quattro quarti; occupava un intero isolato, oggi identificabile con le vie Andegari, Manzoni, Monte di Pietà e Romagnosi.
La strada, attualmente chiamata Monte di Pietà, era in epoca alto medievale nota come strada Cantarana, dato che appena fuori le mura scorreva il canale difensivo di Milano, deviazione del Seveso e chiamata Grande Sevese.
Oltre si trovavano solo prati e risorgive, dove prosperavano le rane e il oro gracidare diede il nome alla strada.
Dopo l'anno Mille, all'incirca, divenne nota come Contrada dei Tre Monasteri, perchè oltre al monastero di Santa Maria Aurona, c'erano, dall'altro lato della strada, il monastero di Santa Chiara delle Clarisse, riservato alle figlie del popolo e il monastero di Sant'Agostino, riservato alle figlie della borghesia commerciale.
In seguito venne aggiunto anche un quarto monastero, di Santa Caterina della Cantarana, ma con ingresso da via Brera.
Otto Cima, il celebre giornalista-storico di Milano, ricordò in un articolo degli anni '20 che tra il popolo milanese circolava una filastrocca proprio sui Tre Monasteri alle spalle di via Manzoni, facendo proprio dei distinguo sulla classe sociale delle monache delle tre differenti strutture religiose.
Quando venivano suonate le campane dei tre monasteri nelle strade vicine si cantava:

DANN DANN, SEM TOCC DAMM
DINN DINN, SEM TOCC PEDINN
DENN DENN, SEM TOCC PUTAN

Chiesa e monastero sarebbero legato non solo ai Longobardi, che allora regnavano su buona parte dell'Italia, ma proprio alla famiglia reale.
L'Aurona a cui sono titolati monastero e chiesa, sarebbe infatti figlia del Re d'Italia, e Re dei Longobardi, Ansprando.
Dopo la morte di un re, seguivano delle violentissime lotte di successione, tipiche dei Longobardi, con vere e proprie battaglie e guerre tra opposte fazioni, ciascuna guidata da un duca.
Alla morte del Re Cuniperto, Ansprando e il duca di Torino, Ragimperto, entrarono in guerra, che, alla morte di quest'ultimo fu continuata dal figlio Ariperto.
Con forze soverchianti Ariperto fece fuggire Ansprando, prima verso i laghi, poi in Baviera.
Riuscì però a catturare la sua famiglia, che fece torturare e orrendamente mutilare.
Tra essi vi era la figlia Aurona, a cui vennero tagliate le palpebre, il naso e le orecchie.
Dopo 10 anni Ansprando riuscì a tornare in Lombardia con un esercito composto da Longobardi di Baviera e a sconfiggere il Re d'Italia Ariperto e a prendere il suo posto sul trono.
Ansprando morì dopo solo tre mesi, lasciando però il trono al figlio Liutprando, che fu tra i più grandi re longobardi e regnò per oltre 30 anni.
Secondo alcune fonti, non delle più autorevoli e certe, Ansprando aveva anche un altro figlio maschio, fatto prete e poi arrivato a guidare la chiesa Ambrosiana, diventando l'arcivescovo Teodoro II°. (Teodoro fu il primo a fregiarsi del titolo di arcivescovo di Milano).
Sarebbe quindi stato il fratello del Re Liutprando e della mutilata Aurona.
Di Teodoro II° non si sa realmente nulla o quasi. Avrebbe esercitato dal 732 al 739, quando morì; fu probabilmente fu lui a fondare il monastero dove mise la sorella come badessa.
Dal Versum de Mediolano civitate, scritto da un anonimo poeta longobardo tra il 739 e il 744, sappiamo però che Teodoro era «natus de regali germine», rafforzando così la teoria di una unione di sangue tra Aurona, Teodoro e Liutprando.
Quando Teodoro morì fu sepolto proprio nel monastero di Santa Maria Aurona. Fatto del tutto inspiegabile, essendo il monastero femminile.
L'unica possibilità è che il monastero fosse di proprietà della famiglia reale longobarda, e che quindi si trattò di una inumazione "privata".
L'ipotesi che il monastero, e la chiesa, fossero di proprietà reale viene avvalorato da quanto accadde un secolo dopo, quando la vedova dell'Imperatore Carolingio Ludovico II°, nell'880, donava a "Sant'Ambrogio", cioè alla chiesa Ambrosiana,  «monasterium quod vocatur Aurune», cioè il Monastero di Aurona.
Il complesso venne distrutto da un incendio nel 1075; il Medioevo fu un periodo durante il quale almeno 7 grandi incendi distrussero intere parti della città.



Il complesso monastico e la chiesa furono ricostruiti in stile romanico; particolarmente colpita fu la copertura della chiesa, in orditura lignea, che fu ricostruita a volte sorrette da pilastri cruciformi; si formarono così tre navate nell'aula. I lavori terminarono nel 1099, quando venne costruita anche un cappella a Santa Barbara, nome col quale poi si identificò, per vari secoli, l'intera chiesa.

In rosso la chiesa romanica, in giallo la torre-campanile
in blu il monastero.

Il monastero di monache benedettine continuò per tre secoli a prosperare; nel 1311, nella sua struttura si rifugiò in cerca di salvezza per la propria vita, Guido Torriani, signore di Milano, che dopo aver sfidato l'Imperatore Enrico VII°, venne sconfitto in battaglia, tra le vie di Milano, dai suoi storici rivali, i Visconti. Questi attaccarono e distrussero il quartiere dove si trovavano gli edifici dei Della Torre, radendo al suolo tutti i palazzi. I Visconti lasciarono quel quartiere, alle spalle dell'attuale via Manzoni, quasi in Piazza della Scala, ridotto a ruderi per lunghi anni, come monito. 
Il toponimo di via delle Case Rotte ricorda proprio quell'evento.
Guido Torriani dopo aver trovato rifugio a Santa Maria d'Aurona dovette fuggire a Lodi e poi a Cremona.
Sul finire del XV secolo, quando era noto come monastero di Sant'Agata d'Orone, iniziò un periodo di declino.; ormai abitato da 3 sole monache, fu soppresso da Papa Sisto IV°che offrì alla badessa e alle altre 2 monache di passare all'ordine agostiniano e a stabilirsi nel convento di Sant'Agnese.
Al rifiuto della badessa il Papa fuse Santa Maria d’Aurona al vicino convento di Sant'Agostino di Vedano in Porta Nuova, da cui era separata solo dalla strada, l’attuale via Monte di Pietà; per unire i due conventi e permettere alle sorelle di spostarsi senza mostrarsi, venne scavato un passaggio sotterraneo.
San Carlo Borromeo visto il continuo declino della struttura, decise di spostare definitivamente le sorelle agostiniane di Sant'Agata d'Orone nel monastero di Sant'Agostino, fece murare il passaggio sotterraneo e vendette il monastero ad Annibale Vistarino, che vi aprì, nel 1538, un collegio per
fanciulle povere votate alla castità.
Due anni dopo un gruppo di quelle fanciulle chiese di prendere i voti e di diventare suore di clausura. Visto il rifiuto del Vistarino, fecero appello direttamente al nuovo Papa, Sisto V°, che non solo acconsentì, ma fece ritrasformare la struttura in un monastero, dedicandolo a Santa Barbara e il 7 novembre 1593 le cappuccine di Santa Barbara fecero ingresso nel complesso.
Durante questi lavori venne anche abbattuta la torre-campanile.
L'antica chiesa di Santa Maria Aurona, tutto sommato salvatasi nella forma sino ad allora, unica vestigia del mondo Longobardo a Milano, venne ricostruita integralmente dalle cappuccine.
Venne così demolito l'impianto longobardo e le successive modifiche romaniche; la chiesa venne ricostruita con le prescrizioni vigenti all'epoca, con una netta cesura tra parte dedicata al clero e parte dedicata ai laici, qui portata alla massima separazione visto che si trattava di una chiesa claustrale. Sulla facciata sopra il portale d'ingresso vi era un affresco del Cerano raffigurante Maria con monache cappuccine inginocchiate; il motivo della decorazione a fresco sopra il portale si ripeteva all'interno, sulla controfacciata, dove il Cerano aveva dipinto San Francesco con le stimmate
La chiesa aveva tre altari, il maggiore era ornato di un'ancona raffigurante la Beata Vergina con Gesù Bambino, San Francesco, Santa Chiara e Santa Chiara di Carlo Francesco Nuvolone. 
Vi si conservava come reliquia il cappello cardinalizio di San Carlo Borromeo.

Gli operai al lavoro per le benedettine arrivarono a riutilizzare tutto quanto demolito e raschiato dalla chiesa longobarda, come riempimento delle nuove mura.

Nel 1784 l'Imperatore Giuseppe II° decise di creare un sistema di welfare gestito dallo Stato anche nel Lombardo Veneto. Sino ad allora infatti, le decine di istituzioni storicamente presenti a Milano erano in mano agli ordini religiosi e alla curia Ambrosiana.Giuseppe II° creò una Pia Casa di Lavoro volontario, nell'anticho monastero di San Vincenzo in Prato. e una Pia Casa degli Incurabili, fuori città, ad Abbiategrasso.
Le spese in carico a questi due nuovi enti furono attribuite ad una delle più antiche istituzioni ospedaliere di Milano, i Luoghi Pii Elemosirieri, che divenne una vera e propria "holding", accorpando decine di altre istituzioni caritatevoli e ospedaliere e passando poi la gestione dagli ordini religiosi allo Stato Asburgico.
La sede del nuovo ente, denominato Luoghi Pii Riuniti, venne decisa l'anno seguente e ricadde proprio sul monastero di Santa Maria Aurona/Sant'Agata d'Orona, che venne soppresso demolito e ricostruito da Giuseppe Piermarini, vero "architetto di corte" dei governatori austriaci.
Gli altri due monasteri non furono risparmiati dalle riforme giuseppine e da quelle napoleoniche; il monastero di Santa Chiara era già stato soppresso nel 1782, mentre quello delle Agostiniane sopravvisse sino al 1798.
Con l'arrivo dei Francesi e della Rivoluzione, i Luoghi Pii Riuniti vennero cacciati dal palazzo del Piermarini e vi fu accolto il Genio Militare.
Con la Restaurazione la destinazione militare del bel palazzo venne confermata e si arrivò così ai giorni del marzo 1848, quando il Risorgimento investì in pieno l'area dell'antica Santa Maria Aurona.
Protagonisti della giornata del 21 marzo furono Augusto Afossi e Pasquale Sottocorno, a cui vennero poi dedicate due strade appena fuori i Bastioni orientali.
L'Anfossi era un militare e un avventuriero di professione. Aveva combattuto con in Francia durante i Morti del 1831, per arruolarsi poi nella Legione Straniera, combattendo in Algeria. Si arruolò poi nell'esercito egiziano nella guerra contro i Turchi; dedicatosi poi al commercio tra Smirne e Algeri, venne a sapere dell'imminenza della rivolta del Lombardo Veneto. Corse a Venezia e poi a Milano dove si offrì, ben accetto, come uno dei comandanti militari dell'insurrezione.
Dopo aver guidato valorosamente i suoi uomini per tre giorni, il 21 marzo portò i suoi volontari ad assaltare proprio il Palazzo del Genio, in via Manzoni.

