domenica 29 marzo 2015

La bella Gigogin


La bella Gigogin è un canto patriottico milanese e poi italiano, musicato da Paolo Giorza nel 1858-

Rataplan! Tambur io sento
Che mi chiama alla bandiera.
Oh, che gioia, o che contento
io vado a guerreggiar.
Rataplan! Non ho paura
delle bombe e dei cannoni;
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.
E la bella Gigogin
col tramilerilerela
la va a spass col so spingin
col tramilerilelà.

Di quindici anni facevo all’amore,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a sedici anni ho preso marito,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a diciassette mi sono spartita,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra;
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta incipriada,
la dis, la dis, la dis che l’è malada
per non, per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza,
lassàla, lassàla, lassàla maridà.

Le baciai, le baciai il bel visetto,
cium, cium, cium,
la mi disse, la mi disse: oh che diletto
cium, cium, cium,
là più in basso, là più in basso in quel boschetto,
cium, cium, cium,
anderemo, anderemo a riposà
ta – ra – ra – tà – tà.



Durante l'occupazone austriaca successiva al fallimento della Prima Guerra d'Indipendenza, l'insofferenza verso gli stranieri crebbe a dismisura a Milano.
Luogo dove nobili e borghesi potevano manifestare il loro stato d'animo erano i teatri.
La prima avvisaglia di insofferenza si ebbe alla Scala (che in realtà si chiama Teatro alla Scala), quando la ballerina austriaca Fanny Elssler, famosissima e, pare, bellissima, nel febbraio del 1848 incassò una all’apparenza ingiustificata, ma durissima contestazione, ripetuta nelle serate seguenti al punto che la poveretta ruppe il contratto e tornò con il morale malconcio a Vienna. Il pretesto era stato banale e insieme significativo: le allieve della scuola di ballo avevano deciso di entrare in scena portando la medaglietta di Pio IX, allora improvvidamente considerato alfiere dell’unità d’Italia, proprio lui che avrebbe fatto di tutto per impedirla, e la Essler, convinta e fedelissima suddita, si era opposta al punto da minacciare il proprio ritiro dallo spettacolo. La cosa, arrivata al pubblico, aveva provocato la gazzarra.
Di lì a pochi giorni accadde il resto, e fra il 18 e il 22 marzo sulle strade di Milano trovarono la morte un migliaio fra patrioti e militari austriaci, per il prologo di quella che sarebbe stata la I Guerra di Indipendenza. Ma si trattò di una guerra che il Piemonte perse, e l’euforia dei milanesi durò il poco che doveva durare.
Gli austriaci tornarono con il dente avvelenato, la repressione che ne seguì fu dura, e Svizzera e Piemonte si riempirono di fuorusciti. Da allora la Scala, con la platea al solito affollata dalle giacche bianche degli ufficiali occupanti, venne provocatoriamente disertata in favore del Carcano, ed è su quel palcoscenico a pochi passi dalle nebbie degli orti fuori porta che debuttò una canzone destinata a entrare nel cuore della cultura popolare della città, cioè “La bella Gigogin”. La sera del 31 dicembre 1858 la banda civica diretta dal maestro Gustavo Rossari, accompagnata dal coro, la eseguì in prima assoluta, e dovette replicarla la bellezza di otto volte.
Poi, alle quattro del mattino, uscendo per il programmato omaggio al viceré austriaco, altro non fece che suonarla per l’intero percorso, con quel “daghela avanti un passo” che elettrizzò i milanesi scesi in strada per fare ala all’evento. Il viceré se la trovò così cantata sotto casa, e pare non si sia reso conto di cosa nascondesse quel testo all’apparenza sconclusionato e innocente.
Il tema principale del canto era l'invito a Vittorio Emanuele II a fare avanti un passo, inteso a "fare l'Italia", diventò quasi subito una canzone patriottica.
Alludeva anche al fatto che le truppe italiane dovevano scacciare via quelle austriache e viene usato il termine polenta perché la bandiera austriaca è gialla come la polenta. Venne scritta in dialetto perché gli austriaci non ne capissero il significato.Gigogin è il diminutivo dialettale piemontese di Teresa, ma la leggenda narra che la Gigogin fosse una splendida ragazza milanese che durante le Cinque Giornate di Milano, da una delle barricate di Porta Tosa sgusciò tremante per il freddo. Si seppe che era fuggita dal collegio e che aveva deciso di battersi con i patrioti.
Luciano Manara la incaricò di portare un messaggio urgente allo stato maggiore dell’esercito sardo (a La Marmora, colonnello dei Bersaglieri). Eseguì l’ordine. Ritornata a Milano, fece la vivandiera degli insorti, e conobbe Goffredo Mameli.
Tra i due nacque, sembra, un grande amore, ma la Gigogin dovette seguire i volontari di Manara al fronte.
A Goito fu in prima linea, a soccorrere e a dar da mangiare ai soldati di Carlo Alberto. L’esercito sardo venne sconfitto, la Gigogin riprese la strada di casa, destinata nuovamente al collegio.
La leggenda continua con il suo fantasma che avrebbe assunto sembianze umane, guarda caso quelle di una vivandiera, nelle battaglie della guerra del ’59: a Magenta e a San Martino.
Al termine dei combattimenti sarebbe scomparsa.
Della Gigogin non si sa nulla, nemmeno se sia realmente esistita, e quasi certamente era una allegoria della Lombardia stessa, essendo Teresina il nome che la carboneria aveva dato alla regione durante i moti ottocenteschi e Gigogin, come detto ne è un vezzeggiativo. Questa figura di bella giovane coraggiosa che aiutava i soldati in battaglia doveva sollevare il morale delle truppe lombardo piemontesi; certo è che la sua canzone musicata da Paolo Giorza nel 1858 divenne immensamente popolare dopo il capodanno al Carcano.