La possente struttura del Piermarini, difesa da 3 ufficiali e 160 soldati degli Asburgo, tra Croati e Austriaci, resistette per ore e ore, falciando dalle finestre e dal tetto i rivoltosi.
L'Anfossi cercò di puntare un cannoncino verso il portone del palazzo, ma una palla di mitraglia sparata da una delle finestre lo colpì in pieno al capo, ferendolo gravemente.
L'Anfossi fu portato in salvo, ma morì poche ore dopo.

In quella situazione di empasse, col rischio che ufficiali e soldati uscissero per una sortita, ben armati e corressero verso Porta Nuova, prendendo alle spalle i milanesi sulle barricate, si presentò in prima fila uno sconosciuto ciabattino, nato a Milano 24 anni prima: Pasquale Sottocorno, vero eroe tragico delle Cinque Giornate, talmente dimenticato da non aver nemmeno una pagina su Wikipedia.
Il Sottocorno era storpio, girando per la città con una stampella di legno, poverissimo e umile, allo scoppio dei combattimenti si unì immediatamente ai rivoltosi.
Visto morire l'Anfossi si offrì volontario per gettare delle bottiglie colme di acquaragia contro il portone del Palazzo del Genio.
Nonostante la stampella riuscì ad arrivare incolume sotto il portone e cospargerlo di acquaragia; sfidando le pallottole austriache tornò alla barricata e si fece dare una fascina infuocata.
Per la terza volta sfidò il fuoco degli Asburgo e venne ferito alla gamba buona; ciò nonostante riuscì a tornare indietro e diede finalmente fuoco alla porta.
Nel giro di pochi minuti i soldati austriaci si arresero e vennero tutti arrestati.
Il giorno dopo, seppure ferito, il Sottocorno si presentò all'assalto di uno degli ultimi edifici di Milano occupati dai soldati austriaci ormai in rotta, la Casa Pia di Ricovero, una delle tante istituzioni caritatevoli che, ironia della sorte, erano state fuse assieme dall'Imperatore d'Austria circa 60 anni prima e la cui sede si trovava nel Palazzo del Genio!
Sottocorno e gli altri eroi del Risorgimento espugnarono facilmente la Casa Pia e disarmarono i soldati austriaci.
Nei giorni successivi alle Cinque Giornate, il Governo Provvisorio, per mostrare la sua riconoscenza all'eroica ciabattino, gli diede una divisa di Guardia Nazionale e gli concesse un sussidio molto risicato.
Col tradimento dei Piemontesi e Carlo Alberto e il ritorno di Radetzky, il Sottocorno fu obbligato a fuggire da Milano assieme a tutti gli altri rivoltosi. Circa 1/3° dei milanesi abbandonò la città, dirigendosi quasi tutti in Piemonte.
Visse a Torino nella miseria più assoluta, facendo il ciabattino per strada; ammalatosi di tisi morì a Genova a 35 anni, il 10 ottobre 1857.
Poche settimane dopo la sua morte, lo scrittore e politico del Risorgimento Francesco Domenico Guerrazzi, gli dedicò un libro intitolato semplicemente Pasquale Sottocorno.
Gli Austriaci continuarono ad usare come caserma il Palazzo del Genio, che venne poi adibito a magazzino militare dopo l'Unità d'Italia.
Nel 1867 la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, nota poi come CARIPLO, cresciuta a dismisura sin dalla sua fondazione nel 1823, era in cerca di una nuova sede, dove mettervi gli uffici, ma anche un grande magazzino per le sete, per creare una sorta di Monte delle Sete.
L'area prescelta fu quella del Palazzo del Genio, che venne rapidamente demolito.
Durante gli scavi per gettare le nuova fondamenta vennero però alla luce sia le strutture del
monastero e delle chiesa di Santa Maria Aurona, sia le antiche Mura Massimiane, compresa la torre/campanile.
Sotto la guida dell'Ingegnere Giuseppe Balzaretti già nei mesi precedenti erano venute alla luce una serie di reperti che dall'epoca longobarda risalivano sino al Rinascimento, ma dal settembre 1868 si trovarono le basi delle possenti mura romane.
Queste, con uno sviluppo di ben 30 metri, vennero demolite con una lunga serie di esplosioni di mine da cava. La stessa fine fece la base della torre-campanile.
Prima di far saltare tutto in aria vennero recuperati tutta una serie di reperti che, come detto, coprivano mille anni di storia di Milano.
Si trattava di capitelli, colonne, lapidi, frammenti di intonaco, basamenti di statue, per buona parte ridotti a frammenti e usati per riempire le mura.
Da uno dei quei capitelli si trasse una iscrizione che permise di attribuire la chiesa all'arcivescovo e a sua sorella:   «Teodorus aihepiscopus qui iniuste fuit damnatus».





Purtroppo non si conosce praticamente nulla su Teodoro e non si riesce quindi a capire un possibile motivo di dannazione.
Tutti i reperti, 263, furono salvati, catalogati e depositati in un magazzino della CARIPLO, come voluto dal Balzaretti. Dopo le prime analisi i pezzi nell'estate del 1869 vennero consegnati al Museo Patrio di Archeologia, che li mise nella chiesa sconsacrata di Santa Maria di Brera, allora sede del museo.
In principio, una "lettura" disattenta li fece datare tutti al periodo di Teodoro II°.
Anche il grande Luca Beltrami cadde in questo errore di datazione; c'è da dire che di Santa Maria
d'Aurona non si conosceva nulla e quindi era estremamente difficile immaginare dove e come fossero usati i frammenti ritrovati.
Nel frattempo, le notizie riguardo all'impor
tanza delle scoperte fatte in via Monte di Pietà divennero ben note negli ambienti culturali tanto da ispirare i lavori di ricostruzione di San Giovanni in Conca.
Quando il 17 aprile 1881 venne inaugurata il "nuovo" Tempio Valdese, che niente altro era che una sistemazione dell'antica chiesa di San Giovanni in Conca, del V secolo, nell'attuale Piazza Missori, l'interno venne ricostruito con pilastri a pianta cruciforme ispirati dalla chiesa longobarda di Santa Maria Aurona.

Fu solo nel 1944 che nell'archivio della Curia Ambrosiana fu ritrovata una splendida mappa del complesso monastico e della chiesa, risalente al 1580 circa, al periodo di lavori eseguiti su input di Papa Sisto V° e della ricostruzione e rititolazione a Santa Barbara.


Da quella mappa si riuscì ad ottenere una planimetria dell'intera area dei monasteri.
Nel 1954 invece fu la volta di una parte, consistente, dei reperti, che vennero attribuiti al periodo del "Rinascimento Liutprandeo"; i reperti, intanto erano finiti, sin dal 1899, nelle nuove sale del Museo archeologico nella Corte Ducale del Castello Sforzesco.










lunedì 22 ottobre 2018

Il forte austriaco di Porta Tosa



Subito dopo le gloriose Cinque Giornate di Milano, del marzo 1848, che diedero il via alla Prima Guerra d'Indipendenza, gli austriaci fuggirono da Milano, per andare a trovar riparo nel Quadrilatero, in Veneto.
L'esercito piemontese, arricchito da volontari lombardi e toscani, entrò in Lombardia il 23 marzo, dando ufficialmente via alla guerra con l'Impero Asburgico.
Ma la scarsa convinzione del Re Carlo Alberto e i timori dei suoi generali, tutti timorosi di uno scontro aperto con un impero di tali dimensioni e popolazione, fece sì che le truppe piemontesi per oltre due settimane evitarono lo scontro.
Questa inspiegabile tattica attendista consentì agli austriaci di ricevere rifornimenti, armi, uomini e a far riposare gli uomini dopo i duri scontri di Milano e Venezia.
Intanto si celebrò il plebiscito delle province lombarde che si svolse dal 12 al 29 maggio 1848 con voto palese di tutti i maschi maggiori di 21 anni; i risultati furono resi noti l'8 giugno: il 99,88% votò
a favore di una unione con gli Stati Sardi.
Il podestà di Milano, Gabrio Casati, guidò la delegazione che consegnò i risultati a Carlo Alberto di Savoia il giorno 11 giugno sul lago di Garda.
L'annessione fu formalizzata dal parlamento piemontese con leggi dell'11 luglio e del 27 luglio,
contenenti indicazioni per la formazione di un'assemblea costituente del nuovo regno.
Il 14 luglio Giuseppe Garibaldi arrivò a Milano, alloggiando nell'albergo del Marino, nei pressi di Piazza della Scala; Nei giorni seguenti organizza nella caserma di S. Francesco il "Battaglione Anzani" composto di volontari e comandato da Giacomo Medici.


Intanto Carlo Alberto e i suoi generali entrarono nel Veneto e dopo una serie di battaglie combattute tra giugno e luglio, i piemontesi dovettero ripiegare in Lombardia.
Il 31 luglio i piemontesi e i volontari italiani erano disposti sulla sponda sinistra dell'Adda, con altissime probabilità di riuscirne a farne un fronte quasi inespugnabile, vista la conformazione della valle dell'Adda.
Ma Carlo Alberto di Savoia, nonostante il parere contrario di tutti i suoi generali, decise di abbandonare l'Adda e spostare tutte le truppe a Milano.
Il Re aveva già deciso. Doveva salvaguardare la sua casata e tutelare i vantaggi dinastici acquisiti e vanificò così i sacrifici di milioni di lombardi e veneti che avevano cacciato gli austriaci e aperto le loro porte ai piemontesi.
Abbandonato l'Adda, Carlo Alberto correva rapidamente con le truppe verso Milano, ma gli austriaci, guidati dal Radetzky, assetato di vendetta, riuscirono a raggiungerli a Melegnano e ad attaccarli per lunghe ore tra Nosedo e la Cascina Verde, che si trovava all'incirca all'odierno Piazzale Corvetto.
Il 4 agosto in tardo pomeriggio Carlo Alberto e le sue truppe riuscirono ad entrare a Milano.
La città, ormai conscia del tradimento piemontese, si rivelò fredda e anche ostile col re sabaudo.
Carlo Alberto si rifugiò a Palazzo Greppi, nell'odierna via Manzoni, che venne però circondato da una folla di milanesi inferociti.
Il Re, temendo per la sua stessa vita, dovette accogliere a Palazzo Greppi una delegazione del Governo Provvisorio di Milano.
La nobile indipendentista Cristina di Belgiojoso raccontò nelle sue memorie ciò che avvenne tra il Re e i delegati:

«...Una deputazione della guardia nazionale salì ad interrogare Carlo Alberto sul motivo della capitolazione.
Egli negò, ma fu costretto a seguire, suo malgrado, quei deputati al balcone da dove arringò al popolo, scusandosi della sua ignoranza dei veri sentimenti dei Milanesi; e compiacendosi di vederli così pronti alla difesa, promise solennemente di battersi alla loro testa sino all'ultimo sangue. 

Qualche colpo di fucile venne esploso in aria.
Alle ultime parole del suo discorso, il popolo sdegnato gridò: 'Se è così lacerate la capitolazione'. 
Il re allora levò di tasca un pezzo di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece a pezzi»

Carlo Alberto in realtà aveva già fatto inviare la capitolazione a Radetzky, firmando un armistizio; il Governo Provvisorio, informatone, obbligò il Savoia a trattare una resa dignitosa della città.
Cesare Cantù convinse Carlo Alberto a uscire ancora sul balcone, ma questa volta un colpo di fucile venne esplose direttamente contro il Re e colpì il muro del palazzo esattamente a metà strada tra le teste del Cantù e del Savoia, che rientrarono precipitosamente.
La folla rimase sino a notte inoltrata intorno al palazzo, cercando di impedire la fuga di Carlo Alberto.
I Bersaglieri, fucili in pugno, sgomberarono i milanesi e Carlo Alberto, nascosto in una carrozza, scappò da Milano, scortato da centinaia di Carabinieri.



Sempre Cristina di Belgiojoso raccontò l'umiliante fuga dei Savoia da Milano:

«Scese la notte. Il re abbandonò la città. Il colonnello La Marmora con una scala di corda si lasciò calare da una finestra di palazzo Greppi; corse alla casa dove stavano nascosti il reggimento guardie e quello dei bersaglieri di Piemonte e li condusse seco per proteggere la fuga del re. 
Vani furono tutti gli sforzi per trattenere il re fuggitivo, colui che poche ore prima aveva giurato di voler difendere Milano sino all'ultimo sangue...
Qualche colpo d'arma da fuoco partì diretto contro quel re che, su una carrozza non sua, fuggiva dalla città nella quale aveva promesso di entrare trionfante e vincitore.»






La notte stessa anche i soldati piemontesi e i volontari lombardi e toscani iniziarono a ripiegare verso il Ticino.
Con loro fuggirono quasi 100.000 milanesi, timorosi del ritorno di Radetzky e della sicura ondata di arresti che sarebbe seguita. 
Per lo più si tratta di membri della bassa nobiltà, della borghesia, letterati e moltissimi giovani, in pratica la "classe media" di Milano, coloro che parteciparono alle Cinque Giornate.
Molti cittadini dei sestieri di Porta Tosa e Porta Romana, prima di abbandonare Milano, diedero fuoco alle loro case.
Il mattino successivo, il maresciallo Radetzky, acquartierato a San Donato Milanese, scrisse nei suoi diari che si sentiva sollevato dal non dover attaccare Milano e della resa dei Savoia, mostrando timore del ritrovarsi in un enorme territorio nemico, con poche truppe e di fronte ad una popolazione che solo 5 mesi prima l'aveva cacciato.
Il 9 agosto 1848 il generale Salasco e il generale von Hess, firmarono a Vigevano l'Armistizio tra Piemonte e Austria.
Intanto la parte più popolare dei milanesi, coloro che non avevano partecipato alle Cinque Giornate, le classi più umili della città, su cui ricadde più pesantemente il fardello della mancata rivoluzione e che nemmeno poterono fuggire dalla città, si diedero all'assalto delle case dei nobili e di tutti coloro che avevano lasciato Milano.
Il podestà di Milano, Paolo Bassi, mandò un messo dal feldmaresciallo Radetzky chiedendogli di entrare rapidamente in città, onde difendere i nobili che erano attaccati dal popolo.
Poche ore dopo mandò un secondo messo, per sollecitare l'ingresso delle truppe imperiali.

I nobili milanesi temevano per i loro beni.
Dopo aver parteggiato per i piemontesi, cospirato per anni, la nobiltà milanese faceva un repentino dietro front, inginocchiandosi all'aquila asburgica.
Milano fu risparmiata dal saccheggio da parte delle truppe imperiali e Carlo Alberto offrì ospitalità in Piemonte a tutti i milanesi che avessero scelto di fuggire dalla città.
Il 10 agosto alle 8 del mattino gli austriaci si acquartierarono fuori di Porta Romana
e alle 12 in punto entrarono, guidati dal Radetzky, in una città abbandonata da oltre 1/3 dei suoi abitanti, silenziosa, con tutte le persiane delle case e le porte chiuse e serrate.
Nelle stesse ore oltre 10.000 indipendentisti fuggirono in Svizzera, entrando in Canton Ticino. Tra loro Giuseppe Mazzini.
Il Principe Felix di Schwarzenberg venne nominato Governatore Militare di Milano e su suo ordine, probabilmente suggerito dal Radetzky, tra gennaio e marzo del 1849 venne costruito un nuovo forte fuori da Porta Tosa, nell'area oggi occupata dal Parco Formentano, vicino a Largo Marinai d'Italia.
Si trattava di una semplice struttura rettangolare, con spessi e possenti mura, spalti bastionati e un fossato a proteggere il tutto.
Un'alta torre cilindrica svettava al centro.



Negli stessi mesi gli austriaci provvidero a tagliare tutti gli alberi che si trovavano fuori dal Castello Sforzesco, nell'area del Foro Bonaparte.
Dato che il Governo Provvisorio aveva provveduto a far demolire i torrioni del Castello Sforzesco di quasi la metà della loro altezza, gli austriaci fecero costruire una nuova torre sul lato occidentale della Ghirlanda, la seconda linea di difesa del castello.
La torre, alta, spoglia e bianca, permetteva di inviare segnali di luce colla torre principale del nuovo forte di Porta Tosa.
Milano si ritrovava così stretta tra due castelli, Sforzesco e di Porta Tosa, pronti a sparare sulla città con i loro cannoni e a riversare le migliaia di soldati austriaci, in realtà quasi tutti croati, nelle strade della città.
Il borgo di Porta Tosa, così tranquillo sino ad allora, si ritrovò il centro della vita dei soldati austriaci. Esercitazioni, colpi a salve sparati dai possenti cannoni per festeggiare qualche lontana festività di Vienna.
I colpi dei cannoni talvolta erano così potenti che i vetri delle finestre delle case vicine andavano in frantumi. 
Il 12 agosto del 1849 venne infine concesso agli esuli fuggiti nell'agosto dell'anno precedente di tornare a Milano.
Sono però banditi 86 cittadini, tra cui Gabrio Casati, Cesare Correnti e Francesco Arese.

Quando infine gli Austriaci capitolarono nel 1859, fuggendo da Milano, il forte di Porta Tosa venne evacuato e dai suoi cannoni non partì nemmeno un colpo.
Venuto in possesso del Comune di Milano, si pensò inizialmente a demolire tutte le fortificazioni rivolte verso la città e a spostare i cannoni verso est, in caso gli austriaci fossero tornari.
Ma già l'anno successivo il Comune deliberò la demolizione del forte, venne anche riempito di terra il fossato, che si era trasformato in una vasta palude.