Già l'anno successivo le truppe sabaude, rinforzate da migliaia di fuoriusciti lombardi che avevano portato con loro la storia e la canzone della Gigogin, insieme agli Zuavi di Napoleone III°, combatteranno a Magenta contro gli Imperiali Austriaci intonando proprio La Bella Gigogin.
Divenne subito l'inno ufficiale dei Bersaglieri e dei Cacciatori delle Alpi. La sua diffusione fu talmente grande che gli stessi austriaci nei primi mesi non ne capirono il doppio senso indipendentista, tanto che il 24 giugno 1859, a Solferino nella battaglia decisiva per l'Indipendenza dell'Italia pure la loro banda sul campo di battaglia suonò La Bella Gigogin nello stesso momento in cui francesi ed lombardo-piemontesi la intonavano sul fronte opposto!
A Solferino venne combattuta la più grande battaglia della storia e tale fu sino alla Grande Guerra. Si fronteggiarono oltre 230.000 soldati e vi furono oltre 30.000 morti e altrettanti feriti. Da questa carneficina "naque" la Croce Rossa.
Quando pochi mesi dopo da Quarto salparono i Mille di Garibaldi, a bordo delle navi si intonava solo una canzone, ovviamente La Bella Gigogin.
Subito dopo l'Unitò d'Italia La Bella Gigogin venne proposta come inno nazionale, salvo poi vedersi preferire una canzone di quel Mamali, che la leggenda narra essere stato l'ultimo grande amore della Gigogin.
Per anni e anni, ad ogni apparizione pubblica di Giuseppe Garibaldi, veniva immediatamente intonata La Bella Gigogin.
In un passo de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (nonché nell'omonima trasposizione cinematografica di Luchino Visconti) alcuni giovani cantano strofe de La bella Gigogin "trasformate in nenie arabe, sorte cui deve assuefarsi qualsiasi melodietta vivace che voglia essere cantata in Sicilia".
Da decenni è anche la sigla ufficiale (solo melodia) del Gazzettino Padano, giornale radio della Lombardia trasmesso dalle stazioni di Radio Rai.



Quanto a colui che ha musicato La Bella Gigogin, Paolo Giorza, si ricorda che nacque a Milano l'11 novembre 1832 ed Era figlio di Luigi, pittore e cantante baritono drammatico. Fu proprio il padre ad iniziarlo alla musica.Nel corso della sua vita, produsse e scrisse oltre 40 spartiti tra cui vari valzer; viaggiò in buona parte del mondo lavorando a Venezia, Vienna, Londra e Parigi prima di approdare in America ed in Australia. Nel 1858 scrisse la celebre "La bella Gigogin" diventata successivamente una canzone tanto famosa quanto amata, durante la Seconda guerra di indipendenza.
È del 10 marzo 1860 invece, la rappresentazione della sua prima opera lirica, dal titolo "Console di Milano" che riprendeva un episodio reale di storia lombarda. Su invito di Garibaldi, scrisse nel 1866 "Inno alla guerra", paroliere Plantulli. Altre opere che si ricordano: "La capanna dello zio Tom" (metà 1860) e nel 1867 si spostò nelle Americhe collaborando con vari teatri e cantanti.
Nel 1871 arrivò in Australia dove ebbe successo sia come compositore che come maestro tanto da essere annoverato, insieme ad Isaac Nathan, il più significativo musicista che lavorò in Australia nel XIX secolo.
Morì in miseria a Seattle il 4 maggio 1914.


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