La carenza di fondi fermò le demolizioni e l'edificio rimase in piedi per altri 45 anni.
Venne trasformato in una caserma della Cavalleria prima, poi in magazzino, dove venivano conservate spezie e polveri varie, poi tornò ad ospitare reparti di Cavalleria. Al piano terreno le stalle, al primo i soldati.
Intorno al 1860 fu necessario rimuovere la terra che ne ricopriva il tetto, a causa delle infiltrazioni, e fu sostituita con cemento e catrame.
Nel 1862 furono demoliti tutti gli spalti bastionati che circondavano il forte, tranne quello rivolto verso la città; negli anni successivi vennero costruite varie tettoie che fungevano da magazzini.
Nel 1892-93 venne demolita la torre austriaca del Castello Sforzesco; in quegli anni fu demolita l'intera seconda cinta muraria, detta la "Ghirlanda".
A inizio del '900 la torre principale era stata mozzata a metà, mentre una parte della struttura principale era crollata per mancanza di manutenzione.
Il 2 luglio 1908 iniziò la demolizione. Le mura, possenti e spesse 3,45 metri, richiesero l'esplosione di 800 mine per essere demolite. 
I circa 60 operai lavorarono ininterrottamente sino agli inizi del 1909 per demolirlo, sotto la guida dell'ingegnere Serralunga  del Comune di Milano.
Al suo posto doveva sorgere il nuovo mercato del Verziere di Milano, spostato dopo secoli da Largo Augusto. Una struttura che nei progetti del 1906 doveva avere 70.000 mq di tettorie e 10.000 mq di stalle.
Il 9 aprile 1911 si tenne per l'ultima volta il grande mercato del Verziere, che ormai, a inizio del XX secolo, occupava un'area enorme, corrispondente alle attuali Largo Augusto, Piazza Bersaglieri, il primo tratto di Via Larga, Via Verziere, Via Cerva, Piazza Santo Stefano, Via Cesare Battisti e Corso di Porta Vittoria, paralizzando metà del centro città.
Il giorno seguente, 10 aprile, a mezzogiorno, fu ufficialmente aperto il Nuovo Mercato del Verziere, sorto al posto del Forte di Porta Tosa.












domenica 21 ottobre 2018

Le Osterie della vecchia Milano



Milano, come tutte le città sin dall'epoca più remota, ha avuto una lunga tradizione di luoghi di ristoro posti lunghe le strade principali, di entrata e uscita dalle mura, nelle principali piazze e nei pressi dei mercati più grandi.
Già nei Vangeli, nella parabola del Buon Samaritano, si fa cenno ad un oste e alla sua attività di ristoro.
Le osterie, o taverne, in Italia hanno una origine antica, arrivando direttamente dall'epoca romana.
In epoca repubblicana a Roma il vino era un bene costoso, bevuto solo nelle cene nelle case dei patrizi.
Essendo l'ubriachezza disdicevole, c'era l'usanza di bere il vino allungato con l'acqua o col miele; solo gli uomini potevano bere e solo dopo i 30 anni.
In epoca imperiale si diffusero gli enopolium e i thermopolium: nei primi si vendevano solo vino, nei secondi si potevano trovare anche del cibo caldo.
E' quindi certo che anche a Mediolanum si diffuse il consumo del vino negli enopolium e nei thermopolium.
Il vino in Lombardia veniva coltivato già in epoca romana, per un consumo locale, nella fascia pedemontana; a Corbetta, tra Magenta e Milano, è stato ritrovato alcuni decenni fa un torchio per uva di epoca imperiale.
La viticultura era diffusissima nelle odierne province di Varese, Como e Lecco; la coltivazione era effettuata con la tecnica detta dell'Arbustum Gallicum, cioè nel maritare le piante di vite ai tronchi degli alberi, soprattutto i pruni e i ciliegi.
Questa tecnica venne descritta da Lucio Giunio Moderato Columella già nel I° secolo dopo Cristo.
Probabilmente era un modo di coltivare l'uva di origine etrusca e la sua introduzione nel nord risale ai contatti tra la Cultura di Golasecca, nel Varesotto, e gli Etruschi, già nell'Età del Ferro.
L'arrivo delle popolazioni di barbari dall'Europa del centro-nord fu un fatto di sconvolgimento anche sotto l'aspetto del consumo delle bevande alcooliche.
I barbari infatti non solo conoscevano poco il vino, ma anzi consumavano molta di birra, bevanda nota da millenni nell'Europa Meridionale e nel Nord Africa, ma che mai ebbe grande diffusione durante l'Impero Romano, soppiantata totalmente dal vino.
I barbari oltretutto erano soliti bere quantità enormi di birra e l'ubriachezza raramente era considerata disdicevole. Alla vista dei cittadini romani tutto questo parve... ancor più barbaro.
Nel giro di pochi decenni dopo le prime invasioni, e ancor di più col crollo dell'Impero, la viticoltura praticamente sparì.
La pace sociale che permetteva di coltivare enormi appezzamenti di terreni anche molto lontani da borghi e paesi, scomparve.
Gli abitati si fortificarono, le campagne vennero abbandonate se troppo distanti dalle mura di un paese o una città; il timore di incontrare i "barbari" era troppo grande.
La viticoltura così praticamente sparì dall'Alto Milanese e dalla fascia pedemontana, ridotta in piccole aree e nelle valli interne.

Con Carlo Magno, e con la rinascita di un unica grande autorità continentale, il vino tornò ad essere una bevanda diffusa. Nel suo monumentale lavoro di ricostruzione di uno Impero continentale, Carlo Magno fece redigere, a inizio del IX secolo, il Capitulare de villis vel curtis imperii, un'ordinanza reale per disciplinare le attività rurali, agricole e commerciali delle aziende agricole dell'impero o ville, tra cui la coltivazione della vite, l'uso del torchio per schiacciare gli acini, e non più i piedi, e la pulizia delle botti e dei vasi per contenere il vino.
Ma fu solo intorno al XII secolo che ricominciò la viticoltura nell'Alto Milanese, ancora usando la tecnica dell'Arbustum Gallicum; con l'arrivo dell'allevamento dei bachi da seta, nel XV secolo, si diffusero le piante di gelso, che furono usate al posto dei ciliegi e dei pruni per innestare le viti.
Ed è proprio sul finire del Medioevo che iniziarono a nascere quelle che poi chiameremo osterie.
Per secoli erano stati semplici posti di ristoro, dove i viandanti, a piedi o a cavallo, potevano fermarsi, dormire una notte su un letto, probabilmente di paglia, rifocillarsi mangiando qualcosa di caldo e bere qualcosa di alcoolico, quasi esclusivamente vino.
Milano godeva di una posizione privilegiata, al centro di importantissime strade commerciali, al centro di una terra ricca e prospera, che gli anni, detti bui, non intaccarono troppo. Il Medioevo non fermò lo sviluppo di Milano come avvenne in quasi tutto il resto d'Europa.
Con l'aumento dell'inurbamento, con la nascita dei Comuni, quelle locande dove si fermavano per lo più viandanti e commercianti, iniziarono ad avere sempre maggior diffusione anche dentro le mura della città, a diventare luoghi frequentati anche dai residenti e a specializzarsi più sul vino e su qualche piatto di cibo, che sul pernottamento.
Scrive Bonvesin della Riva alla fine del Duecento, che a Milano ci sono più di 150 osterie e più di 1000 taverne, più simili ai moderni ristoranti.
Un numero notevole per una città che aveva oltre 200.000 abitanti, la più popolosa d'Europa assieme a Parigi; in Val Padana un abitante su due viveva dentro le mura della città, nel resto d'Europa il rapporto scendeva ad uno su cinque, tranne rare eccezioni.
Sempre il frate ricordava come nel solo contado di Milano, ogni anno, si riempissero più di 600.000 botti di vino.
Il problema della vendita eccessiva di vino era comunque già sentito in quel XIII secolo. E' infatti del 1264 un regolamento comunale, riportato da Bernardino Corio, che permette la vendita del vino solo per 2 ore al giorno. Un'ora dopo mezzogiorno, un'ora dopo il tramonto.
Editto che probabilmente non rispettò mai nessun oste.
Le cose cambiarono nei secoli successivi, ci fu un notevole calo di osterie nel 1613, quando il Governatore di Milano, don Juan de Mendoza, elencò in uno scritto, 66 osterie attive in città, 10 in Porta Comasina, 2 in Porta Nuova, 16 in Porta Romana, 4 in Porta Vercellina, 15 in Porta Orientale e 19 in Porta Ticinese, dove si trovava la Darsena il Porto di Milano.
C'è da dire che ormai si tendeva a distinguere tra osterie, locande, dove si poteva anche dormire, cantine e albergatori e taverne, ormai presenti a migliaia.
Sul finire del Seicento lo scrittore e commediografo meneghino Carlo Maria Maggi in un suo scritto elencò le migliori osterie di Milano, indicando a fianco di ciascuna il piatto migliore.

Mortadell di Tri Scagn. (mortadella all'Osteria delle Tre Sedie, al Carrobbio)
Busecca de la Goeubba. (trippa alla milanese all'Osteria della Gobba, presso l'omonimo dosso)
Passariit di Tri Merli. (uccelletti all'Osteria dei Tre Merli
Carna de manz del Pioeugg. (bistecche all'Osteria del Pidocchio)
Ris in cagnon del Fus. (riso in cagnone all'Osteria del Fuso)
Sup sbroeusger di Tre Legor. (zuppa bollente all'Osteria delle Tre Lepri)
Formaj de la Cagnoeura. (formaggio dell'Osteria della Cagnola, in piazzale Accursio)
Guarnazza del Bisson. (vino Vernaccia all'Osteria del Biscione)
Moscatell di Tri Re. (vino Moscatello all'Osteria dei Tre Re, al Bottonuto, oggi piazza Diaz)
Stracchin de la Senaevra. (stracchino del Paullese all'Osteria della Senavra, lungo l'attuale corso XXII Marzo)

Nel Settecento le osterie prosperavano in gran numero a Milano, non ospitando più solo mercanti e viandanti, ma diventando luoghi dove passare il tempo libero a disposizione, che per chi viveva in città aumentava di anno in anno.
Per chi viveva in campagna o nei piccoli borghi agricoli fuori dalle mura, la vita veniva dettata dal sorgere e dal tramonto dal sole, con giornate in certe stagioni lunghe anche 15-16 ore, tutte dedicate alla dura vita nei campi; la domenica raramente era dedicata totalmente al riposo.
In città, invece, commercianti, addetti all'industria e professionisti vari, vedevano le ore lavorative diminuire sempre più, sino ad arrivare anche a meno di 11-12 ore al giorno.
La domenica era dedicata al riposo, con tanto di editti e osservanza quasi assoluta.
Le ore libere venivano quindi passate sempre più nei locali che permettevano di conoscere persone, giocare a dadi, carte e bere vino: le osterie.
Sempre nel Settecento lo scrittore veneziano Carlo Goldoni visitò a lungo Milano, alloggiando all'Osteria dei Tre Re, al Bottonuto, rimanendo sorpreso, e abbastanza disgustato, dall'attività principale che vide praticare dai milanesi: mangiare e bere.

Scrisse che i milanesi mangiavano ovunque, anche in chiesa, che non si parlava altro che di andare a mangiare e bere e che anche durante una passeggiata nessuno rinunciasse ad una sosta per bere qualcosa e mangiare qualcos'altro.
In quel secolo iniziarono ad essere identificabili diversi tipi di locali, tutti chiamati osterie, formalmente, ma profondamente differenti l'una dalle altre.
Il livello più basso era quello dei "bettolini", che tanti toponimi ha poi lasciato nel contado fuori Milano. Un bettolino era una sorta di distaccamento di una osteria vera e propria. Si trattava di una semplice rivendita di vino, senza alcun altro servizio.
Le osterie più infime servivano giusto vinaccio e qualche cibo di dubbia qualità, ospitate in squallidi locali erano chiamate "boeucc", buchi. E il nome diceva tutto.
Le osterie propriamente dette si trovavano in locali più ariosi, sovente ben arredati, con un grosso camino sempre acceso e con una lista di vivande tipiche, oltre al buon vino lombardo.
Alcune di queste offrivano anche delle camere per riposare al primo piano, eredi dirette degli "spitali" e ospizi della tradizione imperiale romana.
Queste, sul finire del secolo, si trasformarono in alberghi, altre in veri e proprio ristoranti o altre ancora in trattorie.
Ogni tanto il governo della città tentò di imporre dei prezzi fissi per tutelare i viandanti che arrivavano a Milano, e che sovente rimanevano vittime di frodi alimentari e di richieste di denari eccessive.
Nel 1780, per esempio, venne introdotto il Trattamento alla Mercantile, che prevedeva delle tariffe fisse:
A pranzo: "antipasto, minestra, allesso (carne lessa), arrosto, insalata, frutta, pane e vino; per 4 paoli e mezzo, cioè 9 lire".
A cena: "zuppa, allesso, arrosto, insalata, frutta, formaggio, pane e vino; per 5 paoli e mezzo, cioè 11 lire".
Per un totale di 20 lire al giorno, compreso un letto per dormire; per avere una intera camera a disposizione si dovevano aggiungere 16 lire.
A cavallo dell'Ottocento le osterie divennero a Milano, come anche in tutte le altre grandi città d'Europa, colpite da una crescita delle popolazione enorme e dalla Rivoluzione Industriale, luogo di ritrovo del proletariato, la nuova classe popolare che in quei locali passava sempre più tempo, per mangiare, per bere, per conoscersi e, in seguito, anche per formarsi politicamente.
Il Manzoni farà svolgere diverse parti de I Promessi Sposi dentro alcune osterie di Milano, soprattutto nel XIV capitolo:


 Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria, per mangiare un boccone, e dormire da povero figliuolo? - disse Renzo.
Son qui io a servirvi, quel bravo giovine, - disse uno, che aveva ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla. - Conosco appunto un'osteria che farà al caso vostro; e vi raccomanderò al padrone, che è mio amico, e galantuomo.
Qui vicino? - domandò Renzo. - Poco distante, - rispose colui.
...

Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva l'insegna della luna piena. - Bene; vi condurrò qui, giacché vi piace così, - disse lo sconosciuto; e gli andò dietro.
 Non occorre che v'incomodiate di più, - rispose Renzo. - Però, - soggiunse, - se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere.
 Accetterò le vostre grazie...
Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. 
...
 Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. 
S'alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. 



Cosa comandan questi signori? - disse ad alta voce.
Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero, - disse Renzo: - e poi un boccone. 
Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la cima della tavola, e mandò un - ah! - sonoro, come se volesse dire: fa bene un po' di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in faccende... e vide venir l'oste col vino.
Cosa mi darete da mangiare? - disse poi all'oste.
Ho dello stufato: vi piace? - disse questo.
Sì, bravo; dello stufato.

Sarete servito, - disse l'oste a Renzo; e al garzone: - servite questo forestiero.
E s'avviò verso il cammino.
Preparate un buon letto a questo bravo giovine, perché ha intenzione di dormir qui.
Volete dormir qui? - domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola.
Sicuro, - rispose Renzo: - un letto alla buona; basta che i lenzoli sian di bucato; perché son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.



Anche alcuni dei maggiori romanzieri europei useranno le osterie come luoghi dove svolgere parti importanti dei loro capolavori: Dickens, Hugo, Balzac, Dostoevskij e nei secoli precedenti anche Cervantes, Chaucer, Rabelais..
L'osterie si diffusero in ogni quartiere della città.
Per diversi secoli l'Alto Milanese, e la stessa città di Milano, ebbero una crescita economica incredibile, dovuta, oltre al commercio, proprio alla viticoltura e ai bachi da seta, prima ancora della Rivoluzione Industriale.
I vitigni più diffusi e apprezzati erano lo Schiava, che è a bacca rossa, noto anche come "Botascera", il Vernazzola, che è a bacca bianca, e il Moscatella, a bacca bianca dolce.
I paesi con la miglior produzione vennero elencati dall'agronomo asburgico Ludwig Mitterpacher, in un suo trattato di agricoltura del 1794:

«... i vini fra noi più squisiti per rapporto alla collina sono quelli di Lesa, di Belgirate, di Monterobbio, di Montevecchia e di San Colombano e per rapporto alla pianura quelli di Groppello, di Bernate, di Burago, di Magenta, di Tradate, di Desio, d'Ossona, Dairago, di Casale, di Marcallo, [...] di Villa Cortese e di Busto Garolfo».

Il vino più pregiato era il Colli di Sant'Erasmo, prodotto su alcune colline fuori Legnano, apprezzato molto anche fuori regione.
A Milano si beveva quindi vino quasi totalmente prodotto in Lombardia, o nell'Alto Milanese, o nel Pavese, nell'Oltrepo o a San Colombano. Milanese e Pavese erano autosufficienti.

Nel frattempo le osterie prosperavano a più non posso col crescere della popolazione, col diminuire del numero di ore lavorative, colla maggior capacità di spesa dei milanesi e col consueto arrivo di mercanti e il nascente turismo dal nord Europa.
Nascevano intanto i caffè, col diffondersi di questa bevanda esotica. I caffè stavano quasi esclusivamente nelle vie più centrali e lussuose, avevano come clienti la nobiltà e i letterati, le dame di buona famiglia e i ricchi industriali. Il servizio era accorto, i locali lussuosi e il caffè si beveva esclusivamente da seduti.
Non fecero quindi una grande concorrenza alle osterie, che iniziarono però a diminuire, come numero, proprio in centro città, ma diffondendosi in gran numero nei quartieri popolari e operai.
Per tutto il Sette e l'Ottocento divenne molto di moda "andare per osterie", recarsi cioè in quelle antichissime osterie sopravvissute alle porte della città, fuori dai Bastioni Spagnoli.
Erano del tutto simili a quelle che ancor oggi, poche, sopravvivono nelle estreme periferie di Milano. Vecchi cascinali riadattati, con locali dai soffitti bassi, grandi camini, una pergola per mangiare all'aperto, quasi sempre col glicine e, nel secolo successivo, anche un classico campo da bocce per giocare alla milanese, cioè in diagonale.
Alcune di queste osterie fuori porta erano eredi dirette di quelle che vennero aperte tre, quattro secoli prima, lungo le strade di accesso alla città e vere e proprie locande per i viaggiatori.



Oltre a molte di quelle elencate prima dal Maggi, c'erano da aggiungere l'Osteria del Monte Tabor,
costruita appena fuori il Bastione e Porta Romana, dove nel 1818, l'oste Giuseppe Garavaglia, reduce di Russia nella Grande Armata di Napoleone, usando una alta collinetta di detriti che si trovava lungo il Bastione, davanti alla sua osteria, impiantò un primitivo sistema di montagne russe che ebbe un successo colossale, rendendolo ricchissimo.




Altre osterie famose furono l'Osteria della Nôs, subito dietro la Porta Ticinese, l'Osteria dell'Isola Fiorita al Gratosoglio, dove ogni domenica di primavera di festeggiava con il palo della cuccagna, l'Osteria del Polpetta in Borgo Monforte, l'Osteria della Pobbia, l'Osteria della Cazzoeula, all'Osteria del Pellegrino lungo corso XXII Marzo, dove si servivano i pesciolini fritti pescati negli stagni e nelle roggie dietro al manicomio della Senavra, all'Osteria del Ronchetto, verso Rozzano dove si mangiavano le famose rane, che diedero il nome anche al borgo, Ronchetto delle Rane, all'Osteria della Melgasciada si mangiavano principalmente asparagi con le uova, all'Osteria dei Beritt, dove l'oste intratteneva gli avventori con uno spettacolo di marionette con protagonista Gioppino, la maschera bergamasca, l'Osteria della Cicogna nelle ortaglie di via Vivaio...

Tra le tante osterie alcune divennero luoghi realmente importanti per la cultura e la storia della città.
L'Osteria della Nôs venne aperta sul tardo Cinquecento, appena fuori la Cittadella di Porta Ticinese, dove si trovava il porto di Milano, la Darsena, luogo perfetto per aprire un'osteria, tanto che 5 secoli dopo, il quartiere è ancora il punto focale della vita notturna milanese.

Dalla mappa qui a fianco si vede come nella piazza davanti la modesta vecchia porta nei bastioni, si trovassero ben 3 osterie, la Gabella, la Noce e un senza nome, probabilmente Osteria della Crocetta.
Già celebre nel Seicento, divenne protagonista di una commedia di Carlo Maria Maggi, Baltramina di Porta Snesa; nel testo il Maggi fa dell'Osteria della Noce il luogo di ritrovo dell'Accademia Meneghina, dei letterati e filosofi dell'epoca, progenitori degli scapigliati di due secoli dopo.

... Baltramina mì sont de Porta Snesa
Che vendeva herb e porr:
Despoeu con fa el mestée de firà i or sul forbeson 
la cantava a la distesa.
Me sentinn a cantà cert virtuos
Ch'han per soua Accademia
l'OSTARIA DE LA NÔS
E parchè gh'avevi ona vos de ferr et strasc
Me mandenn a quel mont ch'ha nom Barnasc...

La Baltramina del Maggi era la musa ispiratrice dei letterati dell'Accademia, solo che al contrario delle muse della tradizione ellenistica, tra le mani non aveva rose e gigli, ma porri ed erbette, che vendeva al mercato di Porta Snesa, cioè Porta Ticinese; Baltramina al posto di vivere nel lusso, faceva l'operaia tessendo filo d'oro e quando cantava al mercato, con voce stridula e graffiante, i membri dell'Accademia, dal cortile dell'Osteria della Noce, la mandava, ironicamente, sul monte Parnaso, dove si trovavano le 9 Muse.
Vi è quindi una sottile ironia per suggellare una cesura tra i letterati troppo compassati e fedeli al Classicismo e la nuova Accademia che si ritrova nelle osterie, al Ticinese, quartiere ultra popolare già all'epoca e vive tra il popolo e non tra i nobili.
Basti pensare al più noto personaggio creato dal Maggi, Domenico Pecenna, più noto col diminutivo Meneghin, parrucchiere delle nobili signore, che con la sua saggezza popolare dispensa consigli e buon senso. 
Il Maggi stesso finì per identificarsi col suo personaggio, arrivando a firmare lettere col diminutivo di Meneghin. E questo eroe del popolo diventò presto la maschera milanese, Meneghin con sua moglie Cecca di Berlinghitt, tanto amata e così rispettata da diventare sinonimo di popolo milanese. Solo a Milano i cittadini si chiamano come la maschera. Meneghini. 

L'Osteria della Nôs fu molto amata anche da Carlo Porta, che aveva una saletta tutta per lui e i suoi amici, arredata con comodi divini e la ricordò in alcune sue righe:

In seguit fan el nomm
A paricc ostarii
In dove gh'è vin bon, ost galantomm
E meior compagnii
Vun loda l'ostaria de la Nôs.

Sin dal Cinquecento l'osteria aveva un grande portone con arco che conduceva in un vasto cortile,

dove potevano entrare comodamente le carrozze che provenivano da Pavia e dal contado e dove un tempo si trovava il noce che aveva dato il nome; da un lato si trovavano le antiche stalle, dove probabilmente venivano fatti riposare i cavalli degli avventori, e nel grande cascinale, al piano terreno, si trovava l'osteria, col classico enorme camino sempre acceso, i pentoloni di rame e i tavoloni di legno antico.
Specialità della Nôs era il risotto alla milanese e gli ottimi vini, soprattutto il Gattinara del Vercellese.
Quando gli "eredi" del Maggi, gli scapigliati di metà Ottocento, iniziarono a frequentare le osterie, il Giuseppe Rovani, gran letterato ma anche alcolizzato, arrivò ad avere debiti in metà delle osterie e dei boeucc della città.
L'oste della Noce arrivò a minacciarlo di denuncia se non avesse saldato i suoi debiti. Il Rovani, ormai prossimo alla morte, alcolizzato, gli propose di scrivere una serie di sonetti, ciascuno dedicato ad uno dei tipi di vino in vendita alla Noce. L'oste, per fortuna, accettò.
L'Osteria della Nôs fu colpita in pieno dalle bombe degli Alleati nel 1944 e completamente distrutta.

Altro locale molto conosciuto era l'Osteria del Polpetta. Si trovava all'angolo tra via Conservatorio e corso Monforte, davanti alla Prefettura; di origine seicentesca, divenne ritrovo degli intellettuali meneghini che tra il 1862 e il 1880 crearono prima la Scapigliatura e poi il Naturalismo italiano.
Cletto Arrighi, Vittorio Imbriani, Giovanni Camerana, Iginio Tarchetti, Carlo Dossi, Arrigo Boito, Giuseppe Amisani, Antonio Ghislanzoni, Emilio Praga,  Francesco Filippini, Tranquillo Cremona, Mosè Bianchi, Daniele Ranzoni, Giuseppe Grandi, Franco Faccio, Alfredo Catalani e Amilcare Ponchielli, Giacomo Puccini, Felice Cavallotti... tutti costoro frequentaro l'Osteria del Polpetta.
Aveva lunghi e grossi tavoli in rovere, un arredamento severo e spartano; serviva vinelli bianchi di Montevecchia e Monterobbio e la rossa Barbera dell'Oltrepo ed era conosciutissima per gli ottimi tartufi che arrivavano dal Piemonte.
La gestione era in carico a due coppie, imparentate tra loro e soprannominate dagli avventori "i due polpetta" e "le due polpette".
La vicinanza al Conservatorio, dove si recavano a cantare moltissime giovani ragazze, che poi uscivano tutte assieme, era un punto ulteriore al successo dell'Osteria del Polpetta.

Tra le altre centinaia di osterie che hanno caratterizzato Milano negli ultimi 5, 6 secoli sono sicuramente da ricordare la già citata Osteria dei Tre Re, di origine quattrocentesca, il cui nome era ispirato ai tre Re Magi, particolarmente venerati nella Milano antica, che poi diede il nome anche alla strada in cui si trovava, un lungo e stretto corso del quartiere del Bottonuto, zona popolare appena a sud del Duomo, sacrificata alla speculazione edilizia tra la fine dell'Ottocento e gli anni '50 del Novecento.
Oltre ad aver ospitato il Goldoni, i Tre Re era molto conosciuta per la usa eleganza e per avere camere e camerate ai piani superiori, tanto da ospitare per secoli ambasciatori e ricchi viaggiatori. Si può dire che fu uno dei primi alberghi della città ed era di proprietà della famiglia del conte Annoni.
I Tre Re aveva anche l'esclusiva della spedizione e ricezione della posta da e per i tanti Stati in cui era frazionata l'odierna Germania. 
A metà del Settecento altre due osterie con posti letto aprirono nella stessa strada, a pochi metri dai Tre Re, facendo una concorrenza spietata e fornendo servizi anche migliori. 
La presenza di tre osterie-alberghi portò addirittura a cambiare il nome della strada che da Contrada dei Tre Re, divenne Contrada dei Tre Alberghi!

La concorrenza dell'Albergo Reale e l'Albergo Europa portò infine l'Osteria Tre Re a chiudere il suo servizio alberghiero, trasformandosi in una modesta trattoria nel 1840.
Sempre lungo la via Tre Re, all'angolo con via Cappello, poi via Carlo Alberto e oggi, più o meno via Mazzini, aprì nel Trecento, l'Osteria del Cappello Rosso, probabilmente dal simbolo esposto in strada e che pure esso diede poi il nome alla via.
Il Cappello Rosso fu per tutto il Rinascimento una delle Osterie più famose di Milano, amata soprattutto dai forestieri, perchè oltre al vino e qualche tipico piatto caldo milanese, potevano comprare e consumare mele, arance, limoni e pesce sotto sale, la cui vendita era normalmente possibile solo nei mercati e che era stata invece concessa dagli Sforza a metà del Quattrocento alla famiglia proprietaria dell'osteria, i Gallina. 
Il Cappello Rosso fu anche il luogo di incontro della Congregazione dei Cuochi e degli Osti di Milano. Una volta l'anno si radunavano al Cappello Rosso per una mangiata in compagnia. 
La stessa congregazione aveva ordinato un'opera al celebre grande pittore Andrea Appiani, La Cena in Emmaus, che terminò nel 1796 e venne appesa alla parte più importante del Cappello Rosso.
La congregazione ripagò l'Appiani parte in denaro, parte in conto aperto presso le migliori osterie della città!

La Cena in Emmaus è probabilmente andata perduta, ne esiste una copia incisa e poi stampata a metà Ottocento di Jacopo Bernardi, finita chissà come all'Harvard Art Museum di Cambridge.
Non miglior fine fece il Cappello Rosso, che a metà Ottocento divenne un albergo di seconda classe e si spostò poi sul finire del secolo in via Santa Radegonda, per fondersi coll'Albergo Corona d'Italia.




Altra celebre osteria che diede il nome anche alla via ove si trovava, era l'Hospitium Falconis, poi Osteria del Falcone, pure essa del Trecento.
Anche questa aveva ai piani superiore una serie di camere e camerate a disposizione degli avventori.
L'edificio in cui si trovava era di proprietà di Bernabò Visconti, il crudele Signore di Milano. Passò poi alla figlia Ginevra.
Se i contadini e i mercanti provenienti dal Lodigiano preferivano storicamente mangiare e dormire al Cappello Rosso, i viandanti provenienti dal Pavese si recavano quasi tutti al Falcone.
Due famose osterie si trovarono per secoli nel Corso di Porta Romana, entrambe con servizio di albergo: il Due Spade e l'Osteria della Commenda. Il primo per secoli fornì, come l'Osteria della Noce, il servizio di stazione di posta e di alloggiamento degli equipaggi di corrieri e carrozze, specializzata sui collegamenti tra Milano e la Svizzera, la seconda era invece una delle preferite dall'alta società.
L'Osteria del Pozzo, che si trovava nella Contrada della Palla, piccola traversa dell'odierna via Torino, era la preferita dai mercanti e viaggiatori che provenivano dal Piemonte, dalla Liguria e dall'Alta Toscana, essendo anche luogo di arrivo e partenza delle carrozze e della posta che in quelle regioni si dirigevano.
Antichissima era anche l'Hospitium Ballae, anteriore al Trecento, che divenno poi l'Osteria della Balla.
Alla Balla, per secoli, avveniva la pesatura obbligatoria di alcuni tipi di mercanzie che poi venivano rivendute in città. Questo diritto dell'osteria le permise di accumulare ricchezze enormi.
All'Osteria di Trii Scagnn, le tre sedie, presso il Carrobbio si gustava la tanto celebrata mortadella di Bologna, tra le preferite del Maggi. Il nome Trii Scagnn pare derivi dall'usanza dei tre attori che impersonavano i tre Re Magi, di cambiarsi di abito e venire truccati nell'osteria, prima di partecipare all'annuale Processione di Sant'Eustorgio, che dal 1336 veniva celebrata con enorme devozione da tutti i milanesi.
Altre osterie famose nel centro di Milano furono l'Osteria del Rebecchino, nell'omonimo isolato che si trovava in fronte al Duomo, esattamente nel centro dell'odierna piazza. Isolato malfamato per le numerose pensioni sporche e pericolose, per i pessimi ristoranti e per il gran numero di squallidi personaggi che vi si aggiravano in cerca di forestieri da raggirare o rapinare.
L'Osteria del Rebecchino si trovava fin dal Seicento nella vicina contrada dei Rastrelli; in quel tempo fu di proprietà di Francesco Vigo, detto "el Pensin", che ne era anche l'oste.

I suoi guadagni furono tali da permettersi di farsi ritrarre dal noto pittore Giuliano Pozzobonelli nel 1627 e di appendere il ritratto dietro al bancone.
Nel Settecento fu spostata nell'omonimo isolato e scomparvero insieme nell'ottobre 1875, nel quadro del riordino di Piazza del Duomo.
L'Osteria del Marino, appena fuori dalla Galleria, alle spalle dell'omonimo palazzo, era nota per avere un'osteria gemella, con camere, immersa nel verde fuori di Porta Vercellina, dove gli ospiti potevano essere accompagnati con un'apposita carrozza.
L'Osteria dell'Aquila, forse per il ricordo dell'Aquila Asburgica, era la preferita dai viennesi e dagli ufficiali e funzionari del governo austriaco durante gli anni in cui il Lombardo-Veneto fu sotto il giogo austriaco. Era frequentata anche da musicisti e compositori, come Bellini, Mercadante e Rossini.
L'Osteria della Foppa, di origine trecentesca, vicina Piazza Mercanti, era frequentata dal personale e dai parenti degli "ospiti" del vicino carcere pretorio.
In Piazza delle Galline, piazzetta scomparsa che si trovava a nord di Piazza Cordusio, si trovava una delle osterie più amate dai commercianti che esponevano e vendevano la loro merce nell'area del Cordusio e dai mercanti che andavano al Broletto di Piazza Mercanti, la trecentesca Osteria della Patona. Il curioso nome derivava dal pesante drappo di tessuto che copriva l'ingresso, celando la vista dell'interno del locale, esattamente come avveniva nelle chiese. Era famosa soprattutto per gli aperitivi e gli stuzzichini prima del pranzo.
Alla stessa stregua vi era una osteria frequentata dai commercianti del mercato del Verziere, detta appunto l'Osteria dei Verzeratt, che si trovava in via Cerva.
In via Broletto si trovava ancora a fine Ottocento uno degli ultimi stallazzi nel centro città, dove arrivavano carrozze e commercianti a cavallo da tutto il Nord Italia, era l'Osteria del Formenton, che in milanese del cinquecento indicava un mazzo di pannocchie di granturco.

Nei dintorni del Corso di Porta Romana si trovavano l'Osteria del Pavone, l'Osteria del Pavoncino, l'Osteria di San Giorgio, l'Osteria del Laghetto. 
Appena fuori di Porta Romana, dopo l'Osteria del Monte Tabor, proseguendo verso sud si incontrava la famosissima Osteria della Carità,
dal nome della cascina che la ospitava. Era il covo dei musicisti della Scala, che si portavano appresso tutto un corteo di appassionati, loggionisti, editori musicali, professori del Conservatorio.

L'Osteria della Montagnetta era più recente delle altre, all'incirca Settecentesca, si trovava dove oggi c'è Largo Mahler, dove si incrociano corso San Gottardo, via Meda, via Torricelli, via Tantardini e via Conchetta, fuori di Porta Ticinese.
Allora piena campagna, prese il nome da una piccola collinetta che non era altro che un dosso, ma vista il piattume circostante, doveva sembrare degna ai milanesi di quei secoli di chiamarla addirittura "montagnetta".
L'osteria era nota per la sua tranquillità, tanto che per quanto viene ricordato dallo storico della milanesità, Otto Cima, ancora nel 1880, mai alcun fatto di cronaca nera vi accadde.
L'Osteria della Montagnetta per secoli rimase celebre per i suoi fritti di pesciolini e di rane e per i suoi ottimi vini frizzanti, ma soprattutto era il luogo preferito dalle coppiette in cerca di un angolo nascosto. Le ortaglie dietro la collinetta erano perfette per nascondersi dagli sguardi altrui.
Sul finire dell'Ottocento venne demolita e al suo posto costruito un teatro, parecchio fuori mano, visto che nei pressi vi era solo il Borg dei Furmagiatt.
A inizio del nuovo secolo divenne il Cinematografo La Montagnetta, poi ricostruito nei primi anni '20, con ben 2000 posti a sedere.
Nel 1932 il Cinema Montagnetta diventa Cinema San Gottardo, perdendo così ogni memoria della collinetta e dell'osteria fuori di Porta Ticinese. Negli anni successivi divenne il Cinema Massimo, che dagli anni '70 iniziò ad ospitare anche concerti, rivista e varietà, ma nel 1979 fallì e chiuse. Nel 1999, dopo lunghi restauri ha riaperto come Auditorium di Milano, sede dell'Orchestra Sinfonica e del Coro di Milano Giuseppe Verdi.

Ancor più a sud si trovava un'altra celebre osteria, nei pressi del Borgo di Ronchetto delle Rane, l'Osteria del Ronchett, dove le rane, ovviamente, erano il piatto forte: risotto con le rane, spiedini di cosce di rane, rane fritte...
Come l'Osteria della Montagnetta, anche il Ronchett era molto apprezzato dalle coppiette, così fuori mano che non si temevano incontri fortuiti o sguardi indiscreti.
L'andare "in camporella" dopo una mangiata al Ronchett divenne così diffuso che il parroco della chiesa del borgo agricolo tuonò più volte nel corso dell'Ottocento per l'indecenza degli incontri e per come le campagne intorno all'osteria fossero ormai un luogo di perdizione per i giovani di Milano!


Fuori di Porta Tosa si trovavano invece alcune delle Osterie coi nomi più curiosi, l'Osteria dell'Oppio all'Ortica, l'Osteria della Malpaga, dove oggi ci sono i "tre ponti" di viale Forlanini, l'Osteria della Senavra, ospitata nel manicomio, l'Osteria del Pilastrello, che si trovava nell'attuale via Spartaco, ospitata in una antica villa di delizia e che usava il vecchio giardino come orto, dove venivano coltivati ottimi asparagi.
Ma la più celebre delle osterie fuori di Porta Tosa era l'Osteria della Cazzoeula, citata anche dal Goldoni e famosa soprattutto come luogo di incontri amorosi clandestini.

Anche Porta Monforte, Porta Orientale e i rispettivi contadi vantavano osterie celebri e antichissime, come l'Osteria dell'Acqua Bella, nota anche col nome di Pompei per il colore delle sue pareti, di un bel rosso accesso, situata lungo l'attuale via Pasquale Sottocorno; celebre anche se parecchio fuori porta era l'Osteria della Polveriera, a Lambrate di Sotto, nei pressi della fabbrica di polvere da sparo, che gli spagnoli aprirono nel Seicento lungo le rive del Lambro.
Nota e celebrata anche da Carlo Porta era l'Osteria del Rondò al Loreto, molto alla buona, con osti onesti, ottimi vini Malvasia e dolcetti di Saronno, gli amaretti.

Nella zona nord di Milano si trovavano altre decine di osterie, le più note erano l'Osteria della Croce Rossa fuori dai Bastioni di Porta Nuova, che aveva un bettolino nei presi della chiesa di San Bartolomeo a Porta Nuova, l'Osteria di Sant'Anastasio, l'Osteria della Cavalchina, l'Osteria del Ponte Seveso, le Osterie della Magna e della Magnetta, lungo il Naviglio Martesana, entrambe celebri per gli aperitivi e gli spuntini che venivano offerti (la tradizione dell'aperitivo meneghino si perde nel tempo...).
Sempre lungo il Martesana c'era l'Osteria Isola Bella, famosa per i dolci.
Menzione a parte va data a due osterie che risalivano almeno al Quattrocento, l'Osteria della Mezza Lingua, appena dentro le Mura lungo la strada Comasina, oggi corso Garibaldi, che aveva la splendida tradizione di lasciare ogni mattina sulle panche nel cortile lunghe file di bicchieri pieni di vino, che i tanti mercanti che arrivavano a cavallo dai Laghi e dal Varesotto, bevevano senza scendere e lanciando il denaro all'oste. Sempre in questa cascina, nel corso dell'Ottocento, si ritrovavano di nascosto carbonari e patrioti risorgimentali.
Lo stesso avveniva nelle vicine osterie del Passetto e della Riviera.
Lungo il viale di circonvallazione fuori dai Bastioni di Porta Nuova, oggi viale Pasubio, si trovava una antica osteria nei pressi di una delle tante pese pubbliche che offrivano il loro servizio nei pressi delle porte cittadine.
Dal 1880 questa Osteria della Pesa, probabilmente chiamata come tutte le altre che si trovavano presso le pese di Milano, divenne una trattoria, che esiste ancor oggi; negli anni '30 del Novecento, il giovane leader rivoluzionario vietnamita, Ho Chi Min, visse a Milano, dormendo al primo piano sopra l'osteria e lavorandoci come lavapiatti.
Lungo la strada Comasina, corso Garibaldi, si trovava l'Osteria del Bellezza, famosa per el risotto coi fasoeu.
Un po' più fuori dalle Mura, lungo il Martesana, si trovava la celebre Cassina di Pomm'; nel Cinquecento la potentissima famiglia Marino, quelli dell'omonimo palazzo di Piazza della Scala, comprò dagli Sforza parte dei terreni coltivati a mele lungo il Martesana.
Quando Virginia Marino andò in sposa al conte Martino de Leyva, portò in dote quei terreni; i nobili spagnoli apprezzarono talmente tanto il posto che vi fecero costruire la loro villa di delizia.
I de Leyva, potente famiglia originaria della Navarra, diventarono governatori di Milano per la corona di Spagna; la figlia di Martino e Virginia, Marianna, ispirò Alessandro Manzoni per il personaggio della Monaca di Monza de "I promessi sposi".
I de Leyva usarono per oltre un secolo la Cassina de' Pomm come luogo di villeggiatura.
Alla fine del Settecento parte delle cascine annesse alla villa vennero trasformata nell'Osteria della Cassina di Pomm', che divenne rapidamente celebre per l'ottima qualità della cucina e delle camere: vi dormirono Stendhal, Casanova, Garibaldi e Napoleone Bonaparte.

Nei pressi di Porta Sempione si trovavano l'Osteria dell'Isola Botta, l'Osteria del Rondò Sempione, mentre nel Borgo degli Ortolani, oggi diventato la Chinatown di Milano, si trovavano alcune osterie molto note: l'Osteria del Polaster, l'Osteria dell'Annunziata, l'Osteria della Vecchia Arena e l'Osteria della Nuova Arena, queste due ancora esistenti in Piazza Lega Lombarda, affacciate appunto sull'Arena Civica e una in pizzeria e l'altra in trattoria.

Molto più fuori, nei pressi del Borgo di Villapizzone
si trovava l'Osteria delle Melgasciada,
ai margini del Bosco della Merlata. Cascina e osteria antichissime, era il primo avamposto di civiltà, e sicurezza, per quei pochi che con gran coraggio attraversavano quelle foreste buie e fittissime, che coprivano tutta l'area sino a Rho, Castellazzo, Bollate e Novate.
Nel Cinquecento e nel Seicento, e sicuramente anche prima, il Bosco della Merlata vide bande di sanguinari briganti assalite i viandanti, ucciderli e rubare i loro averi.
Nel 1566 uno di questi gruppi di assassini e ladri venne infine catturato da Giulio da Modena, cavaliere del Capitano di giustizia.
I due capi della banda Giacomo Legorino e Batista Scorlino furono catturati assieme al Trentuno, il Girometta, il Zopeghetto, il Feracino, al Rigoletto e a Battista da Mombello. Furono accusati di oltre 300 omicidi.
Terribile, come sempre in quei tempi, fu la loro sorte.
Vennero legati ai cavalli e trascinati per due ore in giro per Milano, sbeffeggiati e bastonati dalla folla; poi tornati alla Cagnola, non lontano dal Bosco delle Meralta, vennero loro rotti a bastonate braccia, gambe e spina dorsale, poi con la scure gli tagliarono mani e piedi e messi legati sulla ruota dove furono strangolati più volte, fermandosi sempre un attimo prima della morte.
Dopo tutte queste torture Giacomo Legorino era ancora vivo e allora i preti e monsignori presenti all'esecuzione, mossi a pietà, ordinarono di tagliargli la gola e farlo morire dissanguato.
I corpi straziati del Legorino e dello Scorlino furono appesi fuori da Porta della Cagnola come monito per gli altri banditi del Bosco della Merlata.
Nella vicina Osteria della Melgasciada fu murata a monito dei banditi la testa della mula del Legorino, e una iscrizione sulla facciata principale ricordava:

QUI È MURATA
LA TESTA DELLA MULA
DEI CELEBRI BRIGANTI
GIACOMO LEGORINO E
BATTISTA SCORLINO
GIUSTIZIATI NEL MAGGIO
DEL 1566.

Chissà quali povere colpe aveva il mulo... terminato il problema del banditismo l'Osteria della Melgasciada divenne uno dei luoghi preferiti per le scampagnate fuori porta dei milanesi.
Il piatto più famoso erano gli asparagi con uova affogate nel burro, i salamini all'aglio, i magioster, cioè le fragole; particolarmente apprezzata era poi la vicinanza proprio con quel bosco che per secoli era stato evitato come la peste.
Intorno al 1860 il Bosco della Merlata iniziò ad essere tagliato e trasformato in marcite, risaie e pascoli; già a inizio del Novecento era praticamente scomparso del tutto.

Nella zona occidentale di Milano si trovavano l'Osteria della Maddalena, nell'omonimo borgo tagliato dall'Olona, dove si impiantarono alcune delle fabbriche più grandi della Milano di fine Ottocento, gli stabilimenti Frua De Angeli; sempre alla Maddalena si trovavano il Leon d'Oro e la Croce Bianca, osterie al servizio delle numerosissime migliaia di operai dei cotonifici.
Dalle parti di via Osoppo e Piazzale Brescia si trovava la celebre Osteria Brusada, famosa per le sue carni alla griglia.
In una delle pochissime isole presenti nel territorio di Milano, scarso di fiumi di grossa portata, l'Isola Brera, si trovava una celebre osteria, omonima, che rimase attiva sino alla deviazione del fiume Olona.
Si trovava tra via Foppa e via Costanza, dove oggi si trova Piazza De Agostini, alle spalle di viale Washington.
L'osteria aveva addirittura un piccolo molo e delle barchette a remi da affittare, per permettere agli avventori dei giri lungo l'Olona.
Divenuta una trattoria negli anni '20, scomparve a metà degli anni '30, insieme ai due rami dell'Olona.

Nel giro di pochi decenni dell'Ottocento il mercato del vino a Milano e in Lombardia cambiò radicalmente; arrivarono una serie di parassiti e malattie dell'uva che distrussero totalmente la produzione dell'Alto Milanese e in generale in praticamente tutta Europa.
Tra il 1851 e 52 con le prime malattie la produzione calò di 2/3, poi arrivarono la peronospora, l'oidio e la fillossera, che distrussero totalmente il comparto.
Già a fine secolo i pochi viticoltori rimasti iniziarono a impiantare vitigni piemontesi, toscani, ungheresi, francesi, nella speranza che qualcuno attecchisse producendo buona uva.
Gli sforzi furono vani dato che tutti questi tipi di vitigni furono colpiti dalla filossera che distrusse quasi interamente la produzione in tutta Europa.
La soluzione fu l'introduzione dell'uva americana, che non veniva attaccata dalla filossera.
I produttori dell'Alto Milanese avevano però già mutato le loro coltivazioni, iniziano tutti a coltivare o grano o gelsi per i bachi.
A fine secolo la coltivazione di uva nel milanese era così totalmente scomparsa.
Iniziarono così ad arrivare enormi quantità di vino da fuori regione, per soddisfare la colossale richiesta di vino di una città, che sul finire dell'Ottocento, aveva quasi mezzo milione di abitanti.
Il destino volle che negli stessi anni la Francia, rompendo gli accordi doganali, chiuse l'importazione di vini e uva dal sud Italia, specialmente dal vino della Puglia.

Migliaia di produttori di vino pugliesi si ritrovarono sul gobbo quantità enormi di bottiglie.
Il vino pugliese non era raffinato e nemmeno di particolare bontà, ma era utilizzato in Francia per tagliare i vini buoni.
Ancora nel 1882 infatti, come riportato in uno studio sulla vinificazione in Puglia, in quella regione mancavano del tutto le basi e le conoscenze dell'enologia, preferendo effettuare le vendemmie in ottobre per ottenere la massima quantità di uva, a scapito quindi della qualità; i vitigni erano coltivati in modo mescolato, addossati gli uni agli altri e il mosto ottenuto era di scarsa qualità.
La soluzione che i produttori pugliesi trovarono fu la vendita diretta del loro vino di scarsa qualità ma di ottimo prezzo, direttamente dove esisteva un mercato: Milano.
Aprirono in pochi anni decine e decine di rivendite di vino pugliese, spesso accompagnato da pochi piatti della cucina pugliese e poi meridionale in generale.
Negli stessi anni iniziò la massiccia immigrazione dal sud Italia, che portò centinaia di migliaia di meridionali a Milano.
Vista la distanza culturale e sociale che c'era tra i piccoli paesi del Mezzogiorno e la grande metropoli del nord, gli immigrati trovavano nei negozietti pugliesi un facile e felice rifugio.
I milanesi, dal canto loro, videro negli stessi anni scomparire lentamente le osterie, prima quelle del centro, sostituite da ristoranti, alberghi, caffè e infine bar, e poi, piano piano anche le osterie di fuori porta, non per la mancanza di potenziali avventori, ma per l'esplosione dell'area urbana di Milano, che cementificò decine di chilometri di campagna nel corso del XX° secolo.
Le osterie milanesi e le ancor più rare osterie piemontesi, le "piole", che fece la loro comparsa a Milano per pochi decenni dopo l'Unità, lasciarono così il posto ai "trani", le vinerie pugliesi.
Il nome, "trani" veniva ovviamente dall'omonima città della Puglia.

I Pugliesi erano tra l'altro il maggior numero di emigrati dal sud Italia; tra i primi ad arrivare al nord e tra i primi ad integrarsi, potendo trovare rapidamente lavoro e avendo accesso alle case dello IACP già a inizio del Novecento.
"Trani" diventa così sinonimo di osteria, di baraccio, di posto dove bere e mangiare alla buona. Ed entra di diritto nel dialetto milanese.
L'avventore del "trani", quello che ci sta un po' troppo, sino a sbronzarsi, diventa un "tranatt", e va a sostituire l'altro termine milanese che indicava l'ubriacone, il "gajina", il gallina, per il tipico andamento oscillante di chi aveva bevuto troppo.



Negli stessi anni della inizio della fine dell'uva, metà dell'Ottocento, nelle osterie iniziarono a comparire delle figure che cantavano canzoni popolari e filastrocche, spesso accompagnati dal suono di un mandolino, prima e di una chitarra poi, chiamati in milanese "i Barbapedana".

Ettore Molaschi ne fu l'interprete massimo sul finire dell'Ottocento e fu il progenitore di tutti quei menestrelli che nei decenni successivi resero grande e nazionale la canzone dialettale milanese: Jannacci, Gaber, Nanni Svampa, Cochi e Renato...













Corso Vittorio Emanuele II°

Quella che oggi è la strada principale di Milano, nasce quasi certamente in epoca Celtica; i Celti erano soliti avere come centro dei loro ...